Marlraux. Non sapeva che fosse così alto

di Piero Sanavio
[da “La fiera letteraria”, numero 37, giovedì 14 settembre 1967]

Parigi, settembre

Aria di tragedia (finta? Allora un bel colpo pubblicitario), nei locali del- ! editore parigino Gallimard: un gior ­nale della sera ha pubblicato in anteprima alcuni stralci delle segretissi ­me e molto attese Antimémoires di André Malraux, lo scrittore rivoluzio ­nario degli Anni Trenta, dal 1958 mi ­nistro di Stato. Il libro non uscirà che tra quattro settimane: sarà la clamorosa « rentrée » dell’autore della Condition Humaine, dopo un silenzio di ben dieci anni. La sua ultima opera, La  Métamorphose des Dieux, apparve infatti nell’ormai lontano 1957.

« Non è onesto », ha dichiarato l’editore. « Forse faremo causa al giornale ». Più pacata la reazione di Mal ­raux, espressa indirettamente, via por ­tavoce: « E’ stata una grossa sorpre ­sa ma non si può far nulla. Secondo la legge, si può citare da un’opera un massimo d’undici righe. Il giornale non ha citato di più ». Il direttore del giornale, dal canto suo: « E’ un colpo giornalistico, ecco tutto: una storia giornalistica. L’editore sarebbe paz ­zo, a far causa. La pubblicazione in anteprima, d’altra parte, non nuoce ­rà certo alla vendita del libro. Sarà il contrario ».

Il libro consta di seicentotrentatré pagine. E’ la prima parte d’un’opera in quattro volumi, di cui alcune se ­zioni non appariranno che alla morte dello scrittore. I due primi lettori pa ­re siano stati De Gaulle stesso, e il ministro Pompidou. Da tempo, gli edi ­tori stranieri davano la caccia del ma ­noscritto. Sembra che il libro sia stato venduto, negli Stati Uniti, per una cifra di circa 200.000.000 di lire.

Antimemorie â— dopo le memorie della prima moglie, Clara Malraux, apparse nel corso di quest’anno, e il cui lancio fu legato alla sua relazio ­ne, prima manu, di ciò che avvenne mezzo secolo fa (quasi), in Indocina, quando il futuro scrittore, allora un giovanotto’ poco più che ventenne, fu accusato di furto d’alcune statue reli ­giose. Clara era con lui. Perché, co ­munque, antimemorie? La spiegazio ­ne la dà lui stesso: « Ciò che si trove ­rà in questo libro è quanto è soprav ­vissuto… Gli dei si riposano dalla tra ­gedia nella commedia: il legame tra l’Iliade e l‘Odissea, tra Macbeth e il Sogno d’una Notte di Mezza Estate, è lo stesso che esiste tra il tragico e il fantastico-leggendario. Lo spirito umano inventa i suoi gatti con gli sti ­vali e i suoi cocchieri fatati che si mutano in zucche all’aurora, poiché l’apparenza non soddisfa mai, né chi è religioso né chi è ateo. Chiamo que ­sto libro Antimémoires perché esso ri ­sponde a una domanda che i libri di memorie di solito neppure pongono, o se la pongono la lasciano insoddi ­sfatta. Anche, perché, qui, si trova, spesso legata al tragico, una’presenza innegabile seppure sfuggente â— pari alla presenza del gatto che scivola nel ­l’ombra: quella del farfelu (balzano, estroso, strambo), di cui, senza saper ­lo, ho resuscitato il nome ».

Forse, parlando del farfelu, Mal ­raux ha però qualcosa di molto più preciso, in mente, che le interpreta ­zioni offerte dal dizionario. Pensa magari al « matto », questo temuto veggente delle tradizioni medievali e rinascimentali, Sibilla popolare, con ­temporaneamente diabolico e divino?

