Endecasillabi perduti

di Paolo Monelli
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 22 luglio 1970]

Un ente culturale o qualcosa di simile ha bandito un concorso a premio per “la più bella poesia” che consti di un solo endecasillabo: il grande verso dei poemi in ot ­tave e dei versi sciolti, della Commedia e dell’Infinito. I giudici potrebbero disporre fin d’ora di un abbondante ma ­teriale già esistente; bastereb ­be che sfogliassero per due o tre settimane i nostri giornali per imbattersi in titoli che sono endecasillabi perfetti, sonori, ampollosi, patetici; ciascuno un microcosmo di fatti naturali e sociali, di aspetti co ­mici e drammatici del nostro tempo.

Tolgo dalle cronache delle calamità naturali: Turchia: la neve dopo il terremoto. Furiosi incendi sulla Costa Az ­zurra. Date alle fiamme le città distrutte. Sempre più in ­fetto il mare dei romani.

E dalle cronache di politica interna e di eventi internazio ­nali. Nuovo no del governo agli statali. No del centro sinistra ai contadini. Traffico d’armi all’ombra della droga. Avviene talvolta che lo stesso giorno la medesima notizia sti ­moli nello stesso modo in due fogli diversi il redattore inca ­ricato dei titoli. Così si è letto sull’Avanti! del 10 luglio scor ­so Nuove pesanti condanne ad Atene (l’endecasillabo con l’accento sulla quarta settima e decima rende bene un’atmo ­sfera d’incubo e d’angoscia); la stessa informazione sull’U ­nità aveva un titolo decasil ­labo (ed anche questo verso conviene allo stile triste e lut ­tuoso): Quattro dure condan ­ne ad Atene.

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Tragedie della strada e del traffico. Una tragica Pasqua sulle strade. Batte la testa sul ­l’asfalto e muore. Scippata cade e si frattura il femore. (Sono frequenti gli sdruccioli che pare portino una ventata fresca nelle colonne grevi: Ot ­to segreti per salvare il trafffico. Per le elezioni tregua degli scioperi? Ieri quasi nessuno in acqua a Genova).

I prodigi del nostro tempo: Vedrà con gli occhi del fra ­tello morto. S’avvicina oramai l’èra dei robot, – vivremo fra le macchine parlanti. Il volo dell’Apollo 13, i primi giorni snobbato dai cronisti: Troppo perfetto; la gente si annoia (Giorno del 14 aprile). Ma il giorno dopo l’impresa falli ­sce, e sui giornali è una piog ­gia di endecasillabi, dei quali il più bello fu questo: Ieri la luna è tornata lontana; ma furono tutti subissati da un esametro omerico: Sfuggiti al ­la morsa del gelido spazio vio ­lato (Tempo, 18 aprile).

I personaggi della cronaca. Manette ai polsi di Daniela Rocca. Tamara dirà tutto sul ­la droga? Paola non attende il quarto figlio. Fabiola non adotta il nipotino. Contestan ­do premiata Elsa Morante. Le reazioni iperboliche o esa ­sperate della gente: Spara per ­ché lo chiamano terrone. Capri impazzita per il suo Peppino. Le minacciate bellezze delle nostre regioni: L’ermetico sorriso dell’Abruzzo (in un’aura, naturalmente, da Figlia di Jorio).

I vizi e il sesso. Ma quel chilo di coca a chi serviva? Ragazzina drogata; nella grot ­ta – metedrina siringhe e pas ­saporti. L’asparago è davvero afrodisiaco? La migrazione di città intiere al mare e ai monti per le vacanze o in fine di settimana, in carducciana so ­lennità: E’ cominciato il gran ­de esodo estivo (con le ricor ­renti vittime, due secondini annegano nel Po).

Due lepidi personaggi in una notizia da Piazza Arme ­rina: Fuggono per amore due vecchietti. L’uomo del giorno, l’onorevole Andreotti, presen ­tato in una biografia essenzia ­le: Il giovane decano del potere. E anche le sue fatiche appaiono degne di canto e di poema. Andreotti: proseguono i sondaggi. Andreotti prepara un documento – per superare i punti di contrasto.

Una Musa che non riposa mai è lo sport, un’inesausta fabbrica di sentimenti che tra ­sporta i cronisti sul Parnaso e sull’Elicona. Innumerevoli endecasillabi sono nati dai campionati mondiali al Mes ­sico. Domenica cominciano i mondiali (con brio). Anastasi operato: addio ai mondiali (patetico). La Bulgaria battu ­ta dal Perù. Abbiamo fatto il giuoco del Brasile (andante appassionato). E il calcio di casa. La Fiorentina passa su rigore. Alla Juve la parte del leone. Lazio sconfitta con zuf ­fa finale. Cagliari a zero per metà partita, – poi un rigore, Riva e la vittoria. E passando al ciclismo: Drammatica sca ­lata del Ventoux. Il favoloso Merckx chiude in bellezza. Finale pirotecnico di Merckx.

