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LETTERATURA: I MAESTRI: La rivincita delle vedove nel capolavoro manzoniano

19 Aprile 2016

di Maria Rivieccio Zaniboni
[da “La Fiera Letteraria”, numero 5, giovedì 2 febbraio 1967]

Il Carnevale del 1774, che i documenti riferiscono come uno dei più brillanti delle “seasons” mondane milanesi, tra donne belle e spensierate ne vide alcune che per la loro particolare inclinazione alla sfrenatezza furono dette “le sette Baccanti”. Una di queste era Teresa Blasco, moglie di Cesare Beccaria e nonna, quindi, di Alessandro Manzoni. La quale non condivideva affatto l’hobby di suo marito per i delitti e per le pene, preferendo a questi i balli, le feste, le toilettes firmate dai maghi della haute couture del tempo. Non bisogna perciò meravigliarsi se la figliola di tanta madre, e cioè Giulia Beccaria, abbia poi tenuto una condotta non precisamente irreprensibile e abbia dato esca al sorgere delle “operose calunnie” dalle quali la paternità del suo Sandrino fu attribuita, oltre, naturalmente, che al marito, anche a Giovanni Verri e a Carlo Imbonati.

Confluivano in lei l’ingegno sfavillante e l’arguzia paterna e contemporaneamente l’avvenenza e l’ardore del ceppo spagnolo della madre; tuttavia la gioventù e l’inesperienza spinsero Giulia Beccaria a legare la sua vita al nobile Pietro Manzoni, di venti anni più vecchio di lei e con il quale ella non aveva alcuna affinità, né comunione di interessi culturali o spirituali. La loro unione fu una delle più disarmoniche che potessero realizzarsi e la vittima fu naturalmente il piccolo Alessandro, creatura sensibile e tenera, sballottato tra balie, istitutori e collegi, perché la madre, che pure lo amava di tenerissimo amore, era assolutamente incapace di prendersi cura di quell’esserino pieno dei mille piccoli e grandi bisogni a cui sono soggetti tutti i bambini del mondo, anche quelli destinati alla gloria.

Un’infanzia così squallidamente priva del calore e delle carezze materne, avrebbe dovuto alimentare in sé le radici di un profondo risentimento verso la madre, dimentica dei suoi doveri e in tutte altre faccende affaccendata. E invece, con un capovolgimento di sentimenti che potrebbe offrire interessanti motivi di osservazione agli studiosi di complessi, avviene esattamente il contrario. Alessandro Manzoni, tra i genitori, non predilesse che la madre, non amò se non quello che ella amava. E poiché tra le predilezioni di Giulia Beccaria non rientrava il buon don Pietro, anche il figlio non sentì mai un vero trasporto affettivo per il padre, avvalorando con il suo contegno l’insinuazione che egli non facesse altro che obbedire inconsciamente alle ferree leggi dei cromosomi e che fosse figlio di Giovanni Verri, abituale frequentatore di casa Manzoni. Negli “Alberi genealogici delle famiglie nobili milanesi” è infatti scritto che “… per osservanza degli amici di Giulia Beccaria Manzoni, il vero padre di Alessandro fu il cavalier Giovanni Verri”.

E poiché frattanto le scantonate extra-coniugali di Giulia si indirizzavano verso Carlo Imbonati, l’affascinante letterato che l’aveva stregata al punto da indurla ad abbandonare il tetto maritale per seguirlo a Parigi, non c’è da meravigliarsi che nei salotti milanesi si cominciasse a tessere intorno a questa singolare donna una tela di maldicenze e si ordisse “l’operosa calunnia”, come Manzoni stesso, nel carme «In morte di Carlo Imbonati » ebbe a chiamare quelle chiacchiere che, chiamando in causa la onorabilità di sua madre, giostravano intorno alla sua discussa paternità. Davvero singolare è dunque il destino del nostro scrittore: mettere nell’imbarazzo i suoi biografi per la puntigliosa riservatezza con cui è sempre riuscito a tutelare l’hortus conclusus della sua intimità familiare ed essere contemporaneamente considerato figlio, nientedimeno, che di tre uomini; “abundantia patrum” che peraltro, invece di esaltarli, ha evidentemente raggelato i suoi sentimenti verso il padre, creando in lui una sorta di inibizione affettiva che lo indusse, nella stesura del romanzo, ad affidare alla madre il ruolo di onore. I padri, infatti, sono pochi ed insignificanti: appena abbozzata è la figura del sarto (a cui Manzoni dedica tanta poca attenzione da attribuirgli ora due figlioletti di sesso maschile e una bambina, ora due bambine e un maschietto); ridicola quella di don Ferrante, esautorato dalla moglie donna Prassede anche nei suoi rapporti con i figli; appena schizzata quella di Tonio che dimena sul focolare la polenta per i figlioletti i quali se lo vedono con sollievo allontanarsi con Renzo, è perché sono abituati a considerarlo “il concorrente più formidabile” nel parco desinare e non sono soliti, evidentemente, a vederlo togliersi il pane di bocca per darlo a loro; insignificante quella dell’uomo che, nel saccheggio di Milano, fa capolino dietro il pancione smisurato della moglie, che ha in mano le redini della spedizione familiare all’assalto dei forni, mentre l’unico padre di cui si parla diffusamente, quello dell’infelice Geltrude, deve convenire che la penna dello scrittore non gli ha reso un gran servigio.