Il legame tra le Antimémoires e l’opera narrativa dello scrittore, pare essere un romanzo incompleto, una specie di saga familiare, posta nel décor dell’Alsazia-Lorena. In Fran ­cia, apparve nel 1948. Più volte Mal ­raux accennò in passato all’importan ­za di questo libro, dal titolo roman ­tico, Les Noyers de l’Altenburg. Nel ­le Antimémoires, ne parla adesso co ­me di una esperienza premonitrice: « … Di fronte all’ignoto, certi nostri sogni hanno alle volte altrettanto si ­gnificato che i nostri ricordi. In tal modo, riprendo qui certi fatti che già altrove avevo trasformato in finzione narrativa. Spesso stretti ai ricordi, es ­si sono anche legati, in maniere mi ­steriose e inquietanti, al mio futuro. Ciò che segue è una trasposizione dai Noyers de l’Altenburg, un inizio di romanzo di cui la Gestapo distrusse troppe pagine perché io mi rimetta a scriverlo com’era. Inizialmente, si chiamava La Lutte avec l’Ange. [Il riferimento è alla Bibbia, all’episodio di Giacobbe]… Il suicidio di cui vi si parla è quello di mio padre; il personaggio che nel libro è presenta ­to come suo nonno, in realtà è il mio, seppure trasfigurato dalla mitologia fa ­miliare. […] I personaggi del libro si chiamano Berger. Lo scelsi perché è un nome che può essere al tempo stesso francese e tedesco, a seconda di come lo si pronuncia. Per due anni fu il mio. Durante la Resistenza, de ­gli amici se ne servirono per parla ­re di me, e mi restò ».

Durante l’ultima guerra, Malraux fu fatto prigioniero dai tedeschi. Riuscì a evadere, organizzando con succes ­so, in diversi punti del Paese, l’azio ­ne clandestina contro i nazisti. Arre ­stato nuovamente, nel 1944, fu libe ­rato dagli Alleati. In seguito, parteci ­pò alla campagna del 1944-1945, nell’Est della Francia, contro le ultime resistenze tedesche, a capo della bri ­gata « Alsace-Lorraine ».

« Gli alsaziani », scrive nelle Anti ­memorie, « mi chiesero di comandare la loro brigata. Ho combattuto in Al ­sazia qualche giorno dopo la morte della mia seconda moglie, avvenuta in una clinica di Brive, nell’avenue Al ­sace-Lorraine. Lasciamo perdere. Ci sono molte strade con questo nome, in Francia ».

E’ legittimo, per questo, parlare, co ­me già fa qualcuno, dei Noyers come del primo vero capitolo delle Anti ­memorie, iniziate al largo dell’isola di Creta nel 1965 e che (secondo le indiscrezioni) cominciano con ricordi del 1940? La risposta la darà solo la pubblicazione del libro. Pare sicuro, comunque, che il tema centrale di ta ­li ricordi sia quello della sovrapposi ­zione â— passato e presente insieme, con il passato che giudica il presente, più le premonizioni che in Europa e in Asia assalirono lo scrittore durante la sua particolarmente avventurosa esistenza. In questo senso, si può al ­lora affermare che le Antimemorie offrono il necessario tessuto connetti ­vo delle diverse opere che compon ­gono il contributo di Malraux alla narrativa e alla psicologia dell’arte.

Il viaggio in Oriente

Nove libri: La Tentation de l’Occident; Les Conquérants; La Vote Royale; La Condition Humaine; l’Espoir, sulla guerra di Spagna, dove il perso ­naggio dell’aviatore repubblicano, Sca ­li, pare sia stato ispirato dalle avven ­ture di Nicola Chiaramonte; Les Noyers; e poi Les Voix du Silence, Le Musée Imaginaire, La Métamophose des Dieux. Arte, attività poli ­tica, erotismo, crudeltà, il tutto attra ­verso la scrittura: altrettante forme di ricerca. Di che cosa? A vent’anni, Mal ­raux s’era illuso di poter ritrovare il regno fatato, perduto, della regina di Saba.

