La fanciulla sconosciuta

di Tommaso Landolfi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 24 aprile 1969]

Battevo le alte serre in compagnia d’un contadinotto, che era dei miei; durante le pause della poco fruttuosa caccia, egli mi andava raccontando interminabili storie di fantasmi e prodigi, secondo lui frequenti dalle nostre parti. E in verità, se non il contenuto stesso di tali sto ­rte, mi stupiva la perfetta na ­turalezza e semplicità con cui egli le spacciava, o, diciamo pure, la sua piena accettazio ­ne d’un mondo così portentoso.

Narrava tra l’altro di una certa sera: un ente invisibi ­le gli strappava di dosso il ferraiuolo e, quando lui si chinava a raccattarlo, gli ti ­rava via il cappello, e poi ancora Dio sa che. Ma qui io avevo buon gioco, era cioè facile pensare ai rovi che senza dubbio fiancheggiavano il sentiero, e anche ad even ­tuali procedenti libagioni del mio interlocutore; sicché vol ­li motteggiare:

– Guarda guarda! o non sarà che venivi dall’osteria?

Mi guardò più perplesso che offeso, e tacque.

– Del resto, â— seguitai, – si capisce bene: il crepu ­scolo, il buio… Ciascun og ­getto assume una forma stra ­na, inquietante, e i nostri sentimenti stessi…

– Ma i fantasmi, â— obbiettò, â— si trovano anche di giorno.

– Eh, diavolo: proprio di giorno, in piena luce, come ora?

– Sì sì, â— assicurò senza scomporsi; e, data una rapi ­da occhiata al sole: â— Tra poco ce n’è uno laggiù nella valle.

– Ah, esce a ora fissa?

– Sì.

– A che ora?

– A mezzogiorno preciso.

– Ah; e che specie di…?

– E’ la Donna coll’ombrel ­lo. Volete vederla?

– Perbacco se voglio: gui ­dami.

E lui mi guidò, per uno sterpeto, fino sul crinale di un’erta collina. Di lì scopri ­vamo una valletta bionda (per via delle stoppie) e del tutto deserta.

– Beh, aspettiamo: non può mancare. Forse non è ancora mezzogiorno, â— disse. Mentre io mi dicevo a mia volta: ‘ Sarò poco grullo! Ec ­co, son qui con questo sem ­pliciotto in attesa d’un pro ­digio ‘.

Il sole picchiava, la montagna taceva, la valletta re ­stava deserta. D’un tratto, dal paese lontano, ci giunse il suono delle campane di mez ­zogiorno: e nel medesimo istante la vidi.

Poteva essere uscita da una punta di bosco che si protendeva alquanto sul bre ­ve piano laggiù, o di dietro a quel grande masso, o solo di dietro a quel tronco di cerro secco.

Era una donnina snella e flessuosa, la quale, volgendoci le spalle e dolcemente ancheggiando, procedeva lungo un fosso asciutto che taglia ­va di sbieco le stoppie. Il suo abbigliamento, un abito bianco e lustro (come di raso), appariva certo singolare, ossia vecchio di almeno cent’anni; ma è pur vero che, nei nostri paesi sperduti, la gioventù femminile usa in determinate occasioni rispol ­verare gli abiti della nonna o della bisnonna… Nondimeno, come considerare fortui ­to l’ombrellino di pizzo con cui ella si schermava dai raggi del sole cocente? e che dire della sua aria assorta, di quel senso di segregazio ­ne o d’impenetrabilità che sembrava il naturale attribu ­to della sua piccola figura?

Ma capisco bene che sto dando nel gratuito e nell’opinabile) .

*

– Che vi dicevo? â— mor ­morò modestamente il mio impassibile compagno.

Ma, scorta appena quella qualsiasi apparizione, io m’ero precipitato giù per la pendice verso la valle. Ostacoli vari, relativi all’accidentata natura del terreno, rallentavano la mia corsa e insieme la rendevano fragorosa come frana: il che d’altronde non turbava la donnina laggiù, né la sua calma passeggiata. Pure, a un certo punto un forteto me la nascose per un attimo; e, quando riebbi vista libera, ella era ormai scomparsa. Arri ­vai in fondo, non più di quat ­to o cinque minuti potevano essere passati dal momento che la avevo veduta.

