Con “Il crematorio” contesto la mia vita

di Goffredo Parise
[dal “Corriere della Sera”, domenica 22 marzo 1970]

Confesso il mio disagio: non sono portato per temperamento alle chiose e questa di rispondere ai critici (in poco spazio e sbri ­gativamente) è una chiosa alle chiose. Si tratterebbe cioè di compiere, ma a posteriori, quella operazione programmatica, ideologica, esplicativa, che è oggi d’obbligo per indicare a priori prodotti di qualsiasi sorta. Con la premessa, anche sot ­tintesa tra le righe degl’in ­numerevoli «codici » letterari, i critici, ma non l’anoni ­mo utente, infilano una via da percorrere se lo desidera ­no. Molti di solito lo desi ­derano perché, avendo la opera perduto il suo carat ­tere di manoscritto nella bottiglia e assunto quello che le conferisce la mi ­sura di spazio che occupa all’interno di uno dei molti e totalitari nominalismi, la equazione è risolta in par ­tenza. Il critico, anziché ag ­girarsi nel labirinto della immaginazione (sua e del ­l’autore) preso dal mistero che nasce dall’imprevedibi ­lità seguirà il filo d’Arian ­na che l’autore-premessa gli porge e uscirà presto all’aperto. Forse non è sba ­gliato anzi necessario. Lo prova un onnipresente fi ­losofo francese d’avanguar ­dia, Francois Wahl, che lamentò nel Padrone l’as ­senza dei sindacati: «dal momento » â— cosi diceva â— «che l’azione del dottor Max è tutta diretta a sco ­raggiare l’azione sindacale » (sic). Le vie della interpre ­tazione obbligatoria sono, come si vede, infinite. Se avessi meditato le tesi di Foucault e dedotto premesse al Padrone, forse non sareb ­be accaduto. L’attuale filo di Arianna sarebbe quello di strutturare le strutture, alcuni critici andrebbero in visibilio accompagnati per la punta delle dita al mi ­nuetto. Ma non mi va di farlo, né credo lo farò mai, non conto tante e rapide frecce al mio arco. Né l’arco. Innanzitutto perché conservo ancora un’incrollabile quanto inattuale fiducia o illusione nella ragione del ­l’uomo (che è il suo istin ­to) poi perché a mio av ­viso le cose non sono le parole e infine perché ho la debolezza o la vani ­tà di credere che avanguardia, rivoluzione (o ari ­stocrazia, che è la stessa cosa) appaiono sempre, a prima vista, vagamente arrierées.

Il disagio aumenta quan ­do si tratta di giudicare chi ha fatto in ogni caso, e se ­condo le proprie doti di na ­tura, una cortesia. Aggiun ­go che il peggior giudice di quanto ho scritto fino a que ­sto momento (troppo), il più antipatico voglio dire, sono io stesso, anche se da un punto di vista personale e segreto. Ho sempre avuto e ho molti dubbi sull’inter ­pretazione « corretta » del ­la letteratura che sta nei miei libri, fondamentalmen ­te per una ragione: che essi nascono sempre e sol ­tanto da un sentimento in ­decifrabile e mai da un pro ­gramma ideologico, sociolo ­gico, letterario, ecc. Non ho quello che Lukàcs mi ha (non molto bene) spiegato: « una prospettiva del futu ­ro ». Forse una dinamica interna della speranza? Nel qual caso mi troverei pu ­nito del resto come tutti, dalla brevità illusoria del cogito. Per cui posso dire che mi è dispiaciuto quan ­do si è voluto attribuire al Crematorio di Vienna pro ­positi di tale natura pro ­grammatica. Il cahier Cre ­matorio nasce anch’esso da un sentimento e da nien ­te altro. Non sempre, lo ammetto. Spesso mancava e allora righe e capitoli rivelano il tono didascalico. I capitoli buoni sono po ­chi. Gli altri sono un eser ­cizio quasi pedagogico, au ­tologico. Tuttavia niente è stato scritto completamen ­te a freddo: il sentimen ­to, magari decifrabile, c’era sempre.

