Sulla scia di Andrea Sperelli

di Panfilo Gentile
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 9 agosto 1968]

Debbo essere grato ad Antonio Spinosa pel suo piacevole libro, L’ABC dello snobismo (edito da Longanesi), che mi ha fatto reincontrare molti vec ­chi amici, gli amici della mia giovinezza. Huysmans, Baudelaire, Oscar Wilde, Ruskin, Walter Pater, D’Annunzio, oggi, quale che sia lo smalto della loro gloria letteraria, sono no ­mi lontani, superati, inattuali per le loro biografie. Ma così non era ai primi decenni del secolo, quando essi erano am ­mirati e più o meno malamen ­te imitati come maestri di vita, come fonte di edificazione, co ­me modelli di costume.

L’autore dei Fiori del male era da noi giovani riverito non solo per gli impeccabili metri parnassiani con cui aveva for ­giato una nuova sensibilità, ma anche per le curiosità della sua esistenza morbosa: la venere nera, i paradisi artificiali, le raffinatezze del suo abbiglia ­mento con le pretese, forse velleitarie, di dandismo. Huys ­mans, col suo famoso A rebours non poteva vantare i meriti letterari dei Fiori del male ed il suo eroe Des Esseintes, troppo barocco, era repugnante e tuttavia andava incontro al gusto del tempo come protesta contro il filisteismo (così si diceva) borghese.

Oscar Wilde ci conquistava per il Dorian, per le Intenzioni, ancora oggi lettura istruttiva, per il De Profundis, per la Ballata della prigione di Reading, ma ci seduceva anche per gli strenui artifici con cui aveva recitato, nella vita, la parte di cui egli stesso aveva dettato il testo. E ci commovevamo quando leggevamo la sua misera fine. Era morto povero a Parigi in un alberghetto di cattiva fama; e solo sei persone avevano seguito la sua bara. Ed invece di pensare che Wilde aveva fatto la fine che meritava per la sua esistenza sregolata e perversa, componevamo mentalmente devoti epicedi alla sua memoria e cor ­revamo a casa per indossare una giacca di velluto azzurro trinata di nero e cercavamo (senza trovarlo) dal fioraio un garofano verde da mettere al ­l’occhiello, come faceva il gran ­de Maestro.

E chi di noi a vent’anni non aveva sognato di essere un Andrea Sperelli, di abitare in una palazzina di via Gregoriana e di struggersi di voluttà in brac ­cio ad una duchessa, circondato da calchi di Prassitele e di Donatello, da ceramiche di Luca della Robbia, da falsi fon ­di oro senesi, panche bologne ­si, savonarole, leggii fiesolani e broccati di Fiandra? Oscar Wil ­de ci aveva fatto amare Ruskin e Walter Pater. Le Pietre di Venezia e il Saggio sul Giorgione ci avevano iniziato alla intelligenza delle belle arti. In Walter Pater c’era già tutto Berenson, perché risale proprio a Pater la famosa distinzione fra valori illustrativi e valori for ­mali o decorativi, o «tattili », come li chiamerà, non so per ­ché, Berenson. E la nostra ini ­ziazione si continuò poi attra ­verso le critiche dei salons di Baudelaire, raccolte nei due vo ­lumi: Curiosités esthétiques e l’Art romantique.

Perché bisogna spiegare che in queste correnti di cultura e di costume era di rigore una raffinata intelligenza delle arti belle, alle quali era affidato il compito di creare ambienti de ­gni degli uomini eccezionali che li abitavano.

Spinosa ha dedicato pagine penetranti e fini a questo capi ­tolo di storia letteraria e di costume. Egli ne ha anche defi ­nito esattamente l’ideale comu ­ne che è quello di concepire la vita come un’opera d’arte, di professare un culto della bel ­lezza non soltanto contemplati ­vo ma creativo di stile. Spinosa fa rientrare ciò nello snobismo, ma a me sembrerebbe più adat ­ta la parola « estetismo ». Può ammettersi facilmente che l’e ­stetismo può talvolta sconfina ­re nello « snobismo », perché l’esteta tende, come lo snob, a separarsi dall’umanità comu ­ne ed a costituirsi in circoli superiori privilegiati.

