Curiosità stendhaliane

di Leonardo Sciascia
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 25 febbraio 1970]

Nel catalogo di una li ­breria antiquaria milanese trovo: « (Stendhal) Mérimée, P. – H.B. par Un des Quarante. Avec un frontespice stupéfiant dessiné et gravé par S. P. Q. R. (Félicien Rops), Eleutheropolis, l’an MDCCCLXIV (Bruxelles, 1864) ».

Telefono alla libreria: il libro c’è ancora (per la di ­stanza, quasi mai arrivo ad avere, dalle librerie antiqua ­rie del nord, i libri che mi interessano); me lo spediran ­no subito. So che contiene ricordi e aneddoti stendhaliani che Mérimée aveva pub ­blicato nel 1850 in un opu ­scolo tirato a venticinque esemplari, anonimo e senza data, che poi l’autore stesso aveva fatto in modo che non circolasse, poiché lo Stendhal miscredente e cinico che ne veniva fuori non piaceva agli amici dello scrittore scompar ­so; né, ancora oggi, piace agli stendhalisti â— « une sorte d’offrande empoisonnée á ce ­lui qu’elle prétend honorer », dice il Del Litto. E conosco, per una riproduzione che si trova nell’Album Stendhal di Gallimard, il frontespizio « stupefacente » che Félicien Rops incise per la ristampa, limitata e quasi clandestina, che quattordici anni dopo si fece a Bruxelles dell’opuscolo. O meglio: credevo di conoscerlo; ché quando ho tra le mani il libretto, scopro che il frontespizio è ben più « stu ­pefacente » di come appare nell’Album di Gallimard. Nell’Album, pagina 315, la ripro ­duzione è stata evidentemente censurata. E’ rimasta la testa di cervo dalle robuste corna (che, a guardar bene, sono anche altre cose), sono rima ­ste le iniziali H B elegante ­mente caudate: ma la scena davvero stupefacente cui le iniziali e la testa del cervo sovrastano, la scena che dà al cervo espressione di stupo ­re, è scomparsa.

La scena è, nella versione che poteva darne Félicien Rops (e chi ha visto la bella mostra di cose di Rops, che si è tenuta lo scorso anno a Milano, intende), quella che segnò la rottura dell’annosa e, nonostante tutto meraviglio ­sa, relazione tra Stendhal e Angela Pietragrua, « Madame Grua », dice Merimée: la qua ­le, eccezione alla fama di fe ­deltà delle italiane, indegna ­mente tradiva Henry Beyle (che assumerà due anni dopo il pseudonimo del « signor de Stendhal, ufficiale di cavalle ­ria », pubblicando il libro Rome, Naples et Florence en 1817). Questa donna, dice ancora Mérimée, pur avendo come marito il più compia ­cente degli uomini, lo aveva dipinto come un mostro di gelosia: e Beyle se ne era convinto al punto da accet ­tare di andarsene a Torino, poiché la sua presenza a Milano risultava pericolosa per lei.

Ma fosse il dubbio, fosse il desiderio, fece una furtiva puntata a Milano. Forse per sapere come fossero andate le cose presso i Pietragrua du ­rante la sua assenza, prese contatto con la cameriera di Angela. Questa, memore del ­la generosità di Beyle, e a scarico di coscienza, gli rive ­lava che la sua signora lo ingannava, che « avait autant d’amants différents ». Poiché Beyle non voleva credere, glie ­ne offrì la prova: « lo fece nascondere in un camerino da dove, mettendo l’occhio al buco della serratura, egli vide, a tre piedi da lui, la più mo ­struosa e convincente prova ». E così, cinquant’anni dopo, mettendo l’occhio all’altro bu ­co della serratura che gli of ­friva Mérimée, Félicien Rops vide, come in uno spaccato scenografico, Beyle con l’oc ­chio alla serratura e Angela col suo ignoto partner in quella che i verbali dei sottuf ­ficiali di polizia chiamano flagranza di reato.

In effetti, era stato Sten ­dhal stesso a invitare Rops a questo giuoco alquanto gros ­solano: « Beyle mi disse – scriveva Mérimée â— che la singolarità della cosa e il ri ­dicolo della situazione gli die ­dero un’improvvisa e folle allegria e che a stento, per non allarmare i colpevoli, riu ­scì a trattenersi dallo scop ­piare a ridere ». Rops non aveva ragione di trattenersi: ed esplode in una risata che è il caso di chiamare grassa. Né era uomo da far caso alla notazione che viene subito do ­po: « Soltanto dopo qualche tempo egli sentì la propria infelicità ». Anzi, una simile notazione poteva, per Rops, aggiungere comico al comico: un cornuto che riflette e sof ­fre era allora tanto più comico di un cornuto che ci ride sopra.

