di Mario Tobino
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 15 maggio 1969]
«Primavera matta, acqua e vento; a strappi le apparite del sole. E’ questa balzana primavera a gettarmi folate di malinconia! Le foglioline so no appena nate e già il libec cio le strapazza ».
Il dottor Anselmo cammina per la campagna. In cielo le nubi si addossano, si amma tassano di bianco; si separa no, scoprendo il turchino.
« E poi questi giovani! Qui al manicomio. Che hanno in testa? Sempre la società, col pa di tutto è la società. Cosa intendono con questa parola? La usano non solo nelle quistioni sociali, adesso perfino in psichiatria. Bravi medici, coscienziosi, appassionati, ma per nulla sono d’accordo con la loro retorica, con le vacue elucubrazioni, col taboga dei loro pensieri ».
« Affermare che la follia non ci sarebbe se la società fosse perfetta è più che azzar dato, è una grande stupidag gine. Se ognuno fosse com preso, fin dalla nascita nella bambagia, crescesse senza al cuna scossa, la vita un olio di vaselina ».
« E se fosse vero? ».
â— La follia non una ma lattia ma la risultanza dell’u mana cattiveria â— loro pro nunciano.
Anselmo oltrepassa il filare dei pioppi. Pochi metri anco ra ed è sulla via Sarzanese, percorsa da ogni sorta di motori.
Saltando tra uno e l’altro, raggiunge dirimpetto la so spirata sponda. E’ davanti al pascolo del Bigongiari.
Proprio confinante col traf fico della Sarzanese, c’è un grandissimo prato che con dolcezza monta verso la vil la. Laggiù si interrompe per il sipario di una pinetina e continua al di là, alzandosi in una verde onda. Una di stesa di circa tre chilometri.
Su questa erba â— indiffe renti alle vicende umane â— pascolano un centinaio di vac che con i figliolini, alcune pecore, una scrofa con intorno una frotta di batuffoli rosa.
Ogni volta Anselmo si in canta allo spettacolo. Segue i movimenti del vitellino che testardo stiracchia e morde un capezzolo della paziente madre; fissa il toro, immobi le in mezzo al prato, l’occhio appannato, il petto e il collo gonfi di muscoli; sorride ai maialini che frugano sotto il filare dei lecci; e soprattutto invidia il Bigongiari, il pa drone, che tranquillo, in un angolo, i capelli bianchi, una fronda in mano, indulge alle mosse dei suoi armenti.
*
Il dottor Anselmo è di nuo vo all’ospedale. Arriva alla sua stanza. Non ha voglia di leggere, non di studiare, non di riflettere.
Dalla finestra contempla Ripafratta, nella lontana gola dei monti, confine tra Lucca e Pisa, la torre mozza.
« E se fosse vero? la man canza d’amore? ».
Automaticamente si alza, si infila il camice, si dirige ai reparti: â— Potrei compilare qualche cartella.
La caporeparto l’accoglie sorridente.
– A che lettera siamo ar rivati?
– Delle cartelle? Alla em me, mi pare alla emme.
– Malate che conosciamo a memoria. Comunque lei parli; mi sorprende sempre con qualche nuovo partico lare.
La caporeparto Ricci porge la cartella clinica.
Il medico si accinge a ver gare qualche commento. Mor mora tra sé e sé:
– Ah! La C. M. Vent’anni che stiamo insieme, forse di più. Quando arrivò era bionda, alta, doveva essere d’agosto.
Intanto la caporeparto scio rina le sue notizie: â— Passa un brutto periodo. Conta e suda. Stamani nel bagno l’in fermiera aveva cominciato a insaponarla, quando: â— Fer ma, ferma! Prima di lasciar mi lavare debbo contare fino a duecento. â— Non c’è ver so. Si è messa a sillabare i numeri, in fretta e precisa.
« Ancora l’inflessibile con teggio â— scrive il medico.
â— La dominante ossessione, lei attrice e insieme dolorosa spettatrice ».
– E poi quando è arrivata a 190 â— continua la caporeparto â— ha perso un numero, l’ha saltato e ha dovuto ricominciare. â— Devo riprendere da principio, se no il conteggio non è valido. So no costretta! â— ha gridato.
– Che malattia, poverina. E lo dice: â— Sono comandata da due persone, una mi ordina di contare prima di comincia re un qualsiasi lavoro e l’al tra non vorrebbe ubbidire. Vince sempre quella del co mando, anche se piango. Non mi riesce di scacciarla. Sono malata.
Il dottor Anselmo ha uno strano sorriso: â— Ossessioni!
Se le conosco.
La caporeparto porge un’al tra cartella: â— E’ la V. M. Anche stamani si aggirava febbrile tra i letti…
– Ha ragione, Ricci. Mi ricorda un rabdomante che vidi una volta, la bacchetta tesa in uno spasimo, a ricer car la sorgente. La cartella però è aggiornata.
– Allora un’altra?
– Sì.
– La Medori.
– Questa. Con questa ci voglio parlare.
– Gliela chiamo?
– Sì.
*
Entrò con un piglio, un ghigno di trionfo, di perversa gioia.
Provocante fissò Anselmo. Gli rise in faccia, non si sa peva se a dileggiarlo o a invitarlo a un dialogo libero da ogni schema, volante ne gli alti cieli.
– Di che sta gongolando? â— domandò Anselmo.
– Ho molto da fare in questi giorni â—. E con gli avambracci e le mani alma naccò nell’aria in un modo inusitato. Fu come se prima disegnasse una ellisse, che poi tramutò in cerchio. E di nuo vo le volute ritornarono ellit tiche.
– Ho molto da fare in questi giorni â— ripeté in un ghigno più stridente.
– A che?
– Il diavolo, il mio diavo letto scalpita, bizza. E io lo metto in ginocchio. Vede questa mano; lui la conosce in ogni millimetro. Suonano i miei schiaffi. Se li merita.
– E lui?
– Lui se li aspetta. Prima gli carezzo le cornettina. â— Perché â— gli domando â— non sei venuto all’ora preci sa? Dove sei stato? Lo sai che devi presentarti subito quando ti chiamo.
– Gelosa?
– Deve apparire quando io lo voglio â— sibilò, gli oc chi d’un colpo irati.
– E’ bello?
– Occhioni da bambino. E le cornina, due riccioli ai lati del capo.
– E’ peloso?
– La pelle come i petali della rosa bianca.
– Innamorato di lei?
– Naturale.
– E come fu? La cor teggiò?
– Cominciò ad apparire, faceva le moine, il vezzoso, mi parlava dolce, si incanta va a rimirarmi.
– Sicché, siete fidanzati?
– No, sposi. E’ mio ma rito.
– E allora, come mai non è vicino alla sua signora?
– Perché appare solo quan do io gli faccio cenno. Deve eseguire le mosse che io co mando.
– Un diavolo così ubbi diente non è di tutti i giorni!
– Lo fustigo io, se non ub bidisce! Gli ordino di met tersi in ginocchio, gli carez zo le cornettina e poi, ciaffete! Tira su il musino, caro, che te ne somministro delle altre.
E la Medori sollevò avam bracci e mani e disegnò nel l’aria â— imperio o magìa,â— quella sigla, una ellisse se guita da un perfetto cerchio, che poi ritornava ellisse.
Stette qualche secondo im mobile, sospesa, quindi liberò una risata trionfante.
Era l’immagine di una po tente personalità, di una pro fonda capacità fantastica, era l’espressione di quel mistero meraviglioso che è l’essere umano.
Anselmo, contemplandola, si sovvenne di quei giovani che affermano la follia essere semplicemente una deriva zione della società.