– Diavolo, â— balbettai, â— era qui or ora.

– Eh, â— disse il ragazzo, – così succede.

– Ma cosa, â— gridai: â— se c’era, dovrà essere ancora qui dattorno.

Lui rimase zitto per non contrariarmi.

– E andiamo, cerchiamola.

– Dove? â— e fece un ge ­sto circolare.

Difatto, la configurazione dei luoghi era tale da escludere che qualcuno potesse passarvi inosservato: dietro a noi le stoppie aperte e spoglie di ogni vegetazione; a dritta e a manca, due piagge brulle, due petraie piuttosto, in cui nep ­pure una lepre sarebbe rima ­sta celata; davanti a noi infi ­ne (giusta la direttrice da co ­lei seguita), lo sbocco della valle su una seconda e non meno nuda valletta montana…

– Insomma! â— sbuffai, ca ­dendo a sedere su una pietra.

– Beh. voi non ci volete credere, ma…

Non finì la frase: fissando un punto a ridosso, mi toccò leggermente il gomito. Mi vol ­si, e, in una specie di torbido abbagliamento, la rividi: tor ­nava adagio adagio sui propri passi, sempre lungo il fossato (e sempre dandoci le spalle).

Eppure, per farlo, avrebbe dovuto previamente scontrarsi con noi, o almeno mostrarcisi; donde dunque era sorta o ri ­sorta, lì in mezzo al piano?… Balzai in piedi, la inseguii, ora da nulla inceppato; e lei avan ­zava senza fretta, io correvo… Tuttavia, daccapo la persi: toccato il bosco, da cui forse proveniva e del resto assai ra ­do in quel punto, sembrò sva ­nirvi.

Mi fermai ansante; scambiai un’occhiata col ragazzo, che si strinse nelle spalle, e mi sen ­tii ridicolo. Paventavo inoltre i suoi inadeguati commenti; ma lui taceva, senza dubbio giudicando che non vi fosse nulla da aggiungere. Ed ecco mi venne in mente che il mio disagio e la mia smania pote ­vano derivare da un’unica cir ­costanza: io, cioè, non avevo avuto modo di guardarla in vi ­so. Idea insensata, dopo tutto; a buon conto, presi ad inter ­rogare febbrilmente il ragazzo:

– Tu la avevi già incon ­trata, non è vero?

– Eh sì, spesso: vi ripeto che basta trovarsi qui a mez ­zogiorno…

– E di’, l’hai mai vista in faccia?

– No, questo no, â— rispo ­se, per la prima volta mani ­festando un certo turbamen ­to. â— E’ meglio non vederla.

– In faccia, vuoi dire? E perché è meglio?

– E’ morta.

E per la prima volta a me non sembrò del tutto assurda una simile affermazione.

Risparmio al lettore, tanto le spiegazioni fornitemi dal ragazzo sulla via del ritorno, quanto i risultati di mie po ­steriori indagini tra la gente del luogo. D’altronde la storia della mal veduta fanciulla non appariva per nessun riguardo notevole: d’una grande fami ­glia oggi estinta, ella era stata uccisa (da un innamorato de ­luso?) lì appunto dove usava mostrarsi, ed a quell’ora ap ­punto â— fatto o fattaccio ca ­pitato, secondo la valutazione popolare, un centocinquanta anni innanzi. La sua anima, sicché, errava senza requie… e via col rimanente.

*

A tutto ciò ripensavo la se ­ra coricandomi; né certo po ­tevo nascondermi quanto la ­bili ed incerte fossero le ap ­parenze di cui ero stato osser ­vatore o vittima. E, malgra ­do ogni saggia considerazio ­ne… Beh, confiniamo pure nel limbo dell’ignarità le incrolla ­bili credenze del mio compa ­gno di caccia: ma lasciar cor ­rere la fantasia è permesso an ­che a un uomo evoluto e co ­sciente.

Mi chiedevo, per esempio: ‘E insomma che cosa, celan ­domi il suo volto, quale inim ­maginabile orrore ha voluto evitarmi la sconosciuta fan ­ciulla?’.

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