di Cesare Segre
[da “La fiera letteraria”, numero 27, giovedì, 4 luglio 1968]
Se c’è un uomo a cui si pos sa riconoscere l’attributo dell’u biquità, è certo Roman Jakob son. Egli ha goduto (più pro babilmente sofferto) di un’ubi quità storica, che da Mosca, dov’è nato nel 1896, lo ha fatto trasferire a Praga, ove conse guì il dottorato, e Brno, dove iniziò l’insegnamento universi tario; poi, fuggendo davanti al le orde naziste, a Copenaghen, Oslo e Uppsala; infine, come se seguisse una rotta un po’ tor tuosa verso occidente, a New York, all’Università Harvard e al famoso MIT (Massachusetts Institute of Technology).
Ora, circondato dall’ammirazione generale, egli si sfoga in un’altra ubiquità, per cui è fa cile trovarlo, a pochi giorni di distanza, a presiedere un con gresso a Varsavia, a tener le zioni a Roma o a Milano, a of frire a Parigi i suoi lumi di consulente all’UNESCO. E c’è l’ubiquità linguistica, che gli permette di usare con disinvol tura tre o quattro lingue slave e le principali d’occidente, an che se con un caratteristico ac cento di cui egli stesso si pren de gioco. (« Io pano abbastan za bene il russo ». dice, « in una dozzina di lingue »).
Ma l’ubiquità a cui voglio al ludere è soprattutto di caratte re culturale. Sembra che appe na si formuli un’idea nuova, si abbozzi una teoria originale, Jakobson sia là, pronto a di scuterle, approfondirle, arric chirle; ancor più, sembra che egli sappia precorrere i tempi, dando un nome e una formula ad aspirazioni vaganti nell’a ria. S’afferma il cubo-futurismo, e Jakobson, amico di Majakovskij e di Chlebnikov, si fa critico militante e analiz za le loro poesie (La nuova poesia russa, 1921); nasce il formalismo, e Jakobson, lavo rando gomito a gomito con Tynjanov, gli dà un apporto fon damentale; matura lo struttu ralismo, e Jakobson emerge su bito dal gruppetto dei suoi fon datori, precorrendo anzi quel l’esigenza diacronica che la teoria sembrava dapprincipio sacrificare (alludo alla geniale appendice ai Principes de phonologie di Trubeckoj); viene elaborata la teoria della comu nicazione, e Jakobson è tra i primi a vederne l’ampia appli cabilità alla teoria del linguag gio.
Egemonia della linguistica
Sono solo accenni, l’elenco potrebbe continuare; e si fareb be molto più lunga se si voles se anche tener conto dell’in flusso che il magistero di Ja kobson ha potuto esercitare, coadiuvato dalla propensione dello studioso a quell’interdisciplinarità che è una delle ca ratteristiche del pensiero mo derno, dall’eloquenza trasci nante e contagiosa di Jakob son. Il caso più noto, e forse di maggior rilevanza fuori della specializzazione linguistica, è il sodalizio con un altro esule, Lévi-Strauss, nella Scuola Li bera di New York (1942-1946).
Ciò significa non solo che i « modelli » descrittivi fonda- mentali dell’antropologia cul turale di Lévi-Strauss sono de dotti dallo strutturalismo jakobsoniano, ma che l’eccezio nale (o eccessiva?) voga del l’antropologia strutturale ha fatto di questa disciplina il braccio secolare dell’egemonia conquistata negli ultimi tempi dalla linguistica. (Una volta era la linguistica che chiedeva aiuto alle altre scienze, da quelle naturali e dalla sociolo gia alla psicologia e alla logi ca).
Basta aver conversato qual che volta con Jakobson per rendersi conto dell’entusiasmo con cui egli si getta in qualun que discussione teorica o in qualunque analisi linguistica o poetica, della spericolatezza con cui è pronto ad accogliere l’impostazione più nuova, sen za dogmatismi, senza neanche sognarsi un appello alla pro pria autorità. Certo, corre po chi rischi di trovarsi le spalle scoperte chi ha la formidabile ricchezza di esperienze scienti fiche di un Jakobson.
