di Cesare Segre
[da “La fiera letteraria”, numero 49, giovedì, 5 dicembre 1968]
ARIOSTO
Opere
Zanichelli, pagine 1487, lire 7600
Moltiplicandosi le raccolte di classi ci italiani, prefazioni e commenti a Dante, Petrarca, Boccaccio e così via si seguono a ruota, con minime varia zioni a un canone ormai cristallizzato. Queste nuove edizioni comportano in genere modesti acquisti alle nostre co noscenze sugli autori: si limitano a ri presentare sotto copertine diverse e con lievi cambiamenti di scelta mate riali già arcinoti.
Il curatore, pur con le migliori in tenzioni, è costretto a un lavoro com pilatorio. Allineata sulla scrivania quella dozzina di commenti che gli sembrano più seri, ad ogni punto del suo testo li interroga, rileva le even tuali divergenze, e… « il più bel fior ne coglie ». Scarsa in partenza la probabi lità di spiegare ultimi particolari anco ra oscuri, eccezionale quella d’un’impostazione o d’un’angolazione nuova dei problemi.
Tante spese di tempo, di fatica, d’ap plicazione potrebbero forse esser con vogliate a esiti scientificamente più redditizi (non commercialmente, lo so: qui la chiave di tutto). Sono ancor moltissimi i testi da riscoprire o da pubblicare criticamente, da commenta re e illustrare, e mancano concordan ze, glossari, persino bibliografie. Il pa norama della nostra letteratura rima ne molto più monotono di quanto non sia, solo perché si chiudono gli occhi a ogni possibile novità. E non è detto che queste novità non possano anni darsi anche in autori che si credono voltati e rivoltati da ogni lato, percor si dalle lenti più illustri.
Si prenda l’Ariosto, dato che la re centissima edizione delle principali sue Opere, curata da Giuliano Inna morati con diligenza e impegno supe riori allo standard, può servire be ne a fare il punto. L’Introduzione in serisce in un’impalcatura biografica la storia della preparazione culturale e dell’attività letteraria dell’Ariosto, te nendo lodevolmente presente il qua dro politico-sociale in cui essa s’inseri sce.
Sin dall’inizio le buone considerazio ni sulle basi umanistiche del poeta mettono in evidenza un tema su cui il da fare supera di molto il già fatto. Dobbiamo confessarlo: sugl’ingredienti contemporanei della poesia latina dell’Ariosto si sa poco, anche se si conti nua a insistere, probabilmente a ragio ne, sulla loro importanza basilare. Non è significativo che siano sfuggiti, si può dire, sino all’altr’ieri i contatti dell’Ariosto con l’Alberti, di cui pure eran conosciuti i soggiorni ferraresi, oltre che la ricchezza fantastica e filo sofica dei dialoghi?
Oltre i limiti della lingua locale
E veniamo all’attività teatrale: l’Ariosto è il fondatore, o poco meno, del teatro comico italiano (Padoan ha in dividuato recentemente reminiscenze ariostesche persino nel Ruzante); ma la critica non si è mai impegnata trop po sulle sue commedie. La preferenza, che Innamorati eredita dai suoi prede cessori, per la maggior elaborazione stilistica delle commedie in versi, spe cie delle ultime, non può nascondere il fatto che l’ampiezza del placido fraseg giare, la monotonia degli sdruccioli (spesso, ed era inevitabile, latineggianti), ostacolino quella velocità delle battute e delle reazioni su cui l’Ariosto continuava a fare affidamento.
Un giudizio sul teatro ariosteo non dovrebbe prescindere, credo, dal con trasto fra una ricerca della vivacità, del gioco verbale, dei « qui pro quo », e una tendenza alla compostezza sin tattica, alla calma precisione dell’elo quio; tra il desiderio d’una comicità di retta, corriva, e la propensione invin cibile a una comicità di secondo grado, trasferita e sublimata in pensiero con siderante.
In questa prospettiva le prime com medie in prosa, più veloci e tese an che per una minor sorveglianza del linguaggio, meriterebbero un’attenzio ne particolare, che del resto coincide rebbe con l’evidente preferenza dei contemporanei. Il rifacimento di varie commedie, alcune trasferite dalla pro sa al verso, altre, già in versi, mutate nel loro congegno narrativo, è paralle lo alle due rielaborazioni del Furioso, ed è un punto nodale per la compren sione del nostro poeta: di quello che fu nella maturità, e anche di quello che avrebbe potuto, e aveva incomin ciato ad essere.
Ciò rientra in un fenomeno genera le: la ricerca della perfezione artistica, nel Cinquecento, era galvanizzata e nello stesso tempo convogliata dall’e laborazione d’un ideale linguistico. Correggendo, il poeta intendeva non solo rendere più efficaci e precise e splendenti le sue immagini, ma anche attuare, con un minuto impegno gram maticale e lessicale, quel tipo di lin guaggio che avrebbe portato la sua opera dal relativo e dal regionale al l’assoluto e al nazionale: Ariosto, come Sannazzaro e Castiglione, ebbe tale fe de nella possibilità di un italiano lette rario privo di tratti locali, che riuscì di fatto, unito a loro e coadiuvato dal la propaganda teorica del Bembo, a imporne l’affermazione.
