di Tommaso Landolfi
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 16 novembre 1970]

Per rendersi conto di quan ­to siamo fragili, basta por mente alla minima avventura che mi accingo a riferire: in realtà del tutto insignificante, se non pel riguardo or ora precisato. Ma del resto, pen ­sandoci meglio, chissà che il lettore non giunga a cavarne un’indicazione più positiva.

Ero in viaggio da due gior ­ni: treni su treni, senza con ­tare gli autobus, i tranvai, i vaporini, i tassì; dunque sbal ­lottamenti a non finire; e fu ­mo e polvere; e sonno arretra ­to. Quando finalmente arrivai nella città dove intendevo so ­stare, avevo la testa gonfia e mi bastava chiudere gli occhi per assopirmi, o piuttosto per cadere in una sorta di stupo ­re, travagliato però da trabalzamenti e sussulti che mi rifingevano le circostanze e fa ­tiche del viaggio. Insomma, era evidente che ormai abbi ­sognavo di riposo. Sicché mi dissi: “Qui non c’è da lesinare; mi ci vuole un grande al ­bergo, un albergo di lusso, uno di quelli in cui il cliente è un mostro sacro e la sua tranquil ­lità un punto d’onore per tut ­to il vario popolo dei locan ­dieri”; e mi regolai in conse ­guenza.

Uditi i miei desideri, mi fu assegnata una stanza partico ­larmente riparata. Alla came ­riera (anzi gentildonna) che con premura si informava se mi mancasse nulla, manifestai soltanto il timore di essere de ­stato troppo presto, l’indoma ­ni, da manovre mattutine del personale: allorché qualcuno magari ti tenta e ritenta l’u ­scio per sapere se sei già usci ­to. Ma ella sorrise e, riapren ­do il mio proprio uscio, mi additò un cartellino pendente sulla sua faccia esterna; il quale da una parte era bian ­co, e dall’altra recava in tre lingue la scritta: « Si prega di non disturbare ». Era cioè suf ­ficiente voltare il cartellino dalla parte giusta (il che ella medesima fece) per dormire, giorno o notte, altrettanto giu ­sti sonni.

Rassicurato anche su que ­sto punto, passai ora all’esa ­me o rassegna della stanza. Beh, una stanza che, come suol dirsi, ne valeva quattro: spaziosa, accogliente; e l’an ­nesso bagno non era dei soliti sgabuzzini in cui se si alza il gomito destro non si può al ­zare il sinistro, bensì grande quasi quanto la camera stessa; e, per appiccar gli abiti, non i soliti due avari ganci, ma un intero stanzino foderato di legno e fornito in copia di grucce (o, come talvolta son leggiadramente chiamate dalle donne, «omini »), nonché di altri aggeggi da indumenti; e così via con tutte le rimanen ­ti comodità che l’affranto viag ­giatore possa desiderare. Né l’insieme si mostrava privo di una certa dignità: i mobili non erano di serie, e perfino scopersi nel comodino (chie ­do scusa pel particolare) un vaso da notte di maiolica fio ­rita, un vero pezzo d’antiqua ­riato.

In breve, la ricognizione mi lasciò pienamente soddisfatto; la mia naturale diffidenza, quale di chi affronti luoghi nuovi, si sciolse; ed io mi ab ­bandonai fiduciosamente a quel benigno ricetto. Scivolai tra le coltri, spensi la luce; già già gli occhi mi si chiu ­devano.

*

D’improvviso un rumorino da nulla, ma ben distinto nel silenzio notturno, un rumorino secco e brusco mi fece sob ­balzare. Non ci badai, pure, stimandolo uno del tanti suo ­ni decasionali che riaffiorano quando sia spento il frastuono del giorno; se non che, in ca ­po a un tempo assai corto, quella specie di leggero schianto o scatto si ripeté; e di nuo ­vo si ripeté dopo alcuni istanti. Allarmato, riaccesi la luce e scorsi alla prima, sopra l’uscio, un oggetto sfuggito alle mie precedenti osservazioni: vale a dire un di quei dannati orologi che hanno carica pra ­ticamente infinita, ossia che si ricaricano da sé, ma non sen ­za dar luogo a codesti petu ­lanti ed ineluttabili rumorini. Nella fattispecie, secondo mi fu facile constatare, l’orologio che avevo innanzi emetteva i suoi segnali allo scadere di ogni minuto primo.

Sommando, ora, a una na ­tiva instabilità nervosa la gran ­de eccitazione generata dalla stanchezza, si può immagina ­re il mio avvilimento e quasi terrore: quel suono invero, sebbene contenuto, era più di quanto occorresse per impedirmi di prendere sonno, e ciò soprattutto in relazione alla sua implacabilità. Non ne avessi   riconosciuto il ritmo, dico, mi sarebbe forse stato possibile sfuggirgli, o almeno non sarei stato forzato ad attenderlo di minuto in minuto, con una tensione spasmodica dei sensi; tensione che, giusto di minuto in minuto, si fortificava colla sua puntualità al convegno.