Slavista e medievalista insi gne (i suoi lavori sull’epica so no ora raccolti nel IV volume dei suoi Selected Writings, L’Aia 1966), studioso di proso dia e metrica, di poesia popola re, di mitologia e di folklore (si veda almeno lo splendido arti colo pubblicato l’anno scorso in « Strumenti Critici »), teori co della letteratura, critico di vari interessi, da Puskin a Chlebnikov a Pasternak, da Dante a Baudelaire, da Eminescu a Brecht.
Ma Jakobson è soprattutto linguista: anche quando si oc cupa di tutti gli altri temi a lui cari. Chi ha voluto, ha po tuto farsi un’idea delle sue teo rie leggendo i Saggi di lingui stica generale tradotti due an ni fa (Feltrinelli). Ma si pensi che il I volume dei suoi Selec ted Writings (L’Aia 1962), de dicato esclusivamente a saggi di fonologia e all’innovatore studio sul linguaggio infantile e sull’afasia (Kindersprache, Aphasie und allgemeine Lautgesetze, Uppsala 1941), sfiora le 700 pagine. E possiamo per sino prenderci il gusto di ri percorrere con Jakobson le tappe principali del suo pensie ro, i temi che continuano a oc cuparlo (s’attende una grande opera su Suono e significato): basta leggere il « Retrospect » che chiude il monumentale vo lume.
Dire qui in breve quanto ab bia dato Jakobson alla lingui stica è impossibile; del resto manca una precisa storia della linguistica moderna, che per esempio indichi per Jakobson gl’influssi esercitati da Saus sure, forse per mediazione di Karcevskij, i suoi debiti verso il precursore Baudouin de Courtenay e i suoi rapporti con Trubeckoij; o che, allar gandosi alle sfere filosofiche, precisi gli eventuali legami con Husserl, con Carnap, e così via.
Affascinato dalla poesia
Accennerò solo al problema della definizione del « fone ma ». Dopo aver ridotto in ter mini funzionali o probabilistici quelli che erano i suoni della vecchia fonetica, Jakobson pa re aver voluto arrivare a un’a nalisi positiva dei fonemi. Il suo metodo, che raccoglie mas sicci consensi e dissensi, arriva a scomporre questa supposta unità minima in un ristretto numero di qualità differenziali la cui presenza o assenza per mette di definire ogni fonema. E’ stata una specie di scompo sizione dell’atomo.
Non meno importante la ri cerca di eventuali leggi di svi luppo diacronico dei sistemi fo nologici delle varie lingue (Ja kobson se n’è occupato specialmente per la famiglia slava). Se lo strutturalismo era riusci to a sintetizzare il numero rea le e i reciproci rapporti dei fo nemi di ogni lingua, sembrava dapprima che esso finisse per affidarli a una geometrica fis sità invece di cercare nella stessa natura di questi rappor ti le eventuali spinte e ricom porsi in nuove geometrie: con forme all’esperienza che abbia mo dell’ininterrotto mutarsi delle lingue umane. In questo ordine d’idee il genio di Jakob son è apparso nella sua gran dezza; e oggi quasi tutto lo strutturalismo si pone proble mi di sviluppo storico, rinno va, anzi, le stesse concezioni storiografiche.
L’interesse di Jakobson per la letteratura (in apparenza così lontana da questi proble mi), le sue virtuosistiche anali si di testi che hanno fatto cor rugare la fronte a tanti lettori, sono tutt’altro che la musica del « violon d’Ingres » di uno scienziato. Jakobson sarà stato attratto alla letteratura dalle sue origini militanti e formali stiche, ma ha sempre afferma to ben chiaro che l’opera di poesia lo affascina perché i procedimenti e le funzioni del la lingua vi sono valorizzati, enfatizzati da una coscienza creatrice; essa perciò offre al glottologo un tesoro di osser vazioni incomparabile con la grigia routine della lingua quo tidiana.
