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LETTERATURA: I MAESTRI: Il Paradiso

27 Febbraio 2018

di Alberto Moravia
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 12 ottobre 1969]

Prendo il tubetto del son ¬≠nifero, lo vuoto per intero den ¬≠tro il bicchiere d’acqua, sopra il comodino. Quante pasticche sono? Parecchie, pi√Ļ che suf ¬≠ficienti per farmi fare tutto il lungo viaggio fino al Paradiso.

Le guardo mentre si sciol ¬≠gono, fanno un mucchietto bianco in fondo all’acqua e tante bollicine d’aria ne sal ¬≠gono, scoppiettando, alla su ¬≠perficie. Proprio in questo mo ¬≠mento squilla il telefono. Ri ¬≠conosco la voce di Magda, la mia cara amica grassona. Le dico subito: ¬ę Mi telefoni in tempo per dirmi addio ¬Ľ.

¬ę Perch√©? ¬Ľ

¬ę Perch√© stavo per uccider ¬≠mi coi barbiturici ¬Ľ.

Magda √® una che non si me ¬≠raviglia mai di nulla. Forse √® per questo che siamo ami ¬≠che. lo mi meraviglio invece sempre di tutto; pi√Ļ che le cose, mi meraviglia il fatto che le cose esistano. Di fronte, po ¬≠niamo, ad una pietra, mi fer ¬≠mo, sono bloccata: com’√® pos ¬≠sibile che esista una cosa chia ¬≠mata una pietra? Per Magda invece una pietra √® una pietra e basta. Cos√¨ adesso, il mio suicidio, per lei, √® un suicidio e basta. Infatti prosegue, in ¬≠flessibile, come se non avessi parlato: ¬ę Ti telefonavo per dirti che sono tutti qui, in casa mia e ti aspettano ¬Ľ.

¬ę Chi c’√®? ¬Ľ

¬ę Giulio Cesare, Leonardo da Vinci, Dante Alighieri, Giu ¬≠seppe Garibaldi, Napoleone… ¬Ľ.

Fingo di non rilevare lo scherzo e rispondo: ¬ę D’accor ¬≠do, mi preparo e vengo ¬Ľ.

*

Mi estraggo a fatica dal vi ¬≠luppo di lenzuola nel quale sto avvolta da due giorni. Il mio bassotto Zen, appena met ¬≠to i piedi in terra, prende su ¬≠bito a saltarmi intorno: spera che lo porti a spasso, povera bestia, dopo quarantotto ore di buio e di immobilit√†. Gli dico: ¬ę No, Zen, no, a cuccia, buono ¬Ľ, e per farlo star tran ¬≠quillo gli do l’ultimo biscotto che √® rimasto sul vassoio. So ¬≠no due giorni che mi nutro di t√® e biscotti; il bassotto, quasi quasi, ha mangiato pi√Ļ di me; ma non mi sento affatto male, al contrario. Vado nel bagno apro la doccia e sto con gli occhi chiusi sotto il getto del ¬≠l’acqua. Allora, mentre l’acqua mi scroscia addosso, vedo, co ¬≠me in un lampo, il disegno psichedelico che mi disegner√≤ sulla pancia. E’ un’illumina ¬≠zione: vedo il disegno in tutti i particolari, come se l’avessi gi√† dipinto.

Chiudo la doccia, mi asciugo e, tutta nuda, vado a se ¬≠dermi sul letto. Prendo la sca ¬≠tola delle matite e comincio a fare il disegno partendo dal ¬≠l’ombelico e poi allargandomi sempre pi√Ļ tutt’intorno. Dipin ¬≠go l’ombelico come un occhio dalla pupilla blu e dal soprac ¬≠ciglio nero; quindi lo circondo gradualmente di arabeschi on ¬≠deggianti e arricciati, rossi, blu e verdi. Quando ho finito di dipingermi il ventre, passo al torace. Mi faccio con la matita nera tante righe alle costole, simili a quelle che ha la figura della morte nelle dan ¬≠ze macabre medievali. Adesso il petto. Bench√© flessuosa e snella come un serpente, ho purtroppo, un pettone da ba ¬≠lia. Dopo riflessione, decido che non ho tempo, come vor ¬≠rei, di dipingere un volto su ciascun seno; mi limito dun ¬≠que a dipingere un seno di verde e l’altro di viola. Sulle braccia vado alla svelta: ci faccio tanti alamari blu e ros ¬≠si. Poi dipingo un punto escla ¬≠mativo sulla mano destra e un punto interrogativo sulla sini ¬≠stra. Passo al viso. Cipria li ¬≠vida, rossetto cupo, mascara nero torno torno gli occhi. I capelli, per fortuna, li porto lunghi e lisci: basta una ripas ¬≠sata o due della spazzola.

