di Giulio Nascimbeni
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 11 settembre 1969]
Forte dei Marmi, settembre.
I viali sono silenziosi, gli al berghi chiudono. Ieri Bru no Cicognani ha compiuto novant’anni in quest’aria d’an tica vacanza. Abita al numero undici di via Flavio Gioia, in una casa dai colori chiari. I segni dell’estate sono sem pre più radi: qualche sciame di vele sul mare, il grido dei venditori di mirtilli lungo la spiaggia. Il tempo alterna te pori a piogge. « Il mio medico è il cielo », dice lo scrittore. E lo sguardo, che è vivissimo e astuto, si stacca dal visita tore, punta verso l’alto. Non si sa a che cosa miri: se al l’azzurro che ha squarci d’in credibile purezza, o alle nuvo le che corrono verso le Apua ne, o a qualcos’altro ancora, a una stagione solo sua, a immagini tenere e perenni. « Vengo qui dai primi del secolo – aggiunge. – Stavo in pensione all’albergo Idone. Vi erano Papini, Soffici, Enrico Sacchetti ».
Novant’anni, e uno s’aspet ta un uomo immobile, un’om bra melanconica. L’ultimo ro manzo di Cicognani, La nuo ra, è del ’54. Ma più che alla vocazione interrotta, si pensa alle grevi offese che di soli to lascia una vita tanto lun ga. Il vecchio, invece, è secco e dritto come un ramo che non abbia patito. Confessa di non aver ancora imparato a star seduto. « E se non scrivo più – dice – è perché ho una mia teoria: quando non si è più capaci di far figli, biso gna piantarla di mettere al mondo personaggi. La crea zione è una sola ».
Nel cortile di casa
Gli resta la memoria. Col presente, con quel che avvie ne nel mondo, ha già chiuso il conto: « Sono completamente sordo ed è una fortuna non sentire più niente ». Inutile chiedergli se lo ha interessa to l’arrivo degli uomini sulla Luna. Risponde che lui, quan do ancora non si parlava di viaggi spaziali, ha scritto l’e logio del centogambe. E quel l’elogio è pronto a confermar lo: come segno d’un moltipli cato attaccamento alla terra. Star qui, vivere qui, cercar più radici che sia possibile, strisciare anche la bocca e le mani: « In terra si sta bene per chi sa starci. Ciascuno ha un ufficio. Come quel ti glio là, che mi procura om bra e fresco ».
Il cortile della casa è gran de e selvatico. Due gatti ro tolano dall’erba alla siepe. Un canotto dì gomma colorata è appoggiato al muro. Un bim bo biondissimo viene a salu tare. Ha due anni, si chiama Bruno Cicognani anche lui.
E’ strano. Nel colloquio con lo scrittore il ricupero del passato sfugge continuamente al rapporto con la letteratura. Bagnano altri scampoli di vi ta, altre luci meno note e più care. Ecco Norma, la moglie. Era figlia di un gioielliere del Ponte Vecchio. Divenne cie ca all’improvviso nel ’55: « S’era a Montereggi – rac conta Cicognani. – Salgo un momento, le dissi. Mi richia mò indietro: perché hai spen to tutte le luci? Cos’è questo buio? ». Anche questo evento lo decise a metter da parte i libri. Aveva un’altra solitudi ne da riempire, giorno dopo giorno, con parole e gesti che la penna non può esprimere.
Quando la moglie morì, scrisse un « congedo » a chiu sura del nono volume col qua le l’editore Vallecchi comple tava la ristampa di tutte le sue opere: « Due parole per chi m’abbia seguito nel mio cammino ». Un monsignore del vescovado di Firenze si presentò in quel periodo alla casa di via Laura, dove Cico gnani abita quando non è al Forte. Lo accolse alla maniera sua: « E’ venuto per l’olio santo? ». Il monsignore portava. invece, una lettera au tografa di Paolo VI. Anche il Papa aveva saputo del con gedo e diceva: « Per la sti ma che nutriamo verso il Suo nome e per la benevolenza che abbiamo verso la Sua persona, ci sia concesso di farLe in ispirito una piccola visita; e ci lasci dirLe come anche noi ammiriamo la sag gezza di tale proposito, e co me vorremmo che ora, in co sì grave e pio silenzio, parlas se la voce intima, e profonda del Presente ineffabile, che non mai si può congedare. Noi, in tutta discrezione, pen sando e pregando, dalla so glia benediciamo al conso lante colloquio ».
