di Bartolomeo Di Monaco
La ricerca di Dio è una impresa ardua. Quando si arriva ad una certa età, può accadere – e a me accade – che si diventi ostinati e si pretenda da Dio un segno affinché possiamo credere in lui senza titubanze, protesi con gioia verso una nuova vita: in quell’Aldilà che qualche volta si è vagheggiato sotto varie forme.
Sto attraversando questa esperienza personale. Ai primi di novembre del 2015 mi recai più volte al Santuario di Santa Gemma, a Lucca, la mia città, per acquistare gli scritti della mistica lucchese. Durante una di queste visite, invocai la Santa di darmi un segno che mi facesse credere nell’esistenza di Dio e nell’Aldilà. La invocai più volte. Volere un segno è una forma manchevole di rispetto verso Dio. Ma così agii, spinto dalla mia età a cercare sicurezza in una fede solida e in un mondo migliore del nostro. Successe che ai primi di dicembre l’acufene di cui soffrivo dal 2001 si acuì e mi gettò nel panico. Ho lasciato il diario, limitato ad un mese, di tale mia sofferenza. Mi dissi allora che quello era il principio del segno che Santa Gemma, assecondando la mia richiesta, aveva destinato a me. Inoltre, nel pieno della mia sofferenza, sia quando mi recavo al Santuario a pregare, sia quando ero a casa, avvertivo intorno a me un tenue effluvio di borotalco che – mi avevano detto – era il profumo di cui Santa Gemma soleva cospargersi dopo aver fatto il bagno. In questo modo, mi convincevo sempre di più che Santa Gemma era al mio fianco e sosteneva la mia pena. Mi faceva intendere, ossia, che mi era vicino e che non disperassi. Non avevo più dubbi, perciò. Presto sarebbe arrivata la guarigione. Mi aiutavo molto con la preghiera, e avevo acquistato fiducia nell’opera di Santa Gemma.
Ma accadde un fatto che mi sospinse indietro e mi gettò nella più profonda delusione. Il 1 ° di marzo 2016, sempre a causa dell’acufene, mi sottoposero ad alcuni esami, tra cui quello detto della “soglia del dolore”. Quando uscii dalla cabina non sentivo più niente. La dottoressa mi parlava ma io non distinguevo le sue parole. Mia moglie, che mi aveva accompagnato, ne rimase spaventata, come me. La dottoressa mi disse che, vista la mia età, avrei recuperato, ma lentamente e che era la prima volta che si trovava di fronte ad un caso simile. Da quel giorno i progressi ci sono stati, ma appena percettibili. L’alterazione delle frequenze mi ha portato ad una quasi sordità ed oggi riesco a comprendere soltanto le parole di coloro che mi stanno vicino. In ambienti ampi (in chiesa per la Santa Messa o nei convegni, ad esempio) le parole mi giungono confuse e simili ad un rumore. La musica, la sento stonata. Per ascoltare la televisione devo usare delle protesi, che non raggiungono mai il risultato sperato.
Dunque, l’acufene era tornato a farsi sostenibile, ma una nuova disgrazia mi aveva colpito, non certo invocata da me. A chi dovevo tutto questo? Era un’altra prova a cui mi sottoponeva Santa Gemma? Avevo fatto bene a chiederle un segno dell’esistenza di Dio? Cominciò ad insinuarsi in me il dubbio che per l’acufene il miglioramento fosse dovuto alla medicina e l’alterazione delle frequenze uditive all’errore umano. Potrebbe essere davvero così? Sul tema dell’esistenza di Dio, nonché sullo scopo delle sue azioni, la mente vacilla, e però nello stesso tempo può accadere che in alcuni di noi si fortifichi il desiderio di sconfiggere il dubbio e di forzare verso una ricerca caparbia e disperata di Dio. Che devo fare? Abituare la mente a sopportare il dubbio, oppure devo persistere nella ricerca? Ho scelto di persistere nella ricerca, e pertanto mi sono avvicinato anche ad un’altra santa, polacca questa volta: Santa Faustina Kovalska, nata il 25 agosto 1905 e morta il 5 ottobre 1938. Il suo “Diario” è ricco di visioni e di colloqui con Gesù, la Madonna e la Trinità. Contiene preghiere della Santa che hanno una bellezza spirituale di rara bellezza. Anch’essa fu perseguitata dal demonio al pari di Santa Gemma, anche se con minore frequenza.
