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LETTERATURA: I MAESTRI: Ludovico Ariosto. Ariosto ancora attende

13 Settembre 2016

di Cesare Segre
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 49, gioved√¨, 5 dicembre 1968]

ARIOSTO
Opere
Zanichelli, pagine 1487, lire 7600

Moltiplicandosi le raccolte di classi ­ci italiani, prefazioni e commenti a Dante, Petrarca, Boccaccio e così via si seguono a ruota, con minime varia ­zioni a un canone ormai cristallizzato. Queste nuove edizioni comportano in genere modesti acquisti alle nostre co ­noscenze sugli autori: si limitano a ri ­presentare sotto copertine diverse e con lievi cambiamenti di scelta mate ­riali già arcinoti.

Il curatore, pur con le migliori in ¬≠tenzioni, √® costretto a un lavoro com ¬≠pilatorio. Allineata sulla scrivania quella dozzina di commenti che gli sembrano pi√Ļ seri, ad ogni punto del suo testo li interroga, rileva le even ¬≠tuali divergenze, e… ¬ę il pi√Ļ bel fior ne coglie ¬Ľ. Scarsa in partenza la probabi ¬≠lit√† di spiegare ultimi particolari anco ¬≠ra oscuri, eccezionale quella d’un’impostazione o d’un’angolazione nuova dei problemi.

Tante spese di tempo, di fatica, d’ap ¬≠plicazione potrebbero forse esser con ¬≠vogliate a esiti scientificamente pi√Ļ redditizi (non commercialmente, lo so: qui la chiave di tutto). Sono ancor moltissimi i testi da riscoprire o da pubblicare criticamente, da commenta ¬≠re e illustrare, e mancano concordan ¬≠ze, glossari, persino bibliografie. Il pa ¬≠norama della nostra letteratura rima ¬≠ne molto pi√Ļ monotono di quanto non sia, solo perch√© si chiudono gli occhi a ogni possibile novit√†. E non √® detto che queste novit√† non possano anni ¬≠darsi anche in autori che si credono voltati e rivoltati da ogni lato, percor ¬≠si dalle lenti pi√Ļ illustri.

Si prenda l’Ariosto, dato che la re ¬≠centissima edizione delle principali sue Opere, curata da Giuliano Inna ¬≠morati con diligenza e impegno supe ¬≠riori allo standard, pu√≤ servire be ¬≠ne a fare il punto. L’Introduzione in ¬≠serisce in un’impalcatura biografica la storia della preparazione culturale e dell’attivit√† letteraria dell’Ariosto, te ¬≠nendo lodevolmente presente il qua ¬≠dro politico-sociale in cui essa s’inseri ¬≠sce.

Sin dall’inizio le buone considerazio ¬≠ni sulle basi umanistiche del poeta mettono in evidenza un tema su cui il da fare supera di molto il gi√† fatto. Dobbiamo confessarlo: sugl’ingredienti contemporanei della poesia latina dell’Ariosto si sa poco, anche se si conti ¬≠nua a insistere, probabilmente a ragio ¬≠ne, sulla loro importanza basilare. Non √® significativo che siano sfuggiti, si pu√≤ dire, sino all’altr’ieri i contatti dell’Ariosto con l’Alberti, di cui pure eran conosciuti i soggiorni ferraresi, oltre che la ricchezza fantastica e filo ¬≠sofica dei dialoghi?

Oltre i limiti della lingua locale

E veniamo all’attivit√† teatrale: l’Ariosto √® il fondatore, o poco meno, del teatro comico italiano (Padoan ha in ¬≠dividuato recentemente reminiscenze ariostesche persino nel Ruzante); ma la critica non si √® mai impegnata trop ¬≠po sulle sue commedie. La preferenza, che Innamorati eredita dai suoi prede ¬≠cessori, per la maggior elaborazione stilistica delle commedie in versi, spe ¬≠cie delle ultime, non pu√≤ nascondere il fatto che l’ampiezza del placido fraseg ¬≠giare, la monotonia degli sdruccioli (spesso, ed era inevitabile, latineggianti), ostacolino quella velocit√† delle battute e delle reazioni su cui l’Ariosto continuava a fare affidamento.

