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LETTERATURA: I MAESTRI: Abelardo, un Voltaire del medioevo

11 Febbraio 2017

di Roberto Gervaso
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 14 dicembre 1969]

La caduta dell’Impero ro ¬≠mano d’Occidente e le in ¬≠vasioni barbariche avevano piombato l’Italia nel caos. In balia delle orde germaniche, lo Stivale era diventato una specie di ¬ę deserto dei tarta ¬≠ri ¬Ľ. Dovunque desolazione, smarrimento, anarchia. Lo sfacelo era totale: citt√† spo ¬≠polate, campagne saccheggia ¬≠te e ridotte a lande, com ¬≠merci rarefatti, industrie estinte. Al vecchio ordine ro ¬≠mano s’era sostituito il nuo ¬≠vo disordine barbarico. Gli invasori erano gente bellui ¬≠na, rozza, ignorante. La vio ¬≠lenza era la loro legge, la vendetta il loro codice, la su ¬≠perstizione la loro fede. Vit ¬≠time di quest’iradiddio fu ¬≠rono non solo la societ√† e la economia, ma anche la cul ¬≠tura, o ci√≤ che di essa soprav ¬≠viveva dopo il crollo dell’Im ¬≠pero romano d’Occidente.

Era stato un declino lento e ineluttabile. Nel generale marasma scuole e accademie avevano chiuso i battenti. L’intellighenzia superstite si era rifugiata nelle romite ab ¬≠bazie, nei grandi monasteri benedettini, divenuti i natu ¬≠rali eredi e custodi della tra ¬≠dizione culturale occidenta ¬≠le. Sullo scorcio dell’VIII se ¬≠colo, con Carlomagno le co ¬≠se cambiarono.L’imperatore franco non sapeva leggere n√© scrivere. Le guerre e le conquiste non gliene avevano la ¬≠sciato il tempo. Ma, sebbene analfabeta, o forse proprio per questo, subiva il fascino della cultura, di cui si fece patrono e mecenate. La scuo ¬≠la Palatina, da lui fondata, ¬†gett√≤ il seme della rinascita degli studi. A tener viva la fiaccola di questo risveglio e a propa ¬≠garne la luce furono soprat ¬≠tutto i chierici, cio√® coloro che, avendo abbracciato la carriera ecclesiastica, possede ¬≠vano un certo grado d’istru ¬≠zione. Ci manca lo spazio per ricapitolarne le varie fasi e passarne in rassegna i pro ¬≠tagonisti. Ci limiteremo a co ¬≠lui che meglio ne incarn√≤ gli aneliti e ne espresse le ¬ę istanze ¬Ľ: Abelardo.

Era nato vicino a Nantes nel 1079, figlio d’un ricco si ¬≠gnorotto di campagna. Ave ¬≠va frequentato le migliori scuole della Bretagna spic ¬≠cando per vivacit√† d’ingegno, sete di sapere, abilit√† dialet ¬≠tica e sense of humour. La sapeva pi√Ļ lunga dei suoi maestri con cui intavolava sottili e interminabili discus ¬≠sioni dalle quali usciva rego ¬≠larmente vincitore. Non ave ¬≠va niente dell’erudito, del pedante, del topo di biblio ¬≠teca. Fisicamente era quello che oggi si direbbe un ¬ę fu ¬≠sto ¬Ľ, bello, aitante, ricciolu ¬≠to, focoso, spavaldo. Le don ¬≠ne impazzivano per lui, che impazziva per la filosofia e la teologia.

Dal banco di scolaro alla cattedra di maestro il passo fu breve. Aveva il dono del ¬≠la chiarezza e si faceva ca ¬≠pire da tutti anche quando affrontava argomenti astru ¬≠si. Condiva il discorso di ci ¬≠tazioni dotte e d’aneddoti sa ¬≠laci, commentava un sillogi ¬≠smo con un bon mot. Come Voltaire, sapeva rendere fa ¬≠cile il difficile, chiaro l’oscu ¬≠ro. La sua aula era sempre la pi√Ļ affollata.

Il successo delle sue lezio ¬≠ni gli spalanc√≤ le porte di Parigi, dove fond√≤ una scuo ¬≠la nel chiostro di Notre-Dame. Il suo nome divent√≤ di pubblico dominio, seb ¬≠bene quello che diceva puz ¬≠zasse d’eresia. Nell’epoca del ¬≠la fede trionfante, del dog ¬≠matismo cieco, dell’adesione incondizionata alle verit√† ri ¬≠velate, Abelardo risvegli√≤, do ¬≠po secoli di letargo, la ragio ¬≠ne e ne riport√≤ in auge gli strumenti. Dialettica d’Aristo ¬≠tele alla mano, rispolver√≤ le categorie del pensiero, l’ana ¬≠lisi logica, le forme della pro ¬≠posizione. Proclam√≤ che fede e ragione erano conciliabili, che l’uso di questa non im ¬≠plicava la rinunzia di quel ¬≠la. Dio √Ę‚ÄĒ diceva √Ę‚ÄĒ ha dato all’uomo la ragione per aiu ¬≠tarlo a penetrare il ¬ę grande mistero del sapere ¬Ľ.

Al clero questi discorsi non garbavano, un po’ per il loro contenuto vagamente etero ¬≠dosso, un po’ per la presa straordinaria che avevano sul pubblico. La Chiesa medievale si considerava, per in ¬≠vestitura divina, l’unica de ¬≠positaria della Verit√†.

Poich√© usciva dai suoi ran ¬≠ghi, Abelardo avrebbe dovu ¬≠to tacere o non dire in quel modo quelle cose. Ma non era il tipo, n√© per tempera ¬≠mento n√© per formazione. Se ¬≠guit√≤ infatti a tenere i suoi corsi e a spiegare Dio anche con la ragione, finch√© fu convocato a Sens davanti a un tribunale di ecclesiastici e dotti laici per difendere le proprie tesi, anzi per riman ¬≠giarsele. Cosa che egli si guard√≤ bene dal fare, dichia ¬≠rando che solo il Papa pote ¬≠va giudicarlo. Il tribunale condann√≤ ugualmente come eretiche le sue pi√Ļ impor ¬≠tanti proposizioni. Al che Abelardo decise d’andare a Ro ¬≠ma a chiedere personalmen ¬≠te giustizia al Pontefice. Ma, giunto a Cluny, l’et√†, gli ac ¬≠ciacchi e le insistenze dell’a ¬≠bate Pietro il Venerabile, lo dissuasero dal proseguire il viaggio.

Ad Abelardo lo storico fran ¬≠cese Philippe Wolff, docente all’universit√† di Tolosa, ha dedicato i capitoli pi√Ļ vivi e stimolanti d’un agile volu ¬≠metto edito da Laterza (Sto ¬≠ria e cultura del Medioevo dal secolo IX al XII, pp. 320 L. 1300). Wolff non si limita a seguire l’evoluzione intel ¬≠lettuale del pensatore breto ¬≠ne ¬ę svoltasi √Ę‚ÄĒ secondo lui √Ę‚ÄĒ in senso sempre meno ra ¬≠zionalistico ¬Ľ, ma ci fornisce anche il ritratto dell’uomo, rievocandone le infelici vi ¬≠cende amorose, alle quali ri ¬≠mandiamo i lettori ghiotti di storie piccanti.


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Bart