Amata dalla massa

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 29 luglio 1970]

Ragazzina, la civetteria mi è cresciuta dentro come una di quelle punte che si abbar ­bicano in una crepa su un cornicione e poi, dopo pochi mesi, sono diventate un arbu ­sto e se vai a tirarle fuori sco ­pri che hanno la radice più lunga di loro. Ero ancora una ragazzina seria, mettiamo, a novembre, all’inizio dell’anno scolastico; a giugno, per le vacanze, ero già così civetta che quasi mi stupivo io stessa di esserlo tanto. A novembre ero stata una di quelle sco ­lare fredde e sapute che sembrano delle vecchiette; a giugno dimenavo i fianchi, sporgevo il petto, lanciavo oc ­chiate a destra e a sinistra, ri ­devo senza motivo, posavo apposta la mano sul ginocchio per metterlo in mostra. Ma, soprattutto, pensavo agli uo ­mini. O meglio, sentivo che ci pensavo: il pensiero non c’era come riflessione, come calcolo, come giudizio; ma c’era il sentimento che, qual ­siasi cosa facessi, quel pen ­siero non mi abbandonava mai.

Forse è giunto il momento di descrivermi, anche perché, descrivendomi com’ero allora, potrò far comprendere meglio il cambiamento che è soprav ­venuto in seguito. Ero, dun ­que, una ragazza di bellezza trionfale e risplendente, e al tempo stesso quieta, dolce, se ­rena. Una vitalità densa e vo ­gliosa mi gonfiava la persona come fa la linfa ad un frutto maturo. La sentivo, questa vi ­talità, nel lustro e nel movi ­mento dei capelli, nella dila ­tazione luminosa delle pupil ­le, nell’inutilità radiosa del sorriso, nel rigoglio prepoten ­te del seno, nell’ebbrezza che mi saliva al cervello ad ogni passo che muovevo. Natural ­mente sapevo di essere bella; ma non ero affatto consapevo ­le di far di tutto per mettere in mostra la mia bellezza. Cre ­devo, per esempio, in buona fede, di seguire la moda. In realtà la gonna più corta, la scollatura più profonda, la ve ­ste più aderente erano sem ­pre le mie.

*

Basta, pensavo agli uomini e se la moda l’avesse voluto, non avrei esitato ad andare in giro nuda; ma un bacio che è un bacio, a diciott’anni, non l’avevo ancora dato. Strano a dirsi, perché ero nata in una famiglia tradizionale ed ero stata allevata per il matrimonio, non desideravo sposarmi. La mia aspirazione, invece, era, o almeno così mi sembrava, il lavoro. Desideravo lavo ­rare; e questo desiderio di ren ­dermi utile socialmente si con ­fondeva con il desiderio tutto fisico che, secondo gli uomini, si esprimeva nelle forme del mio corpo. Il pensiero del la ­voro è diventato ben presto ossessivo, come si dice che sia il pensiero dell’amore. Ho pre ­so il diploma di stenodattilo ­grafa, ho studiato il francese e l’inglese, ho frequentato dei corsi per diventare interprete. Finalmente, sono riuscita ad ottenere un posto di segreta ­ria, in una agenzia di pubbli ­cità.

Subito ho fatto, come si di ­ce, colpo. Il direttore mi ha detto un giorno; « Susanna, tu sei una pubblicità ambulan ­te ». Ho domandato ingenuamente: « Di quale prodotto? ». E lui: « Di te stessa ». Non ho capito troppo bene, ho cre ­duto che alludesse alla mia pur sempre fortissima civette ­ria e ho arrossito. Questo di ­rettore era un bell’uomo alto e robusto, con due soli difet ­ti: era completamente calvo e teneva le spalle curve, quasi avesse la gobba. Naturalmen ­te, si è innamorato di me, ma in maniera gentile e rispetto ­sa, secondo il suo carattere. Mi sono rifiutata alle sue in ­sistenze; e un giorno non sa ­pendo più cosa dirgli, mi è venuto fatto di dargli questa spiegazione: «Tu, Ettore, mi piaci, ma non più degli altri. Se amassi te, non avrei poi più nessun motivo di non ama ­re chiunque ».