Da osservazioni analoghe partivano, negli stessi anni del l’attività di Jakobson, Vossler, Spitzer e tutta la linguistica « storica » (di cui la stilistica è una filiazione) nella loro velo ce marcia verso i territori let terari. Questo impressionante parallelismo nasconde proba bilmente (se vogliamo applica re i procedimenti riduttivi che ci ha insegnato Jakobson) una segreta ma essenziale comu nanza di « tratti distintivi » tra due scuole antagoniste.
Come spiega l’attuale « risco perta » della linguistica gene rale?
Jakobson: Ci sono molti motivi, e non so quale sia il più importante. Co loro che dicono che la linguistica è una scienza giovane, perché commet tono questo errore? I neo-grammatici, la scuola predominante nella seconda metà del diciannovesimo secolo, han no creduto che la linguistica storica fosse l’unica disciplina linguistica au tenticamente scientifica. Dicevano che non si può pensare a una scienza della lingua che non sia storica. Ma quegli studiosi che sono stati storicisti per quanto riguarda la lingua non lo sono stati per quanto riguarda la linguistica.
Hanno creduto che la linguistica avesse inizio col XIX secolo, cioè nel momento in cui i princìpi della lingui stica storica sono stati formulati chia ramente. Ma non esiste un’epoca nella storia umana nella quale non sia esi stita la linguistica. La linguistica è na ta nel vicino Oriente almeno duemila anni prima di Cristo; poi abbiamo la grande epoca del pensiero linguistico in Grecia e in India. La storia della linguistica non è ancora stata scritta; ma l’esperienza linguistica continua. Si può dimostrare l’enorme influenza esercitata dai filosofi greci o dai gram matici del sanscrito sul pensiero lin guistico del nostro tempo. Ecco una prima ragione; ma ce ne sono altre.
Prendiamo alcuni linguisti di prim’ordine, pionieri della linguistica mo derna a Est e a Ovest. Ad esempio Baudoin de Courtenay, Krouchewski, un altro polacco, Franz Boas in Ame rica. Quando ci si chiede che cosa li ha portati a occuparsi di linguistica essi ci rispondono: è stato il sistema della logica del sub-cosciente, la logica di cui i soggetti parlanti non tengono conto e che al tempo stesso ha una im portanza determinante. Il fatto che si tratti di una logica, di una struttura sociale, di una struttura che ha un ruolo essenziale nella vita dell’uma nità dimostra che questi fatti debbono divenire necessariamente oggetto di studio. Ora si è potuto andare al di là dell’analisi delle varie sovrastrutture proprio perché tutti gli altri fenome ni della cultura presuppongono la lin gua.
Osserviamo un altro aspetto della questione. La linguistica è divenuta un punto di contatto fra le scienze na turali e le scienze umane. La lingua si trova a cavallo fra la natura e la cultura. E’ un fenomeno che caratte rizza l’umanità e tutti i rappresentanti dell’umanità, eccezion fatta per i casi patologici. Bisogna, dunque, cercare le radici biologiche che spiegano la lin gua. Si possono solo intravedere, e d’altra parte, ricordiamoci, la lingua non è un fenomeno puramente biologico. Il rapporto fra il bambino e la lingua non è lo stesso di quello che hanno gli usignoli col canto. Mediante la lingua la cultura entra in contatto col bambino. Questo fenomeno ha una funzione specifica, la stessa funzione che unisce le scienze così dette esatte e le scienze umane, le scienze sociali.
Non crede che si possa dire che nello stato attuale delle scienze umane, come l’antropo logia, o delle scienze esatte, co me la biologia, si è scoperto che a tutti i livelli si pongono dei problemi di comunicazione e che quindi la linguistica che si è sviluppata per prima ha potuto servire da modello a quelle scienze?