Innamorati espone brevemente la si tuazione per ciò che riguarda l’Ariosto; e poiché utilizza, riecheggiandole quasi letteralmente, alcune mie pagi ne, dovrei esprimere il mio caloroso consenso. Mi domando però se il pas saggio da una sintesi a un’altra, o dal le analisi alla sintesi, non esigerebbe un più franco sforzo di rielaborazione. In altre parole: abbiamo studiato la parabola del linguaggio e dello stile nel Furioso. Questa parabola è un da to, e poiché s’inquadra in una situazio ne culturale nota, e appartiene a una biografia poetica certa, il primo obiet tivo era quello di spiegarla e giustifi carla.
Il problema è se questa direzione di lavoro vada considerata come unica e definitiva, e se essa costituisca la fal sariga immutabile per qualunque altra impostazione o giudizio critico avveni re. I critici sarebbero fruttuosamente più insofferenti degl’itinerari già per corsi: dovrebbero avere il gusto di spe rimentare altri metodi e di scompiglia re le prospettive.
Un poema sconosciuto
Facciamo tutti gl’inchini e gli scap pellamene di prammatica all’ultimo Furioso, quello del 1532. Esso è opera decisamente diversa dal Furioso del 1516, non foss’altro per l’aggiunta di ben sei canti, che mutano in modo no tevole i rapporti strutturali della com pagine epica. Del Furioso del 1516 nes suno parla, se non per lodare i miglio ramenti che l’Ariosto vi ha apportato nel 1521 e nel 1532; ma sarebbe tempo di analizzarlo nella sua autonomia, re cuperandolo alla conoscenza e all’am mirazione; sarebbe tempo di procurar ne un’edizione leggibile.
Tanto più che di miglioramenti si può, si deve parlare, solo entro l’ottica sopra accennata. Ma siamo tutti pron ti, senza supplemento d’indagini, a sof focare per sempre nella dimenticanza il primo poema in quaranta canti, me no gravato di prolissità encomiastiche e cerimoniose, più variegato nell’impa sto linguistico (sino a stridori espres sionistici), più movimentato nella sin tassi ritmica, ora contorta, ora popola rescamente contabile? Colleghi critici, un poema sconosciuto dell’Ariosto ci attende.
Quest’invito provocatorio rende pa tente qualche motivo dell’attuale im popolarità dell’Ariosto (solo somma riamente occultata dal pullulare di edizioni commentate, più o meno « complete » â— ma in realtà sempre incomplete â—, frutto della produzione sopra descritta). La verifica del cam mino artistico dell’Ariosto, che costi tuisce un punto fondamentale per la storia delle nostre istituzioni lettera rie e linguistiche, ha finito per portare acqua, contro la volontà degli operato ri, al mulino dell’armonia e della sere nità ariostesche. E nei nostri tempi di confusione, di contraddizione e di tra gedia, gli scrittori « olimpici » sembra no gente d’altri pianeti più felici.
Eppure questi scrittori (quando an cora nascevano) avevano un destino d’elezione; ma è come se fossero di ventati troppo bravi, avessero acqui stato una quasi divina capacità di do minio e di comprensione che li ha al lontanati da noi. L’affinarsi dello stile è una spia di tale divinizzazione: con trollo sugli animi, sugli accadimenti, sul loro intrecciarsi da una parte, con trollo sulle proprie reazioni espressi ve, sulla scelta dei materiali linguisti ci dall’altra.
Alla serenità ariostesca, vista in tempi lontani come assenteismo edoni stico, diede un buon colpo Bacchelli, quando con documenti e riletture spregiudicate dei testi riuscì a rivelare un Ariosto partecipe, e non in forma passiva, della politica estense, e seppe indicare, dietro la maturazione lettera ria, i riflessi di una situazione storica mutatasi in modo decisivo nei primi tre decenni del Cinquecento. La sere nità si rivelava dunque come dominio di sé lentamente conquistato, espe rienza, anche amara, del fallimento di entusiasmi e illusioni.
Di simili conquiste, oggi, non siamo più capaci. E ci piace ritornare là do ve sono più scoperte le tensioni poi equilibrate e dominate dalla serenità olimpica che ci fa, più che invidia, rabbia. Di qui la fortuna dei Promessi sposi anteriori all’ultima veste, con un Manzoni immerso in dilemmi che in parte sono i nostri; o il piacere per la rivalutazione di un’Arcadia non an cora sottoposta al maquillage petrarchistico; o la ricerca delle prime edi zioni del Dossi, più corrive alla dialettalità lombarda. Perché allora tenerci aggrappati alla perfezione rinascimen tale dei Furioso, quando ce ne è un al tro più mosso, più contrastato, con una maggiore escursione stilistica?
Riprendere in esame il Furioso del 1516 significa anche svincolarsi dallo schema biografico che diventa, inav vertitamente ma invincibilmente, evo luzionistico. Significa porsi finalmente di fronte a un capolavoro lasciando stare, o meglio mettendo agli atti, il fatto che esso s’inserisca in un certo sviluppo personale e, attraverso que sto, nello sviluppo storico (registrato nei manuali) che parte da Pulci e, at traverso Boiardo e Ariosto, giunge al Tasso. Questo capolavoro, da far anda re in visibilio uno Sklovskij per i suoi incastri e le sue implicazioni narrati ve, per gli accostamenti di toni anche più maliziosi dei contenuti stessi, può ancor dare materia a lavori, alle gioie della ricerca e della scoperta.