*

Con l’idea di farmi piacere, di lì a qualche tempo il di ­rettore mi ha messo nel car ­tellone pubblicitario di un co ­stume da bagno di nuovo tipo. Fotografata a colori, me ne stavo semplicemente ritta, le braccia e le gambe leggermen ­te aperte, su uno sfondo bian ­co. Il petto e la pancia spor ­gevano; la testa era tirata in ­dietro. Il costume aveva la particolarità di essere insieme traforato sul seno e rinforza ­to sul ventre; così che quello che non si vedeva chiaramen ­te, in compenso era messo in forte rilievo. A dirla in breve, era un cartellone indecente; e infatti ha avuto un grandissi ­mo successo. Si vedeva dap ­pertutto; sullo sfondo bianco, ci scrivevano frasi oscene e parolacce oppure ci facevano disegni irriferibili. Mi dispia ­cevano l’indecenza del cartel ­lone e le volgarità che la gen ­te ci scriveva e ci disegnava? Sì e no. A ben guardare, quel ­lo che non mi era ancora av ­venuto nella vita, era avvenu ­to, invece, di colpo, in quel cartellone: mi ero, per così di ­re, offerta con decisa civette ­ria; e la mia offerta aveva tro ­vato una risposta altrettanto decisa. Quelle scritte e quei disegni stavano lì a dimostrare che un rapporto si era creato, che era stato felice e che era stato consumato fino in fondo. D’altra parte, sapevo che c’è una maniera di essere teneri con le parolacce e con le crudezze. Nelle scritte e nei disegni del mio cartellone c’e ­ra, appunto, questo genere di tenerezza.

Ma il cartellone, stranamen ­te, ha ammazzato la mia ci ­vetteria. Ho spesso riflettuto sulla contemporaneità dei due avvenimenti: il successo del cartellone e la morte della ci ­vetteria. Non c’era dubbio che tra le due cose ci fosse un nesso: ma era difficile dire quale. Smaniosa, vogliosa, an ­siosa di piacere agli uomini, anzi a tutti gli uomini, non mi era mai venuto in mente che avrei potuto piacere non a quei pochi che mi accadeva di incontrare per strada o tra la gente che frequentavo; ma ai milioni di maschi di una intera città. Ora questo, ap ­punto, era avvenuto. Quel car ­tellone era una civetteria, per così dire, di massa; e aveva provocato un amore di mas ­sa. Ma, al contrario di quan ­to avviene nell’amore tra due individui, l’amore di massa non ha avuto sviluppi, si è fermato a quel solo cartellone e alla sola stagione che è du ­rato il successo del cartellone. Il mio direttore, sempre per conquistarmi, mi ha messo in due altri cartelloni ancor più procaci del primo, se era pos ­sibile, ma senza alcun succes ­so. Al tempo stesso mi sono accorta che trasferendosi dal mio corpo al cartellone, la civetteria aveva perduto il ca ­rattere inconscio che me l’aveva resa così disinteressata e inebriante, simile ad un gio ­co vertiginoso. Era diventata semplice, grossolana lusinga. Forse per questo ho cessato di essere civetta: mi vergognavo, cosa che, prima del cartello ­ne, non era mai avvenuto. Oppure, chissà, tutta la mia vitalità era defluita dal mio corpo reale al corpo fotografato; e adesso, anche se l’aves ­si voluto, non avrei più potuto essere civetta come un tempo.

Vagamente spaventata da tanti cambiamenti, mi sono af ­frettata ad accettare finalmen ­te l’amore del direttore per il quale, del resto, nutrivo un sincero affetto. La prima vol ­ta non è stato un fiasco ma quasi; e ho letto nel suo viso la delusione di trovarmi così fredda, così impacciata, così distante. Tanto diversa, insom ­ma, da come apparivo. Ma mi voleva bene ed io gli volevo bene. Ho lasciato la mia fa ­miglia e sono andata a vivere in un quartierino di due stanze, nei pressi della sede dell’agenzia. Era un appartamen ­to vuoto; ma, stranamente, non sono riuscita ad arredarlo. Mi sono limitata a comprare una branda e una seggiola. Per i vestiti c’erano gli armadi a muro. In cucina, avrei voluto metterci una tavola e un paio di seggiole, ma non ce l’ho fatta. Quando mangiavo, me ne stavo in piedi, con il piatto in mano, presso la finestra; oppure, più raramente ci por ­tavo la seggiola che tenevo in camera da letto e poi, finito di mangiare, la rimettevo al suo posto.