Un giudizio sul teatro ariosteo non dovrebbe prescindere, credo, dal con ¬≠trasto fra una ricerca della vivacit√†, del gioco verbale, dei ¬ę qui pro quo ¬Ľ, e una tendenza alla compostezza sin ¬≠tattica, alla calma precisione dell’elo ¬≠quio; tra il desiderio d’una comicit√† di ¬≠retta, corriva, e la propensione invin ¬≠cibile a una comicit√† di secondo grado, trasferita e sublimata in pensiero con ¬≠siderante.

In questa prospettiva le prime com ¬≠medie in prosa, pi√Ļ veloci e tese an ¬≠che per una minor sorveglianza del linguaggio, meriterebbero un’attenzio ¬≠ne particolare, che del resto coincide ¬≠rebbe con l’evidente preferenza dei contemporanei. Il rifacimento di varie commedie, alcune trasferite dalla pro ¬≠sa al verso, altre, gi√† in versi, mutate nel loro congegno narrativo, √® paralle ¬≠lo alle due rielaborazioni del Furioso, ed √® un punto nodale per la compren ¬≠sione del nostro poeta: di quello che fu nella maturit√†, e anche di quello che avrebbe potuto, e aveva incomin ¬≠ciato ad essere.

Ci√≤ rientra in un fenomeno genera ¬≠le: la ricerca della perfezione artistica, nel Cinquecento, era galvanizzata e nello stesso tempo convogliata dall’e ¬≠laborazione d’un ideale linguistico. Correggendo, il poeta intendeva non solo rendere pi√Ļ efficaci e precise e splendenti le sue immagini, ma anche attuare, con un minuto impegno gram ¬≠maticale e lessicale, quel tipo di lin ¬≠guaggio che avrebbe portato la sua opera dal relativo e dal regionale al ¬≠l’assoluto e al nazionale: Ariosto, come Sannazzaro e Castiglione, ebbe tale fe ¬≠de nella possibilit√† di un italiano lette ¬≠rario privo di tratti locali, che riusc√¨ di fatto, unito a loro e coadiuvato dal ¬≠la propaganda teorica del Bembo, a imporne l’affermazione.

Innamorati espone brevemente la si ¬≠tuazione per ci√≤ che riguarda l’Ariosto; e poich√© utilizza, riecheggiandole quasi letteralmente, alcune mie pagi ¬≠ne, dovrei esprimere il mio caloroso consenso. Mi domando per√≤ se il pas ¬≠saggio da una sintesi a un’altra, o dal ¬≠le analisi alla sintesi, non esigerebbe un pi√Ļ franco sforzo di rielaborazione. In altre parole: abbiamo studiato la parabola del linguaggio e dello stile nel Furioso. Questa parabola √® un da ¬≠to, e poich√© s’inquadra in una situazio ¬≠ne culturale nota, e appartiene a una biografia poetica certa, il primo obiet ¬≠tivo era quello di spiegarla e giustifi ¬≠carla.

Il problema √® se questa direzione di lavoro vada considerata come unica e definitiva, e se essa costituisca la fal ¬≠sariga immutabile per qualunque altra impostazione o giudizio critico avveni ¬≠re. I critici sarebbero fruttuosamente pi√Ļ insofferenti degl’itinerari gi√† per ¬≠corsi: dovrebbero avere il gusto di spe ¬≠rimentare altri metodi e di scompiglia ¬≠re le prospettive.

Un poema sconosciuto

Facciamo tutti gl’inchini e gli scap ¬≠pellamene di prammatica all’ultimo Furioso, quello del 1532. Esso √® opera decisamente diversa dal Furioso del 1516, non foss’altro per l’aggiunta di ben sei canti, che mutano in modo no ¬≠tevole i rapporti strutturali della com ¬≠pagine epica. Del Furioso del 1516 nes ¬≠suno parla, se non per lodare i miglio ¬≠ramenti che l’Ariosto vi ha apportato nel 1521 e nel 1532; ma sarebbe tempo di analizzarlo nella sua autonomia, re ¬≠cuperandolo alla conoscenza e all’am ¬≠mirazione; sarebbe tempo di procurar ¬≠ne un’edizione leggibile.

