Teilhard de Chardin. Era soprattutto un buon prete

di Panfilo Gentile
[dal “Corriere della Sera”, sabato 26 aprile 1969]

Pierre Teilhard de Chardin ha avuto una fortuna postuma spiacevole; fortuna perché da morto ha acquistato una noto ­rietà, di cui non aveva goduto da vivo; spiacevole, perché ha trovato apologisti indiscreti, che, avendo accaparrato il suo nome per scopi interessati ed avendo interpretato un po’ ten ­denziosamente le sue dottrine, hanno provocato una reazione, una verifica critica della sua opera, verifica dalla quale egli è uscito cosi e così.

Chi era il reverendo padre gesuita Pierre Teilhard de Chardin in vita? Un sacerdote dell’ordine dei gesuiti, che si era dedicato con molta passio ­ne alla geologia ed alla paleon ­tologia, aveva insegnato queste materie ali‘Institut catholique di Parigi, aveva poi condotto lunghe ricerche nel bacino del Fiume Giallo e in zone dell’In ­dia, della Birmania e di Giava, aveva scritto un certo numero di libri di tipo scientifico e di discusso valore. Senonché, ad un certo momento l’irrequieto geologo è stato attirato oltre i confini della sua specializzazio ­ne ed ha imprudentemente sconfinato nel campo della filo ­sofia e della teologia. Una vol ­ta abituatosi a cavalcare at ­traverso i milioni di secoli per esplorare la storia del nostro pianeta, padre Teilhard si è avventurato ad abbozzare an ­che una specie di cosmogonia evoluzionista o trasformista.

Da questo primo sconfina ­mento, che bene o male, lo fa ­ceva restare sul terreno scien ­tifico, anche se al di là della sua specializzazione, si era spin ­to fino al tentativo di collocare la sua dottrina evoluzionista nel quadro di una visione ge ­nerale del mondo e della vita dal punto di vista teologico e religioso. Ed infine era arri ­vato alla profezia avveniristica del processo evoluzionistico con l’apoteosi finale di un’umanità giunta a realizzare i suoi destini.

Il cammino percorso è dato già nei titoli delle sue opere. Si comincia con un saggio: Les mammifères de l’éocène inférieur francais et leurs gisement, si passa ai saggi scritti attorno al 1921-25 sul trasfor ­mismo per finire con: L’humanité se meu-telle biologiquement sur elle míªme?, Le phénomène humain, L’apparitìon de l’homme. I due ultimi sono stati pub ­blicati postumi.

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Padre Teilhard morì a Nuo ­va York nel 1955 e non risulta che i suoi libri avessero fatto molto rumore. Poco dopo la sua morte invece, trovò un inatteso successo. Ignoro i par ­ticolari e le cause di questa im ­provvisa fortuna. Tutti sanno però che ad un certo momen ­to egli fu adottato con parti ­colare benevolenza da ambien ­ti dotti e non dotti, che ave ­vano qualifiche politiche di estrema sinistra. Fu forse per certe sue considerazioni, svolte nei libri postumi, vagamente comunitarie? Fu forse perché nel suo lungo soggiorno in Ci ­na padre Teilhard aveva avuto modo di restare in rapporto cordiale con i dirigenti di quel paese? Io non lo so. Ad ogni modo questa adozione richiamò sulla sua opera l’attenzione di autorevoli rappresentanti delle scienze naturali e della filoso ­fia, i quali vollero vedere un po’ più da vicino i titoli di questa improvvisa e sospetta celebrità.

Chi voglia informarsi delle vicende di questo processo po ­stumo fatto a padre Teilhard non ha che da leggere un’ele ­gante traduzione di un discor ­so tenuto alla radio francese da Jean Rostand, delle discus ­sioni che ne sono seguite e della replica dello stesso Ro ­stand. Questa traduzione è in ­titolata: Una mistificazione, il caso Teilhard de Chardin (Li ­breria Frattina editrice, Roma).

