di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 2 gennaio 1969]
Ho infilata la pelliccia, quindi sono andata nell’anticamera, ho chiuso gli occhi e mi sono detta: « Non sono più me stessa. Sono qualcuno che capita per la prima volta in quest’appartamento. Lo guardo con occhi stranieri. Lo vedo per la prima volta. Dico a me stessa quello che va e quello che non va ».
Ho riaperto gli occhi e ho subito pensato: « Via quell’orribile specchiera. Via quei due seggioloni indigesti. Via quelle melense stampe inglesi. Via quella consolle rachitica ».
Che restava adesso? Soltanto un vaso di vetro con un ramo di pungitopo dalle bacche rosse e dalle foglie verdi.
Questo ramo mi ha ricordato che era Natale o quasi. Mi so no affrettata a pensare: « Via anche il vaso e via il ramo ».
Ho aperto la porta del soggiorno. Grande, confortevole, luminoso. Qua un gruppo di poltrone e di divani intorno la televisione; lì, la tavola alla quale ci sediamo ogni giorno per i pasti. In un angolo, un albero di Natale molto grande, di quelli con le lampadine multicolori, le palle d’argento e i festoni d’oro, che si comprano bell’e fatti. Ho subito pensato, dopo aver lanciato uno sguardo circolare: « Sala di soggiorno rivelatrice. Ho cercato a tutti i costi di farne una cosa personale, sono riuscita soltanto ad essere assolutamente convenzionale ed anonima. Come la gente che vi ricevo e i riti sociali che vi celebro. Dunque: via, via via ».
*
Mi sono accorta che stavo già meglio. Eppure quel soggiorno con quanto amore l’avevo arredato. Ho ricordato le corse affannose per gli antiquari; le lunghe contemplazioni dei mobili dopo la loro collocazione. Qualche volta, persino, mi sono alzata di notte per andare in camicia e a piedi nudi, a riguardare gli ultimi acquisti, ammirarli, convincermi che erano davvero miei.
Basta. Dal soggiorno sono passata nel corridoio (via le seggioline viennesi, via i lumi «liberty»); mi sono affacciata alla camera da letto. Inginocchiatoio provenzale. Icone russe. Letto di ferro spagnolo. Cassettone a bugnati toscano Mi sono domandata: « Perché un inginocchiatoio, perché delle icone se non si prega? ». E poi, subito dopo: « Perché un letto matrimoniale se non si ama? ». Ho avuto un momento di esitazione, uno solo, quindi ho deciso; « Via tutta questa stanza, via, via ».
Ecco fatto. Cancellati con quella paroletta « via » dieci anni di insipido matrimonio, quando ho aperto la porta dello studio di mio marito, ho capito che il più, ormai, era fatto. Ho considerato un istante lo studio, vero studio di ancor giovane e già autorevole professionista, con le sue librerie gremite di libri dal pavimento su su fino al soffitto; quindi sono passata ad esaminare lui che se ne stava, al solito, seduto alla scrivania, dietro una barriera di libri. Fronte bianca, un po’ calva, occhi tondi; naso all’insù, esiguo; bocca piccola; lieve delicata pinguedine. Un uomo come tanti, non migliore ma neppure peggiore degli altri. Che cosa avevo da rimproverargli? Forse, in quei dieci anni di matrimonio, avevo scoperto che…? Ma no, ma no, non avevo scoperto proprio niente. O meglio avevo scoperto che non c’era niente da scoprire. L’ho avvertito che uscivo per andare al mare, a prendere una boccata d’aria e che sarei tornata per la colazione. Lui naturalmente non ha neppure alzato la testa: scriveva. Mi sono ritirata in silenzio, sentenziando dentro di me: « Via tutti questi libracci. Via mio marito ».
*
Sono andata difilato in fondo al corridoio, ho aperto un uscio a vetri. Eccomi di fronte ad un mondo tutto rosa, come se d’improvviso, avessi inforcato lenti di questo tenero colore. Tavolino, seggioline, armadietto laccati di rosa. Lettino rosa con parapetti e colonnine rosa. Carta da parati rosa pallido con fiorellini rosa più accentuati. Il mio bambino, due anni, infagottato in una tuta di lana rosa, in piedi sulla coperta rosa del letto. Seduta presso di lui, la governante tedesca con le guance rosa, la camicetta rosa diafano, la gonna rosa geranio. Alla finestra, tendine rosa. In terra, un tappeto rosa. Tutto questo rosa, ad un tratto, mi è sembrato poco convincente. Con che diritto avevo sostituito con un mondo rosa, il solito mondo nel quale il rosa, sia in senso reale sia in senso metaforico, è, a dir poco, raro? E quel figlio, che mi serviva un figlio adesso che non avevo più né anticamera, né soggiorno, né camera da letto, né studio, né marito? Dunque: « Via tutto questo rosa. Via anche il bambino ».