La lettera del Papa
La lettera, adesso, è lì sul tavolino di ferro e bisogna difenderla dalle dita sporche di sabbia del « nuovo » Bru no Cicognani. S’avvicina mez zogiorno. Il visitatore vorreb be percorrere un po’ a ritroso questa vita di scrittore che intuisce gremita di volti, di fatti, di bufere già placate. Ma i fantasmi che vengono evocati appartengono soltan to alla misura d’una crepu scolare vacanza: Il Figurinaio e le Figurine, La Velia, Villa Beatrice, L’Omino che ha spento i fochi, La nuora, sfi lano lontanissimi come den tro un cannocchiale rovescia to. « Sì, li rileggo qualche vol ta – ammette Cicognani. – E dico: come scriveva bene quest’uomo. Ma da vecchi non ci si ricorda più quel mi racolo di quando un’ombra del pensiero diveniva perso naggio ».
Meglio parlar d’altro. Di quando studiava canto col maestro Vannini (« Ricordo interi libretti d’opera, sa? »). Dei riposi di Montereggi dove saliva Cecchi a trovarlo e c’erano, a riempir le serate, gli estri di Giannotto Bastianelli con le sue « nature mor te musicali ». Di Pea, rivale vittorioso per la maggior im ponenza della barba. D’una corsa ciclistica della fine del l’Ottocento: su e giù per stra de orrende, intorno a Prato, e lui, Cicognani, che crolla e si ritira.
La memoria concede questi approdi che fluttuano senza legami di tempo, in una sorta di morbida nebbia che fa smarrire le date. Cicognani ha scelto per sé quest’estrema evasione. A pensarsi, è il se gno d’una razza di scrittori di cui è l’ultimo superstite. Per noi, abituati a triturare in mezzo a continue inquietu dini quel poco che resta di saldo nel mondo, è difficile, quasi impossibile, capire. « La realtà attraverso il filtro del lo spirito », come ama dire Cicognani, che cosa significa, che vecchia illusione è mai? Per questo – confessiamolo – torniamo assai raramente alla Velia o al Figurinaio. La letteratura ha perduto lo stampo degli uomini che scri vevano: « Vedo il mistero e cerco di spiegarlo… Quanto appartiene all’anima o è an nunzio o ricordo… ».
Ma forse, proprio perché hanno cercato d’andar oltre l’orizzonte segnato dai limiti quotidiani, questi uomini, co me Cicognani, continuano un loro segreto cammino anche non scrivendo più. E solo loro sanno quali serene luci possa no continuare a splendere, ora che il calamaio è secco e i fogli di carta sono coperti di polvere. Noi non compren diamo. Chiediamo della Luna, della televisione, di come pos sano passare le ore senza giornali e senza libri. E ci ac corgiamo che la distanza non sta negli anni e nella vecchiaia, ma in una diversa mi sura della vita.
Commenti
6 risposte a “Bruno Cicognani: La memoria del patriarca”
I libri di Cicognani hanno segnato la mia gioventu, li compravo nelle edizioni Vallecchi, quelli con la copertina gialla. Le novelle in particolare mi affascivano; un vecchio mondo scomparso; una prosa scorrevole. Fanno ancora la loro figura nella mia libreria i libri di Cicognani e di tanto in tanto amo riaprilrli e rileggere qualche passo, o qualche novella: Giuda, l’Omino che ha spento i fochi. Le voci del verbo avere accentate, invece che con l’acca, come si usava un tempo. Ritorno adolescente.
Mi fa piacere, Paolo, averti rinnovato quelle emozioni con questa pubblicazione.
Bruno oogi ha 42 anni, io sono suo padre,nipote dello scrittore:grazie per aver ricordato un grande dimenticato
Gentile Filippo, La ringrazio della sua attenzione, e Le auguro ogni bene. Qui troverà anche un mio articolo del 2007 a proposito de La Velia.
Con l’occasione mi permetta di augurarLe Buon Anno.
Ho trovato, per il ghiribizzo del caso, in una piccola libreria di volumi usati, “Villa Beatrice” di Bruno Cicognani e, a sera, finite le faccende del mondo, mi viene una gran voglia di andarmi a stendere per perdermi in quel sicuro periodare italiano, pieno di immagini vive, croccanti di forno; uno stile di cui, secondo me al giorno d’oggi, si è perduto l’originale… In biblioteca cercherò altri libri di Cicognani (magari i racconti) che è stato, per me, una scoperta bella.
Benedetta de Vito
Cara, Benedetta, i buoni scrittori, in realtà, non muoiono mai.