Aldo Palazzeschi: Stefanino

di Geno Pampaloni
dal “Corriere della Sera”, domenica 9 novembre 1969]

Nella nebbia di una rigida alba d’inverno un involu ­cro rosa fu depositato da ma ­no ignota sui gradini del Pa ­lazzo comunale, e un altissi ­mo strillo ruppe il deserto si ­lenzio di quell’ora anteluca ­na; ma la naturale pigrizia, favorita dal tepore delle col ­tri, fece sì che non un solo cittadino si affacciasse a ve ­dere cosa accadeva, e l’even ­to rimase misterioso a ecci ­tare la fantasia della gente. A poco a poco tuttavia la ve ­rità cominciò a filtrare at ­traverso la criticatissima re ­ticenza dell’Autorità. In quel fagotto rosa era ravvolto un neonato dalla voce robusta, con accanto un poppatoio di latte e un elegante biglietto ove era scritto in oro il no ­me di STEFANINO. A questo punto altri interrogativi incal ­zano. Chi era Stefanino? Per ­ché ogni legittima curiosità era elusa? Dove veniva alleva ­to, come e da chi? Qual era mai la ragione di tanto se ­greto? Dovranno passare ven ­ti anni perché finalmente, quando Stefanino è già uomo, la risposta sia data con chia ­rezza. Una commissione a ciò delegata dal sindaco testimonia ufficialmente che Stefa ­nino ha bell’aspetto, bellissi ­ma voce, pronto ingegno, ma, ma, ma è fatto in modo che « laddove gli altri uomini nel fondo dell’addome hanno quelle parti che formano il cosiddetto bacino del loro corpo », egli ha la testa; e viceversa, là dove tutti han ­no la testa, ha le pudenda.

Quando si seppe, in giro, l’argomento di questo roman ­zo che Aldo Palazzeschi scri ­veva a 84 anni (Stefanino, ed. Mondadori, pp. 184, lire 2000) ci si chiese, quasi stuz ­zicati dalla sorprendente trouvaille, che mai non avrebbe tirato fuori uno scrittore co ­me lui dall’invenzione bizzar ­ra di quello scambio di po ­sto, in un uomo, tra testa e sesso. Bisogna dire che, con raffinata malizia, dal punto di vista più facile il Palazzeschi ci dà ben poca soddisfa ­zione. Sul piano del diverti ­mento, del doppio senso, della trasposizione sessuale, il giuo ­co è assai misurato. Stefani ­no non è un romanzo di quel ­li che una volta si leggevano sotto il banco. Si direbbe anzi che lo scrittore faccia di tut ­to per ricondurre il suo per ­sonaggio nella normalità. Lo « scandalo » fisiologico, pur conservando una sua inalte ­rabile gaiezza, si volge a una musica che ha un sottofondo grave, sottintesi severi. Nel suo scherzoso balletto di non-sense, anche questo è uno scandalo che, cristianamente, doveva avvenire. E proprio qui io cercherei le differenze più significative (a parte una minore intensità e sicurezza di scrittura) con i famosi ro ­manzi giovanili, nel cui stam ­po sono stati foggiati, a di ­stanza di tanti anni, i due più recenti libri dello scrit ­tore.

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Stefanino ha una partitu ­ra musicalmente e tematica ­mente scandita in tre tempi. Nel primo, che appare il me ­no riuscito, è alla ribalta la psicologia della folla, pigra ed esigente, credula e curiosis ­sima, demagogica per ambi ­zione e gregaria per destino. Come già nel Doge (1967) il Palazzeschi tende alla celebra ­zione del « buffo di massa », senza qui riuscire del tutto a quell’impasto variegato di più livelli linguistici, a quella fa ­volosità della « ciàcola » che là trovava naturale spazio nel ­l’immagine di Venezia. Quando dipinge, per dir così, i fondali delle sue storie, la sua sintassi attuale accen ­tua due interni movimenti contraddittori. Da un lato la sua lingua è tutta tesa al superlativo, spinge al limi ­te, semplificandole all’estre ­mo e sino all’assurdo, situazio ­ni e definizioni; dall’altro lato le sue capricciose argomenta ­zioni (parodia di referto sto ­rico) sono impacciate dalla loro stessa libertà, che agglo ­mera subordinate e gerundi in un’allegra e personalis ­sima paratassi; sì che il ri ­sultato è composito, quasi un colorito bazar visitato su una tolda ondeggiante, che dà il mal di mare.

