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LETTERATURA: I MAESTRI: Aldo Palazzeschi: Stefanino

23 Giugno 2018

di Geno Pampaloni
dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 9 novembre 1969]

Nella nebbia di una rigida alba d’inverno un involu ¬≠cro rosa fu depositato da ma ¬≠no ignota sui gradini del Pa ¬≠lazzo comunale, e un altissi ¬≠mo strillo ruppe il deserto si ¬≠lenzio di quell’ora anteluca ¬≠na; ma la naturale pigrizia, favorita dal tepore delle col ¬≠tri, fece s√¨ che non un solo cittadino si affacciasse a ve ¬≠dere cosa accadeva, e l’even ¬≠to rimase misterioso a ecci ¬≠tare la fantasia della gente. A poco a poco tuttavia la ve ¬≠rit√† cominci√≤ a filtrare at ¬≠traverso la criticatissima re ¬≠ticenza dell’Autorit√†. In quel fagotto rosa era ravvolto un neonato dalla voce robusta, con accanto un poppatoio di latte e un elegante biglietto ove era scritto in oro il no ¬≠me di STEFANINO. A questo punto altri interrogativi incal ¬≠zano. Chi era Stefanino? Per ¬≠ch√© ogni legittima curiosit√† era elusa? Dove veniva alleva ¬≠to, come e da chi? Qual era mai la ragione di tanto se ¬≠greto? Dovranno passare ven ¬≠ti anni perch√© finalmente, quando Stefanino √® gi√† uomo, la risposta sia data con chia ¬≠rezza. Una commissione a ci√≤ delegata dal sindaco testimonia ufficialmente che Stefa ¬≠nino ha bell’aspetto, bellissi ¬≠ma voce, pronto ingegno, ma, ma, ma √® fatto in modo che ¬ę laddove gli altri uomini nel fondo dell’addome hanno quelle parti che formano il cosiddetto bacino del loro corpo ¬Ľ, egli ha la testa; e viceversa, l√† dove tutti han ¬≠no la testa, ha le pudenda.

Quando si seppe, in giro, l’argomento di questo roman ¬≠zo che Aldo Palazzeschi scri ¬≠veva a 84 anni (Stefanino, ed. Mondadori, pp. 184, lire 2000) ci si chiese, quasi stuz ¬≠zicati dalla sorprendente trouvaille, che mai non avrebbe tirato fuori uno scrittore co ¬≠me lui dall’invenzione bizzar ¬≠ra di quello scambio di po ¬≠sto, in un uomo, tra testa e sesso. Bisogna dire che, con raffinata malizia, dal punto di vista pi√Ļ facile il Palazzeschi ci d√† ben poca soddisfa ¬≠zione. Sul piano del diverti ¬≠mento, del doppio senso, della trasposizione sessuale, il giuo ¬≠co √® assai misurato. Stefani ¬≠no non √® un romanzo di quel ¬≠li che una volta si leggevano sotto il banco. Si direbbe anzi che lo scrittore faccia di tut ¬≠to per ricondurre il suo per ¬≠sonaggio nella normalit√†. Lo ¬ę scandalo ¬Ľ fisiologico, pur conservando una sua inalte ¬≠rabile gaiezza, si volge a una musica che ha un sottofondo grave, sottintesi severi. Nel suo scherzoso balletto di non-sense, anche questo √® uno scandalo che, cristianamente, doveva avvenire. E proprio qui io cercherei le differenze pi√Ļ significative (a parte una minore intensit√† e sicurezza di scrittura) con i famosi ro ¬≠manzi giovanili, nel cui stam ¬≠po sono stati foggiati, a di ¬≠stanza di tanti anni, i due pi√Ļ recenti libri dello scrit ¬≠tore.

