di Bartolomeo Di Monaco
INTRODUZIONE
AVVERTENZA. Comincio con questa avvertenza: il libro è disomogeneo, ossia i titoli dei film sono ordinati secondo la disposizione che hanno nella mia videoteca. Ho cercato di raggruppare almeno 2 generi, quello western e quello sul nazifascismo, ma ciò non è stato sufficiente ad evitare che altri titoli appartenenti ai due generi siano stati trattati in altre parti del libro. Ho 84 anni e non ho avuto la forza di fare di meglio. Ringrazio Amazon che mi ha dato l’occasione di pubblicare da me i miei libri, offrendomi delle funzionalità che non mi sono date da un normale editore, ossia soprattutto quella di poter apportare qualsiasi tipo di correzione al libro anche dopo la sua pubblicazione. Non è cosa di poco conto, visto che un importante scrittore della mia terra, vissuto nella frazione di Ponte a Moriano, Idelfonso Nieri, una volta scrisse: “né cielo senza stelle, né libro senz’errori” (Idelfonso Nieri in “Vocabolario lucchese”, Arnaldo Forni Editore, 1981, pag. 285).
E ora veniamo al libro, che non ha alcuna pretesa, se non quella di far conoscere ai miei lettori i film che hanno accompagnato la mia vita.
Da ragazzo, quando andavo al cinema, all’uscita pensavo sempre di come fosse stato bello avere il cinema in casa in modo da vedere un film ogni volta che lo desideravo e fermarmi magari su alcune scene di alto valore artistico ed emotivo. La tecnologia mi ha accontentato e col tempo ho collezionato film in numero veramente notevole, quasi 2.500! Ho praticamente il cinema in casa. Però ho questo limite: non guardo più il cinema attuale, ma solo quello della mia collezione, ossia il cinema del passato, quasi sempre artigianale, che mette meglio in risalto la bravura dei registi e degli attori.
Ho scritto il libro di getto, dopo aver selezionato i film che desideravo far conoscere. Esso maturerà, progredirà e si svilupperà a poco a poco, come un germoglio che deve trasformarsi in pianta. Vedrete che non hanno un ordine preciso e si alternano liberamente i vari generi, salvo alcuni, come il genere western e quello sul nazi-fascismo, dai quali sono sempre stato attratto, come ho scritto nell’AVVERTENZA. Ovvio capire il perché per il genere western, che affascina sempre e a tutte le età, avendo avuto registi e attori leggendari. Ma anche il nazifascismo fa parte delle mie scelte più gradite, poiché mostra uno dei delitti contro l’umanità più efferati da almeno un millennio e forse più. Con i secoli futuri, forse si dimenticherà, ma questi film, e il mio libro, resteranno lì a ricordarli.
Con questo lavoro, mi sono proposto, e spero di esserci riuscito, di far vedere al mio lettore le immagini e la storia di ogni film, non guardandolo ma leggendo il mio libro. Sono sicuro che sia una novità, anche questa, così come fu una novità il mio modo di fare saggistica letteraria.
Vedrete che alcuni titoli hanno le virgolette inglesi ed altri no. È quest’ultimo un modo che si sta usando nei nostri tempi, e così l’ho adottato in molti casi. Come pure, per stare con l’oggi, qualche volta ho usato ‘gli’ in luogo di ‘loro’ e il verbo del narratore (il sottoscritto) quando in prima persona singolare quando in prima persona plurale, a seconda della convenienza stilistica. Forse mi sono preso anche qualche altra libertà, che al momento non ricordo. Vogliate accettarle tutte benevolmente.
Spero, poiché questo è stato il mio scopo primario, di aver reso un servizio a futura memoria.
Con l’occasione riporto il giudizio che lo scrittore Vincenzo Pardini ha dato su Messenger del 6 ottobre 2025 leggendo le mie prime schede, quando mi lamentavo di non essere sicuro di portare a termine il mio progetto: “C’è la farai. Sento che avrai una lunga vita. Scrivere è la tua forza. Sei ispirato. Vai avanti.”. E subito dopo: “Ho letto. Hai forgiato un nuovo linguaggio adeguato alla materia. Le tue frasi e parole trasmettono immagini. Una prosa che, magicamente si fa pellicola. Continua.”.
Grazie ancora una volta, Vincenzo.
E grazie a voi lettori.
Per un film, “Il filo nascosto”, troverete, oltre al mio contributo, quello, sempre illuminante, di mia moglie Raffaella Puccetti.
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Questo che segue è il congedo che ho pubblicato su Facebook il 25dicembre 2025 alle ore 23,15.
Il libro è finito. Il mio congedo
Ho superato le 500 pagine e devo fermarmi; non posso infliggere al mio lettore un sacrifico più grande. Leggere le centinaia di film che ho raccontato, facendo anche alcune osservazioni, se può essere un piacere, è pur sempre un impegno serio, che porta a distrarci da altre cose importanti.
Avrei avuto altri film da raccontare dei quasi 2.500 che possiedo, e taluni non meritavano il mio silenzio (il lettore mi scuserà se riscontrerà delle assenze a lui care; e me ne scuso sin d‘ora). Ma non ho scelta, solo rimpianto.
Che cosa farò in futuro, vista la mia età e i miei acciacchi (sordità e fatica agli occhi), è nelle mani del Signore. So che per me si aprirà un periodo di vuoto, e che le letture, anche se leggere e poco impegnative, che intraprenderò, non soddisferanno la mia voglia di essere sempre un costruttore di storie e di idee. Dovrò farmene una ragione, e sperare di avere la forza sufficiente per riuscirvi. Grazie a tutti coloro che mi hanno seguito in questo che potrebbe essere il mio ultimo lavoro.
P.S. Farò uscire il libro entro la fine di gennaio con il titolo: “Il mio cinema. Western, nazifascismo e altro”. Esso sarà in tutto conforme a quello pubblicato qui su FB. Non lo rileggerò, infatti.
ALTRO MA IN BREVE
Soprattutto negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso la Rai ebbe la possibilità di avvalersi di registi di grande valore grazie ai quali realizzò sceneggiati che ancora oggi mantengono un livello di alta qualità. Ne ricordo qualcuno (questo articolo verrà incrementato di volta in volta).
“Sandokan” e Sergio Sollima
Quando nel 1976 uscì lo sceneggiato in 6 puntate “Sandokan” per la regia di Sergio Sollima, tratto dai romanzi malesiani di Emilio Salgari (che mi permetto di avvicinare a Jules Verne per il forte desiderio di evasione e di avventura), molte donne italiane e anche fuori dell’Italia dove lo sceneggiato fu diffuso si innamorarono dell’attore indiano che interpreta l’eroe soprannominato “La tigre della Malesia”. Ossia Kabir Bedi, che Sollima scelse anche per un altro suo film “Il Corsaro Nero” dello stesso anno.
Suggestivo in tutto, la scena che colpisce di più e che lo illumina arriva alla terza puntata quando Sandokan uccide col pugnale la tigre incontrandola in aria e squarciandole il ventre. Ottime le interpretazioni di Adolfo Celi (James Brooke) e di Philipe Leroy (Yanez De Gomera). Poderose le scene dell’assalto di Brooke all’isola di Mompracem.
Da annotare la colonna sonora, che ebbe un grande successo, composta dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis. Affascinanti i riti malesiani nei festeggiamenti delle nozze tra Sandokan e Marianna (Carole André).
Amico di Sergio Leone, formò con lui e Sergio Corbucci (“Django” del 1966 con Franco Nero) il trio da cui uscirono i migliori “spaghetti western”.
“Melissa” di Daniele D’Anza
È un intrigato e ben condotto sceneggiato poliziesco del 1966 in 6 puntate che vanta la presenza di bravi attori come Rossano Brazzi, Aroldo Tieri, Turi Ferro, Franco Volpi. Massimo Serato.
Ma ciò che mi induce a segnalarlo è la stupenda canzone “Regent’s Park” cantata nientemeno che da Connie Francis, dalla voce limpida e inimitabile, a tal punto da lasciarci stupefatti per tanta bravura. D’Anza, va detto ancora a suo onore, di quella canzone è l’autore del testo, mentre la musica è di Fiorenzo Carpi.
“Racconti fantastici” e Daniele D’Anza
Poco fa ho finito di guardare lo sceneggiato in 4 puntate “Racconti fantastici” con la regia di Daniele D’Anza, ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe.
Ne consiglio la visione.
Le prime 3 puntate sono ineccepibili. La quarta, “La caduta di casa Usher”, ha del tragico che richiama quando Michelangelo Antonioni quando Luis Buñuel. Ė, secondo me, la meno riuscita, ma sempre di lodevole fattura.
“Michele Strogoff” e Jean- Pierre Decourt
Le grandi opere della letteratura mondiale hanno avuto quasi sempre una trasposizione cinematografica. Si pensi a (solo qualche esempio): Guerra e Pace, I Fratelli Karamazov, I Miserabili, Madame Bovary, La Recerche, David Copperfield, Don Chisciotte, Il Processo, La montagna incantata, I Promessi Sposi (e mi fermo qui, in Europa).
Ma ci sono opere considerate minori che hanno dato luogo ad una filmografia eccezionale.
È il caso dello sceneggiato in 7 puntate (versione integrale) del 1975 di Jean-Pierre Decourt, intitolato “Michele Strogoff” e tratto dall’opera omonima di Jules Verne.
Raimund Harmstorf, nella parte del protagonista e Valerio Popesco, nella parte di Ivan Ogareff sono superlativi. Bella l’italiana Lorenza Guerrieri nella parte di Nadja Fëdorova, la compagna di Strogoff. Da segnalare la suggestiva musica di Vladimir Cosma.
Lo stesso dicasi per un altro racconto “La figlia del capitano” di Aleksandr Sergeevič Puškin trasposta in film con il titolo “La tempesta” nel 1958 da Alberto Lattuada, con un grande Van Heflin nella parte di Emelyan Pugachov.
“Ligabue” e Salvatore Nocita
Ci voleva Salvatore Nocita con il suo sceneggiato in 3 puntate del 1977, “Ligabue”, a far conoscere al grande pubblico un pittore naïf del tutto sconosciuto, salvo che agli addetti ai lavori. Nella riproduzione soprattutto degli animali viene spontaneo raffrontarlo con Henri Rousseau. Afflitto da turbe psichiche l’artista italiano, nato in Svizzera, condusse una vita povera e tribolata. Cesare Zavattini nel 1967 aveva scritto una biografia in versi liberi, “Ligabue”, ma fu soltanto quando il suo lavoro fu assunto dal regista, con il quale collaborò nella sceneggiatura, che Ligabue giunse alla notorietà che meritava.
È di spiccato rilievo (direi inarrivabile) l’interpretazione di Flavio Bucci che dà al pittore tutti i segni del suo difficile e imprevedibile carattere e del valore della sua arte.
Vi appare anche Marisa Laurito come donna di piacere allorché Ligabue viene condotto in un postribolo.
“Il Segno del Comando” e Daniele D’Anza
Daniele D’Anza è un altro regista che ha saputo dirigere sceneggiati tv di grande spessore, che hanno riscosso il successo del pubblico.
È il caso de “Il Segno del Comando”, del 1971 in 5 puntate, nato da un’idea di Flaminio Bollini e Dante Guardamagna, dalle atmosfere, tra spiritismo, fantasmi, superstizioni, morti misteriose, reincarnazioni, alla, in vari momenti, Carolina Invernizio, se non addirittura alla Allan Poe.
La canzone di Fiorentini-Grano che chiude ogni puntata cantata magistralmente da Nico Tirone, “Cento campane” (sarà poi ripresa con successo da Lando Fiorini) e che affiora ogni tanto con la sola musica nel corso del film, accresce il sapore onirico dello sceneggiato.
Ma perché ne scrivo. Perché vi appare una Carla Gravina (nata a Gemona del Friuli nel 1941; qualche mese più di me), di una bellezza incontenibile, il cui fascino giovanile ancora oggi non teme paragoni.
Lo sceneggiato è ben riuscito e, anche quando non appare, la figura dell’attrice (che interpreta la parte di Lucia) è sempre presente agli occhi dello spettatore.
Da non distrarre l’attenzione, peraltro, dalla bella Paola Tedesco (Barbara).
“L’amaro caso della Baronessa di Carini” e Daniele D’Anza
Dopo “Il segno del comando” del 1971, nel 1975 il regista Daniele D’Anza fa centro un’altra volta con lo sceneggiato in 4 puntate intitolato “L’amaro caso della Baronessa di Carini”, interpretato da Ugo Pagliai e Janet Agren. Qui la forte sicilianità della storia fa da aggregante alla suggestiva sceneggiatura dalle coloriture calde e nello stesso tempo cupe.
Come nell’altro sceneggiato tra i protagonisti si doveva inserire la canzone “Cento campane” cantata da Nico (portata poi al successo da Lando Fiorini), così anche nello sceneggiato del 1975 uno dei protagonisti è Luigi Proietti che non si vede ma canta la bella canzone in siciliano di Profazio-Grano, intitolata “La ballata di Carini”, introduttiva a ciascuna delle 4 puntate.
Tra gli attori c’è anche una giovane Enrica Bonaccorti, che interpreta la parte di Cristina, la figlia del notaio del luogo, don Carmelo. La ricordo perché non dimentico che lei è l’autrice del testo di 2 stupende canzoni, musicate e cantate da Domenico Modugno: “La lontananza” e “Amara terra mia” (una rielaborazione, quest’ultima, di una canzone popolare abruzzese).
“I Miserabili” e Sandro Bolchi
Lo sceneggiato del 1964 in 10 puntate diretto da Sandro Bolchi ha un attore che si innalza sugli altri (perfino su Tino Carraro, Javert) ed è Antonio Battistella che interpreta il personaggio del taverniere cinico e profittatore Thenardier. È talmente bravo che anche la sua compagna Cesarina Gheraldi (M.me Thenardier) beneficia della sua luce, e lo merita. Brava la piccola Loretta Goggi nella parte di Cosetta, la figlia di Fantina.
Su Tino Carraro occorre però dire che il suo monologo finale che precede il suicidio è esemplare ed è anche la lezione di un maestro rivolta a tutti gli amanti della recitazione teatrale. Hugo ha scritto per lui un monologo che, a mio avviso, è all’altezza nientemeno che dell’Essere o non essere scespiriano.
Inoltre, fossi più giovane, analizzerei congiuntamente “I Miserabili”, pubblicato nel 1862, e il romanzo di uno dei miei autori preferiti, Thomas Hardy: “Il sindaco di Casterbridge”, pubblicato nel 1886, poiché mi paiono evidenti i segni di una ravvicinata ispirazione.
Infine, come è noto, dal celebre romanzo di Victor Hugo sono stati tratti più film, e, tra questi, un altro che mi è rimasto impresso è quello (miniserie tv in 4 puntate) del regista Josee Dayan del 2000 interpretato da Gerard Depardieu (Jean Valjean) e da John Malkovich (Javert).
Ma il confronto va, a mio avviso, a favore di Sandro Bolchi.
“Il mulino del Po” e Sandro Bolchi
Nella letteratura mondiale abbiamo dei romanzieri di alto valore (non sto a nominarli), ma anche la letteratura italiana vanta tre giganti: Alessandro Manzoni, Giovanni Verga e Riccardo Bacchelli.