Eugenio Montale (Cor ­riere della Sera) mi an ­novera tra i contestatori del sistema, con stile al tempo stesso bilanciato e blasé. E rileva carenza di amor vitae. Ringraziando ­lo di aver messo su carta qualche beccatina di dia ­grammante calligrafia di ­rò che contesto il mio sistema, cioè la vita, es ­sendo gli innominati pro ­tagonisti, per la maggior parte, la mia non simpa ­tica immagine riflessa in molti specchi. Ecco la ra ­gione e la spiegazione di tanta « straordinaria con ­sapevolezza » non « psico ­logicamente » ma sentimen ­talmente vera e attendibi ­le. Ognuno di noi ha le sue visioni non attendibili « sul vero ». Quanto alla ca ­renza di amor vitae, la mia è senz’altro vera. For ­se per troppo amor vitae nei confronti di tutti (o quasi tutti) gli altri uomini, anime, animali e piante compresi. Paolo Milano (L’Espresso) non inten ­de il binomio del tito ­lo, né la ideologia « lam ­biccata » (infatti non c’è). Il titolo nasce da una mia costante notturna, rintrac ­ciabile in tutti i miei libri (il ragazzo «morto », « il cimitero degli ebrei » nel Prete bello, la « tomba di famiglia » nel Padrone, ecc.); costante che scatu ­risce al tempo stesso dalle frequentazioni infantili di cimiteri e crematori e dalle prime folgorazioni cultura ­li, o sentimentali, dell’ado ­lescenza (Poe, Hoffman, Novalis, Shakespeare, ecc.) che per mia fortuna o di ­sgrazia mi svegliavano dal ­le sonnolenze scolastiche, italiane in genere. Paolo Milano ha però azzeccato un certo giudizio quando ha parlato di « album di ossessioni ».

A Geno Pampaloni (Il Mondo) vorrei ricordare, a distanza di tre mesi dal ­l’uscita del libro, che la sua previsione moralistica del « successo mondano a cui sarà giustamente condan ­nato » (io o il libro?) non si è avverata. Quanto alle « incarnazioni stilistiche », tre a suo dire, nel mio curriculum, di cui sotto sotto mi accusa, non so rispon ­dere se non con la frase eraclitea: che significa una costante mutazione, alle volte rovesciamento nelle pressoché infinite combina ­zioni di elementi fisici, chi ­mici e psichici di cui è fatto l’uomo. E’ evidente tuttavia che il casuale colpo di pollice (naso, occhi, boc ­ca ecc.) rimane, estetica ­mente, una relativa costan ­te. Il discorso vale anche per la letteratura. Anche lì a cercarle, le costanti, le parole in questo caso, e le loro associazioni signifi ­canti, si possono ritrovare con facilità. Michele Rago (l’Unità) rileva che « si è prodotto quello che Marx aveva indicato come estre ­mo pericolo comune: il si ­stema che livella e schiac ­cia ogni cosa » Sono ono ­rato. ma non aspiravo a tanto. II mio pensiero (o sentimento?) è che non sol ­tanto ogni sistema schiac ­cia ogni cosa, ma che ogni uomo tende fatalmente e inesorabilmente a schiac ­ciare ogni cosa, al di fuori della propria vanità (se ha vita e fortuna).

