Variazioni #3/10

di Eugenio Montale
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 11 aprile 1969]

La sensibilità moderna fa di dio un essere (spiegherò poi perché non uso le maiu ­scole), un essere pacifico, ac ­comodante, paterno, forse più zio che padre: un essere che pur non essendo un uomo ha tutti i difetti di noi uomini, tante è vero che li comprende e li giudicherà con molta be ­nevolenza promuovendoci co ­me suol dirsi con lo scappel ­lotto; un essere, un alcunché, un quid che pur non avendo la nostra mente ne possiede una stranamente affine alla nostra, senza di che, cosa po ­trebbe importargli dei fatti nostri?; una ipotesi che non s’incarna â— o se il fatto av ­venne fu alquanto tardivo nel ­la storia dell’umanità e in ogni modo non ha alcuna probabi ­lità di ripetersi; un fenomeno che non è tale perché non è verificabile per colpa dei nostri strumenti, ma che un giorno, chissà, la scienza scoprirà come funziona; un agente, un semovente non visibile né movibile come noi siamo, eppure stranamente presente in ogni luogo, fatta eccezione per qualche rara obsolescen ­za â— treni che precipitano in un fiume, centinaia di bambini annegati et similia â—, inspiegabile ai nostri occhi ma poi comprensibile nel qua ­dro della legge dei grandi nu ­meri che eguaglia tutto e ren ­de trascurabili gli scarti e le differenze; un portento a por ­tata di mano che noi giocan ­do a moscacieca non riuscia ­mo a toccare perché il mo ­mento buono non è ancora venuto; e insomma un lui (non un Lui) che non ci può fare alcun male essendo noi, bendati, del tutto incolpevoli delle nostre colpe.

Cancellato dall’orizzonte il Dio terribile e vendicatore della Bibbia era facile vedere in lui (stavolta con la minu ­scola) il tasto che produce au ­tomaticamente il Benessere, il testimone e anche il benevolo complice dei nostri intrighi. Il tasto o meglio il test al qua ­le il creatore sottopone se stes ­so â— e per sua delega noi stessi â— per rendersi conto della sua personale efficienza. Spiegazione nettamente antro ­pomorfica e come tale poco soddisfacente. Eppure se fos ­se accolta e sentita potrebbe bastare a far sì che gli uomini rinunzino ad ammazzarsi tra loro come belve infuriate.

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In un suo lavoro giovanile apparso recentemente sul vi ­deo Arthur Miller, dramma ­turgo che gode di una fama superiore ai suoi meriti, ci dice che i forni adoperati per dare una «soluzione definitiva » al problema ebraico erano adoperati da uomini che sapevano ascoltare commossi e rapiti le più eccelse musi ­che di Bach o dell’ultimo Beethoven. Spero che questo non sia vero, ma confesso che a titolo di ipotesi il fatto non mi sembra affatto strano. Non ho mai creduto che fra tutte le arti la musica goda del singolare privilegio di addolcire e ammansire le anime. So be ­nissimo che la musica entra poco o nulla nel curriculum educativo e scolastico degli Italiani; non sarei certo scon ­tento se a questa lacuna si portasse rimedio; ma non per questo mi strappo i capelli per la carenza tanto enuncia ­ta e denunziata. Ho conosciu ­to molti musicisti professio ­nali, alcuni tuttora viventi; forse il solo tanto deprecato Leoncavallo, autore, del resto, di un capolavoro, mi ha la ­sciato una vera impressione di umanità e dolcezza. Ma questo ha poca importanza: può attribuirsi alla scarsità delle mie esperienze, a un mio difetto di acume psicologico.

Più m’interessa invece por ­re realisticamente il proble ­ma. Ignoro che cosa verrà fuori dalle attuali riforme scolastiche: fino a ieri però i programmi erano talmente col ­mi di « materie » che sarebbe stato ben difficile aggravarli di ulteriori discipline. Nelle scuole elementari, che sono le più importanti, l’insegnamen ­to dovrebbe ridursi alla lingua italiana, all’educazione civile e alle semplici operazioni arit ­metiche. Non si vede dove possano trovarsi tanti mae ­stri che sappiano davvero l’italiano: e quante generazio ­ni dovranno passare prima che in quella sede si introdu ­cano anche nozioni di musi ­ca? Esistono poi istituti mu ­sicali di vario genere; non manca nemmeno qualche cat ­tedra universitaria di storia della musica. Far di più si potrebbe se veramente gli Ita ­liani sentissero questo biso ­gno. Oggi poi la radio e il disco fanno seria concorrenza alle organizzazioni concerti ­stiche. E’ anche possibile che il libro sia sostituito dal mi ­crofilm. La vita d’oggi è tutta piena di musiche stridule, esclusivamente timbriche e ritmiche. Molti non si servo ­no più delle note musicali del vecchio pentagramma. An ­zi si sostiene che la sola mu ­sica educativa, perché « im ­pegnata », è proprio questa. Il meno che si possa dire è che il nostro tempo non è il più adatto alla creazione e diffusione di ciò che un tem ­po si intendeva come « musi ­ca ». Probabilmente il gusto musicale e l’amore per la na ­tura sono più scarsi in Italia che altrove perché qui da noi il sole, il piacere di vivere all’aperto sono o erano più facili che nelle fredde regioni del Nord. Ecco a che cosa si deve la maledizione (estetica) del nostro popolo.