Quest’ultimo è l’autore di un capolavoro assoluto: “Il mulino del Po”. Trasporlo in uno sceneggiato televisivo era impresa assai ardua, da far tremare i polsi. Ci riuscì in 2 tempi (1963, 5 puntate; 1971, 4 puntate) Sandro Bolchi (avvalendosi peraltro della collaborazione nella sceneggiatura dello stesso Bacchelli).
La resa tragica e storica (la nascita delle leghe dei contadini) è esemplare.
“Sorelle Materassi”. Sarah Ferrati e Rina Morelli
Ai giovani che hanno ambizioni di diventare bravi attori di cinema e di teatro consiglio di guardare, anche più volte, lo sceneggiato in 3 puntate di Mario Ferrero, “Sorelle Materassi” (1972), tratto dal noto romanzo omonimo di Aldo Palazzeschi.
Sarah Ferrati (nella parte di Teresa) e Rina Morelli (nella parte di Carolina) danno una rara ed esemplare lezione di recitazione. Non ho trovato un solo punto debole. Sarah Ferrati, poi (toscana, di Prato), ha momenti di elevato splendore artistico.
Bravi anche Ave Ninchi (Niobe, la domestica), Nora Ricci (Giselda, la terza sorella; la quarta, Agnese, muore) e Giuseppe Pambieri (il furbo e spendaccione Remo, figlio di Agnese).
“L’isola del tesoro”. Ivo Garrani, attore maiuscolo
Poter incontrare di nuovo ed ammirare gli attori di un tempo è una grande fortuna. Ho finito di vedere lo sceneggiato in 5 puntate di Anton Giulio Maiano “l’Isola del tesoro”, del 1959, tratto dall’omonimo romanzo dello scozzese Robert Louis Stevenson. Tanti anni fa, passai davanti alla sua casa natale sita ad Edimburgo, senza però poterla visitare. Così mi accadde per la casa natale di David Herbert Lawrence sita a Eastwood, nei pressi di Nottingham.
Nello sceneggiato di Anton Giulio Maiano possiamo ammirare l’interpretazione maiuscola di Ivo Garrani, nella parte del pirata Silver John. Eppure con lui lavorano altri attori famosi, come Roldano Lupi, Arnoldo Foà, Ubaldo Lay, Riccardo Cucciolla, e anche un giovane Corrado Pani (un po’ impacciato). Ma nessuno di essi raggiunge l’alto livello interpretativo di Garrani.
Ricordo che Robert Louis Stevenson (che meriterebbe maggiore attenzione) è l’autore di libri divenuti celebri e resistenti al passaggio del tempo tra cui, oltre a “L’isola del tesoro”, “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, “La freccia nera” e “Il signore di Ballantrae”.
“Marco Polo” e Giuliano Montaldo
Tratto dall’omonimo romanzo di Maria Bellonci, Giuliano Montaldo nel 1982 seppe creare un colossal in 8 puntate, notevole per imponenza delle immagini, suggestione dei paesaggi, perfezione nelle ambientazioni.
Chi possiede questo sceneggiato si accinga a rivederlo, come ho fatto io. Chi non lo possiede, lo cerchi (ho messo un link) e lo acquisti. Non se ne pentirà. Mi viene in mente “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci, del 1987, ma considero l’opera di Montaldo superiore. Troverete anche immagini che ricordano il grande Akira Kurosawa e il suo bellissimo “Kagemusha – L’ombra del guerriero” del 1980.
Coinvolgente la musica di Ennio Morricone.
Anna Karenina e Madame Bovary”
Nel riguardare i dvd della mia videoteca, sono arrivato agli sceneggiati RAI degli anni ‘60/’70. Ne ho già visti una decina, e ultimamente: “Anna Karenina” di Sandro Bolchi (1974) e “Madame Bovary” di Daniele D’Anza (1978).
Si tratta di due figure femminili passate alla immortalità grazie ai due omonimi capolavori della letteratura universale, rispettivamente di Leone Tolstoj e di Gustave Flaubert.
Sono figure che, al di là del felice esito letterario, non mi sono mai piaciute, in particolare Emma Bovary posseduta e distrutta dai suoi sogni e dalle sue ambizioni.
Negli sceneggiati i due personaggi sono interpretati da due donne bellissime: Lea Massari (Anna Karenina), che ho trovato qualche volta un po’ troppo leziosa, e Carla Gravina, ineccepibile nella parte.
“Cuore” e Luigi Comencini
Edmondo De Amicis riscosse un grande successo con il suo libro più famoso: “Cuore”. Più tardi furono canzonati la sua scrittura e il suo contenuto. Allorché si voleva ridurre il valore dell’opera di uno scrittore, quando ce n’era il pretesto, si diceva che lo stile e i contenuti erano del tipo deamicisiano.
Luigi Comencini non la pensava così e nel 1984 fece uscire la miniserie televisiva dal titolo omonimo, alla quale parteciparono con vari compiti due delle sue quattro figlie: Cristina e Paola. La miniserie usciva dopo 14 anni dall’altra sua miniserie che ancora oggi non ha rivali, “Le avventure di Pinocchio”.
Ma perché ne scrivo. Non per lodare De Amicis e Comencini, che non ne hanno bisogno, ma per segnalare soprattutto ai giovani di oggi che seguono la politica che il ruolo di Enrico Bottini-ragazzo, il personaggio principale del romanzo e della miniserie, è interpretato nientepopodimenoche da Carlo Calenda, il senatore attuale segretario del partito Azione. Luigi Comencini era suo nonno da parte della madre Cristina Comencini.
Ho trovato la sua recitazione impeccabile.
Straordinaria la somiglianza tra il volto di quand’era ragazzo e quello attuale di uomo di 73 anni, quasi fresco come allora.
“La cittadella”; “Le stelle stanno a guardare” e Anton Giulio Majano
Ho finito di vedere i 2 sceneggiati realizzati da Anton Giulio Majano tratti dai 2 romanzi più noti dello scrittore e medico scozzese Arcibald Joseph Cronin: “La cittadella” del 1964 e “E le stelle stanno a guardare”, del 1971.
Cronin nel 1924 divenne ispettore medico delle miniere. Da qui l’attenzione su questa categoria di lavoratori, che caratterizza i suoi 2 capolavori.
Gli sceneggiati sono stati realizzati con delicatezza e poesia, nonostante gli episodi tragici che li contraddistinguono.
E Cronin ci ha consegnato vicende che ancora oggi, pur mutati i tempi e le circostanze, ci spingono a non rassegnarsi e a lottare.
“David Copperfield” e Anton Giulio Maiano
Poco fa ho finito di vedere le 8 puntate dello sceneggiato del 1965 “David Copperfield” di Anton Giulio Maiano, con Giancarlo Giannini e Anna Maria Guarnieri.
Nel guardarlo ho pensato più volte al dono che hanno i grandi scrittori e allora sono andato a cercare la pagina in cui ne parlo con amore. Si trova nel mio romanzo “Caro papà, Caro figlio” che nel 2000 vinse il primo premio al concorso letterario internazionale “Giovanni Gronchi” di Pontedera. È uno dei miei romanzi preferiti e questa è la pagina a cui mi riferisco (nota: Anthony è il nipote che studia in Inghilterra):
Diario di Efisio
Nel rispondere alla lettera di Anthony, mi sono dilungato a parlargli dei miei autori inglesi preferiti. Forse ho un po’ esagerato, ma desidero tanto che nei suoi studi Anthony sappia di questo mio amore per gli autori di quella che per un po’ di tempo sarà la sua nuova Patria. Voi non ci crederete, ma da quando Anthony si è trasferito laggiù, le mie visioni sopra quel tetto fantastico sono aumentate. Si sono ravvicinate. Ho visto Dickens più di una volta, circondato dai suoi personaggi. Quello che non lo lascia mai è Pickwick, gli sta sempre tra le gambe, qualche volta rischia perfino di precipitare dal tetto, se non fosse che Dickens, conoscendolo come nessun altro, lo afferra in tempo per la giacca. Pickwick agita le sue gambette e volta il viso in su a guardare il suo autore, non so se per ringraziarlo dello scampato pericolo o perché preferirebbe che lo calasse in strada, per poter salire magari su di un’auto e conoscere le sorprendenti novità di questo mio tempo. Ma Dickens non lo perde di vista, e credo che non lo lascerà mai andare. Da tempo invece non vedevo Thomas Hardy, il piccolo grande autore che ha colmato di entusiasmo molte delle mie giornate. La sua tristezza, il suo pessimismo non aiutano certo a vivere, ma è la sua scrittura che affascina. Stava con il pastore Oak e con la Bathsheba, in mezzo a loro, e la bellezza della Bathsheba ancora oggi mi turba, che sono vecchio ed ho perso molta della mia turbolenza. Ho visto Lawrence, la cui casa natale di Eastwood, vicino a Nottingham, ho visitato tanti anni fa, come pure visitai nel bosco di Dorchester, a sud di Londra, la casa dove Hardy ha scritto alcuni suoi romanzi. È una mia debolezza quella di visitare, quando ciò sia compatibile con i miei viaggi, i luoghi dove hanno vissuto i miei autori preferiti. Sono stato a trovarli anche sulla tomba!, come è accaduto per Yeats, sepolto in un piccolo cimitero, a Drumcliff, vicino alla città di Sligo, in Irlanda, ai piedi del monte Benbulben, o a Parigi dove, oltre al cimitero di Père Lachaise, ho visitato anche quelli di Montparnasse e di Montmartre, cimiteri pieni di ricordi e di gloria! In Scozia sono arrivato perfino a visitare la casa del poeta a me caro, Robert Burns. Anche lui ogni tanto compare sul tetto e, distratto dalla sua poesia, spesso scivola sulle tegole, o, passeggiando lassù, si ferma proprio a tempo per non precipitare! Quando appare, sono sempre in ansia, e gli grido di stare attento, ma lui mi sorride, quasi non udisse le mie parole. Foster, le sorelle Brontë, Stevenson, Scott, e poi gli irlandesi, che hanno fatto grande la lingua inglese: Joyce, Beckett, Wilde, ma non voglio dilungarmi, perché se mi affanno a redigere un elenco completo, quelli che eventualmente, per mia dimenticanza, restassero fuori, non verrebbero più all’appuntamento, e leggendo i loro libri, forse avvertirei la propria delusione nei miei confronti. Li amo tutti, come amo gli autori in generale, a qualsiasi popolo appartengano. Essi sono i creatori, coloro cioè che sanno generare la vita. Cosa c’è di più grande?
“I Promessi sposi” e Sandro Bolchi
Sandro Bolchi non teme di cimentarsi con capolavori assoluti della letteratura italiana, e questa volta lo fa con un testo sacro come “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni tradotto in uno sceneggiato di 8 puntate nel 1967.
Ha contribuito alla sceneggiatura uno che di capolavori se ne intende avendo scritto “Il mulino del Po” (anch’esso sceneggiato da Sandro Bolchi), ossia Riccardo Bacchelli.
Lo sceneggiato raggiunge picchi d’arte in vari punti, come l’Addio ai monti quando Lucia (interpretata da Paola Pitagora) e Renzo (interpretato da Nino Castelnuovo) lasciano il loro pase poiché perseguitati da don Rodrigo. Eccelse le parti che riguardano l’assalto ai forni e la peste, che contiene lo splendido episodio di Cecilia.
Vi fanno sfoggio in modo speciale Tino Carraro nella parte di don Abbondio e Salvo Randone nella parte dell’Innominato.
Nel 1941 ci provò anche Mario Camerini, con esito dignitoso ma non paragonabile allo sceneggiato di Bolchi. Faceva la parte di Lucia Dina Sassoli e quella di Renzo Gino Cervi.
“La piovra”
Delle 10 miniserie dello sceneggiato televisivo “La piovra” andato in onda dal 1984 al 2001, possiedo solo le prime 4, che vedono come protagonista Corrado Cattani, interpretato da Michele Placido, che alla fine, nella quarta miniserie, sarà ucciso e uscirà di scena.
“La piovra” ebbe un successo internazionale per tutte le 10 miniserie, generando anche forti discussioni da parte di chi non apprezzava che l’Italia fosse rappresentata in quel modo, ossia che tutto il potere fosse mafioso.
Ancora oggi la serie è coinvolgente. Dà però tristezza, poiché mostra che denaro e potere fanno il bello e il cattivo tempo tanto in Italia che nel mondo.
Michele Placido diventò famoso e più tardi fu regista di film di impegno sociale.
Ma l’interpretazione che, a mio avviso, supera le altre e che mi ha molto colpito è quella dell’attore francese François Périer che interpreta l’avvocato potente e mafioso Terrasini, che, però, pure lui, sarà ucciso nella terza miniserie.
Film da ricordare
Quasi sicuramente questi film sono sconosciuti ai giovani. Li sto rivedendo con lo stesso entusiasmo della prima volta:
– L’albero degli zoccoli, di Ermanno Olmi;
– Novecento, di Bernardo Bertolucci;
– La neve nel bicchiere, di Florestano Vancini, tratto da quello straordinario romanzo omonimo di Nerino Rossi.
A questo proposito voglio annotare che oggi stanno andando di moda i romanzi voluminosi (meglio se superino le 500 pagine). Ma oggi non ci sono autori altrettanto validi come narratori quali furono Alessandro Manzoni, Giovanni Verga, Riccardo Bacchelli, Carlo Sgorlon, tra i più grandi romanzieri italiani, pressoché irraggiungibili, così da giustificarne la produzione.
Secondo me, oggi si deve evitare di scrivere romanzi ponderosi, che segnano non una qualità, ma un vizio dell’autore, quasi sempre inutilmente loquace.
Sto rileggendo, dopo aver rivisto il film, “La neve nel bicchiere” di Nerino Rossi, un libriccino di 206 pagine nell’edizione tascabili Marsilio, ma così saporose e originali da suggerirlo a modello ai narratori italiani di oggi.
Sono film, sceneggiati e romanzi, che ci mostrano una civiltà contadina oggi scomparsa e, a meno di non essere nati negli anni Cinquanta, sconosciuta ai più giovani lettori, che non hanno nemmeno una larvata idea di ciò che fu: degli stenti, dei soprusi e delle lotte per l’emancipazione sociale.
La più grande avventura” e John Ford
È uno dei registi di fronte al quale ci si deve togliere il cappello. Tra i più bei western, ci sono i suoi (si pensi a “Ombre rosse” e a “Sfida infernale”); ha vinto 4 Oscar alla regia, e i film prodotti non si riesce a contarli.
Tra questi desidero citare “La più grande avventura”, del 1939 (lo stesso anno di “Ombre rosse”!), che fu il suo primo film a colori (non ero ancora nato!).
Siamo alla vigilia della Guerra d’indipendenza americana e gli inglesi e gli indiani sono impegnati a sedarla.
Gilbert Martin (interpretato da Henry Fonda) è tra i rivoltosi e difende il Fortino in cui sono asserragliati. Ma occorrono rinforzi e, dopo un tentativo fallito da un compagno, sarà lui che correrà a chiedere aiuto, inseguito da 3 indiani. La scena di questo inseguimento è spettacolare.
