di Eugenio Montale
[dal “Corriere della Sera”, domenica 18 maggio 1969]
Il lieve tintinnio del collarino e un arpeggio vellutato, come uno sgranarsi di zampette sul muro che accompagna la via maestra annunciavano che il gatto Malfusso ci era venuto incontro un buon tratto per guidarci alla casa di Erasmo, una sorta di mai son du pendu bianca anche sul far della sera, col fico rugginoso addossato da una parte e pochi alberi antropo morfici ai quattro lati, dai quali venne poi sempre, al l’ora del crepuscolo, il lugu bre gluglu delle tortore in gabbia. A sinistra e in basso il mare limaccioso e l’ammaz zatoio. Ma di morti non c’e rano che i topolini di nido, schiacciati con la scopa sullo spiazzo d’ingresso dalla fida Maria Vulpius. La casa era piena di libri, di tende di broccato, di armi e di diplo mi in cornice; a spiare oltre il fitto reticolo di fil di fer ro delle feritoie si scorgeva solo qualche spicchio di lu ce, una scaglia d’albero, uno svariare d’ombre, e i suoni non mutavano che di poco, passando dallo sfrigolìo intermittente delle ultime cicale al fruscio più ampio e lonta no del mare. Un mare sem pre inquieto, gonfio ma non grosso, che non si vedeva qua si e non cambiava mai il re spiro, incurante delle luna zioni.
Si faceva tardi e Maria Vulpius, l’inarrivabile, tenta va invano di accendere il fuoco a pianterreno e di pre pararci il ciupìn di scorpene e moscardini; la casa era tut ta fumo e l’ospite s’indugia va fino all’ultimo a massacra re l’angelica fiaba di Papageno sulla tastiera cariata di un vecchio pianoforte che dava un suono acido di spinet ta. Tra il fumo i fregi dorati di alcune rilegature brillavano incuranti a sommergersi e il ritratto dell’Icaro caduto in fiamme resisteva ancora tra le bombe Sipe e le pistole automatiche. Appoggiato allo spiovente stratificato di alcuni Webster attendevo l’ora della cena e continuavo a ri tardare l’ora della partenza.
Se questi erano i pomerig gi, difficili a rammentarsi co me un sogno, altrettanto brevi scorrevano le mattine, dopo che Erasmo si era lascia to cacciare dalla zanzariera nella quale dormiva sorriden te e disumano come un Dio in una nuvola bianca. Segui vano curiosi riti, come il lan cio delle oche in mare per il bagno quotidiano e l’omaggio al fenicottero giunto un gior no a volo e rimasto poi ap pollaiato per più di un mese su un comò, ad arrotarsi l’e norme becco a serbatoio che gli tirava in basso il collo sot tile e la testina. Lo videro i ragazzi del paese e dissero senza sorpresa « oh, un per digiorno ». Mangiava raramen te, spesso la notte, con un rumore di ciabatte che face va rabbrividire; poi un bel mattino seppi (lo seppi dopo) aprì le ali e con un volo fer mo e dritto andò a trasferirsi in un convento di cappuccini a breve distanza.
Del resto conviene dire che in quella casa piena di gran di ombre, in quella riserva di caccia dell’ultima storia che conta, la più sconosciuta (che non tutto, non tutto andasse in pezzi come le olive strito late lì dietro, a pochi passi, dal frantoio) la vita era alta, incorrotta, senza compromessi; e fu difficile e anche do loroso, dopo pochi giorni, ri mettersi all’esistenza degli al tri, storcere con un dito l’a sticella della meridiana ferma per sempre sulla stessa ora e avviarsi lungo la scarpata prima della giornaliera appari zione del cardinale rosso porpora, con lo zucchetto in testa, le pantofole di marocchino e l’aquila d’oro al collo!
Non avevo molte probabilità di svignarmela inosservato, mancava ancora una mezz’ora all’arrivo del diretto ma prima di questo c’era un omnibus in gran ritardo, inatteso al quale giunsi ad attaccarmi. Mi parve (ma fu certo un’illusione) di scorgere una fiamma rossa tra gli alberi e un gesto adirato, poi il treno imboccò un tunnel fuligginoso e dopo poco la loggia del Montorsoli si profilava contro un mare diverso, pieno di transatlantici.