Jean Rostand, figlio famoso di un ancor più famoso padre, Edmond, ha contestato i titoli di Teilhard scienziato. Teilhard è un eminente paleologo e geologo, ma avrebbe dovuto fermarsi là sul piano scientifi ­co, invece di entrare a discor ­rere sul trasformismo. Qua è pietosamente fallito, perché il trasformismo pone problemi di scienza biologica e di biologia Teilhard non sapeva una pa ­rola: « Volere o no â— scrive Rostand â— il problema dell’evo ­luzione è anzitutto un proble ­ma di biologia cellulare e più precisamente di biochimica. E Teilhard ignora di proposito l’embriologia e la genetica, si disinteressa dei cromosomi, dei geni, degli acidi nucleici e la ­scia da parte quindi tutti i pro ­blemi precisi, che si presenta ­no ad ogni biologo che intenda chiarire, coi mezzi odierni, il meccanismo dei fenomeni evo ­lutivi ».

Ancora più feroce il giudizio di un altro grande scienziato il premio Nobel professor Medavar dell’università di Londra.

Criticando il Phénomène humain, egli scrive che esso è farcito di assurdità, mescolate con una varietà di concetti me ­tafisici tediosi. E’ un’opera di carattere antiscientifico. Teil ­hard esercita un tipo di scienza che non richiede un particolare acume ed in cui ha raggiunto una modesta competenza. Non ha la minima idea di che cosa sia un argomento logico o una prova, non riesce a salvare nemmeno la comune decenza di uno scritto scientifico.

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Rifiutato così negli ambienti scientifici, alcuni suoi difensori hanno cercato di accredi ­tarlo sul piano filosofico o re ­ligioso. G. Crespy, H. de Lubac, Barhélemy-Madaule, ed in ulti ­mo un commovente parroco di Saint-Ambroise, don Audouin, il quale, scrivendo a Rostand e congratulandosi della demisti ­ficazione dei teilhardiani, setta di fanatici, esalta tuttavia un Teilhard conciliare: « Voi fate opera utile a tutti ricollocando il Teilhard al suo vero posto, cioè quello di un teologo, il so ­lo, indubbiamente, ch’egli riven ­dicherebbe. L’ombra sua sem ­bra librarsi invisibile su talune deliberazioni dell’ultimo Conci ­lio ».

Ahimé! Povero parroco di Saint-Ambroise! Egli non sospettava o ignorava che un fi ­losofo e teologo di ben altra autorità stava in agguato per contendere a padre Teilhard anche questa corona. Etienne Gilson, il sommo maestro del College de France, il grande storico della filosofia medioeva ­le, il caposcuola della filoso ­fia neo-tomista, ha addirittura escluso, per quanto lo concer ­neva, di potersi occupare di un Teilhard filosofo o teologo, in quanto questo Teilhard non esisteva. « A me sembra â— co ­sì inizia il Gilson â— che il pen ­siero di Teilhard de Chardin non abbia mai raggiunto quel quoziente minimo di organicità che permetta di definirlo una dottrina. Per lo stesso motivo, secondo me, sbaglia chi ne vor ­rebbe una censura ufficiale » (vedi: Gilson, Problemi d’oggi, editore Boria). In definitiva Gilson ha ridotto l’opera teilhardiana nei limiti di un’av ­ventura personale, confusamen ­te infarcita degli elementi di cultura che egli si era procu ­rati nella sua insolita situazio ­ne di prete, di geologo e di esploratore. Insomma una spe ­cie di biografia romanzata, che riecheggiava nell’età moderna, i vecchi romanzi cosmogonici dei neo-platonici alessandrini, dei discepoli di Plotino e di Porfirio.

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Il giudizio negativo di Gil ­son è tanto più grave, quanto maggiore è la simpatia che Gil ­son sente per il personaggio. E’ una condanna dunque nella quale non entrò nessun ele ­mento astioso. Gilson incontrò Teilhard due sole volte. Una volta in un battesimo. Il gesto e le parole con cui Teilhard ac ­compagnò la cerimonia che of ­ficiava, gli fecero impressione: « Ho sempre ritenuto Teilhard un magnifico sacerdote, ma se mai, per un solo istante mi fosse venuto di dubitarne, sa ­rebbe bastato il ricordo di quel ­la cerimonia a fugare ogni dub ­bio ». Nel 1954, a Nuova York, vide un prete; in una galleria piena di trambusto, seduto in un angolo, sprofondato nella lettura del suo breviario. Era Chardin. L’essere stato un buon prete non vale forse più di tut ­te le glorie profane?

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