Belli i colori e le scene che hanno la freschezza di un’opera d’arte che si avvale del genio di chi non aveva a disposizione la moderna tecnologia, e doveva creare praticamente dal nulla.
“Lo specchio della vita”
Il regista Douglas Sirk, tedesco trasferitosi negli Stati Uniti quando salì al potere il Nazionalsocialismo, realizzò questo film nel 1959. La protagonista è la bella Lana Turner che ha come figlia Sandra Dee che, nello stesso anno, interpretò la protagonista di “Scandalo al sole”, acquistando una notorietà internazionale.
“Lo specchio della vita”, oggi considerato un pilastro della cinematografia hollywoodiana, non fu ben accolto dai critici del tempo, ma, a dispetto di costoro, ancora oggi è un film che dà grandi emozioni trattando una varietà di temi in modo esemplarmente nitido e lineare.
In specie quello che riguarda la figlia di una donna negra che nasce con una carnagione bianca e rifiuta la sua negritudine disperdendosi in una vita dissennata fino alla conversione e al pentimento quando la madre muore. La parte di Sarah Jane (questo il nome della ragazza) è affidata alla bravissima Susan Kohner, a cui fu assegnato nel 1960 il Golden Globe.
“L’isola”
Mi doveva capitare tra le mani proprio la sera del giorno in cui è morto Papa Francesco. Quasi un miracolo.
Lo pensavo da tempo ma, non ricordando il titolo, non riuscivo a rintracciarlo. Sapevo che in qualche modo somigliava all’altro film-documentario di eccellente fattura: “Il grande silenzio” ambientato nella Certosa di Grenoble, la Chartreuse.
Poi, nella sequenza che sto rispettando per visionare la mia collezione, ecco che è il suo turno, tocca a lui, il film che cercavo, a “L’isola”.
Un marinaio crede di avere al tempo dell’ultima guerra ucciso il suo comandante sulla nave dove faceva il fuochista, fatta esplodere dai nazisti. Perciò si ritira in un’isola sperduta nel Mar Bianco dove si è ritirata in preghiera una comunità di monaci ortodossi. Ne diviene un membro insolito e bizzarro, creduto un santo a cui da terra vengono a chiedere grazie.
È un film russo del 2006 diretto da Pavel Lungin. Sono sicuro che sono pochi coloro che lo hanno visto, e pochi anche coloro che desidereranno vederlo. Ma è un film capolavoro, grazie ai suoi paesaggi mistici e ai suoi silenzi.
21 aprile 2025 (stamani alle ore 7,35 è morto Papa Francesco).
“La settima stanza”
Sul nazifascismo sono stati realizzati numerosi film. Ne posseggo oltre una settantina. Nessuno è da scartare tanto è forte il sentimento che ci indigna di fronte a tante mostruose atrocità.
Ne voglio segnalare uno, che forse non molti conoscono: “La settima stanza” della regista Marta Meszaros, del 1996.
È la storia dell’ebrea tedesca professoressa di filosofia Edith Stein, convertitasi al cattolicesimo e divenuta monaca carmelitana. Morirà nei lager nazisti nel ’42 e sarà elevata agli altari nel 1987 da Giovanni Paolo II che la proclamò nel 1988 Patrona d’Europa. In suo onore è stato Istituito il Premio Edith Stein che viene assegnato ogni due anni a persone, associazioni o istituzioni che si sono distinte a livello internazionale per il loro impegno sociale, politico o civile.
La protagonista del film è interpretata da una bravissima Maia Morgenstern.
“La ciociara”
“Roma città aperta”, “Paisà” (entrambi di Roberto Rossellini), “Sciuscià”, “La ciociara” (entrambi di Vittorio De Sica) sono 4 film eccezionali sulla Seconda guerra mondiale in Italia.
Tra questi, preferisco “La ciociara”, del 1960, tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, poiché ha un’interpretazione magistrale di Sophia Loren (non a caso vinse l’oscar come migliore attrice protagonista). La quale non mi pare abbia più raggiunto vette di tale livello. Forse è una delle migliori interpretazioni della storia del cinema, per la perfetta fusione tra l’artista e il suo personaggio.
“Vi presento Joe Black”
Qualche giorno fa ho visto un film con grandi attori (Anthony Hopkins, Brad Pitt) ma, a mio avviso, non riuscito, sebbene susciti emozioni. Il titolo: “Vi presento Joe Black”, di Martin Brest, del 1998. Joe Black, interpretato da Brad Pitt, è la Morte.
Non succede spesso che la morte sia rappresentata da un uomo. Così mi sono rammentato che anch’io la rappresentai come un uomo in questa mia poesia del 1990:
TRASCORRE MOLLEMENTE IL TEMPO
(Sulla strada per Villa Forci)
Trascorre mollemente il tempo
della mia vita
ora che non ho più padroni.
Per le selve cammino
o in riva al fiume;
le more tra i rovi
o la rossa albatrella
o il chicco dell’uva
assaporo;
e il sole che mi vide
nascere e fanciullo
di nuovo saluto.
Ho visto il ramarro
sopra un sasso,
il ragno nero tra i rami
e con dolcezza li ho ammirati.
Mollemente trascorre il tempo
della mia vita
ora che non ho più padroni.
Chi sei tu, leggiadro signore,
che incontro al mattino sul colle?
Sei la morte, io lo so,
ancor giovane e bella,
e forse mi studi,
e ti sorprendi della mia allegria,
ma è tanto dolce quassù
un giorno di novembre
che anche il pensiero di te
mi rallegra,
e quando da lungi ti scorgo
il mio occhio si ravviva
e guarda giù la valle;
il sole la illumina
e illumina te
quando mi passi accanto.
E tu la senti
la vita che pulsa in me,
oh sì la senti!
e della mia gioia
con tua sorpresa
anche tu esulti,
sorridi
e mi lasci andare.
6 novembre 1990
“L’anno scorso a Marienbad” di Alain Resnais
L’ho appena finito di vedere. Quando uscì nel 1961 vinse il Leone d’Oro al Festival di Venezia. Nonostante ciò non fu ben accolto unanimemente dalla critica né dal pubblico.
Credo che, ancor più oggi, la lentezza del film e i numerosi ritorni restino indigesti agli spettatori. Tuttavia, a mio avviso, se si ha la volontà di farsi assorbire dai suoi tempi lunghi e dai flashback che spesso ritornano quasi con le stesse parole, il film risulta ricco di poesia e un lancinante inno all’amore, al quale si è pronti a donare le proprie irrequietezze e i propri sogni.
L’uomo e la donna sono interpretati dai bravi Giorgio Albertazzi e Delphine Seyrig.
“Il caso Saint-Fiacre” e i grandi autori di gialli
Non conosco i moderni. Ma da qualche tempo sto leggendo i gialli (o meglio un campione di gialli) di autori notevoli come Conan Doyle (l’autore di Sherlock Holmes), Agatha Christie (l’autrice di Hercule Poirot e di Miss Jane Marple) e Georges Simenon (il creatore del commissario Jules Maigret).
Naturalmente, nel giudicarli, mi avvalgo dei loro traduttori, non conoscendo le rispettive lingue madri, se non scolasticamente.
Tra tutti, se dovessi fare una classifica, metterei in testa il belga Georges Simenon per la sua, secondo me, qualità narrativa superiore, che gli deriva forse dal fatto di aver scritto anche una buona quantità di romanzi, tra cui segnalo “Il borgomastro di Furnes”. È, la sua, una scrittura più ampia, distesa e riposante e i suoi intrecci non sono mai garbugli ma si snodano con accurata scioltezza. Tra essi segnalo “Il caso Saint-Fiacre” (da cui è stato tratto un bel film omonimo del 1959 diretto da Jean Delannoy, con Jean Gabin. Saint-Fiacre è il paese natale di Maigret).
“La ragazza di Bube” e Claudia Cardinale
Se nel 1963 Luchino Visconti con il coloratissimo “Il gattopardo”, tratto dal romanzo di Tomasi di Lampedusa, regalò al mondo della cinematografia e dell’arte l’icona irreversibile della bellezza attraverso la figura di Claudia Cardinale nella parte di Angelica Sedara, fu nel gennaio 1964 che Luigi Comencini (magico il suo “Le avventure di Pinocchio”) con il suo film in bianco e nero “La ragazza di Bube”, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Cassola, portò alla maturità recitativa l’attrice, interprete del personaggio di Mara Castellucci. Comencini la adornò di movimenti e sentimenti che ancora oggi s’imprimono nello sguardo e nel cuore dello spettatore.
“Paisà” di Roberto Rossellini
Ci sono alcuni film che invadono e penetrano la nostra sensibilità e non ci lasciano più.
Per quanto mi riguarda ne cito solo 3: “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, del 1957; “Il pranzo di Babette” di Gabriel Axel del 1987 (tratto nientemeno che dal libro di una scrittrice a me tanto cara, Karen Blixen) e “Paisà” di Roberto Rossellini, del 1946 (a un anno dalla fine della guerra, e dall’altro celebre capolavoro “Roma città aperta”, appunto del 1945).
Quando penso al cinema, penso che il materiale su cui si basano i film, ancorché il progresso tecnologico li renda sempre più resistenti al tempo, siano soggetti ad un deperimento che negli anni ne rende menomata la visione. E ciò, non solo per le immagini, ma soprattutto per il sonoro, più facilmente deperibile
“Paisà” è, con gli altri due, uno dei capolavori del cinema che vorrei non deperissero mai. Come succede fortunatamente ai libri, sempre ristampabili in ogni tempo.
“Paisà” si svolge in VI episodi e gli ultimi mesi di guerra vi sono, attraverso di essi, tematicamente e rigorosamente rappresentati. Lo stile asciutto e il nitore della narrazione, e la sequenzialità degli episodi, anziché rendere il racconto frammentato, ne rappresentano e costituiscono una possente unitarietà.
“Umberto D.” di Vittorio De Sica
Se il film “La ciociara”, del 1960, s’impone per la straordinaria interpretazione di Sophia Loren, che le valse il premio Oscar, ad esso preferisco “Umberto D.” del 1952, poiché, rigorosamente narrato e senza la retorica in cui sarebbe stato facile cadere, è pervaso di poesia dall’inizio alla fine. È la storia di un pensionato, caduto in miseria, e del suo cane dal quale non riuscirà a staccarsi, nonostante desideri per lui una vita migliore. Anche qui siamo in presenza di una interpretazione di rilievo da parte di Carlo Battisti, che interpreta Umberto D., il quale nella vita era professore di glottologia e autore, insieme a Giovanni Alessio e altri collaboratori, del Dizionario Etimologico Italiano (DEI, in cinque volumi, pubblicato negli anni 1950-1957). Insomma, una celebrità nel suo campo. Giacché si tratta della sua prima e unica partecipazione cinematografica, è stupefacente il risultato della sua interpretazione.
Ėjzenštejn
Come ho già scritto più volte, possiedo una cineteca composta ad oggi da circa 2.300 film (la biblioteca è composta invece da circa 3.600 volumi, non tutti letti, in verità).
Negli ultimi anni trascorro le mie giornate leggendo nel pomeriggio e visionando i film la sera. La TV, la guardo soltanto in occasione di eventi ciclistici e tornei di tennis di rilievo. Una volta seguivo anche lo sci.
I film che possiedo li ho visti tutti. Impiego (guardandone 1 a sera e qualche volta 2) dai 5 ai 6 anni per completare il ciclo. Poi ricomincio da capo.
Stasera ho finito di vedere in quattro serate, 4 film del grande regista russo Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (Riga, 22 gennaio 1898 – Mosca, 11 febbraio 1948). Questi i film: La corazzata Potëmkin (1925), Aleksandr Nevskij (1938), Ivan il Terribile (1944), La congiura dei Boiardi (1958). Questi 2 ultimi dovevano far parte di una trilogia rimasta incompiuta dedicata allo Zar (nato nel 1530 e morto nel 1584) che regnò sulla Russia nel XVI secolo.
Perché scrivo questo? Perché stasera mi sono reso conto che (secondo il mio punto di vista, quindi il mio senso dell’arte) Ėjzenštejn è il più grande regista della storia del cinema. Tutto ciò che è seguito fino ai giorni nostri nasce dal suo cinema, dai suoi straordinari film. Per la sua coralità e i suoi primi piani l’ho accostato, nel campo letterario, a Tolstoj.
Vorrei con questa nota, consigliare i suoi film ai giovani, che probabilmente non conoscono nemmeno il suo nome.
“Il presagio” e Gregory Peck
Non ho ancora esaurita la serie Horror della mia videoteca. Devo dire che sono pochi i film che si salvano. Per mettere paura allo spettatore ci vuole una raffinata sensibilità e una ferrea disciplina nel raccontare.
Di solito, uno spera che se il film è interpretato da attori di fama, il film sarà buono, poiché hanno letto la storia e con l’accettazione del ruolo ne hanno riconosciuto la validità.
Mi è capitato di essere deluso in questo. Ho visto il film “Intervista col vampiro” di Nei Jordan, del 1994: una vera boiata.
E questo film ha un cast stellare: Tom Cruise, Brad Pitt e Antonio Banderas. Mi domando se abbiamo letto la trama.
Invece ho avuto conferma guardando il film “Il presagio” di Richard Donner, del 1976 (della serie di Damien, che ebbe successo di pubblico). Ma qui ci troviamo di fronte a un mito del cinema, una assoluta garanzia di qualcuno che la parte la legge e la giudica, Gregory Peck.
Jack lo squartatore
Avrete sentito parlare di Jack lo squartatore, che tra l’estate e l’autunno del 1888 commise almeno 5 delitti di prostitute nel quartiere popolare di Vhithechapel, a Londra.
Robert Block, l’autore di “Psicho”, nel 1984 ci scrisse un libro ed altri hanno cercato di arrivare alla verità, essendo ancora oggi rimasto sconosciuto il nome dell’assassino.
Anche più di un regista si cimentò nell’impresa e in circolazione ci sono vari film dedicati alla narrazione di questa terribile storia.
Io ne posseggo 5 versioni, ma a mio parere la migliore è quella in cui la parte dell’ispettore Frederick Abberline è interpretata da un attore molto bravo, Michael Caine, e ha il titolo “La vera storia di Jack lo squartatore”, del 1988, regia di David Wickes. Una miniserie in 2 puntate, in cui si fa l’ipotesi che l’assassino sia il medico di corte Sir William Gull.
Canale 5 lo mandò in onda nel 1989 tradotto in italiano ed io ebbi la fortuna di registrarlo. Infatti, non esiste questo dvd nella nostra lingua, ma solo in inglese.
Mi meraviglio che gli addetti non vi abbiano provveduto fino ad oggi.
Il fantasma dell’opera
Uscito prima a puntate, il romanzo di Gaston Leroux fu pubblicato nel marzo del 1910. Ebbe talmente successo che ne sono state date almeno 8 versioni cinematografiche, più varie edizioni televisive.
Le versioni che possiedo sono quella muta di Rupert Julian del 1925 con un impareggiabile Lon Chaney e quella diretta da Dario Argento, che vede la figlia Asia interpretare la parte di Christine, la giovane soprano amata da Erik, ossia dal fantasma dell’opera.