Tanto pi√Ļ che di miglioramenti si pu√≤, si deve parlare, solo entro l’ottica sopra accennata. Ma siamo tutti pron ¬≠ti, senza supplemento d’indagini, a sof ¬≠focare per sempre nella dimenticanza il primo poema in quaranta canti, me ¬≠no gravato di prolissit√† encomiastiche e cerimoniose, pi√Ļ variegato nell’impa ¬≠sto linguistico (sino a stridori espres ¬≠sionistici), pi√Ļ movimentato nella sin ¬≠tassi ritmica, ora contorta, ora popola ¬≠rescamente contabile? Colleghi critici, un poema sconosciuto dell’Ariosto ci attende.

Quest’invito provocatorio rende pa ¬≠tente qualche motivo dell’attuale im ¬≠popolarit√† dell’Ariosto (solo somma ¬≠riamente occultata dal pullulare di edizioni commentate, pi√Ļ o meno ¬ę complete ¬Ľ √Ę‚ÄĒ ma in realt√† sempre incomplete √Ę‚ÄĒ, frutto della produzione sopra descritta). La verifica del cam ¬≠mino artistico dell’Ariosto, che costi ¬≠tuisce un punto fondamentale per la storia delle nostre istituzioni lettera ¬≠rie e linguistiche, ha finito per portare acqua, contro la volont√† degli operato ¬≠ri, al mulino dell’armonia e della sere ¬≠nit√† ariostesche. E nei nostri tempi di confusione, di contraddizione e di tra ¬≠gedia, gli scrittori ¬ę olimpici ¬Ľ sembra ¬≠no gente d’altri pianeti pi√Ļ felici.

Eppure questi scrittori (quando an ¬≠cora nascevano) avevano un destino d’elezione; ma √® come se fossero di ¬≠ventati troppo bravi, avessero acqui ¬≠stato una quasi divina capacit√† di do ¬≠minio e di comprensione che li ha al ¬≠lontanati da noi. L’affinarsi dello stile √® una spia di tale divinizzazione: con ¬≠trollo sugli animi, sugli accadimenti, sul loro intrecciarsi da una parte, con ¬≠trollo sulle proprie reazioni espressi ¬≠ve, sulla scelta dei materiali linguisti ¬≠ci dall’altra.

Alla serenità ariostesca, vista in tempi lontani come assenteismo edoni ­stico, diede un buon colpo Bacchelli, quando con documenti e riletture spregiudicate dei testi riuscì a rivelare un Ariosto partecipe, e non in forma passiva, della politica estense, e seppe indicare, dietro la maturazione lettera ­ria, i riflessi di una situazione storica mutatasi in modo decisivo nei primi tre decenni del Cinquecento. La sere ­nità si rivelava dunque come dominio di sé lentamente conquistato, espe ­rienza, anche amara, del fallimento di entusiasmi e illusioni.

Di simili conquiste, oggi, non siamo pi√Ļ capaci. E ci piace ritornare l√† do ¬≠ve sono pi√Ļ scoperte le tensioni poi equilibrate e dominate dalla serenit√† olimpica che ci fa, pi√Ļ che invidia, rabbia. Di qui la fortuna dei Promessi sposi anteriori all’ultima veste, con un Manzoni immerso in dilemmi che in parte sono i nostri; o il piacere per la rivalutazione di un’Arcadia non an ¬≠cora sottoposta al maquillage petrarchistico; o la ricerca delle prime edi ¬≠zioni del Dossi, pi√Ļ corrive alla dialettalit√† lombarda. Perch√© allora tenerci aggrappati alla perfezione rinascimen ¬≠tale dei Furioso, quando ce ne √® un al ¬≠tro pi√Ļ mosso, pi√Ļ contrastato, con una maggiore escursione stilistica?

Riprendere in esame il Furioso del 1516 significa anche svincolarsi dallo schema biografico che diventa, inav ¬≠vertitamente ma invincibilmente, evo ¬≠luzionistico. Significa porsi finalmente di fronte a un capolavoro lasciando stare, o meglio mettendo agli atti, il fatto che esso s’inserisca in un certo sviluppo personale e, attraverso que ¬≠sto, nello sviluppo storico (registrato nei manuali) che parte da Pulci e, at ¬≠traverso Boiardo e Ariosto, giunge al Tasso. Questo capolavoro, da far anda ¬≠re in visibilio uno Sklovskij per i suoi incastri e le sue implicazioni narrati ¬≠ve, per gli accostamenti di toni anche pi√Ļ maliziosi dei contenuti stessi, pu√≤ ancor dare materia a lavori, alle gioie della ricerca e della scoperta.

 

 


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Bart