Jakobson: E’ evidente che oggi si co mincia a parlare delle scienze umane come di scienze della comunicazione; perciò la comunicazione verbale di venta un modello per le altre scienze della comunicazione. La ragione è sem plice. La comunicazione dei messaggi verbali è primaria; la comunicazione dei messaggi non-verbali presuppone l’esistenza del sistema verbale del la lingua. E la comunicazione di altri fenomeni, come dice Lévi-Strauss, la comunicazione di beni o servizi, per esempio, presuppone l’esistenza dei messaggi. Nessun fenomeno sociale può esistere senza comunicazione di messaggi e prima di tutto di messaggi verbali. Inoltre ogni comunicazione di questo genere è traducibile in messag gi verbali. E! dunque evidente che lo studio dei messaggi verbali può servi re da modello alle altre scienze.
E’ evidente che non si tratta di im perialismo. L’imperialismo è odioso in tutti i campi. Si tratta invece di auto nomia e di integrazione. Ma l’integra zione non esclude l’autonomia, al con trario, la presuppone. L’integrazione è un’ottima cosa; quello che è disgustoso è l’eteronomia, cioè il tentativo di ana lizzare certi fenomeni servendosi solo dei criteri validi per gli altri fenomeni. Il colonialismo è odioso in tutti i campi.
E’ interessante del resto sen tire che Lévi-Strauss dice che l’antropologia strutturale gli è stata rivelata, diceva proprio così, leggendo le sue opere.
Jakobson: Claude Lévi-Strauss ha saputo utilizzare molto bene alcuni metodi linguistici nel campo antropologico. Dice di essere mio allievo per quanto riguarda la linguistica. Accetto la definizione a condizione che ci si ri cordi che sono suo allievo in antropo logia. Siamo allievi l’uno dell’altro.
Devo dire che ciò che è importante in Lévi-Strauss è che non ha mai ap plicato i princìpi, i criteri, le procedu re linguistiche a dei fenomeni antro pologici che non siano verbali. Ha sa puto trarre le sue conclusioni dalla metodologia linguistica, ma la sua so luzione è completamente autonoma, e ha portato a grandi risultati. Tutto quel che si dice dell’imperialismo lin guistico non ha senso. Non esistono molti principi o metodi che non si applichino soltanto alla linguistica, ma che si applichino a tutte le scienze della comunicazione, a tutte le scien ze umane.
Se la linguistica ha avuto la possibi lità (per i motivi che ho detto) di svi luppare maggiormente la propria me todologia, questo non è avvenuto per ché questa metodologia vale solo per la lingua. Esistono dei princìpi e dei me todi che sono validi solo per lo studio del linguaggio; ma esistono dei prin cìpi elaborati dalla linguistica che sono anche dei princìpi di semiotica gene rale e comparata, dei princìpi che ri guardano ogni sistema di segni. E’ comprensibile che questo metodo sia stato elaborato anzitutto per la lingua, la lingua è il sistema centrale, è il si stema primario dei segni; gli altri si stemi di segni implicano l’esistenza della lingua.
C’è un campo in cui questa storia dell’imperialismo della linguistica sta diventando una cosa seria: è il campo della poetica. E’ necessario tener con to di certe differenze. Se paragoniamo la lingua e le arti plastiche, la lingua e la musica, la materia di cui si servono le arti plastiche e la musica non è la materia verbale. Ma la poesia utilizza la materia verbale. Un linguista che non voglia limitare eccessivamente il suo punto di vista, che voglia vedere la lingua in tutta la ricchezza delle sue funzioni deve studiare anche la funzione poetica della lingua. Non si tratta di imperialismo. Sarebbe as surdo dire: mi interesso alla lingua so lo per quanto riguarda la sua funzione conoscitiva, o puramente connotativa, ecc. e lascio da parte la funzione poeti ca.