L’opera nacque durante un viaggio in Oriente, intrapreso per consiglio dei medici â— ragioni di salute â— cui s’aggiunse qualche attività politica: ufficiale, questa volta. Fu nel corso di questo viaggio, infatti, che Malraux consegnò una lettera del generale De Gaulle ai capi della Cina comunista, Liu Shao-sci e Mao Tse-tung.

« … Riprendo per ordine dei medi ­ci questa lunga penetrazione, e guar ­do gli sconvolgimenti che hanno riem ­pito la mia vita sanguinosa e vana, come hanno sconvolto l’Asia, prima di trovare, al di là dell’Oceano, To ­kio, dove spedii la Venere di Milo,

Kyoto, irriconoscibile, Nara quasi in ­tatta, malgrado il suo tempio incen ­diato â— città ritrovate dopo un gior ­no d’aereo â— e la Cina che non ho più rivista. ”Fino all’orizzonte, l’Oceano ghiacciato, laccato, senza solchi…”. Trovo davanti al mare la prima frase del mio primo romanzo, e, sulla nave, il quadro dove s’incollano i telegram ­mi, dove quarant’anni fa ne lessi uno che annunciava il ritorno dell’Asia dentro la Storia: “Lo sciopero genera ­le è stato decretato a Canton… ».

Il primo incontro con De Gaulle

Allora, quarant’anni fa, arrivava in Asia per partecipare a una missione archeologica (1923-1925), che doveva terminare con la creazione â— da par ­te di Malraux â— d’un movimento ri ­voluzionario. In Cina prese parte alla rivoluzione (quella di Ciang Kai-scek) e fu presente alla guerra civile, a Can ­ton e a Sciangai. Più tardi, combat ­té nella guerra di Spagna, dove fu fe ­rito. Simpatizzante comunista, abban ­donava il partito a causa del patto di non aggressione tra la Russia e la Germania. Dopo l’ultima guerra, dove ­va entrare nei ranghi dei più entusia ­sti seguaci di De Gaulle. Tra il 1945 e il 1946, fu ministro dell’informazione nel gabinetto d’Unione Nazionale, poi seguendo il generale quando costui lasciava l’arena politica. Ritornò al ­l’azione con il ritorno al potere di De Gaulle, nel maggio 1958.

Spiegano, le Antimémoires, le ragio ­ni ideologiche, o magari le motivazio ­ni psicologiche, che portarono Mal ­raux ad assumere posizioni tanto con ­trastanti? Lo si spera. Sarebbe l’oc ­casione per rispondere ai suoi nemi ­ci, che spesso l’hanno accusato d’av ­venturismo politico, talvolta d’oppor ­tunismo. Ma quanto è trapelato, non si può dedurre che un’ammirazione sconfinata per certi uomini di potere o, forse, più che per essi, per il po ­tere in sé e le sue implicazioni. D’An ­nunzio l’avrebbe capito: di sicuro.

Nelle pagine dove parla del genera ­le De Gaulle, comunque, l’ammirazio ­ne tocca soprattutto l’uomo. Lo incon ­trò nel 1945, su richiesta del futuro capo di Stato. «… Ero stupito. Non tanto: ma ho una certa tendenza a giu ­dicarmi inutile… Fui fatto entrare quando suonava l’ora: due grandi car ­te geografiche, da stato maggiore, da ­vano alla stanza austera un’atmosfera di lavoro. Mi fece segno di sedermi a destra della sua scrivania. Avevo un ricordo preciso del suo volto: circa il 1943, il capo dei gruppi franchi della Resistenza, Ravanel, m’aveva mostra ­to una foto di lui che gli era stata lanciata con il paracadute. Era a mez ­zo busto. Allora, non sapevamo nep ­pure che il generale è molto alto… Il Cinegiornale m’aveva familiarizzato con il suo aspetto, con il ritmo delle sue parole, che assomiglia al ritmo dei suoi discorsi. Ma al cine lo vede ­vo mentre parlava. Adesso, incontravo un uomo che faceva domande, e per me la sua forza aveva anzitutto la for ­ma dei suoi silenzi ».