Mentre la pellicola di Julian è sobria, non altrettanto lo è quella di Argento, il quale ne approfitta per introdurre un orrido cannibalesco estraneo allo spirito della storia. L’Erik di Argento non è un uomo deformato nel viso, ma un bel giovane allevato dai topi (sic!), che dorme insieme con essi e che uccide le sue vittime, strappando loro parti del corpo. Argento sembra compiacersene. Io detesto l’horror cannibalesco, troppo facile a rappresentarsi senza molta fatica dell’immaginazione. Tutto all’incontrario delle sensibili emozioni di terrore che sa imprimere alle sue storie Mario Bava, un vero maestro.
Poe, Bergman e Corman
INGMAR BERGMAN: “L’OCCHIO DEL DIAVOLO”
Nel 1960 Ingmar Bergman presentò il suo film “L’occhio del diavolo”.
Conosciuto per alcuni suoi capolavori come “Il settimo sigillo”, “La fontana della vergine”, “Il posto delle fragole”, “Fanny & Alexander”, e anche per “Sorrisi di una notte d’estate”, oggetto di dibattiti nei Circoli del Cinema, molto attivi nella seconda metà del secolo scorso, Bergman lo è meno per “L’occhio del diavolo”, che ritengo un capolavoro, per la perfezione della storia e della regia. Non vi è nulla che strida o s’inceppi. I dialoghi sono eccelsi; l’ironia, la malizia, l’amore, l’innocenza, la credulità sono ben rappresentate. La lotta tra il bene e il male è vista come una sfida o un gioco cavallereschi.
Difficile trovare difetti nei film di Bergman, ma in questo si concentra la stessa bellezza e la stessa forza che si respirano in un racconto perfetto.
ROGER CORMAN E EDGARD ALLAN POE
Se fossero stati coevi Poe (Boston, 9 gennaio 1809 – Baltimora, 7 ottobre 1849) e il 96enne Corman (Baltimora 5 aprile 1926) sicuramente si sarebbero stimati.
Una parte importante della produzione di Corman è infatti dedicata ai racconti di Poe. Ne deve essere rimasto stregato.
Corman produceva e dirigeva i suoi film senza alcun intermediario a inquinarne l’ispirazione e il contatto con il grande scrittore statunitense.
“I maghi del terrore”, “I racconti del terrore”, “I vivi e i morti”, il celeberrimo “Il pozzo e il pendolo”, “La città dei mostri”, “La maschera della morte rossa”, “La tomba di Ligeia”, “Sepolto vivo”, sono i film che testimoniano questo amore e questa empatia.
Quasi tutti hanno come protagonista un impareggiabile Vincent Price che, con Christopher Lee e Boris Karloff, furono i protagonisti di un’epoca in cui l’Horror, a differenza di oggi, aveva una certa eleganza.
“Kapò” di Gillo Pontecorvo
Film del 1960. Sono gli anni dei grandi capolavori del neorealismo italiano con registi quali Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Gillo Pontecorvo, Federico Fellini, Luchino Visconti, Florestano Vancini, Pietro Germi, per citarne solo alcuni.
Di solito quando i film ci mostrano la vita nei campi di concentramento nazisti si riferiscono spesso alla sofferenza degli uomini. Raramente delle donne.
Si concentra su di esse, invece, Gillo Pontecorvo con il suo “Kapò”, il cui merito sta proprio in questa sua scelta e sensibilità di mostrarci tribolazioni e atrocità in un campo di concentramento femminile.
Edith, interpretata da Susan Strasberg, è una ragazza ebrea, che viene salvata da sicura morte da un medico che le fa assumere un’altra identità con il nome di Nicole. La crudeltà della vita che conduce è tale che la ragazza non riesce più a sopportare e decide di diventare una Kapò, ossia una delle vigilanti del campo, assumendone il cinismo e la cattiveria. Ma darà la vita per amore e per la salvezza dei prigionieri.
Nel 1966 Gillo Pontecorvo girerà un altro ottimo film “La battaglia di Algeri”, vincitore nello stesso anno del Leone d’Oro al Festival di Venezia.
“Hotel Meina” di Carlo Lizzani
È un film del 2007 diretto da Carlo Lizzani, e tratto dal libro omonimo di Marco Nozza.
Ne parlo poiché narra di una strage nazista poco conosciuta, accaduta nel 1943.
L’hotel ospita, tra le altre, alcune famiglie ebree. Vi fanno irruzione le SS e le segregano perpetrando su di loro ogni violenza materiale e psicologica. È quest’ultima soprattutto che è messa in evidenza, mostrando quanto essa terrorizzi e annienti l’animo umano.
“La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler”
Se volete avere un’idea della devastante sconfitta subita dal nazismo, vi consiglio di vedere questo film del 2004 diretto dal regista tedesco Oliver Hirschbiegel.
Si è abituati ad una cinematografia in cui il nazismo di distingue per ferocia e spregio di ogni rispetto umano. Abbiamo negli occhi le immagini dei campi di concentramento dove la vita di uomini e donne prigionieri valeva meno di zero, e dove si tremava ogni volta che si aveva di fronte un soldato del Reich.
“La caduta” mostra un nazismo sconfitto e in disfacimento, tremante di paura e impossibilitato a reagire all’avanzata degli Alleati (in questo caso i russi) che bombardano e devastano una Berlino che si considerava invincibile.
Hitler è interpretato dall’attore svizzero Bruno Ganz e la sua immedesimazione nel personaggio è, a mio avviso, la migliore che si sia mai avuta.
“Nebbia in agosto” e “Dove cadono le ombre”
Due film sul nazismo dal titolo delicato ed anche poetico, ma dal contenuto feroce. Il primo è del 2016 ed è diretto dal regista tedesco Kai Wessel, tratto dall’omonimo romanzo del tedesco Robert Domes. Il secondo, dell’anno successivo, il 2017, è diretto dall’italiana Valentina Pedicini, tratto dal romanzo autobiografico di Mariella Mehr, una nomade della etnia Jenisch vittima del progetto di pulizia etnica portato avanti dall’associazione Pro Juventute dal 1926 al 1973, in Svizzera.
Anche in “Nebbia d’agosto” troviamo la persecuzione di questa etnia, rappresentata dal protagonista quattordicenne Ernst Lossa. Ma in più ci troviamo all’interno di un ospedale tedesco dove viene sistematicamente applicata la pratica dell’eutanasia nei confronti di tutti i portatori di anomalie fisiche e mentali. A donne, uomini, bambini e anziani viene somministrata, a loro insaputa, una medicina in grado di portarli in poche ore alla morte. All’esterno dell’ospedale, vi è un cimitero colmo di tombe e si vedono camion passare continuamente carichi di nuovi morti, mentre si scavano altre tombe per riceverli.
Riguardo al popolo Jenisch apprendo da Wikipedia che esso rappresenta la terza maggiore popolazione nomade europea, dopo i Rom ed i Sinti. Sono presenti in Germania (Regione del Reno), Svizzera, Austria, Paesi Bassi, Francia, Belgio, Italia, Romania e Spagna. Gli Jenisch sono di origine germanica e hanno un loro proprio idioma.
Georges Simenon “La neve era sporca”
In un’altra occasione ho scritto di ammirare lo scrittore belga per le sue qualità narrative, che si intersecano con l’animo del lettore e ne fanno presa.
Non solo Simenon fu autore di gialli e creò il famoso commissario Maigret, ma anche nel genere romanzo non fu da meno.
Ne “La neve era sporca” abbiamo due distinti epicentri in cui si svolge la storia del giovane vizioso Frank Friedmaier. Il primo è ambientato dentro e intorno ad una casa di tolleranza gestita dalla madre Lotte, in cui ammiriamo la capacità dell’autore di descrivere in maniera mai esagerata ma al contempo originale e suggestiva la vita che vi si conduce. Si pensi alla prostituta Anny.
Il secondo è la prigione in cui è rinchiuso a causa dei suoi crimini. Resiste agli interrogatori e trae forza dalla visione di una finestra in cui si muove una donna e un bambino.
Nel riunire i due centri riscontriamo in questo esuberante scrittore, la cui produzione letteraria è innumerevole, tratti che ricordano, fra gli altri, Fëdor Dostoevskij, Frank Kafka, Samuel Beckett e anche il nostro Luigi Pirandello. Da sottolineare la parte stupenda che si muove intorno all’interrogatorio, a cui Frank è sottoposto in prigionia, dall’andamento asciutto, rullante, quasi telegrafico.
La scrittura comunque, finché non si arriva al termine, non dà mai risposte, e la storia galleggia in un lieve fermentare di attesa che ci avvolge e ci guida.
Dal libro, nel 1953 è stato tratto il film omonimo per la regia dell’argentino Luis Saslavsky (non sono riuscito a trovarlo in commercio).
“La scelta di Sophie” di Alan Jay Pakula
Del 1982 (tratto dal romanzo omonimo di William Styron) questo film, di rilevante intensità drammatica, ha meritato l’oscar a Meryl Streep per la sua interpretazione di Sophie, polacca e vittima ebrea scampata ad Auschwitz, di cui porta ancora i traumi fisici e psicologici. Morti nei campi di concentramento i due figli e il padre, nonostante che quest’ultimo, professore universitario, fosse un accanito antisemita.
Una sfilza di premi ha confermato la qualità del film, ma a me preme sottolineare la bravura anche della doppiatrice di Meryl Streep, Rossella Izzo e dell’attore Kevin Kline che interpreta la parte dell’amico ebreo di Sophie, instabile psichicamente e “fatalmente affascinante”: Nathan Landau.
Fassbinder e alcuni suoi film
Rainer Werner Fassbinder, morto ancora giovane a 37 anni nel 1982, è un regista tedesco che difficilmente ci fa sorridere. Le nevrosi della vita sono rappresentate nei suoi film in modo spietato, che spesso portano la vittima all’annientamento.
In “Martha”, del 1974, è il rapporto tra uomo e donna nel matrimonio che viene rappresentato come un modo violento e intollerabile di coesistere. L’uomo prevalica la donna e la sottomette sia fisicamente che psichicamente, al punto che non è difficile immaginare una donna che abbia visto il film negarsi risolutamente al matrimonio se non addirittura al rapporto con l’uomo. Viene in mente il film “Angoscia” del 1944 di George Cukor, con Ingrid Bergman che, per quell’interpretazione l’anno successivo vinse l’Oscar.
Ne “Il matrimonio di Maria Braun”, del 1979, il regista tocca di nuovo il tema del matrimonio e ancora una volta è la donna al centro della sua attenzione, come lo sarà anche nei 2 film seguenti. Maria Braun (interpretata dall’affascinante e sensuale attrice tedesca Hanna Schygulla) sposa, sotto le bombe, in una Germania sconfitta e distrutta, un ufficiale tedesco. Riescono a salvarsi, ma, di lui, Hermann Braun, partito per la guerra, non sa più nulla e si mette a cercarlo. Infine desiste e si arrangia in un locale frequentato dagli americani, dove incontra un soldato nero a cui si affeziona e si concede. Mentre fanno all’amore, ecco che sulla porta di casa si affaccia Hermann. Il sorriso con cui, dopo un attimo di meraviglia, lo accoglie è il segno di un amore che ha resistito, e resisterà, alle disavventure e agli arrangiamenti della vita: “Ma tu sei forte”, le dirà il marito ritrovato. E lei, più tardi: “Io vivo questa vita soltanto per te, per noi”. È una originale e intensa storia d’amore (lei racconterà al marito, continuando ad amarlo, la sua relazione con un industriale francese). Ancora una volta sono l’amore e il rapporto di coppia al centro dell’interesse di Fassbinder. Non del tutto inattesa la tragedia finale.
Di nuovo una coppia è la protagonista di “Lili Marleen”, del 1980, sempre con Hanna Schygulla nella parte della protagonista Willie, una cantante tedesca. Il film è tratto dal romanzo autobiografico, “Il cielo ha molti colori”, di Lale Andersen, la cantante che fece conoscere e portò al successo la canzone di Hans Leip e Norbert Schultze, “Lili Marleen”, durante la seconda guerra mondiale. La coppia è quella costituita da lei e dal musicista Robert Mendelsson (interpretato dal nostro Carlo Giannini), figlio di un ricco ebreo. Col padre e la sua organizzazione, Robert è impegnato a portare in Svizzera quanti più ebrei possibile e in questo è aiutato da Willie. Finché a Willie, il padre di Robert (un eccellente Mel Ferrer), essendo lei tedesca, riesce a proibirle di tornare in Svizzera, a Zurigo, dove la famiglia Mendelsson vive. Willie e Robert sono costretti a separarsi, ma lui continua ad insistere col padre per rivederla “Voglio sapere da che parte sta”, dice al padre che vuol conoscerne la ragione.
Ancora una volta un rapporto difficile dalla conclusione drammatica. Il film è anche un omaggio a questa celebre canzone, detestata da Joseph Goebbels (ma non da Hitler) poiché considerata una canzone di pace e troppo sentimentale per un esercito, quello tedesco, in guerra (proprio dal contrasto tra la canzone e le immagini di guerra si evidenzia lo forte critica di Fassbinder al regime nazista). Amo molto questo film per quell’amore costante e drammatico di Willie che rappresenta.
“Lola”, del 1981, a cui farà seguito nel 1982 il film “Veronika Voss” (introvabile in commercio se non a prezzi proibitivi) è interpretata da Barbara Sukowa, una cantante che frequenta un grosso imprenditore della città di Coburgo, Schuckert (interpretato dal nostro Mario Adorf), il quale gestisce anche una casa di tolleranza. A Coburgo domina la corruzione tra pubblico e privato e Schuckert ne è il maggiore profittatore. Ma all’Assessorato ai Lavori Pubblici giunge un nuovo dirigente, Van Bohm (interpretato dall’attore tedesco Armin Mueller-Stahl), integerrimo e deciso a mettere ordine.
Lola si propone di sedurlo. Ne nascerà una relazione sconvolgente con cui Fassbinder metterà ancora una volta a confronto il rapporto uomo-donna. Viene in mente il film “L’angelo azzurro” del 1930 diretto da Josef von Sternberg, e interpretato da Marlene Dietrich, tratto dal romanzo “Professor Unrat” di Heinrich Mann, fratello del più famoso Thomas.
Sordi e Totò
Ho guardato una serie di film con Alberto Sordi ed ora sto guardando una serie di film con Totò.
Devo dire che quando qualche amico è giù di corda suggerisco di vedere qualcuno dei film di questi due grandi interpreti.
L’altro giorno lo feci nei riguardi di un amico che mi rispose che non li poteva soffrire, né l’uno né l’altro.
Invece sono due grandi attori, non sempre protagonisti di film eccellenti, ma sempre bravi nell’interpretare il loro personaggio.
Basti pensare che entrambi sono stati diretti più volte da quel grande regista della commedia all’italiana che fu il viareggino Mario Monicelli.
Non dobbiamo dimenticare poi che Totò si è meritata l’immortalità grazie a 2 capolavori come la poesia “‘A livella” e la canzone “Malafemmina”.
“Dogman” di Luc Besson
Del 2023 (visto su Prime Video poiché ancora non si trova il dvd in italiano).
Da non confondere con l’altro diretto da Matteo Garrone nel 2018.
Luc Besson è un regista raffinato che ci ha dato quel capolavoro che è “Giovanna d’Arco” del 1999.
