di Geno Pampaloni
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 20 febbraio 1969]
Ci si domanda che signi ficato abbia, per uno scrit tore scrupolosamente fedele alla concretezza laica della propria storia com’è Giusep pe Raimondi, l’apologo po sto a chiusura del suo ulti mo libro (Le nevi dell’altro anno, ed. Mondadori, pp. 212, L. 2000).
Durante la guerra, un Giacobbe-Raimondi sfollato in campagna, costretto all’inat tività, al pensiero e al fan tasticare (tanto che, si fac cia attenzione: «la fantasia … (gli) cresceva di vigore dentro », « l’ avvertiva come una seconda realtà », « si ir robustiva da sentirla come un corpo di sangue e di sen timento, entrato ad occupa re le parti del suo corpo ») esce di casa una notte d’in verno per un sentiero di ne ve e incontra l’Angelo. Ab bracciato, o aggredito, sta per essere sopraffatto, non ha più scampo, si arrende; ma l’Angelo allenta la stret ta e si perde nel buio dopo aver detto soltanto, con si billina allusione: «Volevo che tu facessi questa pro va ». A Giacobbe resta « una luce di felicità ». «Lottando così alla cieca, gli avvenne di mettere il volto dentro lo spessore misterioso delle ali dell’Angelo. Erano piene di un tenero tepore. E notò che quel viluppo di penne e di sangue nascosto tremava, più che di fatica, di passione e di pietà ».
La risposta che si può da re è la seguente. Questa lot ta con l’Angelo non è tanto una figurazione simbolica (cara del resto al suo Delacroix e anche al suo Rimbaud) quanto una confessio ne letteraria, o addirittura una giustificazione tematica. Fantasia e pietà si fronteg giano, si allacciano e si per donano da un capo all’altro del libro. Dal fondo del pas sato, anche il più dolente, si leva un «tenero tepore », si mile al «breve fumo » che quella notte d’inverno copri va le coltivazioni, « per il peso della nebbia che stava su di loro ».
La fantasia, che pure è per lo scrittore « una seconda realtà », ha bisogno di un’al tra prova, condotta nella so litudine e nel silenzio; ha bisogno di sentirsi perduta nella commozione, nel « vi luppo di penne e di sangue nascosto », in una vita cioè ricca, nella memoria, di sovrasensi e di segreti. E la poesia, ora che la vecchiaia batte alle porte, è quella lot ta, soccombere ed essere li berati, affanno e recuperata lievità: ha un’ombra corpo rea, un fiato carnale, lo smarrimento di un’impoten za, una voce di pietà.
Sostenere il peso di una si mile poetica, di un così sot tile, rastremato decadenti smo esistenziale, comporta va parecchi rischi. Dirò in fatti che, leggendo, non ho potuto talora sottrarmi a un’impressione di languore, di estenuazione romantica, di una quasi smarrita graci lità. Ma soccorre il Raimon di anche questa volta l’istin to di narratore di gran raz za. Viene in mente la rac comandazione che faceva ai lettori in una pagina di No tizie dall’Emilia (1954) met tendoli in guardia dal so spetto che egli obbedisse so prattutto « al ritmo di ca denze dell’invenzione poeti ca » e assicurandoli invece che si proponeva di « narra re, con assoluta coscienza, le vicende di un sentimento » autentico e profondo. « Il let tore abbia fiducia, se vuole, nel suono e nell’ordine delle parole. Direi, una fiducia cieca ». In questo caso, biso gna cominciare a prestare fi ducia e attenzione alle paro le sino dal titolo: Le nevi dell’altro anno. D’accordo, la ballata di Villon, il rimpian to per il passato irrevocabi le. Ma, come vedremo subi to, la parola chiave è la pri ma, la neve.
Il libro è composto di rac conti di memoria. Da molti anni, tutta la prosa del Rai mondi, da quella di roman zo (L’ingiustizia, 1905) sino a quella critica, è racconto di memoria. Così come egli alterna quasi indifferente mente, e per effetti sottilis simi di variazioni di tono, di musica, la prima e la ter za persona; allo stesso mo do il tempo, sia che adoperi il passato remoto, l’imper fetto o il presente, è per lui sempre uno solo, è una du rata che attraversa una di mensione di nostalgia, e af fiora e quasi preme sulla pa gina, appoggiandosi « al suo no e all’ordine delle parole ».
I fatti, le figure, i paesaggi, dai contorni netti quali sa disegnarli la pazienza pitto rica di uno scrittore visivo, emergono asciutti e pungen ti pur da una lunga, insi stita macerazione emotiva.
Tale è infatti la peculia rità del Raimondi: che è insieme un realista (nel sen so dell’attenzione alle cose) e un elegiaco (nel senso del l’abbandono al risucchio dei sentimenti). Mentre disegna rammemora; e mentre rim piange dipinge. Ma, strenua mente legato all’immagine di sé come « classico minore » che ha costruito non sai se più con umiltà o sofferenza o civetteria, può sbagliare di accento o di intensità, non di segno: la sua tela non la impasta mai.
In questo libro ritornano luoghi e situazioni che co nosciamo: l’officina artigia na di Bologna, operai di cuo re socialista o anarchico, ri cordi della guerra del ’15 o dello sfollamento, incontri di amore casti e gentili. E’ un mondo rivisitato che nella lontananza della memoria si fa struggente. I tocchi brevi del suo realismo elegiaco tentano un suono d’arpa, vi brato e lieve.
Ma la vera intuizione, co me accade nel miglior Rai mondi, non è di natura mu sicale, è di natura cromati ca. La neve, il bianco, si so no aggiunti alla sua tavoloz za come un fondo ovattato su cui la realtà, il suo segno preciso, si riverbera con un più di remoto e perduto. Questo della sua vecchiaia è davvero un libro di poesia d’inverno, la crosta dura del fango risuona come un me tallo, nell’aria limpida e de serta si stagliano i fragili rabeschi dei rami spogli. Ec co il fiore rosso della can na che cresceva nel cortile dell’officina e s’infiamma di tutto il fuoco della giovi nezza. Ecco le valli di Comacchio, ai Tre Ponti, in un’ultima passeggiata con Lina, tanti anni dopo. Ecco le sere di libera uscita, da recluta, alla Caserma dello Scalo, sul Po, il tenue idil lio con Maria: « Veniva dal fiume, poco lontano, un alito di vento, che portava con sé qualcosa del freddo dell’ac qua ferma ». (Bello. Come se il silenzio e la malinconia salissero dalla giovinezza lontana a ricostituire un’im magine ininterrotta della vi ta, del suo trepido, pudico dolore). Ecco infine l’incon tro con la madre all’ospizio dei vecchi, con il sapore aci do delle « spolette » di pane che ristagna nel refettorio…
Ho indicato alcuni dei rac conti che mi piacciono di più: quelli nei quali meglio l’arte dello scrittore sembra contenere e risolvere le sue tentazioni decadenti e ro mantiche. Il nostro Raimon di non ha bisogno dell’An gelo.