*

Lavoravo molto, l’agenzia prosperava, i cartelloni con le belle ragazze si moltiplicava ­no. Il direttore, nonostante la mia assoluta freddezza, era più che mai innamorato e, fuorché abbandonare la mo ­glie, avrebbe fatto qualsiasi cosa per me. Quanto a me, co ­me ho già detto, provavo per lui affetto e forse anche tra ­sporto fisico; ma sentivo che i nostri rapporti diventavano ogni giorno più essenziali. Nel ­l’ufficio non gli parlavo più che a monosillabi; a casa, quando veniva a trovarmi, non gli parlavo affatto. Ma l’ascol ­tavo, magari gli sorridevo. Poi, però, veniva un momento in. cui prendevo la sua giacca, l’aiutavo a infilarla e, in un certo mio modo dolce e gen ­tile, lo mettevo fuori della porta. Questo momento è ve ­nuto sempre più presto. Alla fine le visite del direttore so ­no durate soltanto pochi mi ­nuti; e poi, di comune ac ­cordo, sono cessate del tutto.

Una forza irresistibile, or ­mai, mi spingeva a recidere tutti i legami che mi tratte ­nevano all’esistenza. Oltre a ridurre l’amore a pochi minu ­ti, ho pian piano diminuito il cibo. Ritta in piedi presso la finestra, guardando con oc ­chio trasognato alla mia brut ­ta strada di moderno quartiere piccolo-borghese, mangiavo un paio di forchettate di spaghet ­ti oppure un po’ di riso bol ­lito, più raramente un pezzet ­to di carne. Ma non finivo quasi mai il pasto; giunta a metà del piatto, mi si strin ­geva lo stomaco e allora ro ­vesciavo quel che restava nel bidone delle immondizie. Non uscivo più che per andare al ­l’agenzia; la sera rifiutavo qualsiasi invito per la cena o per lo spettacolo e me ne stavo a casa, tutta sola, a guardare la televisione.

La mia vita cambiava nel senso di ridursi sempre più; e così la mia persona. Ero stata quasi formosa; adesso ero magra, piatta, spianata. La mia faccia si era fatta triangolare, tirata, tesa, con grandi occhi dilatati senza languore e grande bocca come assetata, senza sensualità. Ero ancora bella: forse, secondo il gusto moderno, più bella di prima; ma mi sentivo mor ­ta. Il direttore si è presa un’altra amante, una ragazza che lavorava, all’agenzia, nel ­la mia stessa stanza. L’ho ap ­provato, gli ho chiesto se vo ­leva che mi cercassi un altro impiego. Buono e ancora in ­namorato, si è gettato ai miei piedi piangendo, dicendomi che mi amava e che avrebbe fatto qualsiasi cosa purché tornassi ad amare la vita. So ­no rimasta.

*

Un giorno sono andata sola, nella mia utilitaria, al mare. Ad un crocicchio, mi sono imbattuta nel famoso cartel ­lone con il costume da bagno e allora ho fermato la mac ­china e mi sono guardata. Ho pensato che guardavo il car ­tello con nostalgia e con ram ­marico come le donne anziane guardano alle fotografie   di quando erano giovani. Ma io non ero vecchia, avevo appe ­na ventisei anni. Il cartellone era sbiadito, graffiato, strac ­ciato. In un angolo c’era scritta una di quelle parolacce che, come ho già detto, si possono anche dire per tenerezza; e mi sono sorpresa a mormorare: « Magari fosse vero ». Poi ho proseguito fino al mare, in un punto non tanto frequentato della spiaggia. Era una bella giornata, con il cielo azzurro, luminoso e senza una nube. Ma sotto questo cielo, per via dei rifiuti di non so quale fabbrica, il mare era giallo scuro con riflessi neri. Sono rimasta male perché, a dire il vero, ero andata al mare per morire. Sarei andata avanti nell’acqua fin dove non si toc ­cava e poi mi sarei lasciata annegare. Non era un suicidio, era un ritorno alla vita dalla quale mi ero, chissà come, di ­staccata. Ma in un mare così, il ritorno alla vita in forma di morte per acqua, non era pos ­sibile. Sono rimasta a lungo a guardare questo mare giallo e nero e poi me ne sono tornata in città.

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