In questo film narra invece la storia di un paraplegico che si circonda di cani che addomestica a sua difesa e anche per compiere brillanti furti nelle abitazioni di ceti abbienti.
Ci sono film, come questo, che hanno una storia intrigante che appassiona al pari di tante altre narrate in film di qualità, ma ciò che in alcuni è da segnalare è la bravura dell’interprete principale. Qui è il caso dell’attore statunitense Caleb Landry Jones, che interpreta la parte del paraplegico Douglas.
La metto, la sua interpretazione, a pari dell’altra che troviamo nel film “Il mio piede sinistro” del 1989 diretto da Jim Sheridan, in cui a farla da mattatore, nella parte dell’handicappato Christy Brown, in grado di muovere soltanto il piede sinistro, è un grande Daniel Day-Lewis, insignito proprio per questo dell’Oscar di migliore attore protagonista.
“Iwo Jima, deserto di fuoco” di Allan Dwan
Quanti film sono stati girati sull’ultima Guerra mondiale! Innumerevoli. Ma questo del 1949, a pochi anni dalla fine del conflitto, dedicato all’eroismo del corpo dei marines impegnati nel Pacifico contro i giapponesi, mantiene ancora, nonostante alcuni passaggi retorici, il fascino che ne decretò il successo alla sua uscita.
Il sergente di ferro John Stryker è superbamente interpretato da John Wayne.
Dopo questo film consiglio di vedere anche “Lettere da Iwo Jima” diretto da Clint Eastwood nel 2006, in cui la stessa battaglia è vista dalla parte dei giapponesi.
“L’amore segreto di Madeleine” di David Lean
Mi domando perché David Lean non amasse questo film, girato nel 1950 e ispirato ad un caso realmente accaduto in Scozia a metà dell’800. Ann Todd, peraltro molto brava, è la moglie del regista e interpreta la parte della protagonista, accusata di aver avvelenato l’amante.
Certo, il famoso regista britannico ha al suo attivo film che gli hanno dato una imperitura fama, al cui confronto “L’amore segreto di Madeleine” può sembrare una piccola cosa. Si pensi a: “Il ponte sul fiume Kwai” (1957); “Lawrence d’Arabia” (1962); “Il dottor Živago” (1966); “La figlia di Ryan” (1970) e “Passaggio in India” (1984). Ma anche in questo film la bravura del regista emerge in tutta la sua grandezza.
Le cupe atmosfere che vi si respirano sono abilmente guidate e le arringhe al processo che si terrà nella parte finale a carico della protagonista, sia da parte della difesa che da parte dell’accusa, sono magistralmente condotte e interpretate.
“Amistad” di Steven Spielberg
La guerra civile americana (1861-1865) ha un precedente significativo, vero e proprio prodromo: la rivolta nel 1839 degli schiavi ammassati sulla nave negriera Amistad, i quali, raccolti da una nave statunitense, saranno sottoposti a processo.
C’è, tra gli avvocati e i giudici, chi li considera uomini liberi e ne prende le parti e chi uomini schiavi meritevoli di una condanna, due correnti di pensiero che stavano dilaniando il Paese. A nord gli abolizionisti si battevano per la loro libertà e uguaglianza agli uomini bianchi; a sud li si considerava come una merce qualsiasi, sottoposta alla volontà del padrone.
La decisione della Corte Suprema, favorevole agli ammutinati, inasprirà gli animi e si sfocerà della nota e sanguinosa Guerra civile.
Steven Spielberg ci fa rivivere, con questo film girato nel 1997, la vicenda mostrandoci le atrocità commesse dai trafficanti, che arrivavano persino ad affogare gli schiavi che risultavano in soprannumero.
Rimasta celebre e famigerata, poiché, prima di essere imbarcati, venivano radunati lì, è la fortezza di Lomboko nella Sierra Leone, che sarà distrutta dagli inglesi.
“La mia Africa” di Sydney Pollack
La brava scrittrice danese Karen Blixen, autrice del romanzo autobiografico “La mia Africa”, non poteva augurarsi un regista migliore per la trasposizione cinematografica del suo capolavoro.
Pur prendendosi qualche libertà sul testo, il regista riesce a trasmetterci la fascinosa bellezza dell’Africa e il sentimento d’amore che per essa l’autrice nutrì fino alla morte.
Appartengono all’iniziativa di Pollack i bellissimi versi recitati da Meryl Streep (che interpreta l’autrice Karen Blixen) e tratti dalla raccolta poetica “A Shropshire Lad” di Alfred Edward Housman.
Del 1985, il film ottenne 7 Oscar e altri importanti premi internazionali.
Insieme a Meryl Streep, recitano Robert Redford e Klaus Maria Brandauer.
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Questa la poesia scelta dal regista:
“A un atleta morto giovane” tratta dalla raccolta “Un ragazzo dello Shropshire”
Il giorno che hai vinto la gara per la tua città
ti abbiamo applaudito sulla piazza del mercato.
Uomini e ragazzi si fermavano ad acclamarti
quando ti abbiamo portato a casa sulle nostre spalle.
Ragazzo scaltro, sei fuggito per tempo dai campi
dove la gloria non si ferma.
Presto tuttavia nasce l’alloro
e avvizzisce più in fretta della rosa.
Ora tu non andrai a raggiungere la schiera di ragazzi
il cui tempo degli onori è svanito,
corridori che la loro fama ha superato
e il nome muore prima dell’uomo.
Intorno al capo subito cinto dall’alloro
si raccoglieranno a guardare i morti senza vigore
e fra le tue ciocche di capelli troveranno intatta
una ghirlanda, piccola come di fanciulla.
“Il rito” di Mikael Håfström
Dopo Max von Sydow (L’esorcista, 1973, di William Friedkin) e Richard Burton (L’esorcista II – L’eretico, 1977, di John Boorman), anche Antony Hopkins ha voluto interpretare la parte seducente di un esorcista (Il rito, 2011, di Mikael Håfström).
Il primo è indubbiamente il migliore e infatti ebbe un grande successo e ancora oggi mantiene il suo fascino.
Ma anche gli altri 2 non sono male. Solo che nel film Il rito, Antony Hopkins da esorcista diviene posseduto dal diavolo e consente al grande attore inglese di esibirsi in questo ruolo in tutta la sua bravura.
Ovviamente, sono tutti e tre da vedere e confrontare.
“Il bacio della pantera” di Jacques Tourneur
È del 1942, girato in bianco e nero. Quarant’anni dopo, il 1982, un altro regista, Paul Schrader, ne fece un remake, questa volta a colori, chiamando ad interpretare la parte di Irena (la donna pantera) nientemeno che la bellissima Nastassja Kinski. Quest’ultimo film vale per la presenza della Kinski, che vi esibisce tutto il suo fascino e la sua bravura.
Ma Paul Schrader non può competere con Jacques Tourneur, un vero maestro dell’horror, che riesce a creare una continua atmosfera di suspence e di terrore. La sua Irena, interpretata da Simone Simon, se non raggiunge la bellezza della Kinski, forse la supera nel ruolo.
Girati in bianco e nero, questi particolari film, che trattano della bivalente, inquietante e misteriosa natura umana, fiorirono nei primi decenni del 1900 trovando un massiccio riscontro presso il pubblico. Si pensi a “Dr. Jekyll e Mr. Hyde”, del 1941, diretto da Victor Fleming e interpretato dal grande Spencer Tracy e a “L’uomo lupo”, sempre del 1941, diretto da George Waggner e interpretato dall’altrettanto grande Lon Chaney Jr.
John Wayne, Maureen O’Hara e Katharine Hepburn
Il mitico John Wayne fa coppia prima con l’una poi con l’altra, dando vita a interpretazioni delle 2 attrici memorabili.
Con Maureen O’Hara (una delle mie attrici preferite), ciò avviene nel film “Un uomo tranquillo”, del 1952, diretto da John Ford, che vinse l’Oscar per la regia, dove assistiamo ad un’epica scazzottata tra il protagonista e il fratello della Hepburn, il bravo Victor McLaglen. Magnifica la verde Irlanda dove si svolge la storia. E poi, guardate come accende i fiammiferi John Wayne.
Con l’altra attrice, ciò avviene nel film western “Torna El Grinta”, del 1975, diretto da Stuart Millar (sequel de “Il Grinta”, del 1969, del regista Henry Hathaway), con John Wayne e Katharine Hepburn (unico film in cui hanno recitato insieme), in cui la conversazione tra i due sul carro recuperato dai banditi è irripetibile, tanto è ironica e sottile.
La Hepburn sarà una straordinaria protagonista, in coppia con Laurence Olivier, anche nel film per la Tv “Amore tra le rovine”, del 1975, diretto da George Cukor, al momento introvabile in dvd in italiano. Lui dirà a lei: “Invecchia con me. Il bello deve ancora venire.”.
I film “Grandi speranze” di David Lean/ e di Mike Newell
I grandi romanzi (inutile fare un elenco) hanno sempre attirato la settima arte, ossia il cinema. Registi sensibili ne hanno spesso fatto delle trasposizioni eccellenti. È mia convinzione, addirittura, che il romanzo moderno sia meglio rappresentato dal cinema.
Charles Dickens, per molto tempo considerato uno scrittore minore, era talmente dotato che a soli 24 anni, nel 1836, pubblicò nientemeno che “Il circolo Pickwick”, a cui seguirono altri capolavori come “Le avventure di Oliver Twist”, il famosissimo racconto “Canto di Natale”, “David Copperfield”, “Casa desolata”, “Tempi difficili”, e, nel 1860, il romanzo che ci interessa: “Grandi speranze”.
Il noto regista David Lean lo volse in film, con lo stesso titolo, nel 1946.
Il film in qualche passaggio eccede un po’ nel sentimentalismo (si veda lo stesso finale), ma ha anche tratti vigorosi quando si occupa della Londra pervasa dalla povertà e dai criminali che venivano puniti segregandoli in condizioni pietose a remare nelle navi chiamate galere.
Nel mio romanzo “Caro papà, Caro figlio” immagino di vedere ogni tanto comparire sul tetto della mia casa Charles Dickens, ed anche altri, come Thomas Hardy, uno tra i grandi da me preferito. A tal proposito, do questa descrizione: “Ho visto Dickens più di una volta, circondato dai suoi personaggi. Quello che non lo lascia mai è Pickwick, gli sta sempre tra le gambe, qualche volta rischia perfino di precipitare dal tetto, se non fosse che Dickens, conoscendolo come nessun altro, lo afferra in tempo per la giacca. Pickwick agita le sue gambette e volta il viso in su a guardare il suo autore, non so se per ringraziarlo dello scampato pericolo o perché preferirebbe che lo calasse in strada, per poter salire magari su di un’auto e conoscere le sorprendenti novità di questo mio tempo. Ma Dickens non lo perde di vista, e credo che non lo lascerà mai andare.”.
Nel 2012 il regista Mike Newell realizzò un remake, sempre con lo stesso titolo. Lo preferisco a quello di David Lean. È piuttosto raro che un regista poco conosciuto si confronti con un maestro riconosciuto del cinema e ne risulti migliore.
Ciò che, a mio avviso, accade nel suo film, abbellito fra l’altro dal colore, mentre il film del 1946 era in bianco e nero. Newell riesce a controllare meglio le scene romantiche, evitando che si provi, sia pure per un istante, una sgradevole sensazione di rigetto. Si veda come dirige la conclusione del film, a differenza di quanto fatto da Lean. Inoltre, si avvale di un interprete eccellente come Ralph Fiennes nella parte del forzato Abel. Bisogna dire che anche David Lean per lo stesso ruolo aveva scelto un attore di pregio come Finlay Currie, che abbiamo visto come bravo caratterista in film quali “Ivanohe”, “Quo vadis?”, “Ben-Hur”, Da segnalare nel film di Lean la presenza di un giovane Alec Guinness nella parte dell’amico del protagonista Pip, ossia Herbert Pocket.
Josef von Sternberg
I giovani di oggi sono abituati a film di alta tecnologia, la quale è diventata fondamentale per creare scene seduttive. Ma nei primi decenni del ‘900 era l’esclusiva mano del regista a creare la magia del cinema.
Pensate al grande Sergej Ėjzenštejn.
Il regista di origine austriaca Josef von Sternberg, mi permetto di dire, arriva al suo livello almeno con 2 film che io suggerisco di vedere.
Il primo (tratto dal romanzo “Professor Unrat” di Heinrich Mann, fratello del più famoso Thomas) è “L’angelo azzurro” del 1930 con Marlene Dietrich in cui si deve segnalare l’interpretazione maiuscola di Emil Janning nella parte del professor Rath.
Il secondo, del 1934, è “L’imperatrice Caterina”, sempre con Marlene Dietrich, in cui va segnalata l’interpretazione di Sam Jaffe nella parte dell’imperatore Pietro III, marito di Caterina.
“Madame Bovary” di Claude Chabrol
Il romanzo omonimo di Gustave Flaubert ha avuto molte trasposizioni cinematografiche, tanto è famoso questo capolavoro, imperniato su una donna, Emma Bovary, in preda ai sogni e alle illusioni che porteranno lei al suicidio e il marito Gustave, medico condotto, ad una morte prematura, nonché la piccola Berthe, loro figlia, ad un destino di povertà.
Non ho mai amato il personaggio di Emma Bovary, che non vuol dire non amare il romanzo, nel quale proprio Flaubert ha voluto creare una figura che rappresenti la sciagurata fine di chi si lasci possedere da sogni e desideri che vadano oltre le proprie condizioni.
“Madame Bovary” è un film del 1991 diretto da Claude Chabrol, con Isabelle Huppert nel ruolo della protagonista, Emma Bovary, e ritengo che sia il migliore tra quelli prodotti sul romanzo. Vi s’incontrano, infatti, due anime felicemente ispirate e in sintonia, quella dell’autore del capolavoro e quella di Chabrol, eccellente regista.
“Il nastro bianco” di Michael Haneke
Girato nel 2009 dal regista austriaco, vinse la Palma d’oro nello stesso anno.
Tuttavia, credo che sia un film poco conosciuto, nonostante le sue qualità. Vale la pena consigliarne la visione.
Siamo nel Nord della Germania in un villaggio protestante. Qui accadono strani incidenti: morti, suicidi, sevizie, di cui non si riesce a trovare il colpevole. Il mistero resterà tale fine al termine lasciando lo spettatore sorpreso ed incerto.
Il film vale per le atmosfere rigide e cupe che lo percorrono sino alla fine, con personaggi incastonati all’interno delle regole di un protestantesimo severo.
Nel vederlo possono venire in mente “Fanny & Alexander” del grande Ingmar Bergman (1982) e “Il pranzo di Babette” di Gabriel Axel (1987).
Va ricordato che quest’ultimo film è tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen, la grande scrittrice danese, ed è insieme con “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman (1957) in cima alla classifica dei miei film preferiti. “Il pranzo di Babette” era anche il film preferito da Papa Francesco I.
“La figlia di Ryan” di David Lean
Ci sono film che non finiremmo mai di guardarli. Appena tocca il loro turno, ci coglie un’emozione, un soprassalto e non vediamo l’ora di metterci comodi sulla nostra poltrona e guardarcelo.
Uno di questi casi, mi accade con “La figlia di Ryan”, del 1970, diretto da un maestro del cinema, David Lean.