*

Stefanino ha una partitu ¬≠ra musicalmente e tematica ¬≠mente scandita in tre tempi. Nel primo, che appare il me ¬≠no riuscito, √® alla ribalta la psicologia della folla, pigra ed esigente, credula e curiosis ¬≠sima, demagogica per ambi ¬≠zione e gregaria per destino. Come gi√† nel Doge (1967) il Palazzeschi tende alla celebra ¬≠zione del ¬ę buffo di massa ¬Ľ, senza qui riuscire del tutto a quell’impasto variegato di pi√Ļ livelli linguistici, a quella fa ¬≠volosit√† della ¬ę ci√†cola ¬Ľ che l√† trovava naturale spazio nel ¬≠l’immagine di Venezia. Quando dipinge, per dir cos√¨, i fondali delle sue storie, la sua sintassi attuale accen ¬≠tua due interni movimenti contraddittori. Da un lato la sua lingua √® tutta tesa al superlativo, spinge al limi ¬≠te, semplificandole all’estre ¬≠mo e sino all’assurdo, situazio ¬≠ni e definizioni; dall’altro lato le sue capricciose argomenta ¬≠zioni (parodia di referto sto ¬≠rico) sono impacciate dalla loro stessa libert√†, che agglo ¬≠mera subordinate e gerundi in un’allegra e personalis ¬≠sima paratassi; s√¨ che il ri ¬≠sultato √® composito, quasi un colorito bazar visitato su una tolda ondeggiante, che d√† il mal di mare.

Il secondo tempo, il pi√Ļ armonioso e artisticamente felice, √® segnato dall’assem ¬≠blea nella quale i dieci della commissione riferiscono al po ¬≠polo i risultati dei loro scru ¬≠polosi accertamenti su Ste ¬≠fanino. Sono pagine che richiamano i grandi quadri ani ¬≠mati (processi, balli, feste) di cui il Palazzeschi, dal Co ¬≠dice di Perel√† ai Fratelli Cuccoli, si √® sempre rivelato maestro; e precisano con sa ¬≠piente insinuazione il tema di fondo, lo ¬ę scandalo ¬Ľ. Il terzo tempo infine narra le avventure di Stefanino: la presentazione alla folla in piazza, completamente vela ¬≠to, sull’alto di un camion tappezzato di rosso e oro, quando canta con voce me ¬≠lodiosa e toccante l’Ave Ma ¬≠ria di Gounod; il concerto promesso e poi sine die rinviato; la residenza nel castel ¬≠lo di Ripafratta, m√®ta di de ¬≠sideri, sogni, ¬ę imitazioni ¬Ľ, in uno spasmodico incontrolla ¬≠bile transfert collettivo; il suo insolente colloquio con il sin ¬≠daco; sino all’assalto finale che chiude il libro in bellez ¬≠za e lo riporta, a grande or ¬≠chestra, ai temi modulati al ¬≠l’inizio: con la folla che, tra ¬≠volta ogni difesa, irrompe nel castello, come di stanza in stanza attratta dalla sonora incantevole voce, e si trova d’un tratto davanti non Ste ¬≠fanino ma un gigantesco grammofono, e fugge diso ¬≠rientata e sconvolta tra l’e ¬≠cheggiare delle potenti roman ¬≠ze del Trovatore, come se quella delusione, la scompar ¬≠sa del ¬ę mostro ¬Ľ adorato, avesse il significato di una catastrofe, di un’apocalisse (¬ę credendo fosse scoppiata la rivoluzione ¬Ľ).