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So che allo sport si attri ­buiscono molti meriti d’ordi ­ne sociale e individuale, igie ­nico e spirituale, nazionale e razziale. Mens sana in corpore sano è l’insegna di un ago ­nismo che dovrebbe esaltare i valori di un popolo, di una stirpe. Ciò può ancora dirsi per l’atletica leggera, per l’ip ­pica, per il golf e il tennis e per altri non massacranti esercizi. Qui tutto si risolve in qualche più o meno esal ­tante spettacolo. Meno con ­fortanti agli effetti della mens sana sono la boxe e il giuoco del calcio. Forse una gioventù educata allo sport delle peda ­te crescerà più robusta, ma a questo fine basterebbe la gin ­nastica. La boxe e il calcio sono invece giochi violenti, altamente diseducativi come tutto ciò che ammassa gli uo ­mini senza unirli. Un tempo si poteva credere all’utilità di mandare allo stadio anziché all’osteria milioni di uomini nei giorni del loro tempo li ­bero. Si pensava che gli spet ­tatori di simili ludi provasse ­ro uno sfogo catartico restan ­do delegata la violenza ai po ­chi che li praticano professio ­nalmente. C’era insomma una divisione di competenza: al pubblico il vantaggio di diver ­tirsi en plein air, ai gladiatori il dovere di pestarsi come me ­glio potevano. C’era e c’è an ­che di mezzo l’orgoglio nazio ­nale e persino (il peggiore) lo spirito campanilistico. Sen ­za il corpore sano testimonia ­to da medaglie, coppe, allori, lo spirito nazionale o comunale era considerato in deficit. Competizione e salute pubblica sembravano le due facce di una sola medaglia.

Tutto ciò presupponeva una lealtà collettiva di cui non trovo traccia neppure nei nu ­meri di lunedì dei nostri quo ­tidiani. Dalle cronache dei giornalisti sportivi si apprende che l’arbitro è stato posto in salvo da un elicottero, che il boxeur straniero colpevole di aver messo al tappeto un nostro campione è stato accolto da un diluvio di insulti; si rileva che le squadre di calcio più ricche battono sempre le squadre povere; che i pugilatori sono suddivisi in molteplici categorie non tanto e non solo per il loro peso (il che sarebbe giusto) ma soprattutto per aumentare il numero dei campionati e incre-mentare la « produzione » in questo lucroso settore. Si impara, infine, che gli spettatori di una partita di calcio appena usciti dallo stadio possono abbandonarsi a gesti di violenza, non sempre a sfondo politico, distruggendo vetrine di negozi, automobili e pestando i primi malcapitati che incontrano. I giornalisti deplorano, assai flebilmente, tutto questo. Ma c’è di peggio.

Giorni addietro sono ap ­parsi sul video eminenti pa ­tologi universitari e un per me oscuro medico sportivo. Il tema era: se si può o si de ­ve e con quali spese e da par ­te di chi, mettere in ogni sta ­dio un’infermeria dotata di particolari strumenti per la rianimazione post-infarto. Dell’infarto causato da infatua ­zione calcistica (di spettato ­ri, quasi mai di calciatori) i cattedratici parlavano come di un fatto naturalissimo, di ordinaria amministrazione. Il problema era, semmai, quello della spesa. Nessuno disse che l’ingente e ipotetica somma avrebbe potuto esser meglio utilizzata nel campo della sa ­lute pubblica. Concordi gli il ­lustri docenti nel sottolineare gli aspetti positivi dell’arte dei piedi. Un poco meno con ­vinto era, lo dico a suo ono ­re, il medico sportivo.

Ma a questo punto, lo so, sorge un’obiezione formidabi ­le. Dove li metterete, la do ­menica, le migliaia, i milioni di uomini e donne che affol ­lano gli stadi? Quale surro ­gato proponete per il biso ­gno che l’uomo ha di vedere, se non di praticare, la vio ­lenza? Li manderete forse al ­l’università che nei giorni fe ­stivi è chiusa? (Ora è chiusa quasi sempre).

E qui giunto mi dichiaro k.o. Battuto senza possibilità di rivincita.

LA VERA GIBIGIANNA

Hasta la vista, à bientí³t, I’ll be seeing you, appuntamenti

ridicoli perche si sa che chi s’è visto s’è visto.

La verità è che nulla si era veduto

e che un accadimento non è mai accaduto.

Ma senza questo inganno sarebbe inesplicabile

l’ardua speculazione che mira alle riforme

essendo il ri pleonastico là dove

manca la forma.

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