« Non che mi sottoponesse a un in ­terrogatorio. Ama molto la courtoisie de l’esprit. Si trattava piuttosto d’una distanza interiore, che non ho incon ­trato, più tardi, che in Mao Tse-tung. Portava ancora l’uniforme. La distan ­za dei generali de Lattre e Ledere, quest’ultimo comandò il battaglione francese che arrivò a Parigi il 25 agosto 1944, liberando la capitale qual ­che giorno dopo che, con una banda di irregolari, Hemingway aveva “li ­berato” le cantine del Ritz, a place Vendí³me, non apparteneva all’uomo, in essi, ma al loro destino. M’ero chie ­sto molte volte, di fronte a questo o quel soldato, ”Come sarà, in civile?”. De Lattre avrebbe potuto essere un ambasciatore, o un cardinale: il ge ­nerale De Gaulle, al contrario, anche in civile, restava il generale De Gaulle ».

La prima carica politica di Malraux, risultato di questo colloquio, fu di ministro delegato alla Presidenza del Consiglio (alle Informazioni arriverà poco dopo). Fu come ministro dele ­gato che fu spedito dal governo in India, a incontrarsi con Nehru.

« … L’età non aveva tanto invecchiato il suo viso: pareva avergliene da ­to un altro, come capita a molti uo ­mini, che hanno assomigliato alla ma ­dre, e in vecchiaia assomigliano al padre. E nella sua voce, nel suo at ­teggiamento, sotto l’intellettuale pa ­trizio, appariva (riappariva?) l’imma ­gine composta di calma e d’amenità, che da adolescente doveva avere avu ­to del gentleman. Assomigliava più a Stalin che a Roosevelt: ma per lui, benché tentasse di negarselo, il generale De Gaulle doveva assomigliare più a Mussolini che a Hitler. E tutta ­via, troppo intelligente e bene infor ­mato per credere che il generale fos ­se un capo fascista, o che “potesse pre ­sto cadere in mano al gruppo di Soustelle” seguiva ciò che capitava in Francia con molta attenzione. Non era intervenuto né durante la guerra in Indocina, né a proposito dell’Algeria: era convinto che l’indipendenza na ­zionale i popoli se la debbono con ­quistare senza aiuti stranieri. Non prendeva molto sul serio la IV Re ­pubblica… ».

L’incontro con Mao, nel 1065, pare averlo impressionato molto di più. Certo, per lui, Nehru non era forse ancora l’Asia ma un’estensione del ­l’Inghilterra. Mao, al contrario, pare ­va incarnare tutto un continente – questa cultura da poco « rientrata nella Storia ».

Al diavolo la politica

« … Il frontone del Palazzo del Po ­polo poggia su grosse colonne egizie, dai capitelli in forma di loto dipinti di rosso. Un corridoio di cento metri e più. In fondo, in controluce, imma ­gino in una sala, una ventina di per ­sone. No, non si tratta che d’un grup ­po, pare tagliato in due perché i pre ­senti si tengono a distanza dietro il personaggio centrale, probabilmente Mao Tse-tung. Entrando nella sala di ­stinguo i visi. Vado verso Liu Shao-sci, poiché la mia lettera è indirizzata al Presidente della Repubblica. Nessu ­no si muove ».

« Signor Presidente. Ho l’onore di rimetterle questa lettera del Presi ­dente della Repubblica francese, nel ­la quale il generale De Gaulle m’in ­carica d’essere il suo interprete pres ­so il Presidente Mao Tse-tung e lei stesso. Poi cito la frase che si rife ­risce a Mao rivolgendomi verso di lui, e me lo trovai davanti nel momento stesso in cui l’interprete finisce di tra ­durre le mie parole. Mao m’accoglie in un modo cordiale e stranamente familiare, come se stesse per dire: ”Al diavolo la politica!”… Vedo Mao controsole: un viso rotondo, liscio, gio ­vanile, come quello di Ciang Kai-scek. La celebre verruca sul mento pare un segno buddista. Ha una serenità tanto più inattesa in quanto passa per un uomo violento. Accanto a lui, il volto cavallino del Presidente della Repubblica. Dietro a loro, un’infermie ­ra vestita di bianco ».