Infilo pantaloni scampana ¬≠tissimi, di velluto amaranto, con la cintola molto bassa, di modo che si veda la pancia col suo disegno. Ci passo una cintura di cuoio nero con gran ¬≠de fibbia d’argento. Poi indosso una camicetta trasparente, nera, ricamata di grandi stelle doro e l’annodo sotto il seno il quale, esuberante, esplode con buon effetto, met√† verde e met√† viola. Passo al collo cinque collane, di scarso va ¬≠lore materiale ma di grande si ¬≠gnificato psichico e filosofico. Vengono da un paesotto sotto l’Himalaya, me ne avevano detto il nome ma l’ho dimenticato. Infilo gli anelli, uno per dito compreso il pollice, tra i quali la mia famosa pietra ro ¬≠sa cangiante, grossa come un uovo di quaglia. Infine, sopra la camicetta, metto una casac ¬≠ca di velluto verde malva. Eccomi pronta.

*

Ma c’√® il problema del ca ¬≠ne. Non voglio portarlo con me; non si sa mai come pu√≤ finire una serata, potrei anche perderlo. Cos√¨ gli dico severa ¬≠mente ¬ę Zen, buono, resta qui e soprattutto non abbaiare ¬Ľ.

Ho fatto chiamare un taxi, salgo e dico, sfinita: ¬ę Mi por ¬≠ti da Magda ¬Ľ. Il tassinaro domanda: ¬ę Chi √® Magda? ¬Ľ Gli rispondo con impazienza: ¬ę E’ la mia migliore amica ¬Ľ. Lui ribatte: ¬ę Ma dove sta? ¬Ľ Gli dico, esasperata, facendo un gesto con la mano: ¬ę Vada avanti, sempre avanti, alla fi ¬≠ne incontrer√† Magda ¬Ľ. Il fat ¬≠to √® che ho dimenticato l’indirizzo di Magda e, se una cosa √® dimenticata, come si fa a ricordarla? Il tassinaro, un gio ¬≠vanotto bruno niente male, si volta, mi guarda perplesso poi, come invaso dallo zelo, accen ¬≠de in fretta il motore, ingrana. Si parte.

Mentre il taxi corre, cerco di ricordarmi le ragioni per cui poco fa volevo uccidermi. Non vengo a capo di niente: la ra ¬≠gione principale sembra essere che tre giorni fa ho detto a Magda che mi volevo ucci ¬≠dere. Ma le ragioni, per modo di dire, di questa ragione prin ¬≠cipale, le ho proprio dimenti ¬≠cate. Dovevano, per√≤, essere del genere filosofico; oggi si vive e, dunque, anche si muo ¬≠re in base a motivi filosofici. Non importa. Andr√≤ da Mag ¬≠da, baller√≤, poniamo, fino alle cinque del mattino; poi rien ¬≠trer√≤ alla pensione, prender√≤ i barbiturici e, per mezzogiorno, sar√≤ bell’e morta.

Il taxi si ferma con uno scossone, mi riscuoto, vedo che siamo in campagna: oscurit√†, alberi, siepi, un viottolo che serpeggia bianco nel raggio dei fanali. Il tassinaro scende, apre lo sportello, si siede ac ¬≠canto a me e poi mi si getta addosso con l’evidente inten ¬≠zione di violentarmi. Chi lo avrebbe detto, un bel ragazzo che aveva l’aria cos√¨ bene edu ¬≠cata. Naturalmente, lo respin ¬≠go, lotto, alla fine riesco a dargli una ginocchiata in pet ¬≠to che lo manda a sbattere contro il fondo del taxi. Poi gli parlo con calma. Gli dico che, se vuole, una volta da Magda, potr√† salire su con me e ballare e bere e stare con noi. Pi√Ļ tardi, Cecilia che, es ¬≠sendo priva di domicilio, √® sempre disponibile, potrebbe accompagnarlo, purch√© lui le offra da dormire. Se non sar√† Cecilia, sar√† un’altra. Mi guar ¬≠da, a queste parole, proprio brutto, come un toro che stia per avventarsi. Quindi si av ¬≠venta. Mi acchiappa per i ca ¬≠pelli, mi scaraventa fuori del taxi, sale al volante, parte a gran velocit√†.

