L’altipiano dei fallimenti

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 11 marzo 1970]

La Paz, marzo.

Da La Paz al lago Titicaca si va in macchina in meno di due ore. Si corre per una pi ­sta di pietrisco attraverso la steppa che ha un colore uniforme fra il marrone e il bruno, con striature gialle e gri ­gie: il colore dei cespugli bassi e spinosi che riescono a resi ­stere ai venti, al freddo, all’aridità, alla rarefazione dell’aria dell’altipiano. Poiché è la sta ­gione delle piogge, un’immo ­bile nuvolaglia nera pende a mezz’aria, simile ad una cate ­na di montagne capovolte, con la base in su e le punte in giù, lasciando sereno l’azzurro scu ­ro e gelato degli orizzonti. L’altipiano non è così piatto co ­no sembra: ogni tanto file di colline pietrose e sgretolate si sollevano di poco sulla step ­pa. Valichiamo una di queste collinette ed ecco, sotto di noi, allargarsi la distesa diafana del lago Titicaca. Ha un’esten ­sione di novemila chilometri quadrati; ma le numerose iso ­le e promontori che ne emer ­gono e l’aspetto paludoso, in ­certo, informe delle rive lo fanno parere un’immensa pozzanghera sparsa di pietre, che si stia prosciugando al sole. Quest’impressione è esatta, del resto. Il lago sta morendo; per ­de per assorbimento del terre ­no e per evaporazione più ac ­qua di quanto ne riceva.

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Eppure il lago Titicaca co ­si informe, così deserto, così privo di tracce umane, è stato il centro di una delle due sole culture originali (l’altra è quel ­la del Messico) dell’America precolombiana. Al lago Titi ­caca sono collegati i miti del ­le origini del mondo secondo la religione india; e gli inizi della dinastia imperiale degli Incas. In una delle sue trentasei isole, chiamata, per il culto a cui era votata, l’Isola del Sole, è apparso per la pri ­ma volta, secondo il mito, Viracocha, creatore dell’uomo, della donna, degli animali, del cielo e della terra. In quella stessa isola sono nati i figli del Sole, Manco Capac e sua sorella nonché coniuge alla maniera faraonica Marna Od ­io, capostipiti della dinastia che in linea diretta, attraver ­so quindici monarchi, arriva fino ad Atahualpa, l’ultimo imperatore, ucciso a tradimen ­to da Francisco Pizarro. Di queste leggende e di questi eventi il lago Titicaca, natu ­ralmente, non conserva nulla. La memoria atavica degli indi e le ricerche archeologiche degli europei qui si scontrano con il vuoto assoluto e maestoso di una natura forse ori ­ginariamente abitata dalla sto ­ria ma che la storia ha abban ­donato per sempre.

Poco lontano dal lago Titi ­caca, in un immenso anfitea ­tro naturale formato da basse colline nude ed erose, si tro ­vano le rovine del santuario di Tiahuanaco, il centro reli ­gioso più importante della ci ­viltà india prima degli Incas. A Tiahuanaco si esasperano i caratteri dell’altipiano: solitu ­dine, luminosità, vastità, vuo ­to. silenzio. Il tempio affon ­dato per metà sottoterra, ha muraglie costruite con enor ­mi blocchi di pietra grigia in ­castrati a secco con grande ingegnosità e perfezione. La celebre Porta del Sole, con la sua divinità dalla testa felina e la stele chiamata dagli Spa ­gnoli el fraile (il frate), in realtà un dio anch’esso, in for ­ma umana, con caratteri tipici indi (busto lungo, gambe cor ­te, testone, facciona) sono le parti del tempio in cui, oltre alle capacità tecniche ed ar ­chitettoniche, si rivela il talento propriamente artistico degli indi.

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È ammirevole, attraente, bella quest’arte? Diremmo piuttosto che è strana e che ispira un curioso senso di ma ­lessere, diciamo così, estetico. Paragonala ai prodotti artisti ­ci dei veri primitivi (arte ne ­gra, polinesiana, greca arcai ­ca ecc. ecc.) rivela una stiliz ­zazione, una cifra per niente ingenue, di tipo tardo e deca ­dente che dà un’impressione sgradevole come di frutto per metà acerbo e per metà già putrefatto. Che c’è in fondo a quest’impressione? Il senso di una civiltà isolata, senza pos ­sibilità di prestiti, di confron ­ti, di apporti, che arriva alla decadenza direttamente dalla primitività senza passare per la fase della maturità. Quel non so che di crudele e di te ­tro che emana da quest’arte sembra alludere al destino proprio delle cose predestina ­te al fallimento in quanto fin dagli inizi avviate per la stra ­da sbagliata. L’individuo può correggere i propri errori attra ­verso una presa di coscienza; ma le nazioni, le società, le collettività, poiché non vivono a livello morale ma storico, non si accorgono di sbagliare e in realtà non « possono » sbagliare. Possono soltanto fallire, ossia avere una storia breve, una storia catastrofica, una storia in forma di vicolo cieco.

Nell’erba, presso la mura ­glia del santuario, giacciono alla rinfusa molti blocchi di pietra. Si pensa che siano ca ­duti giù per opera del tempo o delle devastazioni degli spa ­gnoli. Ma non è così. Il san ­tuario di Tiahuanaco, a quan ­to sembra, è stato abbando ­nato prima di essere finito. Quei blocchi semilavorati era ­no già interrati nell’erba pri ­ma della conquista. Chissà, forse gli indi si erano accorti di aver « sbagliato »; di esse ­re stati traditi dai propri dei; ossia di aver creato una civil ­tà predestinata al fallimento.