Il secondo tempo, il più armonioso e artisticamente felice, è segnato dall’assem ­blea nella quale i dieci della commissione riferiscono al po ­polo i risultati dei loro scru ­polosi accertamenti su Ste ­fanino. Sono pagine che richiamano i grandi quadri ani ­mati (processi, balli, feste) di cui il Palazzeschi, dal Co ­dice di Perelà ai Fratelli Cuccoli, si è sempre rivelato maestro; e precisano con sa ­piente insinuazione il tema di fondo, lo « scandalo ». Il terzo tempo infine narra le avventure di Stefanino: la presentazione alla folla in piazza, completamente vela ­to, sull’alto di un camion tappezzato di rosso e oro, quando canta con voce me ­lodiosa e toccante l’Ave Ma ­ria di Gounod; il concerto promesso e poi sine die rinviato; la residenza nel castel ­lo di Ripafratta, mèta di de ­sideri, sogni, « imitazioni », in uno spasmodico incontrolla ­bile transfert collettivo; il suo insolente colloquio con il sin ­daco; sino all’assalto finale che chiude il libro in bellez ­za e lo riporta, a grande or ­chestra, ai temi modulati al ­l’inizio: con la folla che, tra ­volta ogni difesa, irrompe nel castello, come di stanza in stanza attratta dalla sonora incantevole voce, e si trova d’un tratto davanti non Ste ­fanino ma un gigantesco grammofono, e fugge diso ­rientata e sconvolta tra l’e ­cheggiare delle potenti roman ­ze del Trovatore, come se quella delusione, la scompar ­sa del « mostro » adorato, avesse il significato di una catastrofe, di un’apocalisse (« credendo fosse scoppiata la rivoluzione »).

A me sembra dunque che in Stefanino sia possibile individuare una sorta di itinera ­rio e approfondimento tema ­tico; dal più facile divertimento iniziale fondato sul pettegolezzo collettivo, sino al ­le pagine ove penetra addirittura l’ombra del potere, e il mondo dei « buffi » è per ­corso da un raggelante brivi ­do di prossimità con la Sto ­ria. Per questo Palazzeschi, l’ultima monelleria è quella di giuocare a rimpiattino con la serietà della vita. Sempre, e specie nel periodo giovani ­le, lo scrittore libertario aveva posto la sua irriverenza al contrasto con le istituzioni borghesi. Ma se Perelà era personaggio di fantasia simbolica, Stefanino è personag ­gio di fantasia allusiva. Se il primo era campione di una li ­bertà in assoluto, lieta e lie ­ve anche nella malinconia, invincibile perché fuori della storia, il secondo è il campione di una libertà che comin ­cia a misurare i suoi diritti. Dice Stefanino all’untuoso sindaco che, perse le staffe di fronte alla sua insolenza, minaccia di farlo uccidere: « sopprimere una persona, una sola e piccolissima per ­sona è la cosa più difficile che ci sia, e quando ti do ­vesse capitare una simile di ­sgrazia uccidine immediata ­mente un’altra, due, tre, al ­tre dieci meglio ancora, e meglio ancora se cinquan ­ta o centomila, non ti ca ­piti nulla, solo di intitolare, con una lapide od una ste ­le, una piazza od una via alla loro memoria: (..) ma uno te lo sconsiglio nella forma più precisa perché non la faranno più finita ». E questo, oltre che uno sber ­leffo di filosofia politica adatto a tempi totalitari, suo ­na come un atto di fede.

La contestazione di Perelà alla società era metafisica, si proiettava nella perfezione di una libertà assoluta; quella di Stefanino è per così dire se ­colarizzata; egli con un pie ­de sta nel giuoco allegro del ­le metafore, con l’altro sta nel campo delle vittime, degli esclusi. Nello scandalo del « mostro », sotto le clausole ridanciane, si nasconde una piega amara. Durante l’as ­semblea, un omone alto due metri, popolano, si alza a chiedere che accadrebbe se lui, « normale », capitasse a vivere in un mondo di Ste ­fanini, e conclude : « Non è questione di averlo sopra o sotto, si tratta che la ragio ­ne è del più forte in ogni caso ». La franca brutalità della formula annuncia una protesta morale. E non per caso le più accanite nemiche di Stefanino, deliberate a farlo fuori senz’altro alla pri ­ma occasione, sono tre furie deformi e animalesche, la donna cannone, la donna tricheco dalle grandi zanne, e la donna che ha gli occhi fuori della testa come una rana pescatrice: i veri «mostri » del ­la non-carità, della società morta nella ipocrisia e nel ­l’odio, sono loro.

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Di là dai rilievi che potrem ­mo fare sulla sua sfrangiata compagine che lo rende un po’ discontinuo e impreciso, il senso dei libro sta in questo inaspettato contributo di at ­tualità. Se il vecchio Aldo è davvero maestro dell’ avanguardia d’oggi, la sua lezio ­ne è questa volta pungente di carità. C’è una risolutezza ideologica nella struttura di Stefanino, questo «buffo » che intende rovesciare i rapporti tra «mostri » e «normali »; essa crea figurazioni improv ­vise, balenanti, dissolvenze misteriose e miraggi che ci riportano, sotto lo schermo dell’ironia, alla forza lirica dello scrittore; anche se non finiamo di rimpiangere la pu ­ra movenza fantastica, la ma ­liziosa pietà che più amiamo nel Palazzeschi maggiore.

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