Ma l’estetismo resta alla ba ­se un fatto di cultura: l’esteta appartiene sempre alla classe dei letterati o degli artisti o quantomeno dei buongustai. Lo snob, invece, può essere anche analfabeta. L’esteta, come be ­ne osserva Spinosa, può anche finire male. Spesso è portato al superomismo, la sua conce ­zione estetica della vita lo met ­te al di là del bene e del male. Rasenta o precipita nell’immo ­ralismo. Mentre invece lo «snobismo » è generalmente inof ­fensivo, esaurisce tutto il suo impegno nei limiti della mondanità. Proust ad esempio era uno snob e non un esteta, co ­me del resto è provato dalla sua prosa, che fece ribrezzo a André Gide. Non voglio fare una querelle de   mots e vorrei solo chiarire che la parola « snobismo » restrittivamente designava la vanità delle persone non nobili, o di piccola o recente nobil ­tà, di confondersi con la no ­biltà autentica. Più che un ar ­rivista, lo snob è un vanitoso che vuole intrufolarsi in un gruppo, al quale non appartie ­ne per nascita, senza però alcun fine interessato.

Lo snob è solo un personag ­gio salottiero, una varietà tra e gli uomini di mondo. Comincia con   l’assumere l’aspetto ester ­no   degli   aristocratici,   col   vestire allo stesso sarto, andare allo stesso barbiere, frequentare gli stessi locali, farsi vedere alle stesse premières, agli stessi grandi premi negli   ippodromi, fin   tanto   che,   aiutando   qualche amico, si trova ad essere introdotto nella società deside ­rata, senza che nessuno se ne accorga.     Ai     tempi     della   mia giovinezza esistevano anche al ­cune     scorciatoie: servire nel ­l’arma di cavalleria,     magari solo come ufficiale di comple ­mento. Allora la cavalleria ac ­coglieva i più bei nomi d’Italia. Un’altra   scorciatoia     era     di vincere il concorso agli Esteri. Un giovane diplomatico diventava     automaticamente     collega di   mezzo   Gotha italiano.   Naturalmente non bastava entra ­re, bisognava restare per acquistare una cittadinanza stabile in questo mondo prestigioso. E a   questo   punto     il   vero   snob doveva dare prova di un ascetismo eroico. Egli si condan ­nava a frequentare spesso com ­pagnie noiose o insulse. Dove ­va accettare inviti a pranzo in case che avevano un cuoco de ­testabile, fare delle veglie quan ­do voleva dormire, piacere a tutti e fingere di trovare tutti piacevoli. Il suo calendario doveva continuare ad essere sen ­za riposo una serie ininterrot ­ta di appuntamenti logoranti. A Natale bisognava andare a giocare a canasta a Cortina d’Ampezzo, a San Silvestreo era doveroso non mancare alla pri ­ma del teatro dell’Opera, a carnevale occorreva una capatina sulla Costa Azzurra, non si po ­teva mancare alla gran corsa a Parigi dell’Arco di Trionfo, a maggio c’era il concorso ippico romano e l’estate si poteva sempre scegliere perché la moda cambiava, e salvo le vil ­leggiature al castello, in Italia assai rare, la geografia snobi ­stica era soggetta ad imprevi ­ste e continue capricciose oscil ­lazioni. Attraverso quale itine ­rario si è arrivati dalla roton ­da del Pancaldi di Livorno alla Costa Smeralda dell’Aga Khan!

Eccellenti sono le note di costume di Spinosa, al fine di distinguere lo snobismo dal dandismo. Il dandismo è il culto dell’eleganza maschile e il suo eroe eponimo è senza contestazione Lord Brummel. La grande epoca del dandismo va da Giorgio III alla regina Vittoria. L’allora principe di Galles, diventato poi Edoar ­do VII, fu l’ultimo dandy co ­ronato. Ai principi del secolo, però, la Gran Bretagna detta ­va ancora legge. Nessun uomo elegante avrebbe mai avuto un ombrello che non fosse stato un Brig o portata una bom ­betta che non fosse stata un Locke. Tutto questo è finito con la belle époque. Spinosa ha descritto questo passato senza benevolenza, ma senza grinta pedante di giustiziere. Io lo ricordo, e non potrebbe essere, altrimenti, con qualche tenerezza.

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