« Quando i poveri son decisi a com ­battere », dice Mao, « giungono sem ­pre a vincere i ricchi. Guardi la Ri ­voluzione francese ». […]

« Prendo congedo. Mi tende una ma ­no quasi femminile, dalle palme rosa, quasi fossero rimaste a lungo immer ­se nell’acqua bollente. A mia sorpre ­sa, mi riaccompagna. La traduttrice è tra di noi, l’infermiera segue dietro. I nostri compagni ci precedono, l’am ­basciatore di Francia, il Presidente Liu, che non dice una parola… Mao cammina a passetti, rigido come se neppure piegasse le ginocchia, più im ­peratore di bronzo che mai, nella sua uniforme scura che spicca sulle uni ­formi del seguito, chiare o bianche. Ha l’equilibrio incerto della statua del Commendatore del Don Giovanni cam ­mina come una figura leggendaria, uscita da qualche tomba imperiale ».

Ritrovata l’Asia dopo trent’anni

« Non alza mai la voce. E però, quando parla del partito comunista russo la sua ostilità è altrettanto ma ­nifesta che quella di Ciù En-lai, quan ­do parla degli Stati Uniti. Ma a Loyang e nelle strade di Pechino, i bam ­bini, che ci credevano russi (i russi sono i soli bianchi che mai abbiano visto), ci sorridevano ».

« Dice Mao: Ciò che s’intende con il termine banale di revisionista è la morte della rivoluzione. Le ho detto che la rivoluzione è anche un senti ­mento. Se vogliamo farne ciò che ne hanno fatto i russi â— trasformarla in un sentimento del passato â— tutto ca ­drà in frantumi. La nostra rivoluzio ­ne non può limitarsi a essere la consolidazione d’una vittoria ».

Chissà qual è il rapporto â— umano: beninteso â— tra il rappresentan ­te della Cina e l’intellettuale occiden ­tale, dai capelli che gli cadono sul vi ­so, l’eterna sigaretta Craven A tra ìe labbra, i tratti inspessiti dagli anni, il viso sconvolto da tic nervosi? Tra il Buddha immoto e questo cavalie ­re dannunziano, inguaribilmente ro ­mantico, prodotto d’una fin-de-siècle imparata da Nietzsche, nutritosi al più nobili e ai più vieti simboli della morta Europa? Nessuna â— ideologi ­camente, per lo meno. A livello vi ­scerale, un amore sconfinato per l’Asia, che, però, per Mao è certo (anzitut ­to?) una realtà geografica e politica, e per l’occidentale un sogno a metà erotico, da Narciso, e a metà pregno dei profumi densi dell’esotismo.

« Come l’Asia, ritrovata dopo tren ­t’anni, dialogava con quella d’un tem ­po, così dialogano i miei ricordi so ­pravissuti. Forse, della mia vita, non ricordo che i suoi dialoghi. Ma in que ­sta notte polare, al di sopra delle ac ­que primordiali, simili alle acque del ­l’india, dove ancora riposa un dio- bambino, il dialogo che mi sembra più vero non lo conosco che per averlo udito. Non è legato direttamente alla mia vita, seppure… Se lo trovo come giudice segreto di tanta memoria, in questa lunga notte, è perché il dialo ­go tra l’essere umano e il supplizio è più profondo che quello tra l’esse ­re umano e la morte ».

Che significa tutto questo â— che la lotta è più importante della fine? O è, piuttosto, un patetico tentativo per giustificare una lunga ricerca la qua ­le, d’improvviso, s é rivelata senza sco ­po? Forse è a questa domanda che le Antimemorie cercano di dar risposta. Ma non si può mai tornare indietro.

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