Sull’altipiano, però, non so ­no stati soltanto gli indi a fallire; ma anche i loro oppres ­sori, gli spagnoli. La croce cristiana è graffita sulla spalla del fraile; e dietro la collina spunta la cupola di una chiesa fabbricata, a quanto ci dicono, con materiale portato via dal santuario del Sole; ma il falli ­mento spagnolo è visibile dap ­pertutto nell’abbandono in cui giacciono gli antichi palazzi viceregali, le monumentali chiese barocche, e ancor più nella miseria, nell’ignoranza, nell’arretratezza della popola ­zione india, dopo quattro se ­coli di cultura europea. Dalla chiesa, adesso, giungono suo ­ni agri e discordi di musiche, tonfi cupi di tamburo, scoppi secchi di petardi. E’ la fiesta india, rozzamente e povera ­mente folcloristica la quale, tra la morte del santuario pa ­gano e lo squallore della chie ­sa cristiana, dà il senso acuto e straziante del fallimento con ­giunto delle due culture.

La civiltà india originaria (chiamata collas dal nome del ­la tribù più importante) era di tipo comunitario, libera e democratica. Ma all’arrivo de ­gli spagnoli, questa civiltà già da quattro secoli è stata tra ­sformata dagli Incas in impe ­ro schiavistico. D’altra parte, gli spagnoli conquistano l’A ­merica in piena fase controri ­formistica, quando tutto ciò che c’è di vivo e di nuovo in Europa si trova schierato con ­tro la Spagna. Così la conqui ­sta si potrebbe definire la fu ­sione di due fallimenti, quello indio e quello spagnolo, l’in ­nesto mostruoso della deca ­denza europea sul tronco della decadenza india. Ma qual è il motivo profondo del momen ­taneo successo di questa ope ­razione teratologica? Come mai un centinaio di avventu ­rieri si sono impadroniti di un impero di dieci milioni di indi?

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Forse l’evoluzione singolare dell’istituzione della mita può fornire, in maniera simbolica, la chiave del mistero. Origi ­nariamente, ai tempi della ci ­viltà comunitaria preincaica, la mita era un servizio pubblico al quale le comunità indie si assoggettavano volontariamen ­te e gratuitamente. Si tratta ­va di coltivare le terre della comunità, di irrigarle, di im ­brigliare i corsi d’acqua, di mantenere i sentieri ecc. ecc. La mita era insomma un la ­voro collettivo in cui si ma ­nifestava l’alto grado di senso « associativo » degli indi. Poi con l’impero degli Incas, la libera organizzazione comuni ­taria, si trasforma in struttura rigidamente centralizzata e statale ossia, in sostanza, in servitù della gleba inquadrata e diretta da una burocrazia di tipo religioso. Si trattava, pe ­rò, di una servitù della gleba di un genere particolare, non tanto basata sullo sfruttamen ­to a scopo di lucro, quanto sulle necessità reali di un’agri ­coltura estensiva che dipende ­va in gran parte da vasti e complessi sistemi di irriga ­zione.

Il passaggio dalla servitù della gleba degli Incas alla franca e orrenda schiavitù mi ­neraria imposta dagli spagno ­li, sembra dovuto alla forza. In realtà, è reso possibile dal senso sociale degli indi, che già a suo tempo aveva consen ­tito la trasformazione dell’economia comunitaria in econo ­mia statale. Intendiamoci: il senso sociale non è un difetto ma una qualità. Sempre, però, che non distrugga l’istinto in ­dividuale, come sembra esse ­re avvenuto nella civiltà in ­dia. La mancanza di indivi ­dualismo fa sì che la mita da servizio pubblico libero e spontaneo si trasformi con gli Incas e poi con gli spagnoli in corvée. Gli indi erano soprattutto e soltanto « sociali » ossia docili, sottomessi alle leggi, disciplinati e ligi. Gli Incas si sono serviti di questa socialità per avviare gli indi allo statalismo teocratico; gli spagnoli per farne degli schiavi. In un secolo la popo ­lazione india cade da dieci milioni ad un solo milione. La mita diventa una condanna a morte. Tanto è vero che quan ­do un indio veniva reclutato per la mita mineraria, i com ­pagni gli facevano i funerali in anticipo. Il mitayo era si ­nonimo di indio morto.

All’atrofia del sentimento di individualità degli indi fa ri ­scontro l’ipertrofia dell’indivi ­dualismo degli spagnoli. I conquistadores sono avventu ­rieri intrepidi ma senza nep ­pure l’ombra di quel cristia ­nesimo di cui tuttavia alzano il vessillo. Spietati, fedifraghi, sanguinari, insaziabili, dicono di rappresentare la società spagnola; ma in realtà rappre ­sentano soltanto se stessi, an ­che perché la società spagnola, individualista e feudale, è sta ­ta lei a farli così come sono. Anche a giudicarli col metro morale molto particolare del Rinascimento, difficilmente possono essere giustificati e tanto meno assolti. Sterminano gli indi, si sterminano tra di loro; e questo pur sempre per motivi di potere e di bottino. È vero che la Corona di Spagna e la Chiesa cercano di proteggere le disgraziate popolazioni indigene; ma sono lontane mentre i feudatari sono presenti sul luogo. Il fallimento spagnolo è già in germe in questo individualismo efferato e imprevidente. Come, d’altra parte, il fallimento indio era già in germe nell’eccessivo senso comunitario, nella mancanza di spirito individuale degli indi.

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