Dionisotti. Dalla specula del British Museum

di Cesare Segre
[da “La fiera letteraria”, numero 51, giovedì, 21 dicembre 1967]

CARLO DIONISOTTI
Geografia e storia della letteratura ita ­liana
Einaudi, pagine 250, lire 3000.

« Ci è toccato vivere in un secolo in cui l’ultimo imbrattatele aveva una sua Weltanschauung da illustrarci. Fi ­gurarsi gli imbrattacarte. Abbiamo do ­vuto avanzare tutto il tempo di nostra vita a stento, col fiato mozzo, in un’a ­ria densa di problemi: ”Dal volto rimovea quell’aere grasso, Menando la sinistra innanzi spesso”. Non essendo noi piovuti dal cielo, forse avremmo finito con l’assuefarci a quell’aere gras ­so di problemi ». Sembrano frasi scrit ­te per la situazione d’oggi; invece Dionisotti (classe 1908, professore al Bedford College di Londra) allude ai pri ­mi decenni del nostro secolo. Certi vizi sono cronici, certe polemiche re ­stano attuali. E del piglio e dello stile polemico di Dionisotti, che s’è final ­mente deciso a proporre al grosso pubblico una scelta dei suoi lavori di storia letteraria, il brano citato dà già un esempio.

Chiaro: Dionisotti non ha un debo ­le per le metodologie e le filosofie. Ad esse oppone l’accertamento instancabi ­le dei fatti, l’oculatezza dell’indagine filologica o storica. Dunque un erudi ­to, un topo di biblioteca? Chi scrive come lui, e le cose che scrive lui, è certo erudito, un mostro d’erudizione; ma topo non lo è proprio, lo negano le dimensioni longitudinali imponenti, la voce che sa tuonare, il coraggio e la ricchezza d’umanità. Scorre in incu ­naboli al British Museum volgendo il pensiero sul mondo, di ieri e di oggi; ed è stato pronto a parteggiare e pa ­gare di persona quando il disordine del mondo non giustificava che ci si soffermasse sugl’incunaboli.

Ma sarà proprio vero che Dionisotti non ha una metodologia? Cito dal vo ­lume che stiamo scorrendo: « Come abbiamo imparato a rispettare i testi, a detergerli nella lettera e nel com ­mento da ogni riverniciatura moder ­na, e la nostra attenzione si è anzi volta sempre più agli antecedenti, al travaglio della composizione, a una stratificazione sottile e delicata, così abbiamo trovato appagamento alla ri ­cerca, non in quel che del passato per avventura anticipasse o soddisfacesse ànsie e predilezioni nostre, ma nel solo e maggiore riscatto dall’oblio, di ciò che fu ed è vivo, nell’acquisto alla nostra umile e caduca vita di una realtà consegnata alla storia e perciò stesso irreducibilmente diversa dalla presente nostra. La revisione del prin ­cipio che ogni storia è storia contem ­poranea, una disciplina nuova cioè, come del servizio civile, così del servi ­zio storico, è, credo, condizione sine qua non, oggi, del nostro lavoro ».

Si metta ora a fronte: « Se il presen ­te vuol fare, su fondamenta nuove, paragone di sé col passato, deve, come già gli uomini del Risorgimento fece ­ro a loro tempo e a misura dei loro bi ­sogni, gettare fondamenta nuove con volontà e mente intese al futuro: non può illudersi di trovarsi quelle fondamenta già fatte e solide sotto i piedi, sicché basti difenderle ». La compren ­sione storica avviene dunque, in uno strenuo, drammatico confronto, all’in ­crocio delle strade tra passato e pre ­sente, tra letteratura e vita. Distacco e ravvicinamento in un dialogo conti ­nuo.

Occorre avvertire che questa dimen ­sione politica dei fatti è stata per Dio ­nisotti una scoperta offerta, imposta dalla vita, e accettata: nato in una fa ­miglia di tradizioni risorgimentali, Dionisotti ha visto nei suoi verdi anni il trionfo della Bestia, s’è riunito con gli amici antifascisti in una consuetu ­dine e in un’attività clandestina che egli ricorda nella premessa al volume.