*

Mi rialzo e, contusa, impol ¬≠verata, zoppicante, percorro tutto il viottolo fino all’auto ¬≠strada. Seggo su una staccio ¬≠nata e decido di calmarmi identificandomi, attraverso la contemplazione, con un ogget ¬≠to qualsiasi. L√¨, sul ciglio del fossato c’√® un fiore assai co ¬≠mune, una specie di marghe ¬≠rita gialla, sulla quale piove la luce di un fanale. La fisso e m’incanto, concentrandomi su di essa in modo che il mon ¬≠do intero mi diventi estraneo. A tutta prima il fiore ¬ę resi ¬≠ste ¬Ľ. Meschinamente, afferma la propria personalit√†, cio√® il colore dei suoi petali, la for ¬≠ma delle sue foglie, la lun ¬≠ghezza delle sue radici, come caratteri inalienabili che im ¬≠pedirebbero l’identificazione.

Poi, pian piano, il fiore ¬ę cede ¬Ľ. Lentamente, io di ¬≠vento il fiore e il fiore diventa me. Tanto profonda √® l’identi ¬≠ficazione, cos√¨ totale, che qua ¬≠si non mi accorgo dei nume ¬≠rosi automobilisti che si fer ¬≠mano e mi fanno le solite im ¬≠becilli proposte: ¬ę Allora, an ¬≠diamo? ¬Ľ, ¬ę Quanto vuoi? ¬Ľ, ¬ę Quant’√® la tariffa? ¬Ľ e altre simili.

E’ giorno fatto, il sole √® ormai alto nel cielo. Tutto ad un tratto, decido di interrom ¬≠pere l’identificazione. Mi ¬ę ri ¬≠tiro ¬Ľ dal fiore; e il fiore si ¬ę ritira ¬Ľ da me. D’improvviso, ci separiamo: io non sono pi√Ļ che una donna vestita in un certo modo, coi capelli pen ¬≠zolanti, seduta su una staccio ¬≠nata; il fiore non √® pi√Ļ che un fiore sul bordo del fossato. Mi alzo a fatica, mi sento tutta bastonata e anchilosata, levo un braccio a fare il gesto del ¬≠l’autostop. Subito si ferma una automobile e allora, con me ¬≠raviglia, scopro che al volante c’√® una donna che rassomiglia a Magda. Grassa, la faccia se ¬≠molata, un porro sulla narice. Forse √® Magda davvero, ma come mai? Dibatto questo pro ¬≠blema per tutto il tragitto. La donna guida in silenzio; ma quando mi chiede il mio indirizzo, me lo chiede con la voce di Magda, una voce di bambina saggia e un poco pe ¬≠tulante. Arriviamo alla pen ¬≠sione. Scendo e le dico, tanto per vedere che cosa succede, ¬ę Ciao Magda ¬Ľ. Non mi ri ¬≠sponde, riparte. Entro, prendo la mia chiave, mi chiudo nell’ascensore che comincia a sa ¬≠lire.

Eccomi nel lungo corridoio oscuro e maleodorante del ter ¬≠zo piano. Apro la porta della mia stanza e la prima cosa che vedo √® il bassotto disteso su un fianco, in terra, immo ¬≠bile, con gli occhi chiusi, ac ¬≠canto al piattino vuoto. Penso che dorma ancora, mi getto sul letto, mi avvolgo nelle co ¬≠perte cos√¨ come sono, calzata e vestita, e subito mi addor ¬≠mento. Faccio un sogno stra ¬≠no: sono in quel viottolo di stanotte, tengo al guinzaglio il bassotto e cammino in dire ¬≠zione del sole che sta sor ¬≠gendo. Il sole sorge del tutto, il cielo si riempie di luce. Il bassotto mi dice: ¬ę Slegami, lasciami libero; √® venuto il momento di separarci; debbo andare in Paradiso ¬Ľ. Allora mi abbasso, stacco il guinza ¬≠glio e immediatamente, come un lampo, il bassotto fugge via, scompare. Sono sola e scoppio in pianto. Piangendo amaramente, mi sveglio. Guardo al bassotto, √® sempre l√¨, disteso e immobile, accanto al piattino, con gli occhi chiusi. Ma noto che ha le labbra leggermente sollevate e che si vedono i denti. Mi alzo e per prima cosa mi chino a toccargli il naso. E’ fresco, buon segno. Ma gli faccio una carezza e mi accorgo che il corpo √® pi√Ļ freddo del naso.

Capisco allora che il bassotto √® morto; ma non so piangere: ho gi√† pianto in sogno. In questo stesso momento qualcuno bussa alla porta e una voce terribile grida: ¬ę Telegramma! ¬Ľ.

 


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Bart