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La prosa che precede doveva figurare nel mio libro La bufera e altro che apparve nel 1956. Ma fu scritta ne ’43 e ora non so perché l’abbia esclusa da una raccolta dove pure compaiono due altri petits poèmes en prose L’argomento, nettamente reale, avrebbe potuto fornir materia a un più lungo ed elaborato elzeviro, o meglio ancora a un breve racconto, di quelli che sempre più raramente si leggono sulle pagine dei quotidiani. Ma una simile destinazione era da escludersi perché fino a quel tempo io non ero autore di nulla che potesse dirsi narrativo e non avevo alcuna intenzione di iscrivermi sotto quell’etichetta. Sarebbe mancato, inoltre, il destinatario, il giornale. Avevo già sulla coscienza un buon numero di prose, ma tutte di critica letteraria sparse in quotidiani di second’ordine o in riviste. A un grande quotidiano approdai solo dopo la liberazione di Milano e in quella nuova sede mi si fece intendere che lo spazio era ristretto e che la critica letteraria doveva entra re, almeno provvisoriamente, in quarantena. Sparì allora del tutto l’illusione che io potessi diventare un emulo di Aloysius Bertrand, un cesellatore di brevi gioielli in prosa « d’arte ». D’altra parte mi mancava la fantasia del nar ratore nato e non potevo con tare che su ricordi personali, su esperienze vissute. Non di sponevo certo del pozzo di San Patrizio avendo sempre condotto una vita appartata, dopo il ’40 semiclandestina. In compenso quelle poche me morie erano andate lievitan do e di giorno in giorno mi sembravano sempre più irrea li. Non potevo fonderle in un tutto omogeneo, in un con tinuo. Si rifiutavano di orga nizzarsi secondo un ordine e una prospettiva. Dovevo la sciarle sorgere a piacer loro e così fu.
Nacquero così i racconti non-racconti, le poesie non -poesia che anni dopo raccolsi sotto il titolo La farfalla di Dinard. Mi accorsi dopo che quel libro scritto a Milano af fondava parte delle sue radici in una città, Firenze, che io avevo guardato con gli occhi di uno straniero innamorato dell’Italia. Che poi il tentati vo, del tutto involontario, avesse incontrato due handi cap prevedibili era ben chia ro. Gli occhi dello straniero mi erano inibiti dal fatto che io a Firenze dovevo lavorare e non contemplare; e lavorare in condizioni che mi rendevano italiano al cento per cento. Inoltre, la Firenze che mi interessava era in via di dissoluzione. Le inique sanzioni erano riuscite a svuotarla di gran parte delle sue reliquie viventi: degli uomini che avevano vissuto in quella città ore irripetibili. In sostanza io dovevo cibarmi di ricordi alimentati da precedenti ricordi di altri, di sconosciuti. Però entro questi limiti assai gravi io sono riuscito a dare, sia pure in poche pagine, non un capitolo ma due righe di un ipotetico libro che un giorno qualcuno dovrà decidersi a scrivere e porterà press’a poco questo titolo: Stranieri a Firenze Non è che tentativi del genere siano del tutto mancati; ma nessuno ch’io sappia è stato all’altezza dell’argomento. Il meglio l’ha fatto Emilio Cecchi, che però era emigrato a Roma sui trent’anni e non aveva il vantaggio di essere uno straniero.
LA POESIA
L’angosciante questione
se sia a freddo o a caldo l’ispirazione
non appartiene alla scienza termica.
Il raptus non produce, il vuoto non conduce
non c’è poesia al sorbetto o al girarrosto.
Si tratterà piuttosto di parole
molto importune
che hanno fretta di uscire
dal forno o dal surgelante.
Il fatto non è importante. Appena fuori
si guardano d’attorno e hanno l’aria di dirsi:
che sto a farci?