Non bisogna dimenticare che la fun zione poetica della lingua non esiste solo nelle poesie, ma in ogni manife stazione della lingua, in ogni parola. Ma in questi fenomeni la funzione poetica è subordinata, mentre non esi stono esempi di un fenomeno poetico in cui la funzione poetica della lin gua non sia predominante (il che non esclude la presenza di altre fun zioni). Così il linguista che sa, che cos’è la lingua, che sa come servir si della materia verbale, deve preoc cuparsi delle strutture della poesia. Se ci sono dei separatisti letterari che hanno paura di questo intervento della linguistica, tanto peggio per loro. Ma il problema richiede l’intervento dei linguisti.
Vuol fare un esempio?
Jakobson: Prendiamo i versi e l’arte di far versi. Si sono scritte molte sciocchezze sulla struttura metrica dei versi. Perché? Perché coloro che le hanno scritte non sapevano niente del la prosodia della lingua. Ma qual è la materia di cui si serve la poesia? Qual è la materia di cui si serve la struttu ra del verso? Qual è l’essenza della metrica? Sono gli elementi della pro sodia, sono le strutture fonologiche che sono trasformate dai versi.
Vorrei farle un’altra domanda che riguarda i rapporti tra la linguistica e le altre scienze. Lei ha avuto dei contatti con i ci bernetici. La nascita della ciber netica e della linguistica nello stesso periodo storico le sembra un caso?
Jakobson: Da quando lavoro a Cam bridge (nel Massachussets) cioè dal 1949 ho avuto numerosi colloqui con Norbert Wiener. Del resto l’avevo co nosciuto ancora prima, alla Columbia University, dopo la guerra; mi aveva invitato a una delle prime riunioni di cibernetici per discutere le strutture del codice linguistico. Avevo parlato soprattutto dei problemi fonologici. Questi contatti mi avevano molto inte ressato e quando è uscito il suo libro sulla cibernetica nel 1948 ho tratto molto profitto dalla lettura di esso. E’ interessante l’idea di un sistema che contiene la sua « self-regulation », un si stema che di fatto rappresenta un fe nomeno che Hegel definisce come mo vimento autonomo. E’ una idea indispensabile al linguista. E da allora ho sempre seguito i lavori di Wiener. Sia mo molto vicini l’uno all’altro; collaboro alla rivista « Control information ».
Potrei forse farle un’altra do manda sullo stesso argomento. La cibernetica e il formalismo matematico hanno determinato un tipo di linguaggio che è diverso da quello studiato dai lin guisti. Si tratta di un linguaggio non-iconico, un linguaggio cui non corrispondono immagini. In vece la linguistica orientata ver so la fonologia fa corrispondere a ogni segno delle immagini af fidando al tempo stesso una fun zione privilegiata alla parola. Non crede che si ponga un pro blema ai linguisti, con lo svilup po di un sistema di comunica zione che rafforza in un certo modo il sistema di comunicazio ne matematico, il quale esclude la parola, mentre la linguistica generale ha un orientamento prevalentemente fonologico?
Jakobson: Mi permetta di modificare un po’ la domanda e di dire: i lin guaggi formali non escludono la paro la ma escludono il contrasto fra « langue » e « parole », fra codice e messag gio. La questione è molto importante. La lingua naturale, come viene chia mata dai logici, la nostra lingua quoti diana, la lingua di ogni giorno, la lin gua abituale non è la sola lingua che esista. Esistono anche molte sovra strutture, che sono le lingue formaliz zate o semi-formalizzate, e fra le quali il calcolo matematico rappresenta l’e spressione forse più pura. Il linguista deve occuparsi o no di queste lingue? Evidentemente sì. Ripeto sempre che la lingua, in tutta la sua varietà e in tutta la sua ricchezza, è l’oggetto della linguistica.
Oggi si fanno dei tentativi molto in teressanti per studiare comparativa mente diversi tipi di linguaggio (i vari tipi di linguaggio formalizzato e il nostro linguaggio di ogni giorno).