È ambientato in Irlanda, nella penisola di Dingle ai primi del Novecento.
Ci sono stato in quei luoghi e ne ritrovo la magia e l’incanto nel film, dove una ragazza, Rosy Ryan (interpretata da una giovane e bella Sarah Miles), sposata col maestro del villaggio Charles Shaughnessy (interpretato da Robert Mitchum), si innamora di un ufficiale inglese (siamo negli anni delle rivolte irlandesi contro gli occupanti inglesi) e cade nel pettegolezzo del villaggio in cui abita e viene isolata e poi cacciata poiché creduta una spia degli inglesi. Il marito la comprenderà e lascerà il villaggio insieme con lei.
Certe scene sono imponenti come quella del recupero delle casse di armi e munizioni destinate ai ribelli trascinate da onde enormi dell’oceano in tempesta.
Tre sono le interpretazioni che desidero segnalare, quella di Trevord Howard nella parte di padre Collins, quella di Leo McKern nella parte del padre di Rosy, Thomas Ryan e John Mills nella parte di Michael, lo scemo del villaggio (gli fu assegnato nel 1971 il Premio Oscar come migliore attore non protagonista).
“Alfredo il Grande” di Clive Donner
C’è stato un tempo in cui i film ambientati nel medioevo andavano a ruba. Ve n’erano di scadenti, ma anche alcuni degni di essere ricordati e che ancora oggi si guardano volentieri. Qualche esempio: “Ivanhoe” del 1952, “I cavalieri della Tavola Rotonda” del 1953, “il leone d’inverno” del 1968 che vede protagonisti due attori eccezionali, Peter O’Toole nella parte di Enrico II d’Inghilterra e Katharine Hepburn nella parte della regina Eleonora d’Aquitania, nonché un giovane Anthony Hopkins nella parte di uno dei 5 figli, Riccardo (il futuro Riccardo Cuor di Leone).
“Alfredo il Grande”, un altro di questi film degno di nota, esce nel 1969 e ha come interprete principale David Hemmings, che abbiamo conosciuto come protagonista di “Blow up”, del 1966, uno dei capolavori di Michelangelo Antonioni.
In “Alfredo in Grande” si scende al IX secolo d.C e ci troviamo di fronte alla resistenza dei Sassoni, abitanti il Wessex, la parte meridionale dell’Inghilterra, all’invasione dei danesi.
Clive Donner, il regista, nel 1993 girerà una serie televisiva ambientata grosso modo nello stesso periodo e dedicato alla figura di Carlo Magno.
“Galileo” di Liliana Cavani
Affrontare la complessa figura di Galileo Galilei non è cosa facile. Ci troviamo di fronte ad uno scienziato che sa di avere ragione, eppure abiura i risultati delle proprie ricerche per paura di essere condannato al rogo, come è accaduto all’amico Giordano Bruno che, rifiutando di abiurare, viene arso vivo. A Roma, nel luogo in cui fu eseguita la sentenza, Piazza di Campo de’ Fiori, è stata eretta nel 1889 una statua che lo ricorda.
La Cavani con questo film del 1968, in uno stile dalla asciutta drammaticità, mette a fuoco il conflitto tra scienza e fede impersonata, quest’ultima, da una chiesa chiusa alle nuove scoperte e ancorata rigidamente e in modo intollerante alle Sacre Scritture e agli scritti di Aristotile e di San Tommaso d’Aquino.
“Il sangue dei vinti” di Michele Soavi
Giampaolo Pansa pubblicò il suo celebre romanzo storico nel 2003 che sollevò molte critiche e un’ampia discussione tra favorevoli e contrari alle sue tesi, in cui sosteneva che dopo il 25 aprile 1945 (fine della Seconda Guerra mondiale in Italia) si aprì un lungo periodo di sanguinose vendette, soprattutto da parte dei partigiani nei confronti di personaggi e famiglie che si erano schierate con la Repubblica Sociale di Salò.
Michele Soavi lo trasforma in film nel 2008 mantenendo lo stesso titolo.
È la storia di un commissario di polizia, Francesco Dogliani, interpretato da Michele Placido, che, volendo indagare sulla morte di una prostituta, si trova coinvolto nella guerra civile che vede il fratello Ettore schierato coi partigiani e la sorella Lucia, invece, coi repubblichini.
Soavi dà misura alla sua felice e suggestiva narrazione, non dimenticando, tuttavia, di mostrarci crudamente le atrocità commesse in quel sanguinoso e orribile periodo storico.
“Italiani brava gente” di Giuseppe De Santis
Giuseppe De Santis aveva già diretto nel 1949 il film capolavoro “Riso amaro” con una straripante Silvana Mangano e un estroverso e simpatico Vittorio Gassman.
E nel 1957 un film a cui tengo molto per le straordinarie suggestioni che evoca (si pensi all’assalto dei lupi affamati nel piccolo paese di montagna, bianco di neve), “Uomini e lupi”, codiretto insieme con il regista Leopoldo Savona e interpretato da Yves Montand e, ancora, da Silvana Mangano.
Nel 1964 dirige “Italiani brava gente”, in bianco e nero. È un film che ha tracce di retorica celebrativa, soprattutto nella prima parte, ma che è assolutamente da vedere per gli ampi paesaggi in cui si collocano gli scontri tra gli invasori italiani e tedeschi e i russi che fanno terra bruciata e li costringono ad una tragica e umiliante ritirata. Tra le scene segnalo quelle in cui si vedono sterminati campi di girasoli, che fanno pensare al film “I girasoli” (questa volta a colori) girato appena qualche anno dopo, nel 1970, da Vittorio De Sica.
“Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick” di Ron Howard
È del 2015. Leggo che alla critica non è piaciuto. A me, invece, sì, e molto.
Vi sono scene possenti come la caccia alle balene, l’affondamento della baleniera Essex e il viaggio tragico dei superstiti, soltanto alcuni dei quali sopravvivranno, come pure le scene dei vari porti d’attracco tutte minuziose e suggestive. Siamo agli inizi del XIX secolo e l’olio di balena vale quanto e più dell’oro. Da qui la caccia.
Mentre il celebre film “Moby Dick, la balena bianca” di John Huston, del 1956, tratto dal romanzo di Herman Melville, ci narra la caccia alla balena bianca che ha reso invalido il capitano Achab, che vuole vendicarsi, il film di Howard, tratto dal libro “Nel cuore dell’oceano – La vera storia della baleniera Essex”, scritto da Nathaniel Philbrick nel 2000, ci racconta il primo incontro della baleniera Essex (Melville la chiamerà “Pequod”) con la balena bianca. Howard finge che questa storia sia raccontata a Melville da uno dei superstiti.
“Gli occhiali d’oro” di Giuliano Montaldo
L’autore del romanzo, uscito nel 1958, è Giorgio Bassani, uno scrittore che ammiro.
Fu lui a scoprire il valore di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e del suo capolavoro “Il Gattopardo”, rifiutato da varie case editrici e infine, su sollecitazione di Bassani, pubblicato da Feltrinelli nel 1958.
Il film “Gli occhiali d’oro”, ambientato come altri romanzi dell’autore, nella sua Ferrara, e diretto da Giuliano Montaldo nel 1987, ci mostra quanto il fascismo a poco a poco s’imponga nella società e provochi dolori e lacerazioni. È proprio questo clima che rende interessante e fecondo il film. L’atmosfera si fa sempre più pesante e personaggi degni di stima come il medico Athos Fadigati (interpretato da un eccellente Philippe Noiret), omosessuale, e lo studente ebreo Davide Lattes vengono dalla società via via isolati e respinti. Sono i prodomi di un fascismo che si farà sempre più feroce e tracotante. Nora (interpretata da Valeria Golino), la fidanzata di Davide, anch’essa ebrea, preferirà diventare cattolica, impaurita dalle incombenti leggi razziali. Da segnalare una simpatica e pettegola Stefania Sandrelli.
Bassani, anch’egli ebreo, fu molto sensibile nei riguardi di questi temi. Li tratterà ancora (per citare solo qualche esempio) ne “Il giardino dei Finzi-Contini”, tradotto in film da Vittorio De Sica nel 1970, e in “La notte del ‘43”, volto in film da Florestano Vancini nel 1960 con il titolo “La lunga notte del ‘43” (qui da segnalare le interpretazioni maiuscole di Enrico Maria Salerno e di Gino Cervi).
“La valle dell’eden” di Elia Kazan
Film come “La valle dell’Eden”, del 1955 (tratto dal romanzo omonimo di John Steinbeck), “Scandalo al sole” di Delmer Davis del 1959 e “A casa dopo l’uragano” di Vincente Minnelli, del 1960, rappresentarono un filone, un po’ decadente ma con quel tanto di romanticismo da decretare un invidiabile successo presso il pubblico. “Scandalo al sole”, in aggiunta, si avvaleva di una colonna sonora di Max Steiner, che si diffuse rapidamente in tutto il mondo.
“La valle dell’Eden”, vede protagonista un giovane James Dean (agli esordi), presto scomparso a causa di un incidente stradale, ma subito diventato un mito. In realtà, a mio avviso, in questo film pecca di qualche eccedenza, una specie di gigioneria, ma la sua recitazione resta di ottimo livello. Interpreta la parte di Cal, figlio di un grosso agricoltore, che vive in una condizione irrequieta e disagiata in quanto il padre ama più di lui suo fratello Aron. Siamo agli albori della Prima guerra mondiale. Entrambi sono convinti, poiché così ha detto loro il padre, che la madre sia morta. Invece è viva e conduce un locale di malaffare ricavandone grossi guadagni. Cal, che la cerca e la rintraccia sul posto di lavoro, la farà conoscere anche al fratello che ne rimarrà tragicamente colpito.
Ci sono momenti in cui il film ricorda, per il difficile rapporto padre-figlio, “La gatta sul tetto che scotta”, degli stessi anni, ossia del 1958, diretto da Richard Brooks, tratto dall’omonimo dramma teatrale di Tennessee Williams.
“Cuori ribelli” di Ron Howard
La prima volta che vidi questo film, uscito nel 1992, non ne fui particolarmente colpito. I 2 attori protagonisti, Nicole Kidman e Tom Cruise, interpretavano maiuscolamente la loro parte, ma qualcosa non mi soddisfaceva. Sbagliavo. Rivisto dopo tanti anni, il film mi è parso ben condotto da Ron Howard, un regista che vanta un’esperienza invidiabile. Lo abbiamo già incontrato, in questo mio viaggio nel cinema, nel film “Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick” del 2015.
In “Cuori ribelli” si narra la storia di una famiglia irlandese, quella di Joseph Donnelly (Tom Cruise) che dall’Irlanda emigra in America, dove è possibile conquistare una terra e farla propria. Anche un’altra famiglia irlandese, ricca ma ridotta in rovina dalla rivolta dei contadini, decide la stessa destinazione. Ne fa parte un’audace e indipendente ragazza amata da Joseph, Shannon Christie (Nicole Kidman). Riusciranno nell’impresa. Il film ha 3 pregi. Nella prima parte ci mostra una incantevole Irlanda della fine dell’Ottocento, immersa nel verde e con casupole sparse qua e là con sullo sfondo il mare. Un’Irlanda dove i signori fanno il bello e cattivo tempo. La casa della famiglia di Joseph viene data alle fiamme proprio perché è in ritardo col pagamento dell’affitto.
La seconda parte ci mostra i 2 protagonisti che, incontratisi in America, vivono insieme facendosi passare per fratello e sorella e cercano di sopravvivere agli stenti e ad una vita violenta che li circonda.
La terza parte è la più scenografica con la corsa con cavalli, carri ed altri mezzi di ogni genere, per conquistare la terra e farla propria.
Guardando e ammirando la corsa viene in mente quella girata da Anthony Mann nel suo celebre “Cimarron” del 1960. Ma ne riparlerò presto.
“Cimarron” di Anthony Mann
Fatevi voi i conti. Possiedo più di 2.300 film e ne vedo almeno 1 al giorno (qualche volta, d’inverno, anche 2). Così ci vogliono circa 6 anni perché io concluda il ciclo. In questi giorni, sono vicino alla ennesima conclusione, e ricomincerò il giro con il genere western (la mia passione).
“Cimarron” del 1960 (che è un remake di “I pionieri del West” di Wesley Ruggles, del 1931 ed è ispirato al romanzo omonimo scritto da Edna Ferber) lo anticipa, poiché, come scrissi, la scena della corsa per accaparrarsi terre donate gratuitamente dallo Stato dell’Oklahoma in America (oltre un milione di ettari, già divisi in poderi) che abbiamo visto in “Cuori ribelli” di Ron Howard, del 1992, ha in “Cimarron” un illustre precedente. Del resto, il regista è nientemeno che Anthony Mann, che ha al suo attivo una innumerevole serie di film, tra cui, per restare nel western, “Winchester ’73” del 1950 e “Là dove scende il fiume” del 1952.
Si ha quasi l’impressione che, ripensando alla complessa scena da realizzare, Ron Howard abbia voluto aprire un confronto con il grande maestro, morto nel 1967, ossia 7 anni prima.
Yancey “Cimarron” Cravat è il nome del protagonista, interpretato da Glenn Ford, un pioniere del West che vive il suo tempo accanto ad una moglie, Sabra, interpretata da una dolcissima Maria Shell, che ne condivide, in sostanza, le idee. Si batte per la difesa dei più deboli e con la moglie dirige un giornale per diffondere le proprie idee. Sarà sempre in giro (“La terra già ti brucia sotto i piedi, come è sempre stato” gli diranno) preso dai suoi impegni, e la moglie verrà a sapere, nel corso di una festa per il giornale, che il suo amato sposo è morto nel corso di una delle sue tante battaglie in difesa della giustizia (Si dirà, nella bella conclusione del film: “Uomini come lui fanno la Storia”).
Il film non ebbe una lusinghiera accoglienza (infatti, questo film si potrebbe definire un insolito western di buoni sentimenti, ma è negativo tutto ciò?), tuttavia, basta guardarlo, per capire che i detrattori furono troppo severi.
“Giovani mariti” di Mauro Bolognini
Il nome del regista è importante per la storia del cinema. Ma questo film non è all’altezza della sua fama. Allora perché ne scrivo? Perché sono lucchese e questo film è tutto girato a Lucca. È del 1958 e si vede la città come era a quel tempo, a pochi anni dalla fine della guerra. Le Mura, l’Anfiteatro, Piazza Napoleone, Piazza San Michele, Piazza San Martino, Via dei fossi, ed altro ancora, sono il suggestivo sfondo di una storia di giovani che, dai primi bagordi, scoprono a poco a poco che cos’è la vita. Gli interpreti avevano acquistato un po’ di notorietà proprio in quegli anni, e avrebbero lasciato un segno nel cinema. Ne cito alcuni: Franco Interlenghi, Antonio Cifariello, Gerard, Blain, Antonella Lualdi, Sylva Koscina, Anna Maria Guarnieri.
“Con gli occhi chiusi” di Francesca Archibugi
È tratto dall’omonimo romanzo del senese Federigo Tozzi, uno scrittore che amo. Di questo romanzo, mi sono occupato qui.
Una regista coi fiocchi, Francesca Archibugi, ha pensato di tradurlo in un film nel 1994; film che è riuscito a rendere la campagna senese e la vita che vi si conduceva con un verismo e una secchezza di stile che l’avvicina allo stesso Tozzi.
