di Franco Lombardi
[dal “Corriere della Sera”, martedì 1 settembre 1970]
Cade in questi giorni il bicen tenario della nascita di Hegel. In termini di « storia epocale » (a sua volta un termine che meglio si esprime in tedesco), sono trascorsi fra Hegel e noi ben più che soltanto duecento anni, giacché abbiamo mutato di epoca.
Nessuno Hegel, se nascesse oggi in una città come Nuova York (posto e non concesso che in una città come Nuova York possa nascere ancora uno Hegel), scriverebbe ciò che scriveva Hegel mentre Napo leone entrava nella piccola cit tà di Germania: di avere visto entrare « lo Spirito del mondo a cavallo ». E ciò non perché non vive oggi un Napoleone (come non vive uno Hegel), o perché non esiste più un ca vallo, su cui usi di entrare in città, ma perché non esiste più quello Spirito del mondo. « Il nostro spirito del mondo, caro mio â— mi scriveva tempo fa un amico egregio â— non en trerà a cavallo, come quell’al tro. Quando entrerà, cavalche rà qualcosa di meno domestico, di meno familiare, di più mo struoso e infernale… ».
Io non so se si debba vedere la nostra situazione presente, a nostra volta, in termini tan to apocalittici. Lo « Spirito del mondo » di Hegel cominciò a farsi meno apocalittico, e più mondano (o weltlich), dacché venne trapiantato in Ita lia, a partire dai « giovani he geliani » di Napoli della secon da metà del secolo scorso. Noi siamo notoriamente, per lo me no dal tempo del Rinascimen to, nel pensiero come nella so cietà e per il generale carat tere della nostra civiltà, un popolo weltlich, il che si tra duce soltanto approssimativa mente con « mondano », di con tro alle società e civiltà della Riforma.
Il problema di Hegel, che si può ancora riguardare come quello della nascita del mondo da Dio e con ciò della caduta e della riconciliazione finale (un problema che si può ritro vare ancora, nonostante tutto il mutamento, in Marx), si dove va trasformare in Italia in quel lo della comprensione di questo nostro umano mondo degli uo mini. Francesco De Sanctis, ri cordandosi dell’espressione del « calare la pasta », che ogni buon marito napoletano indi rizza alla moglie, prima e dopo l’invenzione del telefono, quan do viene via dal lavoro, e per cui soltanto a Napoli il verbo « calare » si adopera al transi tivo, coniò l’espressione, che ebbe dopo di lui fortuna, del volere « calare » l’Idea di Hegel nella storia. E Antonio Labrio la, il maestro e padre ideale di Croce, si avviò dopo di lui a intendere il materialismo storico e il pensiero di Marx come un metodo per meglio intendere la storia e prepararsi di lì a trasformarla, senza por ci per questo il paraocchi o applicarvi schemi più o meno preordinati e a disegno.
Prima c’era stato Feuerbach, che aveva riposto sui suoi pie di l’uomo che la speculazione aveva capovolto sulla testa, e c’era stato, con ed oltre Marx, il positivismo, che aveva desa cralizzato la storia già scritta da Hegel con l’iniziale maiu scola. E c’era Bergson, maestro dell’amico di Labriola, Sorel (da cui Gramsci riprenderà l’espressione del « blocco stori co »), che, figlio e non soltanto avversario del positivismo, ci abituerà a guardare lo svolgi mento infinito e sempre nuovo, né mai « concluso », della storia.
Il background generalmente culturale, e non soltanto quel lo filosofico, del nostro tempo, si ritrova ad essere mutato. E, come avviene, con la potenza delle armi e con quella della produzione industriale, lo sfon do culturale non è più quello â— speculativo e alla Hegel â— tedesco, e neanche è quello « continentale ». Soltanto i soli teologi che ancora continuino ad esistere e a parlare in ter mini speculativi (o ideologici), i nostri comunisti nuovissimi, continuano a discettare in ter mini speculativo-filologici su Marx, per trovare se o quando Marx sia o non sia hegeliano. E ciò in un tempo in cui pro blemi nuovi incombono da ogni parte, in cui la politica e l’e conomia, e non soltanto il mar xismo, si rinnovano da ogni parte, e in cui gli unici citta dini, forse, del nuovo secolo, e gli spiriti più rivoluzionari, si chiamarono a un certo punto Kennedy, Kruscev o Papa Gio vanni XXIII.