Dalla biografia cronistica a quella scientifica, Dionisotti ha ereditato dal « metodo storico » dell’Università tori ­nese da cui proviene (suoi maestri Cian, Neri e Debenedetti) gli strumen ­ti solidi del mestiere; ma il modo di vedere la ricerca, i fatti e i prodotti letterari, gliel’ha suggerito proprio la prospettiva storico-politica rivelatasi nell’esperienza quotidiana di tempi decisivi. La pura letteratura, il godi ­mento verbale e formale non gl’interessano più che tanto; i poeti e i lette ­rati sono per lui soprattutto personag ­gi di una storia costituita, beninteso, di bisogni ma anche d’idealità, di co ­strizioni e d’iniziative geniali, di realtà e di miti. « Semplicemente cre ­do (scrive Dionisotti) che non si pos ­sa fare storia letteraria o politica o re ­ligiosa o altra, senza fare storia degli uomini quali essi sono e furono, accet ­tandone l’inesauribile varietà e diver ­sità ».

Radiografia del Cinquecento

Dionisotti è, l’ho detto, un grande erudito. La congerie di fatti letterari che egli continua a mettere in luce è impressionante. Ma il suo modo di ve ­derli, questi fatti, è metodico, organi ­co: essi gli si rivelano subito inseribili in due tipi di connessioni, quelle con l’ambiente di cui essi sono l’espressio ­ne, conscia o inconscia, e quelle con altri fatti vicini o lontani, a loro volta collegabili con un ambiente o una spinta storica. Così le due serie paral ­lele di rilievi, estendendosi via via lungo l’asse temporale, penetrano nel ­l’opacità del continuum storico, ed evidenziano prepotentemente vari segmenti di coerenza: continuità e, ta ­lora, causalità.

Tutto il lavoro di Dionisotti raccolto in questo volume può dunque esser visto come una serie di sezioni crono ­logiche di varia ampiezza, ogni volta, e spesso più d’una volta attraversate seguendo una delle tracce così defini ­te. Ecco il capitolo su Chierici e laici. Dionisotti compie una specie di stati ­stica sull’eventuale dipendenza econo ­mica dei nostri scrittori dalla Chiesa sino al Seicento. Il variare dei risulta ­ti a seconda dei periodi indica in modo chiarissimo come gli uomini di lettere, a seconda della loro estrazione sociale, avessero risolto il problema prosaico ma indifferibile della propria sussistenza. I temi che una tale stati ­stica illumina sono numerosi e impor ­tanti: apporto delle varie classi alla ci ­viltà letteraria; sviluppo della scuola laica (che offriva onorevole impiego a molti umanisti); posizione della cultu ­ra italiana rispetto alla politica e alle iniziative belliche della Chiesa nel Cinquecento.

L’argomento è ripreso in un certo senso nel capitolo su La letteratura italiana nell’età del Concilio di Tren ­to, che s’avvia constatando l’esistenza, « in Italia e fuori d’Italia, durante il Cinquecento, di una vigorosa società letteraria, non sempre né di necessità ribelle, ma neppure incondiziona ­tamente asservita alla Chiesa e allo Stato, a qualunque chiesa o qualun ­que Stato, e che insomma provocò e subì, ma a sua volta esercitò pressioni potentissime sul corso degli eventi ». A definire questa società letteraria Dionisotti adduce una serie numerosa e compatta di fatti, che vanno dalla fioritura di Accademie, tendente a rac ­cogliere e coordinare la folla vistosa ­mente ingrossata di uomini di penna, al pullulare di raccolte antologiche di lettere e poesie, dall’improvvisa esplo ­sione d’una letteratura femminile al ­l’ingresso in Parnaso di uomini « prima diseredati e reietti come Pie ­tro Aretino », all’organizzazione, in ­fine, d’una vera industria editoriale.

Una radiografia, insomma, della so ­cietà letteraria del Cinquecento attua ­ta a riscontro del lungo travaglio del ­la Controriforma, i cui rimbalzi negli e dagli atteggiamenti degli scrittori Dionisotti accenna acutamente. Il ri ­sultato di quel travaglio infatti, in campo letterario, assai simile a quello che s’ebbe in campo religioso « una estrema sottigliezza discorsiva e de ­corativa si applicava ormai a un si ­stema dogmatico rigido, a una distri ­buzione intenzionalmente definitiva delle mansioni e delle classi, a una eroica e tragica, ma all’estremo oppo ­sto anche comica (come le maschere della commedia dell’arte e i progressi della letteratura dialettale insegnano), cristallizzazione dell’uomo ».