Vi si narra una drammatica storia d’amore non condiviso tra Pietro, figlio del proprietario di un’avviata trattoria e di una fattoria, Domenico (uno straordinario Mario Messeri) e Ghisola che vive coi nonni nella stessa fattoria. Ghisola (una giovane e splendida Debora Caprioglio) finirà col frequentare case di prostituzione e rimarrà incinta. Nel constatarlo, Pietro le cadrà davanti svenuto. Il film termina, come del resto il romanzo, con queste parole: “Quando si riprese dalla violenta vertigine che l’aveva abbattuto lui non l’amava più”.
Da annotare la presenza della cantante livornese Nada, che tanto successo ebbe anni fa.
“Giungla d’asfalto” di John Houston
“Il delitto è solo una forma sinistra della lotta per la vita”, lo dice a sua moglie un avvocato criminale, tra i responsabili di un grosso colpo alla banca.
Il genere gangster ha avuto momenti di grande successo, per merito di personaggi che sono realmente vissuti, come Al Capone, e che hanno sparso molto sangue pur di arricchirsi con la criminalità.
“Giungla d’asfalto” del 1950 è uno di questi film condotto con maestria da uno dei migliori registi, John Houston (bravo anche come attore). Gli autori del colpo saranno tutti identificati e arrestati e Houston ne approfitta per tessere le lodi della polizia americana, nonostante tratti di corruzione. Peccato che la parte finale risulti un po’ debole. Tra gli interpreti un attore, Sterling Hayden, che fu protagonista di un western divenuto un classico (anche per bella canzone scritta da Victor Young e Peggy Lee e interpretata dalla stessa Peggy Lee), “Johnny Guitar”, del 1954, diretto da Nicholas Ray, in cui troviamo una splendida Joan Crawford.
Da annotare la presenza di una giovane esordiente, e già bellissima, Marilyn Monroe e la maiuscola interpretazione de “Il dottore”, l’ideatore della rapina alla banca, impersonato da un impeccabile Sam Jaff.
“Il libro della Giungla” di Zoltan Korda
Oggi i film per ragazzi vedono dominare figure come Harry Potter creato dalla esuberante fantasia della scrittrice britannica J.K. Rowling. Ai tempi della mia infanzia i film non si avvalevano delle moderne tecnologie e si dovevano fare salti mortali per costruire scene che attirassero il pubblico.
Zoltan col suo “Il libro della giungla”, uscito nel 1942, ci riuscì ed erano gli anni in cui nascevo. È tratto dal celebre romanzo omonimo di Rudyard Kipling col quale l’autore britannico vinse nel 1907 il Premio Nobel a 41 anni, ancora oggi il più giovane scrittore a ricevere questo alto riconoscimento. Kipling nacque proprio in India, a Bombay, nel 1865. Visitò molti Paesi, ma l’India gli rimase nel cuore e ne arrivò a conoscere tutto il fascino e tutti i misteri. Nel film, come nel romanzo, si narra la storia di un bambino disperso nella foresta indiana e allevato dai lupi. Mowgli il suo nome. Conosciuto il mondo degli uomini, e deluso, farà ritorno alla giungla.
Il film è ben fatto, lussureggiante e godibile, ma ne scrivo poiché desidero ricordare la figura dell’attore che interpreta la parte di Mowgli, Sabu Dastagir, conosciuto in tutto il mondo semplicemente come Sabu.
Allo stesso modo in cui i giovani d’oggi adorano Harry Potter, al tempo della mia infanzia Sabu godeva della stessa fama per i personaggi interpretati. Fu protagonista, infatti di altri 2 celebri film: “Il ladro di Bagdad”, del 1940, regia di Ludwig Berger, Michael Powell e Tim Whelan, e “Le mille e una notte”, del 1942, di John Rawlins.
“L’uomo di Alcatraz” di John Frankenheimer
È del 1962 ed è tratto da una storia vera. L’amore per gli animali (soprattutto gli uccelli), le difficili condizioni del carcere, la capacità di sconfiggere l’isolamento (il protagonista Robert Stroud, interpretato da un ineguagliabile Burt Lancaster, ha ucciso la moglie ed è stato condannato a vita) dedicandosi agli studi più vari (ornitologia e medicina soprattutto), diventando una celebrità, sono alcuni dei temi che arricchiscono questo bel film diretto da John Frankenheimer.
Esso mi ricorda che mio padre, Raffaele, è stato quella che una volta si chiamava guardia carceraria ed oggi agente di Polizia Penitenziaria. Ha fatto servizio in varie carceri (Pianosa, Lucca, Volterra, sono quelle che ricordo). L’ho immaginato alle prese con i problemi denunciati nel film.
Il protagonista, pur in presenza di difficoltà, riesce ad allevare, prima un passerotto, poi una coppia di canarini, che diventeranno tanti.
Il modo in cui li nutre e insegna loro a volare ricorda il tempo in cui anche Raffaella ed io allevammo Celeste, la rondine a cui ho dedicato un libro, e qualche mese fa una cinciallegra. Mi sono ritrovato in quei gesti pazienti e amorosi.
“Il segno della legge” di Anthony Mann
È un western in bianco e nero del 1957. Un giovane sceriffo (Anthony Perkins) si trova a gestire una cittadina in cui domina un signorotto che s’impone con l’uso della pistola. Vi capita un cacciatore di taglie (Henry Fonda) che si accorge che il giovane sceriffo è ancora immaturo e impreparato a proteggere la cittadina. Così gli insegna a sparare e a difendersi. Finché trionferà il bene, come succede spesso nel genere western.
Il film non ha nulla di eccezionale, senonché il grande Anthony Mann sa gestire la tensione e fa scorrere la storia anche attraverso un amore che sorge tra il cacciatore di taglie ed una donna, vedova di un indiano, ucciso a causa delle discriminazioni razziali. Si sposeranno, portando con sé il figlio di lei.
Per dire del valore di Anthony Mann basta far notare che pochi anni prima aveva diretto film come: Winchester ’73 (1950); Quo vadis, insieme con Mervyn LeRoy (1951); Là dove scende il fiume (1952); Lo sperone nudo (1953) e L’uomo di Laramie (1955).
E qualche anno dopo girerà: Cimarron (1960), di cui si è già scritto e El Cid (1961).
“Il siciliano” di Michael Cimino
Mario Puzo, col suo romanzo omonimo, ha ispirato questo film del 1987, così come il suo capolavoro “Il padrino” ispirò il celebre film di Francis Ford Coppola del 1972, con l’indimenticabile Marlon Brando.
Ne “Il siciliano” la parte del protagonista è assegnata a un divo del cinema, Christopher Lambert, che con il suo leggero strabismo di Venere ha fatto innamorare chi sa quante donne in tutto il mondo.
Si narra la storia di Salvatore Giuliano, il bandito nato a Montelepre, in Sicilia, che combatté contro lo strapotere della classe dominante per togliere ai ricchi e dare ai poveri. Ma i delitti commessi non ne fanno un santo. È ricordata anche la strage di Portella della Ginestra, in cui morirono 11 persone durante un comizio del partito comunista.
Su questo film espressero delle riserve Leonardo Sciascia e Tullio Kezich, che fu un autorevole critico cinematografico.
Ma a me il film piace e sono orientato a condividere il giudizio dello scrittore e regista Francis Xavier Feeney, che lo definì il miglior film prodotto in quell’anno, il 1987.
Del resto, non si deve dimenticare che abbiamo di fronte un regista, Michael Cimino, che qualche anno prima, nel 1978, aveva diretto “Il cacciatore”.
“Macbeth” di Orson Welles
Se non arriva a battere le trasposizioni cinematografiche di “Amleto”, la celebre tragedia di William Shakespeare, quest’altra tragedia del bardo inglese, “Macbeth”, le sta alle costole.
Una delle trasposizioni più celebri è quella a colori di Roman Polanski, del 1971, con quell’inizio favoloso che è difficile da dimenticare.
Nel 1948 ci prova nientemeno che Orson Welles, in una pellicola in bianco e nero, cui viene messo a disposizione un budget risicato che lo costringerà ad una trasposizione con scene povere create, tuttavia, dal suo ingegno immaginifico. E pensare che nel 1941 aveva dato vita ad uno dei capolavori di ogni tempo, “Quarto potere”.
La storia di “Macbeth” è nota. Un uomo ambizioso è preconizzato re da tre streghe che gli diranno che egli regnerà fino a quando una foresta di alberi si muoverà incontro al suo castello. Per diventare re dovrà uccidere Duncan, il sovrano di Scozia in carica e lo farà sospinto dalla moglie. L’assassinio graverà pesantemente sulla loro nuova vita fino a concludersi, la storia, in tragedia.
Alcuni primi piani sono memorabili e ricordano, almeno lo hanno ricordato a me, quelli del grande Eisenstein.
“The Others” di Alejandro Amenábar
È un film del 2001, giusto per gli amanti dell’horror.
Una donna (Nicole Kidman) vive coi 2 figli in una casa. Nella casa si devono tenere le tende chiuse, poiché i bambini non sopportano la luce. Succede che sentono dei rumori e la bambina ha degli strani incontri con un altro bambino, un certo Victor. La madre non ci crede e la rimprovera. A mano a mano si rende conto, però, che nella casa ci sono degli intrusi che interferiscono con la loro vita.
La trovata del regista cileno, e che si rivela nel finale, è che quelli che per tutta la durata del film sono chiamati gli intrusi, in realtà sono una famiglia che vuole abitare in quella casa, ma deciderà di andarsene, poiché ci sono degli intrusi, che sono proprio la madre coi 2 bambini, morti tragicamente.
Vi si respirano le atmosfere di “Shining” il capolavoro di Stanley Kubrick, del 1980.
“King Kong” di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsac
Questo film resta ancora oggi una meraviglia. Quando uscì nel 1933 la gente faceva la fila per vederlo.
Ne sono stati fatti altri inseguito, e uno di questi, diretto nel 1976 da John Guillermin, lanciò nel cinema la splendida Jessica Lange, nella parte della bella amata dalla bestia, ossia dal gorilla Kong.
Il film del 1933 è in bianco e nero (esiste anche una versione colorizzata) e stupisce per la bravura dei due registi che hanno costruito scenografie che a quei tempi apparivano quasi irrealizzabili. Le lotte del gorilla contro i tanti animali preistorici che incontra sono un esempio. Famosa e divenuta leggendaria e immortale quella tra Kong e gli aeroplani, che lo uccideranno, sulla cima dell’Empire State Building.
“Morte di un commesso viaggiatore” di Volker Schlöndorff
È tratto dal celebre dramma di Arthur Miller.
Nel 1967, sotto la regia di Edmo Fenoglio, il protagonista Willy Loman fu interpretato da Tino Buazzelli, un grande attore, purtroppo dimenticato, morto ancora giovane, a 58 anni, nel 1980.
Nel 1985 fu Dustin Hoffman a ricoprire il ruolo del commesso viaggiatore in un film diretto da Volker Schlöndorff.
Resta difficile scegliere chi dei due attori fu il più bravo, essendo state le loro interpretazioni tutte di alto livello.
Per questo ruolo, Hoffman vinse un Golden Globe e un Emmy Award.
È la storia di un commesso viaggiatore che ha tanti sogni nel cassetto a pro della famiglia, ma i clienti a poco a poco scemano, gettandolo nello sconforto che lo porterà a perdere la ragione e alla morte.
Ha 2 figli, e per loro sogna un destino migliore, ma con essi, insoddisfatto del presente, è sempre in conflitto, soprattutto con Biff, interpretato da un già bravo John Malkovich.
Vengono in mente altre straordinarie interpretazioni di Dustin Hoffman, con le quali questo film può essere messo a paragone, ad esempio: “Un uomo da marciapiede” di John Schlesinger (1969); “Tootsie” di Sydney Pollack (1982); “Rain Man – L’uomo della pioggia” di Barry Levinson (1988).
“Un uomo da marciapiede” di John Schlesinger
Un giovane e bello John Voight (nella parte del texano Joe Buck), chewing-gum in bocca, radiolina nella mano, stivali lucidi, giacca con pendagli alla cow-boy, ma ossessionato dal passato, va, fiducioso, alla conquista di New York, sicuro che la sua bellezza gli porterà fortuna e denaro.
È un film del 1969 diretto da John Schlesinger, tratto dal romanzo omonimo di James Leo Herlihy.
Nella grande metropoli incontra un italo-americano, Enrico Rizzo (“Rico”), uno zoppo dalla salute cagionevole che vive di furtarelli e imbrogli vari e ne nasce un’amicizia. La parte di Rico, detto anche nel film “Sozzo” per la sua misera condizione, è interpretata da Dustin Hoffman. Una coppia riuscita. Ci troviamo immersi in una New York infima e corrotta che a poco a poco deluderà il cow-boy (che era arrivato convinto di fare il cigolò e farsi pagare dalle donne) e trasformerà l’amicizia tra i due in un calvario, che vedrà, però, Joe fare di tutto per realizzare il sogno di Rico di trasferirsi a Miami, dove un clima migliore avrebbe giovato alla sua salute. Joe riesce a rimediare il denaro necessario, ma lungo il viaggio Rico muore. Il film è anche, pur in mezzo a tanto degrado, un inno all’amicizia e vanta una canzone che ebbe un successo mondiale e ancora oggi ammalia: “Everybody’s Talkin’ “di Fred Neil, cantata da Harry Nilsson. Magnifica la scena in cui Rico sogna di correre, non più zoppo, con l’amico sulla spiaggia di Miami.
“Tootsie” di Sydney Pollack
Dove c’è Dustin Hoffman, si assiste sempre ad una sua splendida interpretazione.
È il caso di questo film diretto nel 1982 da Sydney Pollack.
Il suo personaggio è Michael Dorsey, un attore dal carattere difficile che non è gradito ai registi e stenta a trovare lavoro. Così si traveste in un personaggio femminile, Dorothy Michaels, e, creduta donna, viene assunta per ricoprire la parte principale di una soap opera in cui svolge il ruolo di amministratrice di un ospedale col nome di Emily Kimberly. Tootsie (“tesoro”, “bambola”), sarà il nomignolo che le darà il regista.
Ne nasceranno situazioni comiche e tragicomiche in cui Dustin Hoffman darà il meglio di sé. Figuriamoci che la serie televisiva ha tanto mai successo che la donna riceve un sacco di posta dagli ammiratori.
Le arriverà perfino, da parte di un uomo, una richiesta di matrimonio.
Succede però che Tootsie si innamora di un’ex amante del regista, Julie Nichols, interpretata da Jessica Lange, e così, alla fine, l’inganno viene svelato. Il film ha una felice conclusione.
“Il laureato” di Mike Nichols
È del 1967, basato sull’omonimo romanzo di Charles Webb.
Vanta alcuni brani notevoli che fanno da colonna sonora del film, scritti da Paul Simon e Arthur Garfunkel, in particolare The Sound Of Silence, una canzone che ancora oggi m’incanta. A Nichols il film valse il Premio Oscar per la migliore regia nel 1968.
Il film è importante perché lancerà nel firmamento cinematografico il giovane Dustin Hoffman che qui svolge la parte di un appena laureato (Benjamin Braddock) che viene sedotto da una donna matura, la signora Robinson, interpretata da una seducente Anne Bancroft.