Mario Spinella (Rinasci ­ta) ha ben colto che «la violenza non è quindi una deformazione della società tecnologica, una sua discre ­panza, ma risulta ad essa conseguente ». E Piero Pal ­lamano (Paese Sera) parla di « una musica che morde e rimorde un solo tema, esalando con gelida mono ­tonia il dolore senza scam ­po dell’uomo » Peccato per la monotonia, che però c’è, e mi chiedo: soltanto nel libro? La monotonia non è forse la nota dominante e prevedibile di una mecca ­nica utilitaristica (il dolo ­re senza scampo dell’uomo) in cui i sentimenti indivi ­duali non sono più social ­mente « utili »? Mi obietto: ma l’arte ha il compito di vitalizzare, non il contra ­rio, e l’obbligo della impre ­vedibilità e del mistero. Ri ­spondo: E’ vero. A Dome ­nico Porzio (Panorama) confermo la mia intenzio ­ne di ritirarmi dalla scena illuminata e visibile. A Walter Pedullà (Avanti!), che mi presenta « come ideologo che respinge dal ­l’esterno il sistema… » e mi loda « che sia il miglior Parise mai letto non c’è dubbio », vale la risposta a Montale. « Che sia il mi ­glior Parise » ho qualche dubbio invece, se Pedullà lo consente. Molto simpa ­tico Leo Pestelli (La Stam ­pa) nel sottolineare che « a questo mondo di sasso l’au ­tore ha perfettamente in ­tonato la scrittura che sen ­te l’aura di un gabinetto scientifico e dove il tecni ­cismo (a riprova che le pa ­role sono in funzione del contesto) mette un poetico gelo ». Giacinto Spagnoletti (Il Messaggero) dopo accurato esame del mio la ­voro si chiede quale sarà il mio destino di scrittore. Rispondo: non lo so. La parabola è discendente, for ­se il bengala è già spento, comunque sta per toccare terra. (Ma come? lei è an ­cora così giovane… No, non sono più giovane e la letteratura rende vecchi, vecchissimi, e precocemente mortali). Claudio Marabini   (Il Resto del Carlino) par ­la di ascendenza kafkiana (non è il solo) Può darsi.

In ascendenza tutto è pos ­sibile.

Maria Corti (Il Giorno), illustre filologa e linguista (e strutturalista?), stupi ­sce un po’ per la lingua: « E le donne? Tutte defini ­tivamente oche, inserite nel sistema, incapaci di genera ­re l’imprevedibile. Beh. qui Parise non si accorge che conformista diventa lui ». Posso assicurare che non era nella mia intenzione, non è nel libro, e comun ­que non mi sarei mai per ­messo, con l’arietta che tira. Giuliano Gramigna (Corriere d’informazione), oltre alle lodi, ha una bel ­lissima immagine persona ­le « così si completa, come la seconda faccia della Luna, la curvatura del ro ­manzo » Do atto a Claudio Carabba (La Nazione) che « l’uomo è solo anche nel cuore del caro nido » e, vorrei aggiungere, ha inol ­tre uno spietato e indul ­gente nemico: se stesso. Fausto Gianfranceschi (Lo Specchio) anche lui, ma da tutt’altra barricata, m’in ­globa tra i contestatori « da quando si è lasciato con ­quistare dal fascino delle rivoluzioni   cubane e cinesi; ignora che esse non   rappresentano affatto una alternativa… ». Non sono stato conquistato, bensì in ­curiosito (da bambino mi si rimproverava di chiede ­re sempre: perché? non sono cambiato e nemmeno i rimproveri) e confermo: le rivoluzioni cubane, ci ­nesi, eccetera sono la alter ­nativa: le masse del mon ­do sono da quella parte, caro Gianfranceschi, alme ­no per ora, e non è colpa mia.

Molte lodi ho avuto da Carlo Bo (L’Europeo): « ne salta fuori la diagnosi di una malattia che ha co ­minciato a colpire l’uma ­nità da gran tempo e non ammette distinzioni »; da G. A Cibotto (Il Giornale d’Italia), da Alberto Bevi ­lacqua (Oggi) e Giancarlo Vigorelli (Il Tempo Illustra ­to), il cui articolo è un abbraccio entusiasta e quin ­di non cito. Tipico del suo temperamento e della sua vitalità. Bo e Vigorelli han ­no sorvolato, con i loro caratteri generosi, sui di ­fetti del libro. Non tanto di « letteratura » di cui non importa molto, quanto di eccessiva razionalizzazione: cioè difetto di poesia. Di tali difetti il libro ne ha parecchi, ma purtroppo ne ha parecchi anche la mia vita o quella parte della mia vita in cui l’azione e la riflessione hanno con ­tato più della contempla ­zione. Di questo mi scuso con lettori e critici (che ringrazio tutti) ma non con me stesso.

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