Abelardo, un Voltaire del medioevo

di Roberto Gervaso
[dal “Corriere della Sera”, domenica 14 dicembre 1969]

La caduta dell’Impero ro ­mano d’Occidente e le in ­vasioni barbariche avevano piombato l’Italia nel caos. In balia delle orde germaniche, lo Stivale era diventato una specie di « deserto dei tarta ­ri ». Dovunque desolazione, smarrimento, anarchia. Lo sfacelo era totale: città spo ­polate, campagne saccheggia ­te e ridotte a lande, com ­merci rarefatti, industrie estinte. Al vecchio ordine ro ­mano s’era sostituito il nuo ­vo disordine barbarico. Gli invasori erano gente bellui ­na, rozza, ignorante. La vio ­lenza era la loro legge, la vendetta il loro codice, la su ­perstizione la loro fede. Vit ­time di quest’iradiddio fu ­rono non solo la società e la economia, ma anche la cul ­tura, o ciò che di essa soprav ­viveva dopo il crollo dell’Im ­pero romano d’Occidente.

Era stato un declino lento e ineluttabile. Nel generale marasma scuole e accademie avevano chiuso i battenti. L’intellighenzia superstite si era rifugiata nelle romite ab ­bazie, nei grandi monasteri benedettini, divenuti i natu ­rali eredi e custodi della tra ­dizione culturale occidenta ­le. Sullo scorcio dell’VIII se ­colo, con Carlomagno le co ­se cambiarono.L’imperatore franco non sapeva leggere né scrivere. Le guerre e le conquiste non gliene avevano la ­sciato il tempo. Ma, sebbene analfabeta, o forse proprio per questo, subiva il fascino della cultura, di cui si fece patrono e mecenate. La scuo ­la Palatina, da lui fondata,  gettò il seme della rinascita degli studi. A tener viva la fiaccola di questo risveglio e a propa ­garne la luce furono soprat ­tutto i chierici, cioè coloro che, avendo abbracciato la carriera ecclesiastica, possede ­vano un certo grado d’istru ­zione. Ci manca lo spazio per ricapitolarne le varie fasi e passarne in rassegna i pro ­tagonisti. Ci limiteremo a co ­lui che meglio ne incarnò gli aneliti e ne espresse le « istanze »: Abelardo.

Era nato vicino a Nantes nel 1079, figlio d’un ricco si ­gnorotto di campagna. Ave ­va frequentato le migliori scuole della Bretagna spic ­cando per vivacità d’ingegno, sete di sapere, abilità dialet ­tica e sense of humour. La sapeva più lunga dei suoi maestri con cui intavolava sottili e interminabili discus ­sioni dalle quali usciva rego ­larmente vincitore. Non ave ­va niente dell’erudito, del pedante, del topo di biblio ­teca. Fisicamente era quello che oggi si direbbe un « fu ­sto », bello, aitante, ricciolu ­to, focoso, spavaldo. Le don ­ne impazzivano per lui, che impazziva per la filosofia e la teologia.

Dal banco di scolaro alla cattedra di maestro il passo fu breve. Aveva il dono del ­la chiarezza e si faceva ca ­pire da tutti anche quando affrontava argomenti astru ­si. Condiva il discorso di ci ­tazioni dotte e d’aneddoti sa ­laci, commentava un sillogi ­smo con un bon mot. Come Voltaire, sapeva rendere fa ­cile il difficile, chiaro l’oscu ­ro. La sua aula era sempre la più affollata.

Il successo delle sue lezio ­ni gli spalancò le porte di Parigi, dove fondò una scuo ­la nel chiostro di Notre-Dame. Il suo nome diventò di pubblico dominio, seb ­bene quello che diceva puz ­zasse d’eresia. Nell’epoca del ­la fede trionfante, del dog ­matismo cieco, dell’adesione incondizionata alle verità ri ­velate, Abelardo risvegliò, do ­po secoli di letargo, la ragio ­ne e ne riportò in auge gli strumenti. Dialettica d’Aristo ­tele alla mano, rispolverò le categorie del pensiero, l’ana ­lisi logica, le forme della pro ­posizione. Proclamò che fede e ragione erano conciliabili, che l’uso di questa non im ­plicava la rinunzia di quel ­la. Dio â— diceva â— ha dato all’uomo la ragione per aiu ­tarlo a penetrare il « grande mistero del sapere ».

Al clero questi discorsi non garbavano, un po’ per il loro contenuto vagamente etero ­dosso, un po’ per la presa straordinaria che avevano sul pubblico. La Chiesa medievale si considerava, per in ­vestitura divina, l’unica de ­positaria della Verità.

Poiché usciva dai suoi ran ­ghi, Abelardo avrebbe dovu ­to tacere o non dire in quel modo quelle cose. Ma non era il tipo, né per tempera ­mento né per formazione. Se ­guitò infatti a tenere i suoi corsi e a spiegare Dio anche con la ragione, finché fu convocato a Sens davanti a un tribunale di ecclesiastici e dotti laici per difendere le proprie tesi, anzi per riman ­giarsele. Cosa che egli si guardò bene dal fare, dichia ­rando che solo il Papa pote ­va giudicarlo. Il tribunale condannò ugualmente come eretiche le sue più impor ­tanti proposizioni. Al che Abelardo decise d’andare a Ro ­ma a chiedere personalmen ­te giustizia al Pontefice. Ma, giunto a Cluny, l’età, gli ac ­ciacchi e le insistenze dell’a ­bate Pietro il Venerabile, lo dissuasero dal proseguire il viaggio.

Ad Abelardo lo storico fran ­cese Philippe Wolff, docente all’università di Tolosa, ha dedicato i capitoli più vivi e stimolanti d’un agile volu ­metto edito da Laterza (Sto ­ria e cultura del Medioevo dal secolo IX al XII, pp. 320 L. 1300). Wolff non si limita a seguire l’evoluzione intel ­lettuale del pensatore breto ­ne « svoltasi â— secondo lui â— in senso sempre meno ra ­zionalistico », ma ci fornisce anche il ritratto dell’uomo, rievocandone le infelici vi ­cende amorose, alle quali ri ­mandiamo i lettori ghiotti di storie piccanti.

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