Il padre di Pasternak, pittore

di Alberico Sala
[dal “Corriere della Sera”, domenica 7 giugno 1970]

Pochi giorni fa, a Mosca, una mostra d’arte è sta ­ta chiusa d’autorità, dopo soli trentacinque minuti di apertura, perché il pittore, Oleg Tselkov, non è iscritto all’Unione di categoria, e fa una pittura « non realista ». La colpa dell’intervento po ­liziesco è stata ancora una volta addossata ai circoli oc ­cidentali, accusati di « spe ­culare » sull’episodio. Il par ­tito comunista sovietico te ­me, soprattutto, le ripercus ­sioni all’estero; e infatti, non espone, in Occidente, che stereotipe conferme del ­l’arte intonata al realismo socialista.

Dopo la metà di giugno s’aprirà, a Venezia, la Bien ­nale d’arte: il padiglione russo, il più prossimo alla laguna, un po’ tetro con pesanti porte di legno, co ­me d’abitudine, sarà uno de ­gli ultimi a rivelarsi. Ogni due anni, lo si visita nel ­l’attesa di sorprendere un qualche segno dei fermenti che, indubbiamente, lavora ­no l’intelligenza russa; ma sempre bisogna arrendersi alla ripetizione di miti sim ­boli celebrazioni rettorica nazionalista, che l’apparato burocratico vi ha allestito.

Si immagina la voce di Majakowski, in un discorso del febbraio del 1925, ad una assemblea: « Ho visto di re ­cente l’esposizione della pit ­tura sovietica e vorrei porvi una domanda: avete il corag ­gio di chiamare ciò cultura? Ho guardato il quadro del compagno Brodski ‘La sessio ­ne del Komintern’ e sono ri ­masto inorridito nel consta ­tare a quale bassezza, a qua ­le cattivo gusto, a quale or ­rore può arrivare un pittore comunista. Scusatemi tanto, compagni, ma io non vedo alcuna differenza tra le fi ­gure dei membri del Con ­siglio di Stato come le faceva Repin e questi ritratti dei capi del nostro Komintern ».

Queste occasioni ripropon ­gono il problema di fondo, dei rapporti fra arte, liber ­tà e verità, che è stato sof ­ferto, si direbbe allo stato eroico, da Boris Pasternak, com’è dimostrato nel suo vo ­lume La reazione di Wasserman (saggi e materiali sull’arte), introdotti da Ce ­sare G. De Michelis. La rac ­colta di scritti di Paster ­nak, pubblicata da Marsilio editori, è indomitamente percorsa dalla fede nell’ar ­te libera, dal rifiuto della « sottomissione della voce della poesia all’attualità ».

Pasternak, «non ha biso ­gno di dimostrare l’autono ­mia o l’essenza dell’arte, neppure col linguaggio scal ­tro e malizioso dei forma ­listi; egli vive delle ragioni dell’arte, e tutto il resto â— vita, storia, rivoluzione â— può essere premessa, giustifi ­cazione, argomento. L’esteti ­ca non esiste, proclama nel ­le sue Posizioni del 1922: e di questa convinzione (non paradosso!) sono segreta ­mente pervase tutte le sue proposizioni sull’Arte ».

Al giornalista tedesco Gerd Ruge, nel 1957, (gli rima ­nevano tre anni di vita: quindi, è il primo decenna ­le della sua morte, nella dacia di Peredelkino, nel paesaggio di betulle, di pi ­ni, di faggi), Pasternak di ­chiarava: «Non sono dive ­nuto un realista socialista. No davvero. Ma sono dive ­nuto realista ». Il realismo era per lui il limite massi ­mo cui potesse tendere un artista.

Nell’importante volume di documenti, messo insieme, con sottigliezza e precisione da De Michelis, si rinven ­gono, anche se gli interessi prevalenti sono letterari e drammatici (da Rilke, Verlaine a Shakespeare), nume ­rosi pensieri buoni per l’arte: « Le correnti contemporanee hanno immaginato l’arte co ­me una fontana, mentre es ­sa è una spugna… La vita non si è mossa adesso. L’ar ­te non ha mai avuto ini ­zio. E’ sempre stata dispo ­nibile, fino al momento in cui non viene fermata… La poesia rimarrà sempre egua ­le a se stessa, più alta di ogni Alpe d’altezza celebra ­ta: essa giace nell’erba… sa ­rà sempre troppo semplice perché se ne possa discute ­re nelle assemblee… ».

Alle pareti della dacia di Peredelkino sono appesi i disegni del padre, per Re ­surrezione di Tolstoi. Leonid Pasternak è stato rivaluta ­to, l’estate scorsa, in Inghil ­terra, dopo una mostra alla Ely House. Era nato ad Odessa nel 1862, morì a Oxford nel 1945: sul caval ­letto, in camera da letto, fu trovato, incompiuto, un ri ­tratto di Lenin. Aveva la ­sciato, con la moglie, e le figlie, la Russia, nel 1921, stabilendosi a Berlino. Gli esperimenti di quegli anni non lo influenzarono. Kandinsky non lo impressionò. In Inghilterra dove si rifu ­giò, dopo l’avvento del na ­zismo, viveva di ricordi (la campagna russa, i boschi di Yasnaya Polyana, dove vi ­sitava l’amico Tolstoi; e Rachmaninof, Scialiapin, Pushkin, lo zar che aveva criticato un suo manifesto di propaganda per la guer ­ra, che venne, infatti, sfrut ­tato poi, dai comunisti).

Era rimasto un classico; e il figlio, ad un suo tradut ­tore, nel 1957, prefigurava un’arte « endo-atomica », che «liberata dai piccoli cram ­pi nervosi dei più recenti periodi » avrebbe rimboccato «la strada provvisoriamente abbandonata dei grandi temi secolari, che aspettano una continuazione ».

All’inaugurazione della mostra di Leonid Paster ­nak, uno studioso disse che « il genio e l’integrità del fi ­glio furono per certo arric ­chiti dall’esempio del padre ». Nell’Autobiografia dell’auto ­re del Dottor Zivago, vi so ­no pagine bellissime, sullo stupore infantile di Boris di fronte ai disegni paterni, per i testi di Tolstoi. Lavo ­rava in cucina, fissava i di ­segni con colla da falegna ­me su cartoni, e spediva per ferrovia.

« Tolstoi si teneva a lun ­go le bozze e le rimaneggia ­va completamente. Così c’era anche il pericolo che i dise ­gni preparati per il testo originario non fossero più adatti alle variazioni succes ­sive. Ma mio padre esegui ­va i suoi schizzi là dove lo scrittore attingeva le sue osservazioni, in tribunale, nella prigione di transito, in campagna, sulla strada ferrata. L’accumulazione di particolari tratti dal vivo e un identico senso realistico lo salvavano dal pericolo di non trovarsi d’accordo col testo ».

Affiora dal ricordo infan ­tile la prima radice di quel sentimento della realtà che avrebbe sempre guidato Pa ­sternak per i prati della vi ­ta, dove non si secca l’erba della poesia.

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