Il tentativo più interessante uscirà fra poco. Si tratta di un libro di E. Harris sulla linguistica matematica, nel quale egli considera, analizza, in terpreta questi diversi linguaggi dal punto di vista della teoria dei gruppi. I risultati di questa ricerca sono molto interessanti. Questa opera è molto di versa dal primo libro di Harris che fe ce molto rumore perché eliminava l’idea di significato, mentre invece adesso egli introduce a tutti i livelli, in tutti i campi, il concetto di signi ficato.
Come si presenta il problema per un linguista? Anzitutto bisogna tener conto del fatto che tutti questi lin guaggi formalizzati sono delle struttu re, perché ognuna di queste strutture non presuppone solo l’esistenza di un linguaggio naturale, ma anche la pos sibilità di venir tradotta in linguaggio naturale. Per quanto riguarda la mate matica sono completamente d’accordo con quanto ha detto Borei e quanto è stato ripetuto più volte da Niels Bohr e da tanti matematici; la matematica ri chiede il controllo del linguaggio na turale, essa presuppone naturalmente la possibilità di venir tradotta in un linguaggio naturale.
La questione del rapporto fra questi linguaggi formalizzati e il linguaggio naturale richiede una cooperazione fra linguisti e logici. Però questa coo perazione deve avvenire a certe condi zioni. I logici non debbono considera re, come fanno spesso, il nostro lin guaggio naturale come un linguaggio di second’ordine, un linguaggio vago e ambiguo… Noi linguisti risponderem mo che se si tratta di « un brutto ana troccolo », si tratta di quello di Ander sen. Ha una funzione diversa.
Per capire questa funzione bisogna ricorrere a una distinzione molto im portante, quella fra i linguaggi che in inglese si chiamano « context free » e « context sensible » («libero nei con fronti del contesto » e « sensibile al contesto »). Libero nei confronti del contesto significa: che conserva sempre l’identità del significato. Sensibile al contesto vuol dire che esiste una grande differenza fra il significato generale di una unità e i suoi diversi significati contestuali.
Qual è l’importanza di que sto linguaggio che dipende dal contesto?
Jakobson: E’ il linguaggio che am mette la metafora e la metonimia, è il linguaggio figurativo. Ma senza lin guaggio figurativo non esiste creazio ne. Non solo non esiste creazione poe tica, ma non esiste una possibilità di atteggiamento dinamico nei confronti della lingua, non esistono parole che ci permettano di affrontare situazioni nuove. La lingua naturale è la lingua che, appunto perché ammette le metafore e le metonimie, è la pre-condizione necessaria di ogni scoperta scien tifica. Senza questo linguaggio, non esistono nuove strade.
Questo linguaggio è indispensabile per mettere in moto l’immaginazione. A questo bisogna aggiungere che non viviamo soltanto in un mondo pura mente intellettuale e conoscitivo. Certo per formulare idee scientifiche abbia mo bisogno di formule, ma ci sono molti fenomeni nella nostra vita che richiedono una certa mitologia verba le. E’ molto strano che nella linguisti ca recente sia nata, soprattutto negli Stati Uniti, una corrente che ha volu to escludere dalla ricerca linguistica la semantica e i significati in generale. E’ evidente che alla fine si arriverà al l’assurdo. Anzi, ci siamo già arrivati. Non voglio criticare troppo questo orientamento: si tratta di una espe rienza interessante. Per un biologo è molto interessante tagliar la testa ai polli per vedere quali movimenti può fare un pollo senza testa; ma sarebbe pericoloso che il biologo arrivasse alla conclusione che il pollo ideale è il pol lo senza testa.