D’altra parte, che fare? Chiamar qualcuno, cambiare stanza? Non ne avevo più la for ­za, tolto pure che s’erano fatte le due del mattino. Meglio valeva studiarsi di riportar ordine nella confusione dell’animo con mezzi meno empirici. Cercai di dominare lo sgomento e di risolvere il caso per sola forza di ragione. Il problema che mi si presen ­tava era in sostanza quello di riuscire ad addormentarmi nel ­lo spazio d’un minuto: ebbe ­ne, non era forse problema in ­solubile. Ad esempio, molte volte avevo avuto occasione di osservare quanto opinabile sia il tempo, non solo come valore assoluto o metodo uni ­versale, ma anche, più mode ­stamente, come sequenza o durata: un minuto cioè, che considerato alla buona è tempo brevissimo, può in deter ­minate circostanze risultare intollerabilmente lungo (e d’al ­tronde tutti lo sanno). Per conseguenza io non avevo ora che da pormi o fingermi nelle debite circostanze, che da pro ­vocare una dilatazione del tempo… eccetera con bubbole di diverso tenore.

Ben presto, voglio dire, mi avvidi che questo indirizzo razionale era in realtà il meno atto a trarmi d’impaccio, pro ­prio in quanto comportava una certa tensione dell’intel ­letto (avversa all’invocato so ­pore). Né miglior sorte ebbi con alcuno dei numerosi e più pedestri mezzi in uso tra co ­loro che (si legge sulle cartel ­le della tombola) « duran fatica a prender sonno ». La mia lotta contro il tempo, opi ­nabile o meno, s’era qui fatta davvero impari: lui aveva dal ­la sua, non solo l’estrema bre ­vità delle soluzioni, ma soprat ­tutto lo sconcerto che aveva saputo gettare nel mio animo. Ogni mio tentativo, con quel brigante appostato al canto di strada, era destinato al falli ­mento; e difatto fallì, e ogni volta mi ritrovavo seduto sul letto, gli occhi sbarrati, fissi sull’orologio che del tempo era l’implacabile strumento.

Venne pure, il momento del ­la riscossa, ma allora fu an ­che peggio: a costo di sforzi inauditi o di torbida langui ­dezza e di sprezzo del perico ­lo mi riusciva di addormen ­tarmi, magari profondamente, salvo che, entro un minuto, mi destavo (o meglio ero de ­stato) di soprassalto… In con ­clusione, una notte d’inferno. Da ultimo, coll’alba, col totale esaurimento ormai delle forze, ma in ¡specie coll’affondare e poi annegare del diabolico ru ­morino nei maggiori rumori dell’albergo e della strada, da ultimo caddi non so come in un sonno di piombo; il quale fu tuttavia di breve durata e non servì per nulla a ristorarmi. Levatomi rabbioso e più stordito della sera innanzi, non pensai che a fuggire.

Desideravo, ecco, riparare in uno di quegli alberghini di terza o quarta categoria, gra ­veolenti se ci corre, in cui non sono orologi elettrici alle pa ­reti; in cui, ti manchi qualco ­sa, hai un bel seviziare il pul ­sante del campanello, nessuno accorre; in cui, per dir tutto, ti senti abbandonato da Dio e dagli uomini, e pertanto li ­bero di suicidarti o (qui vo ­levo giungere) di seppellirti nel sonno.  

*

Era presto; il primo sole dorava anzi arrossava il sel ­ciato, che si intravvedeva di là dalla bussola. Il portiere di giorno, appena entrato in ser ­vizio, aveva il viso fresco, di ­steso, e gli occhi ancora gon ­fi di sonno: aveva dormito da pascià, lui. Stropicciandosi le mani, mi chiese per mera so ­vrabbondanza di cuore:

« Passata una buona notte? »

« Oh sì â— mentii â—, il vo ­stro è un albergo confortevo ­le. Solo che… »

« Qualcosa che non anda ­va? » domandò con espres ­sione quasi d’orrore.

« Beh, se mai, quell’orolo ­gio… »

« L’orologio elettrico sulla porta le ha dato noia! »

« Già: come fa a saperlo? »

« Lei non è il primo a la ­mentarsene. Eppure è così fa ­cile: uno ferma col dito la lancetta; sulla punta dei piedi, ci si arriva benissimo. In ogni caso, poteva chiamare ».

« E, fermata la lancetta, cosa succede esattamente? »

« Che si ferma anche lui, l’orologio, e non se ne parla più ».

« Ma guarda! » esclamai con tutta la poca animosità di cui ero sul momento capace.

« Eh sì â— ripeté senza ri ­levare â—, è facile. Perché, lo capisco, a certuni quel rumo ­rino secco dà fastidio; magari non riescono ad addormen ­tarsi ».

E, a tutto ciò, un solo fug ­gevole commento: che questa storia non è tanto una storia di orologi, quanto di tempo in persona. Sempre, il tempo è sul punto di scadere, e sempre è appostato sul canto della via.

 

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