Ci voleva ancora un buon secolo, e uno scrittore come Pirandello, perché le loiche malinconie e pene del « cornuto consapevole » fossero comprese e accettate. Per Rops, avulsa dal contesto stes ­so in cui Mérimée la registrava, oltre che dal contesto di quel che Stendhal era stato, di quel che erano i suoi libri, restava la ridevole disavven ­tura: non priva di eccitante ambiguità per il disavventura ­to Beyle, francamente eccitante per lui, Rops, che ap ­punto in questo senso la si ­glava raffigurando, in un an ­golo della scena, un cagnoli ­no in atteggiamento inequivo ­cabile. Una storia di corna. Un cornuto. Ancora un pre ­testo per un divertimento, co ­me si direbbe oggi, « porno ».

Ma il fatto è che quando Rops disegnava quella scenet ­ta comica e oscena, con Sten ­dhal dentro come personag ­gio comico, l’autore della Cer ­tosa di Parma era effettualmente considerato un perso ­naggio pieno di comiche con ­traddizioni e mistificazioni, ostentatamente cinico ma in sostanza patetico se non ad ­dirittura pietoso. Qualche con ­tributo alla circolazione di una siffatta immagine di Sten ­dhal, era appunto venuto dall’H.B. di Mérimée; ma ci do ­vevano anche essere, nei sa ­lotti parigini, molte persone che lo ricordavano e che, nel momento in cui una nuova generazione stava per risco ­prirne le opere, con deliberata acredine si davano a ridicoliz ­zare l’uomo e lo scrittore.

Un siciliano approdato a Parigi subito dopo l’Unità, alacre frequentatore di quei salotti, amico â— giovanissimo e tra gli ultimi, se non l’ulti ­mo â— della vecchia George Sand, dava agli italiani un breve e vivace ragguaglio su Stendhal in cui sono eviden ­temente condensati i giudizi e i ricordi che correvano negli ambienti letterari francesi. Il ragguaglio, poi pubblicato nel volume Macchiette parigine, si apriva con ritratto di Sten ­dhal, rapido e preciso. « Una bella signora di Milano » scriveva Emanuele Navarro della Miraglia â— « lo chiama ­va, scherzando: il cinese. Di ­fatti, egli arieggiava, in qual ­che modo, quei mandarini panciuti e buffi che si fanno vento e fumano su’ mobili di lacca. Gli mancava la coda ma però aveva, in ricambio un falso ciuffo e portava l’unghie lunghissime, per attirar l’attenzione della gente sulla sua mano piccola e bianca. Era pingue, rubicondo, apoplettico, di statura mediocre. Le gambe corte e un po’ storte, sostenevano male il busto troppo rotondo e il ventre che strapiombava molto. Il capo era piantato solidamente sul collo tozzo. Gli occhi, due oc ­chietti vivaci e penetranti, si perdevano fra le ondulazioni carnose della faccia larga, a cui le labbra sottili e contratte davano un non so che di sar ­donico. Egli aveva, insomma, la fisionomia bizzarra del suo ingegno serio e comico ad un tempo… ».

E Navarro passa, sempre in punta di penna, alla biogra ­fia, al carattere, al comporta ­mento, alle opere. Ogni tan ­to, suo malgrado, c’è qualche lampo di simpatia e affiora il giudizio esatto e penetrante: « Egli ha scritto molte pagine in cui non si sa se debba più ammirarsi la profondità, la semplicità o la finezza »; nel ­la Certosa di Parma « il dram ­ma, nel totale, è condotto con abilità immensa; la luce col ­pisce, a grandi sprazzi, il qua ­dro; i personaggi, disegnati appena fisicamente, sono di ­pinti benissimo per via della azione e del dialogo; la corte di un tiranno in sedicesimo sfila viva e vera… »; « Preten ­deva di agire secondo i det ­tami della ragione, ma fu pe ­rennemente dominato dalla fantasia e fece ogni cosa per entusiasmo ». E si sente che questi giudizi sono veramen ­te suoi, del giovane scrittore siciliano che veniva dall’av ­ventura garibaldina; non del suo tempo, non dei salotti che frequentava, dei letterati che conosceva.

In società, in quella socie ­tà che per un giovane, appe ­na arrivato dalla remota Sam ­buca Zabut in provincia di Girgenti, doveva apparire cir ­confusa di un luminoso e inal ­terabile prestigio, si ricordava uno Stendhal personaggio buf ­fo, si dava per declinante la fortuna dei suoi libri, si pro ­fetizzava che tra non molto soltanto gli archeologi della letteratura li avrebbero cerca ­ti. Navarro non poteva fare a meno di adeguarsi a quel giudizio corrente; ma d’altra par ­te non riusciva a non appas ­sionarsi a quei libri, a quello scrittore, a quell’uomo su cui non stavano per cadere le te ­nebre dell’oblio, bensì stava per sorgere un culto.

(Sciascia scriverà: “Postilla su Stendhal e Navarro”, che trovasi in “La corda pazza” – Scrittori e cose della Sicilia”, Adelphi, 1991, che ha qualche variante)

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