Questa tappa è ormai superata. Si torna al problema del significato. Oggi molte opere di filosofia del linguaggio affermano che la semantica è una par te importante della linguistica, che è la linguistica meno la grammatica. Es se accettano i significati lessicali, ma non vogliono ammettere i significati grammaticali. Perché? Perché i signi ficati grammaticali, nella loro grande maggioranza sono dei significati né lo gici né intellettuali. Ma questi signi ficati, come hanno stabilito numerosi linguisti, come lo dimostra la poesia dalle origini fino ai nostri giorni, han no una grande importanza per la no stra vita emotiva, per la nostra vita poetica e anche per le nostre creazioni scientifiche. Prendiamo un esempio grammaticale. In tedesco e, in inglese « piove » si dice « es regnet » e « it rains ». Cos’è questo « it »? Cos’è que sto « es »? Questo pronome neutro in costruzioni che dovrebbero essere im personali? Se è vero che dal punto di vista logico queste costruzioni sono eliminate dalle lingue formalizzate, penso d’altra parte che senza que ste costruzioni particolari Freud non sarebbe mai arrivato all’idea dell’« Es ».
Si può dire dunque che un campo nuovo si apre alle ricerche psicoanali tiche; lo studio di questi fenomeni ver bali che sono molto più prossimi alla nostra vita, non direi sub-cosciente ma sub-liminale, che alla vita come si ri flette nelle scienze esatte. Questi fe nomeni non potrebbero essere esclu si dai nostri studi linguistici in gene rale e semantici in particolare.
Per questo motivo attribuisco una grande importanza ai significati delle categorie grammaticali. Un grande pensatore ha capito l’importanza e la funzione dei concetti grammaticali nel linguaggio. E’ il linguista americano Edward Sapir.
Vorrei parlare ancora della poesia. Lei ha dimostrato che nel campo della linguistica esi ste anche il poetico, e non solo il poetico che si trova nella poe sia propriamente detta, ma an che il poetico che è presente nel linguaggio naturale. Esiste dun que una funzione poetica. Come si può definire questa funzione dal punto di vista linguistico? Cos’è che distingue la parola poetica nei confronti degli altri tempi di parola? Lei ha detto, credo, che la funzione della poe sia stava nel mettere in rilievo il messaggio. Cosa significa esat tamente questa formula?
Jakobson: Forse sarebbe più chiaro, data l’ambiguità del termine messag gio, dire che la poesia mette in rilievo i segni verbali stessi. E questo a due livelli: al livello del significante e al li vello del significato.
La filosofia ha stabilito una differen za essenziale fra ciò che si chiama il « signatum » e ciò che si chiama il « designatum », fra il significato, che fa parte del segno verbale e l’oggetto designato. Se si tien conto di questa differenza essenziale, già nota a quei grandi filosofi della lingua che erano i filosofi stoici, si vede che ci sono due modi di parlare. Si può parlare tenen do soprattutto conto del « designa tum », della referenza, dell’oggetto de signato oppure si può parlare metten do in rilievo il segno stesso. Questo non vuol dire (è un errore che molti linguisti hanno fatto) che in questo caso si mette l’accento soltanto sulla materia sonora. Il fenomeno è un fe nomeno di significato, è un fenomeno semantico.
Questo non vuol dire che nella poe sia l’oggetto designato non abbia una sua funzione. Può avere una funzione più o meno importante; ma la poesia resta poesia. Si possono avere gli idea li più elevati, si possono esprimere delle verità filosofiche o fisiche, ma se non si tiene conto della funzione pri maria del segno in quanto tale, nessu no considererà l’opera in questione un fenomeno poetico. Inversamente, si può discutere qualsiasi tema filosofico come ha fatto ad esempio Lucrezio nel suo « De rerum natura ». E’ un testo molto interessante dal punto di vista filosofico e dal punto di vista della sto ria della scienza; ma sono dei versi, pieni di immagini. E’ un linguaggio organizzato in quanto tale, una com posizione che tiene conto soprattutto del gioco dei segni, del gioco dei si gnificati e dei significanti.