A me sembra dunque che in Stefanino sia possibile individuare una sorta di itinera ¬≠rio e approfondimento tema ¬≠tico; dal pi√Ļ facile divertimento iniziale fondato sul pettegolezzo collettivo, sino al ¬≠le pagine ove penetra addirittura l’ombra del potere, e il mondo dei ¬ę buffi ¬Ľ √® per ¬≠corso da un raggelante brivi ¬≠do di prossimit√† con la Sto ¬≠ria. Per questo Palazzeschi, l’ultima monelleria √® quella di giuocare a rimpiattino con la seriet√† della vita. Sempre, e specie nel periodo giovani ¬≠le, lo scrittore libertario aveva posto la sua irriverenza al contrasto con le istituzioni borghesi. Ma se Perel√† era personaggio di fantasia simbolica, Stefanino √® personag ¬≠gio di fantasia allusiva. Se il primo era campione di una li ¬≠bert√† in assoluto, lieta e lie ¬≠ve anche nella malinconia, invincibile perch√© fuori della storia, il secondo √® il campione di una libert√† che comin ¬≠cia a misurare i suoi diritti. Dice Stefanino all’untuoso sindaco che, perse le staffe di fronte alla sua insolenza, minaccia di farlo uccidere: ¬ę sopprimere una persona, una sola e piccolissima per ¬≠sona √® la cosa pi√Ļ difficile che ci sia, e quando ti do ¬≠vesse capitare una simile di ¬≠sgrazia uccidine immediata ¬≠mente un’altra, due, tre, al ¬≠tre dieci meglio ancora, e meglio ancora se cinquan ¬≠ta o centomila, non ti ca ¬≠piti nulla, solo di intitolare, con una lapide od una ste ¬≠le, una piazza od una via alla loro memoria: (..) ma uno te lo sconsiglio nella forma pi√Ļ precisa perch√© non la faranno pi√Ļ finita ¬Ľ. E questo, oltre che uno sber ¬≠leffo di filosofia politica adatto a tempi totalitari, suo ¬≠na come un atto di fede.

La contestazione di Perel√† alla societ√† era metafisica, si proiettava nella perfezione di una libert√† assoluta; quella di Stefanino √® per cos√¨ dire se ¬≠colarizzata; egli con un pie ¬≠de sta nel giuoco allegro del ¬≠le metafore, con l’altro sta nel campo delle vittime, degli esclusi. Nello scandalo del ¬ę mostro ¬Ľ, sotto le clausole ridanciane, si nasconde una piega amara. Durante l’as ¬≠semblea, un omone alto due metri, popolano, si alza a chiedere che accadrebbe se lui, ¬ę normale ¬Ľ, capitasse a vivere in un mondo di Ste ¬≠fanini, e conclude : ¬ę Non √® questione di averlo sopra o sotto, si tratta che la ragio ¬≠ne √® del pi√Ļ forte in ogni caso ¬Ľ. La franca brutalit√† della formula annuncia una protesta morale. E non per caso le pi√Ļ accanite nemiche di Stefanino, deliberate a farlo fuori senz’altro alla pri ¬≠ma occasione, sono tre furie deformi e animalesche, la donna cannone, la donna tricheco dalle grandi zanne, e la donna che ha gli occhi fuori della testa come una rana pescatrice: i veri ¬ęmostri ¬Ľ del ¬≠la non-carit√†, della societ√† morta nella ipocrisia e nel ¬≠l’odio, sono loro.

*

Di l√† dai rilievi che potrem ¬≠mo fare sulla sua sfrangiata compagine che lo rende un po’ discontinuo e impreciso, il senso dei libro sta in questo inaspettato contributo di at ¬≠tualit√†. Se il vecchio Aldo √® davvero maestro dell’ avanguardia d’oggi, la sua lezio ¬≠ne √® questa volta pungente di carit√†. C’√® una risolutezza ideologica nella struttura di Stefanino, questo ¬ębuffo ¬Ľ che intende rovesciare i rapporti tra ¬ęmostri ¬Ľ e ¬ęnormali ¬Ľ; essa crea figurazioni improv ¬≠vise, balenanti, dissolvenze misteriose e miraggi che ci riportano, sotto lo schermo dell’ironia, alla forza lirica dello scrittore; anche se non finiamo di rimpiangere la pu ¬≠ra movenza fantastica, la ma ¬≠liziosa piet√† che pi√Ļ amiamo nel Palazzeschi maggiore.

 

 


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Bart