Tutti scapoli, invece, anzi potremmo dire «scapoloni », i personaggi maschili che nel racconto fanno la parte del leone: l’innominato, Fra’ Cristoforo, il Conte Attilio, Don Rodrigo, il cardinale Borromeo, don Abbondio, Azzeccagarbugli che hanno tutti anteposto, alle preoccupazioni del matrimonio, le gioie celesti, la missione di pastore delle anime, la voluttà del dominio, i vuoti passatempi dei vitelloni di provincia. Dato a tutti costoro un posto preminente nella narrazione e tolti invece di mezzo “i padri”, del romanzo, Manzoni ha dato luogo, in questo, a una vera e propria sarabanda di vedove: vedova “ante litteram” è Agnese, vedova è Maria, la beneficata dal sarto, vedova la madre di Cecilia, vedova la buona donna che fa compagnia a Lucia nel Lazzaretto, vedova la mercantessa, vedova la vecchia del castello dell’innominato, vedova la madre di Tonio, vedova la fattoressa, vedova la donna “con una nidiata di bambini intorno” che dal terrazzino della casuccia dove l’hanno isolata durante la peste, invoca l’aiuto di

Renzo. Che se anche la vedovanza di Agnese era un espediente indispensabile allo sgomitolarsi della vicenda, perché naturalmente se Lucia avesse avuto alle spalle un padre nerboruto ed energico nessun don Rodrigo avrebbe potuto costringerla a fare la “promessa” senza diventare “sposa” per trentotto capitoli filati, neppure al lettore più superficiale e sprovveduto sfugge non soltanto la puntigliosa e ostinata condizione di vedove e di orfane di quasi tutte le figure femminili de I Promessi Sposi quanto la loro assoluta insensibilità di fronte al ricordo di colui che tutto ci lascia immaginare defunto a tempo e a luogo, non potendosi, neppure alla lontana, attribuire al Manzoni l’intenzione di popolare il suo romanzo di figli e figlie di N.N.

Doveva dunque esserci in lui una vera e propria incapacità, voluta o costituzionale che fosse, di esprimere artisticamente non soltanto le sfumature dell’amor coniugale (il delirio di Ermengarda è un abisso di passione che non cessa di stupire i critici), ma anche e soprattutto il rapporto padre-figlio, come se qualcosa avesse bloccato alla fonte lo sgorgar di questo sentimento nel suo animo, mentre non grande, ma immensa addirittura è la sua arte quando ci pone di fronte alla figura della madre. Da Agnese, prototipo della madre saggia e semplice che ha riposto tutte le sue compiacenze nell’unica figlia, alle madri sfinite dalla peste e che pure attraverso il povero latte del seno esausto tentano di trasmettere ancora un sorso di vita alle loro creature, da donna Prassede, impicciona finché si vuole, ma il cui amore materno non s’arresta neppure dinanzi alla porta del convento dentro il quale vivono le figlie monacate, fino alla madre di Cecilia, nella cui descrizione la penna s’è fatta scalpello e ha innalzato un vero e proprio monumento all’amore materno. Senza contare (tanto per citare ancora un’altra opera al di fuori del romanzo) lo struggente accoramento di Ermengarda che, tornata nella casa paterna con il marchio del ripudio in fronte, si rivolge con stupende espressioni di rimpianto e di tenerezza alla memoria della mamma che ella non ha più potuto riabbracciare ed il cui amore l’avrebbe invece aiutata a superare la difficile prova di essere la vedova di un vivo.

Dobbiamo dunque concludere che davvero la sfera affettiva del Manzoni fu dominata dal complesso di Edipo?

 


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