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Spesso avviene che all’empi ­to lirico del titoliere un solo verso non basta e trabocca in un secondo e talvolta in un terzo; poemetti che non rara ­mente hanno l’efficacia e i colori dei cartelloni dei cantastorie. I primi cinque che seguono risalgono agli anni ’61 e ‘62 quando cominciai ad oc ­cuparmi di questo fenomeno e ne trovai i motivi nella no ­stra natura appassionata, en ­fatica, retorica. Sogna la mo ­glie uccisa da un gorilla, – si ridesta e la trova strangolata. Misteriosa morte d’una vedova in casa di uno scapolo in Abruzzo. Tragedia d’interessi a Tagliacozzo. – Uccide la co- gnata a coltellate – e riduce il  fratello in fin di vita. Tragedia familiare nel Molise. – Un con ­tadino a Macchia Val Forto ­re – assassina la moglie e la cognata. Ancora una terzina: Boschi in fiamme sui monti di Sanremo; – impegnati i sol ­dati, e centinaia – di volontari; i danni sono ingenti. Con un enjambement degno di Ronsard.

Ma l’andazzo continua. Scel ­go fra i poemetti più recenti. Ecco in che cose è stata tra ­sformata – Roma: una gigan ­tesca pattumiera. Vipera scim ­mia calabroni e vespa – man ­dano quattro bimbi all’ospe ­dale. Un patrimonio d’arte va in rovina; – gli affreschi bi ­zantini di Matera – alla mercé dei ladri e dei pastori. Chi ­mico che viveva in solitudine – si uccide con un colpo di pistola. Chi pensasse che il vezzo di mettere nei titoli monosillabi stranieri e prefissoidi per farli più concettosi possa attenuare il fenomeno si disilluda. Si fanno titoli in versi anche con gli esotismi. Colpa del caldo il porno-show danese?

Spesso questi titoli bastano al lettore frettoloso, condensando efficacemente notizia e commento: Violenza (e rabbia) peggio che a Pescara per una cronaca da Reggio Calabria. Altre volte invece per chi non abbia ancora let ­to il testo che segue, sono più o meno misteriosi, hanno quel vago indistinto che è pregio della poesia. Sarà l’inverno delle donne tigri. Al mare il nudo si veste di giungla. Ac ­cademici sì ma a pagamento. Una camicia di forza al cer ­vello. Chiuderanno Venezia in un catino. Faida segreta alle Botteghe Oscure. Un treno sulla rotta degli uccelli (d’un rapido tedesco che porta alle terre boreali i turisti estivi). L’estate delle spugne vario ­pinte (a proposito di nuovi tessuti ingualcibili). Sotto un sopratitolo anch’esso di misu ­ra endecasillaba, La Magna-grecia fra uomini e dèi, due versi sembrano tradotti da un’ode del Platen: Alla ri ­cerca d’un mulino d’oro – sepolto sotto un fico a Meta ­ponto (ed ecco la nota so ­ciale: Nel Salento strappato alle paludi – non c’è più po ­sto per i contadini?).

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Qualche volta il verso è un decasillabo, che come ho det ­to spesso si presta meglio a rendere il rimpianto o l’orro ­re, o il novenario con effetti manzoniani. Rinvenuta sgoz ­zata nel letto – con accanto l’amante ferito. Aggredisce la moglie nel sonno – e sconvolto si annega in un pozzo. Dopo aver strangolato la moglie – contadino si toglie la vita. Si teme che il bimbo di Roma sia stato rapito da un pazzo. Quando nel 1966 il maltem ­po devastò alcune valli dei Friuli un distico di due nove ­nari così descrisse il contegno altiero e severo di quelle po ­polazioni: Non piange, non chiede, lavora – la gente stu ­penda del Friuli.

Abbastanza frequenti sono titoli composti di due sette ­nari da cui risulta un alessan ­drino, il verso epico dei fran ­cesi, ma che da noi riesce ra ­ramente solenne. Sfiducia per il sindaco; non salutò il que ­store. Tremenda la vecchietta: picchiò lo scippatore.

Degno d’un poeta crepuscolare è il distico con il quale il Giornale d’Italia incappella una fotografia e un commento sulla tristezza domenicale dei nuovi sobborghi Un cane, un gatto e la malinconia   – nei palazzoni della solitudine. L’agosto del ’68 il Resto del Carlino pubblica una corrispondenza del suo inviato speciale a Praga che cominciava come un’elegia di Fausto Maria   Martini: « La vita riprende di giorno. Ma Praga muore ogni sera. I vecchi tram giallo-rossi sferragliano alle venti in deposito. Praga ha rinunciato alla notte ». Nessuna meraviglia che al titoliere     sia     sbocciato nella mente l’endecasillabo, Veglia funebre in piazza Venceslao.

L’inverno scorso leggemmo che nel Labrador s’era applicato un congegno radio-trasmittente ad un alce che segnalasse i movimenti di quell’animale e della sua tribù in quelle gelate lande boreali. Per qualche tempo i giornali ne trasmisero i messaggi; poi fu silenzio. Una tragedia artica. Ne dette notizia il Resto del Carlino del 23 febbraio scorso: L’alce con radio ne trasmette più.

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