E tuttavia sarebbe un grave errore non saper riscoprire nel la nostra odierna situazione sto rico-culturale, per quanto diver sa essa sia (e persino nella « socialità » di un pensatore tanto lontano in apparenza da Hegel e tanto « americano », quale è John Dewey!) l’eredi tà di Hegel. Si vorrebbe dire che l’Idea di Hegel, secondo che Hegel voleva, ha posto braccia e gambe, e si è messa a camminare per il mondo. Già gli immediati successori â— e i critici â— di Hegel, Feuerbach, Marx, ed anche Kierkegaard, si poterono vedere come i figli ingrati di Hegel, i quali si ri bellano contro il padre proprio perché e in quanto ne fanno valere â— contro di lui â— il via tico.
Hegel, questo Giano bifronte, non voleva spiegare soltanto la nascita del mondo da Dio e la redenzione finale e presen tare una summa della intera storia fino a qui avutasi; ben sì poneva anche il problema di una giustificazione del diveni re e della storia. Il problema dopo Hegel e secondo lo spiri to più riposto di Hegel, si fa con Dilthey e Simmel, con Troeltsch e Weber â— quello di intendere, per così dire nel tempo, le « culture » diverse; e si fa oggi â— nel mondo cultu rale e con l’antropologia cultu rale, e non soltanto sulla scena politica â— quello della com prensione, per così dire nello spazio e non soltanto nel tem po, delle culture « altre ». E tut tavia, il problema è ancora e di nuovo quello di intendere, insieme con il divenire della ve rità, il sussistere della verità del valore, per modo che ab bia un senso parlare della co noscenza che l’uomo avanza e della validità dei valori che l’uomo viene laboriosamente creando e costruendo attraver so la sua storia millenaria. I filosofi non sono forse più, se condo che Hegel voleva, i « sa cerdoti della umanità », e si sono fatti essi stessi artigiani fra gli altri artigiani; tuttavia rivendicano a sé, sia pure per prepararsi al lavoro di ogni giorno, la domenica della vita.
Soltanto in questa trasforma zione, che è del pensiero come è della vita, non dobbiamo, per intendere la grandezza di He gel, trascinarlo a sua volta in piazza o cercare di porgli sul capo il berretto frigio; meno ancora, dobbiamo cercare (se condo che oggi si fa da ogni parte, da parte di Horkheimer e Adorno, o di Bloch, e del Marcuse della Ontologia di He gel, non meno che da parte di Sartre, o di altri) di intendere o di fraintendere Hegel in chia ve di Marx, e di intendere o di fraintendere Marx in chiave fenomenologico-esistenziale.
La grandezza che compete a uno Hegel (come compete, in altro rispetto, a Marx) è quel la che compete a lui, senza bi sogno di attaccare quasi con lo spillo su di lui i nostri conti della spesa o di ritrovare nel Vecchio Testamento fino il det tame dei nostri problemi del l’oggi, e di ogni giorno.
La verità, e non soltanto la politica, si è fatta molto più « democratica », e molto meno speculativa, o ideologica. Dice vamo a principio che fra Hegel e noi vi è un mutamento di epoca. E vorremmo aggiun gere, precisando, che già nella vita di ognuno di noi abbiamo assistito al mutamento di mol te epoche. L’uomo di oggi, che ha potuto vedere fotografata la Terra da migliaia di chilome tri di distanza, sa che noi sia mo più che tremila milioni di individui, che pensano ciascu no con la testa propria e tutta via pensano molto più in con cordanza con la società e con il gruppo di quanto non ci si figuri. In questa umanità va ria e diversa c’è un tempio de gli spiriti magni di ogni tem po e di ogni luogo: in esso, fra gli spiriti più grandi dell’evo che diciamo moderno, e che si fa già antico, vive Hegel.