Eccomi in strada. Mentre apro la portiera della macchina, lancio uno sguardo in su, al nostro palazzo, e penso: « Via tutto il palazzo ». Quindi salgo, metto in moto, parto. Mentre guido, comincio a piangere e una ciocca di capelli mi attraversa il volto. Piango, guido con una mano sola e ricaccio invano indietro la ciocca. Le lagrime mi vanno in bocca, sono molto amare. Sto in fila tra innumerevoli automobili; vedo una quantità di facce dietro i vetri delle automobili, vedo dei palazzi, vedo il cielo grigio, rigido, senza luce, un vero cielo invernale e penso: « Via queste facce. Via questi palazzi. Via la città intera ».
Sono sull’autostrada. La lancetta del contachilometri sale da cento a centoventi, a centocinquanta, a centosettanta all’ora. Le lagrime mi flagellano la faccia; la ciocca mi sventola sul naso. Intanto continua l’eliminazione: «Via i cartelloni pubblicitari. Via il motel. Via quell’altro motel. Via il benzinaio. Via quell’altro benzinaio. Via quegli altri cartelloni pubblicitari ». Alcune macchine mi corrono avanti, perdendosi nel grigiore dell’asfalto, sotto il grigiore del cielo; altre, le vedo, nel retrovisore, che mi rincorrono, anch’esse remote, confuse, tra cielo e strada. Penso: « Via le macchine. Via ».
Sono a Fregene. La pineta è al buio. I pini si chinano qua e là coi tronchi smilzi, come annoiati di stare insieme. Giornali dell’ultima estate biancheggiano nell’ombra del sottobosco, sul suolo oscuro. Corro e piango. Ecco lo spiazzo, col parcheggio, davanti allo stabilimento dalle cabine verdi e azzurre. Lascio la macchina e mi inoltro su una tavola, verso la spiaggia.
Ha piovuto durante la notte, ma poco. La spiaggia è tutta bucherellata di gocce; ma come ci pongo sopra il piede, mi sento affondare nella sabbia asciutta e fredda. Il mare è calmo, come di piombo grigio e opaco; ma un piombo nel quale, con un chiodo, siano state incise delle striature scintillanti. Il cielo è meno rannuvolato che in città. Anzi, ad un tratto, mentre cammino lungo il mare, ecco che viene fuori il sole, giallo e denso, simile ad un grande sputo. Naturalmente, dico a me stessa: « Via il sole ».
Ma proprio nel momento che penso questo, mi chino e raccolgo una stella marina. E’ molto piccola; ha un corpo, diciamo così, non più largo di un bottone da camicia; le punte sono filiformi. E’ ancora viva, muove debolmente le punte. Di sopra è color sabbia di sotto, bianchiccia. Senza tanto pensarci su, la getto in mare, affinché non muoia.
Questa semplice, istintiva azione provoca, come si dice una reazione a catena. Invece di dire: « No » alla stella marina, le ho detto: « Sì ». Dunque, logicamente, questo « sì » ne suscita tanti altri. Sì al sole; sì all’autostrada ed ai suoi cartelloni; sì alla città; sì al mio palazzo; sì al mio appartamento; sì a mio marito e a mio figlio. Sì, sì, sì, sì…
A questo punto, con buon senso, mi sono detta che invece di dire: « Via il mondo », sarebbe stato più semplice ed anche più giusto dire: « Via me stessa ». Come mai non ci avevo pensato? In realtà da qualche tempo sono molto ma molto distratta.
*
Ho preso a passeggiare lungo il mare accarezzando questa idea: dire una buona volta: « Via me stessa » e poi vedere che cosa succederebbe.
La sabbia specchiante era tutta sparsa di granchiolini bianchi, di piccole meduse diafane, di conchigliette azzurre, di alghe verdi; le onde ritirandosi avevano lasciato tanti ricami di detriti neri. Ho notato un gruppo di persone, a non grande distanza, e mi sono avvicinata.
Erano dei pescatori, stavano tirando sulla spiaggia una rete. Sul mare, si vedevano spuntare dall’acqua i sugheri della rete che formavano come un grande « u ». Appena mi hanno visto, hanno interrotto di tirare, si sono fatti da parte, guardandomi in una maniera singolare che mi ha sorpreso.
Sono andata avanti, con passo lento e melanconico. Un giovanotto tarchiato, dal volto rosso e fiorito incorniciato da due enormi basettoni ricciuti, in giacca a vento e pantaloni attillati, mi ha guardato anche lui in maniera strana. Poi mi sono voltata un poco: era ancora lì, fermo, che mi guardava.
Soltanto quando sono tornata alla macchina e mi sono seduta e ho respinto gli orli della pelliccia per meglio manovrare il volante, ho compreso il motivo di quegli sguardi dei pescatori e del giovanotto: nel mio delirio, avevo infilato la pelliccia appena uscita dal bagno. Insomma: ero nuda.
Ho avuto un momento la tentazione di lasciare la pelliccia nella macchina e andarmene, così nuda, per la pineta. Avrei camminato sugli aghi pungenti, in quel buio piovoso, diafana come una di quelle meduse che avevo visto morte sulla spiaggia. Sarei pian piano diventata trasparente, sempre più trasparente, alla fine mi sarei disciolta nel la nebbiolina del sottobosco, tra i rovi e i tronchi dei pini.
Sì, questa era la sola maniera di dire: « Via me stessa », che mi sarebbe piaciuta.
Consolata da questa idea e dall’impossibilità di mandarla ad effetto, ho preso a correre sull’autostrada.