Questa promozione di uomini nuovi, e di donne, alla letteratura, era in rap ­porto con la fine dell’Umanesimo, del ­la sua cultura ardua e del suo aristo ­cratica uso del latino: l’affermazione dell’italiano come lingua letteraria sembrò consegnare le chiavi della poe ­sia a molti che ne erano prima tenuti per forza lontani. Poi si sentì il biso ­gno d’una nuova disciplina, e la filolo ­gia risorse: ormai indirizzata, però, a coadiuvare i tentativi poetici in volga ­re, ormai divenuta « scienza della let ­teratura ».

Si viene così a contatto con una del ­le guide più utilizzate da Dionisotti nei suoi viaggi attraverso il tempo: la storia della lingua italiana, vista nei suoi aspetti agonistici rispetto ai dia ­letti e alle parlate locali, e soprattutto rispetto al latino, con cui la lotta si svolse in modo molto meno lineare di quanto sinora non si sia creduto. Il capitolo Per una storia della lingua italiana è un vero concentrato di sto ­ria della nostra lingua: un concentrato dove abbondano dati e concezioni in gran parte nuovi. Il lettore comune ne sarà afferrato, credo; lo specialista lo percorrerà a passo lento, seviziando con sottolineature ogni pagina. Bellis ­simo incontro (al Volturno) di chi è avvezzo a esaminare i testi dall’inter ­no, verificandone tradizione e patina ­tura, e di chi li vede, dall’alta specola del British Museum, negli aspetti più sintomatici e nell’assieme della loro diffusione.

Parlando di diffusione siamo giunti alla seconda dimensione (se prima è quella storica) delle ricerche di Dioni ­sotti: la dimensione geografica. La sto ­riografia risorgimentale ha avuto i suoi motivi per formulare il mito re ­troattivo di un’Italia unita idealmente molti secoli prima che lo divenisse pure politicamente; le storie letterarie moderne ne sono ancora influenzate. Dionisotti mostra invece, portando a finitura le risultanze raggiunte dagli storici della lingua, la complessa di ­stribuzione dei contributi regionali, contro i quali la lingua letteraria non operò un’avanzata uniforme, ma una lotta con alterne vicende, con mutate strategie, in cui la cultura latina svol ­se un’azione precisabile con estrema difficoltà (uno dei mezzi di misura usato da Dionisotti è la fortuna dei volgarizzamenti).

Le possibilità del metodo storico

Su questa scacchiera geografica Dio ­nisotti segue le vicende della nostra vita letteraria: ed è un modo di sotto- lineare la responsabilità e la totalità di quest’esperienza. Responsabilità e totalità che vietano allo scrittore d’il ­ludersi in un suo distacco contempla ­tivo, al lettore di estraniarsi in una edonistica fruizione estetica. Se si pensa che Dionisotti ha maturato il suo metodo in pieno clima idealistico, s’avverte la ribellione ch’esso implica rispetto alle tesi allora dominanti. Ri ­bellione non meno netta verso la se ­conda anima della filosofia crociana, quella storicistica: nulla infatti è così lontano dalla storia concreta, verifica ­bile, quanto la storia immanente e sovrapersonale dello storicismo.

Oggi la storia è attaccata da tutt’altro fronte e per altri motivi, e il volu ­me di Dionisotti continua a trovarsi contro corrente, con una consapevo ­lezza che risulta dalla tensione dello stile, dall’imminenza, pur controllata, della perorazione. Quest’opera, con l’autorità dei suoi risultati, ci ammo ­nisce sulla patetica vicenda dei nostri metodi, messi regolarmente in soffitta prima d’aver dato tutti i frutti che po ­tevano produrre. Il « metodo storico » ha invece avuto la sorte d’esser ripre ­so con passione nuova da un uomo del nostro tempo, affilato da un’espe ­rienza generosa e da un impegno vivo, e viene a mostrarci quanto pote ­va e può darci per la comprensione delle nostre vicende letterarie. Vedre ­mo se la cultura italiana (non dico quella universitaria, dove le quotazio ­ni di Dionisotti sono ben alte) mo ­strerà di saper avvertire il significato di questo affascinante episodio.

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