Tra le sue molte visioni, il 12 maggio 1935 ha questa, che riporto qui sotto. Vi è espressa, con una efficacia notevole, anche di qualità letteraria, l’immagine delle difficoltà di un’anima ad uscire, dopo la morte, dal corpo di un peccatore.
In un momento del 12.V.1935
(trad. Edoardo Ravaglia)
La sera, appena mi misi a letto mi addormentai, ma se mi addormentai alla svelta, ancor più alla svelta venni svegliata. Venne da me un bambino e mi svegliò. Questo bambino poteva avere circa un anno e mi stupì perché parlava benissimo; mentre i bambini di quell’età non parlano affatto, oppure parlano in modo poco comprensibile. Era indicibil mente bello; somigliava al Bambino Gesù, e mi disse queste parole: «Guarda il cielo ». E quando guardai il cielo, vidi le stelle splendenti e la luna. Allora il bambino mi chiese: « Vedi la luna e le stel le? ». Risposi che le vedevo ed egli ribatté: «Quel le stelle sono le anime dei cristiani fedeli e la lu na sono le anime degli appartenenti ad ordini re ligiosi. Vedi che grande differenza di luce c’è fra la luna e le stelle; così in cielo c’è una grande dif ferenza fra l’anima di un religioso e quella di un cristiano fedele ». E mi disse ancora che: «La vera grandezza sta nell’amare Dio e nell’umiltà ». Ina spettatamente vidi una certa anima, che stava per separarsi dal corpo fra tremendi supplizi. O Gesù, dovendo scrivere questo, tremo tutta, avendo visto le atrocità che hanno testimoniato contro di lui…
Ho visto come uscivano da una specie di voragi ne fangosa anime di bambini piccoli e più grandi celli, di circa nove anni. Queste anime erano ripu gnanti e orribili, simili ai mostri più spaventosi, a cadaveri in decomposizione. Ma quei cadaveri era no vivi e testimoniavano ad alta voce contro quel l’anima che stava agonizzando. E l’anima, che ho visto mentre stava in agonia, era un’anima che dal mondo aveva ricevuto tanti onori e tanti applausi, la conclusione dei quali è il vuoto ed il peccato. In ul timo uscì una donna, che in una specie di grembiu le portava lacrime ed essa testimoniò molto contro di lui. Oh! ora tremenda, in cui bisognerà vedere tutte le proprie azioni nella loro completa nudità e miseria. Nessuna di esse andrà perduta; ci seguiran no fedelmente al giudizio di Dio. Non ho parole né termini di paragone per esprimere cose così terribili e, sebbene mi sembri che quell’anima non sia dan nata, tuttavia le sue pene non si differenziano in nul la dalle pene dell’inferno. L’unica differenza è che un giorno finiranno.
Un momento dopo vidi di nuovo lo stesso bambino che mi aveva svegliato, ed era di una bellezza stu penda e mi ripeté le stesse parole: «La vera gran dezza di un’anima sta nell’amare Dio e nell’umil tà ». Domandai a quel bambino: «Tu come lo sai questo, che la vera grandezza di un’anima sta nell’amare Dio e nell’umiltà? Queste cose possono saperle soltanto i teologi, mentre tu non hai studiato nemme no il catechismo, e come puoi saperle? ». Ma egli mi rispose: «Le so, e so tutto », ed all’istante scompar ve. Io però non mi addormentai affatto; la mia mente era stanca per quello su cui avevo cominciato a ri flettere e per quello che avevo visto.