Si rimprovera spesso a quel lo che si è soliti chiamare « strutturalismo » la sua assenza di senso storico. Qual è l’im portanza della « storia » nella linguistica generale?
Jakobson: La scuola « neo-grammati cale » ha fatto una storia dei fatti lin guistici e non una storia delle lingue perché l’idea di una lingua che costi tuisca un tutto non è stata capita dai neo-grammatici.
Saussure ha di nuovo introdotto questa idea; ma è significativo che non l’abbia portata fino in fondo. Il suo grande merito è quello di aver capito che la descrizione di una lingua deve essere orientata verso l’insieme, verso il sistema, verso le leggi strutturali di questo sistema. Ma la sua debolezza, dovuta all’epoca in cui viveva, è quel la di essere rimasto nell’orbita dei neo-grammatici. Questa è la ragione della tragedia vissuta da Saussure. Non è arrivato a trovare strade nuove. Quanto a me ripeterò quel che vado dicendo da una quarantina d’anni: l’opposizione fra struttura e storia è un anacronismo. Questa opposizione esisteva ai tempi di Saussure, i lingui sti di oggi l’hanno superata.
Per la linguistica di oggi e di doma ni la sincronia non è statica; i muta menti della lingua sono un fenomeno sincronico. Se ogni elemento trova nella sincronia il suo senso, il suo rap porto col sistema, il suo fine, allora an che i mutamenti debbono essere consi derati come facenti parte della sincro nia. In nessun campo un mutamento avviene in un giorno. I mutamenti so no dei fenomeni lunghi. Quando si parla di un mutamento in « status nascendi » c’è sempre una coesistenza di stadi diversi, lo stadio iniziale e lo sta dio finale. Questa coesistenza, come ogni coesistenza, ha un senso. Sono delle differenze stilistiche, sono delle varianti dei « sottocodici », sono delle varianti che per i soggetti parlanti co stituiscono degli arcaismi, « all’anti ca » oppure « alla moda ».
Questo dimostra che l’asse temporale, la storia, è un feno meno sincronico. Qual è allora la funzione della diacronia? A cosa serve il paragone fra ciò che avviene nella lingua di oggi e quello che avveniva nella lin gua del XVIII secolo, nel Me dioevo ecc.?
Jakobson: Si tratta di una sovra struttura scientifica, che si fonda sul l’analisi dinamica delle sincronie nella storia. La sincronia non è statica, biso gna sempre ripeterlo. D’altra parte bi sogna ricordarsi che la diacronia non si limita alla dinamica dei fenomeni, che esiste anche un problema degli elementi statici nella storia. Esistono delle domande cui di solito non si ri sponde, ma che devono essere messe in luce. Per esempio: quello che è ri masto immobile e quello che è mutato nella lingua francese dalle origini fino a oggi. E questa questione degli ele menti stabili e mutevoli è una delle questioni essenziali della linguistica di domani.
Lei torna negli Stati Uniti. Quali sono le nuove direzioni e i nuovi obiettivi di Roman Jakob son?
Jakobson: Anzitutto un nuovo volu me dei miei scritti. Esso tratta del la parola e della lingua, di questio ni morfologiche, di questioni di teoria linguistica generale, di questioni di sto ria della linguistica. Devo aggiungere un saggio che è una nuova versione della relazione che ho presentato al congresso mondiale dei linguisti, a Bu carest, sul rapporto fra la linguistica e le altre scienze. Scriverò anche una conclusione che l’editore mi ha chie sto.
Uscirà presto anche un altro volu me. Analizza la poesia della grammati ca e la grammatica della poesia. Credo che arrivi al momento buono. Sono stato contento che un capitolo di que sto libro, un esame microscopico del l’ultimo « Spleen » nei « Fiori del Ma le » di Baudelaire abbia suscitato non solo degli elogi ma anche delle violen te polemiche. Un volume esce al mo mento giusto proprio quando suscita degli attacchi e delle critiche.