Ma il giovane conosce la figlia della signora, Elaine, interpretata da Katharine Ross, e se ne innamora. I genitori di entrambi si oppongono, per motivi diversi, al loro fidanzamento, e per Elaine viene scelto un altro giovane, sebbene la ragazza sia ancora innamorata di Ben.
Ma al momento delle nozze, quando gli sposi sono inginocchiati davanti al celebrante con intorno tanti invitati, ecco che, dopo una corsa sfrenata (in vari film il Dustin Hoffman giovane viene fatto correre e la sua corsa è sorprendentemente attrattiva) irrompe in chiesa, in modo spettacolare, Ben. E Elaine fugge con lui.
“Rain Man – L’uomo della pioggia” di Barry Lee Levinson
Il film, del 1989, si è aggiudicato quattro premi Oscar: migliore film, migliore regia, migliore attore protagonista e migliore sceneggiatura originale.
È una delle più impegnative interpretazioni di Dustin Hoffman che, infatti, venne premiato con l’Oscar.
Tom Cruise interpreta la parte del fratello minore, Charlie Babbit, il quale commercia in auto di lusso, ma nuota in cattive acque. Quando muore il padre, egli spera di ereditare una fortuna, ma rimane deluso, poiché l’eredità va al fratello Raymond, che è un autistico, e di cui addirittura non conosceva l’esistenza. Frequentando il fratello, si accorge che la malattia di cui soffre, gli ha acuito talune facoltà, come quelle della memoria, capace di eseguire operazioni matematiche complesse, come pure ricordare le carte da gioco passate. Così lo porta a Las Vegas, al Casinò, e guadagna una tale somma che gli consente di saldare tutti i debiti.
A questo punto, fa domanda di essere nominato tutore del fratello sia per continuare a sfruttarne le doti, sia per amministrare l’eredità che il padre ha lasciato a Raymond. Ma la tutela gli viene negata. Tuttavia, egli, riconducendo il fratello nella casa di cura dove era ricoverato, gli promette che andrà a visitarlo spesso.
Il momento centrale del film è quando Charlie scopre che chi, quando lui era bambino, gli cantava la canzone dell’uomo della pioggia, altri non era che Raymond. Da lì nasce un grande affetto per lui.
“Kramer contro Kramer” di Robert Benton
È del 1979, tratto dall’omonimo romanzo di Avery Corman.
L’interpretazione del protagonista Ted Kramer valse a Dustin Hoffman nel 1980 l’Oscar come migliore attore. Fu premiato con l’Oscar per il migliore film e la migliore regia anche Robert Benton.
Se si vuole avere un’idea dei traumi causati da una separazione tra coniugi per giunta con uno o più figli, questo è il film adatto.
Ted ha una promettente carriera nel suo lavoro di dirigente pubblicitario, al punto che gli viene affidato un importante incarico che, se concluso con successo, lo farà diventare socio dell’azienda in cui lavora.
Torna a casa felice di poterlo confidare alla moglie Joanna (interpretata dalla brava Meryl Streep), quando si sente dire, invece, che lei lo abbandona poiché non considerata dal marito, troppo impegnato nel suo lavoro. Gli lascia il figlio Billy, ancora un bambino, poiché incerta sul proprio futuro.
Ted si prende cura di Billy (un bambino attore molto simpatico, Justin Henry) cercando di sopperire all’assenza della madre, e non facendogli mancare nulla, ma per star dietro a lui trascura il lavoro, che non gli riesce più come un tempo. Così viene licenziato.
Ed è proprio in questo momento che ricompare la moglie che vuole avere con sé il figlio. Al suo rifiuto, avvia una causa ed è durante il processo, che Joanna vince, che la donna si rende conto dell’amore e della dedizione che Ted nutre per Billy. Allora decide di lasciarglielo.
Hollywood e il cinema romantico
Oggi che il cinema ci sta abituando a situazioni sentimentali complicate e complesse, certi film sfornati anni fa qualche giovane di oggi potrebbe considerarli sempliciotti e ridicoli. Ebbero invece, al loro tempo, molto successo e devo ammettere che, rivedendoli oggi alla mia veneranda età, li apprezzo ancora e li preferisco ai moderni.
Per chi vuol provare a contraddirmi, metto qui qualche titolo: “Magnifica ossessione” di Douglas Sirk, del 1954; ancora di Douglas Sirk, “Secondo amore” del 1955. Questi film ebbero come protagonisti due attori molto adatti al genere: Rock Hudson e Jane Wyman. Continuando: “Il visone sulla pelle” di Delbert Mann del 1962 con Cary Grant e Doris Day, anche questa una coppia fantastica per il genere con una Doris Day da innamorarsene (una delle mie attrici preferite), “Lo specchio della vita” di nuovo di Douglas Sirk (un fantastico specialista) del 1959 con Lana Turner e John Gavin. Ma qui da sottolineare sono le interpretazioni di Susan Kohner nella parte di Sarah Jane, la giovane dalla pelle bianca che si ribella al fatto di essere figlia di una nera, e Juanita Moore nella parte della madre nera Annie Johnson. Ancora: “La valle dell’Eden” di Elia Kazan del 1955 (tratto dal romanzo omonimo di John Steinbeck), “Scandalo al sole” di Delmer Davis del 1959 e “A casa dopo l’uragano” di Vincente Minnelli del 1960.
“Piano… Piano dolce Carlotta” di Robert Aldrich
Bette Davis, Olivia de Havilland, Joseph Cotten e il grande regista Robert Aldrich, una volta messi insieme, non potevano che fare un film di qualità.
Così è stato per “Piano… piano dolce Carlotta” del 1964, tratto da un racconto di Henry Farrell.
Il titolo lascerebbe pensare ad una commedia grazie alla quale farci tante risate, invece è un maiuscolo thriller, che vede una super Bette Davis interpretare la parte di una ritenuta pazza Carlotta Hollis, accusata di aver ucciso l’amante, un uomo sposato. Ma non è stata lei, che crede sia stato il padre, un ricco proprietario terriero.
In realtà, Aldrich elimina a poco a poco i sospettati, per presentarci i veri colpevoli.
Le emozioni che provoca sono molteplici.
Olivia de Havilland interpreta la parte della cugina Miriam Deering e Joseph Cotten quella del medico Drew Bayliss.
Una brillante interpretazione è data anche da Agnes Robertson Moorehead nella parte di Velma Cruther, la domestica di Carlotta.
“Lussuria. Seduzione e tradimento” di Ang Lee
È un film del 2007 diretto da Ang Lee, tratto dall’omonimo romanzo di Zhang Ailing.
Il regista taiwanese non si spreca nelle scene di sesso, e a noi pare di avere tra le mani il famoso Kamasutra e vederne nelle scottanti scene le applicazioni di fatto. Ciò nonostante, la pellicola mantiene il rigore del genere drammatico, al punto che nello stesso anno vinse il Leone d’oro per il miglior film alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Siamo a Shangai, negli anni ’40, occupata dai giapponesi. Si è formata una piccola resistenza per cacciarli dalla città. Di essa fa parte Wang Jiazhi (interpretata dalla bella Tang Wei) che viene scelta per sedurre un importante e spietato politico cinese (interpretato da Tony Leung Chiu-Wai) collaboratore degli invasori.
La seduzione è finalizzata al suo assassinio. La missione fallirà e tutti i rivoluzionari, compresa la giovane, saranno fucilati.
“Il colonnello Redl” di István Szabó
Vinse nell’anno della sua uscita, il 1985, il Premio della giuria al 38° Festival di Cannes e fu candidato all’Oscar come miglior film straniero.
Siamo alla vigilia della Prima guerra mondiale. L’impero austro-ungarico è attraversato da corruzioni e ambizioni, soprattutto nel suo esercito, che ne prevedono lo sfascio. Alfred Redl, interpretato da Klaus Maria Brandauer, è un fedele servitore dello Stato e fa di tutto perché la monarchia sopravviva. Ma non è ben visto dall’arciduca Francesco Ferdinando, figlio dell’imperatore Francesco Giuseppe ed erede al trono, il quale sta complottando per sostituire il padre, considerato troppo vecchio.
Redl non riuscirà a sconfiggere i suoi nemici, che lo costringeranno a togliersi la vita. Poco dopo ci sarà l’attentato di Sarajevo (28 giugno 1914) con la morte dell’arciduca, e sarà l’inizio della Prima guerra mondiale.
Il film si distingue per la bellezza e grandiosità di alcune scene.
“La grande illusione” di Jean Renoir
Qui siamo al top. Difficile trovare una coppia di padre e figlio che abbia raggiunto, nell’arte di ciascuno di essi, vette così elevate.
Jean Renoir è figlio nientemeno che del grande pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir, i cui talenti si sono riversati per intero nell’altrettanto grande regista.
“La grande illusione”, del 1937, ne è un esempio.
Siamo in un campo di concentramento tedesco durante la Prima guerra mondiale. Vi sono tenuti prigionieri dei soldati francesi. L’atmosfera che Renoir vuole creare è quella della grande illusione che due popoli nemici possano trattarsi con rispetto e educazione reciproca. Chissà se Renoir avrebbe fatto questo film dopo aver saputo dei ben diversi criminali e sanguinari campi di concentramento nazisti.
Nel suo film, mantiene anche una leggera nota di comicità e di allegria. Pensate che vi si organizzano spettacoli di varietà ai quali assistono gli ufficiali del campo di concentramento. Le sentinelle si prendono cura dello stato d’animo dei prigionieri. Una di esse dirà “Vi auguro che rivediate presto le vostre famiglie”.
La parte del protagonista, tenente Maréchal, è affidata a Jean Gabin. Vi compare anche nelle vesti di un ufficiale tedesco, capitano von Rauffenstein, un attore e regista che considero bravo e che mi è sempre piaciuto: Erich von Stroheim, che ricordo anche come personaggio importante in “Viale del tramonto” di Billy Wilder del 1950.
Nel film di Renoir succede che due prigionieri, tra cui Maréchal, riescono a fuggire e sono aiutati da una giovane vedova tedesca di modo che potranno raggiungere la Svizzera, fuori dal tiro dei fucili dei soldati tedeschi.
Da apprezzare la leggerezza e la fluidità della narrazione.
“Marianna Ucrìa” di Roberto Faenza
Un regista può portare delle variazioni e delle novità trasponendo un romanzo in un film? Credo proprio di sì, e l’autore del romanzo deve essergliene grato quando il risultato è quello raggiunto da Roberto Faenza nel suo film, uscito nel 1997 e tratto dal romanzo “La lunga vita di Marianna Ucrìa” di Dacia Maraini.
Marianna è nata sordomuta, così le dicono, ma non è la verità e si saprà il perché alla fine del film.
Faenza ha conferito alla sua opera eleganza e raffinatezza in una Sicilia del XVIII secolo trabocchevole di bellezza. Ci si muove tra la nobiltà e i palazzi sono lussureggianti negli arredi, nei giardini e nei colori.
Spiccano tra i protagonisti, Pietro, lo zio di Marianna, interpretato da un sobrio Roberto Herlitzka, e il nonno interpretato da Philippe Noiret.
“la 25a ora” di Henri Verneuil
Da non confondere con l’omonimo film del 2002 di Spike Lee, ambientato in una New York del malaffare e dello spaccio della droga.
Questo di Verneuil (dirà un personaggio, Trajan Koruga, scrittore e politico, interpretato da Serge Reggiani: “La 25° ora è l’ultima ora di tutto”) è invece del 1967 e vede un’interpretazione straordinaria di Anthony Quinn (a mio avviso, una delle sue migliori) nei panni di Johann Moritz, un rumeno ingenuo e un po’ “semplicione ma di buon cuore”, sposato (hanno 2 figli) con Suzanne, interpretata da una giovane e fresca Virna Lisa, di cui si innamora il capitano della polizia locale. Suzanne lo respinge e lui si sbarazza del marito denunciandolo come ebreo. Siamo nel 1939, all’inizio della Seconda guerra mondiale, e il povero Johann si vede perseguitato e rinchiuso in un campo di lavoro, da cui riuscirà a fuggire insieme con tre ebrei, ma dovrà presto affrontare altre traversie, finché, finito in un campo di concentramento in Germania, i tedeschi non individuano in lui, paradossalmente, le caratteristiche della razza ariana e ne fanno un loro simbolo, stampando copertine di riviste e manifesti con la sua immagine.
Alla fine della guerra, gli Alleati lo arresteranno come collaboratore dei nazisti, ma, grazie all’intervento di un avvocato, verrà alla luce la sua vera storia.
Questo film, tratto dal romanzo di Constantin Virgil Gheorghiu, è poco conosciuto, ma vale la pena di procurarsene una copia. Lo esaltano i suoi molti significati. La scena finale, con il ricongiungimento di Johann alla propria famiglia (nel frattempo, durante la sua prigionia, lei, violentata, ha avuto un figlio), vale il film.
“Toro scatenato” di Martin Scorsese
Chi ama il pugilato non può perdersi questo film, che narra la storia del medio italoamericano Jake La Motta.
Il film è del 1980 e vede un’interpretazione maiuscola di Robert De Niro che gli valse nel 1981 il Premio Oscar per il migliore attore protagonista.
Tratto dall’autobiografia dello stesso campione, è considerato uno dei migliori film di Martin Scorsese.
Il mondo del pugilato è rappresentato con tutti i suoi vizi e le sue virtù. La lotta tra i duellanti è senza risparmio, vi è cattiveria e volontà di distruzione. È anche un mondo che consente spesso di uscire dalla miseria per condurre una vita dignitosa.
Jake La Motta è divorato dalla gelosia. Ha una bella moglie e s’immagina che lo tradisca, perfino con suo fratello. La sua carriera è vincente, fin quando accetta di essere battuto per riscuotere una forte somma. Ritiratosi dal pugilato mette su un locale con il suo nome, dove fa l’intrattenitore.
“Brush with Fate” di Brent Shields
(Che tradotto significa “Sfiorare il destino”).
Molti anni fa con mia moglie visitai Delft, in Olanda, una suggestiva cittadina, patria del grande pittore fiammingo Johannes Vermeer (1632 – 1675). Passeggiando lungo il canale che fiancheggia la città, ad un certo punto mi accorsi di trovarmi nella posizione da cui il grande artista aveva ritratto il celebre quadro “Vista di Delft”. L’emozione mia e di mia moglie fu enorme.
Questo film del 2003 tratto dal romanzo di Susan Vreeland, “La ragazza in blu giacinto”, fa la complessa storia di un quadro attribuito a Vermeer.
La trama è complicata ma vale la pena vedere questo bel film per le suggestive immagini di un’Olanda del Settecento, quando le donne indossavano cuffie e trine e sia i maschi che le femmine portavano ai piedi i caratteristici zoccoli. La vita e i paesaggi di quel tempo, coi tanti mulini all’opera, sono riprodotti in modo incantevole, tale da dare un senso alto alla narrazione.
“Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore
L’aggettivo Nuovo, che nel film riguarda il cinema Paradiso distrutto da un incendio e poi ricostruito, quindi nuovo, torna a proposito poiché il regista si trovò costretto a fare delle modifiche, anche sulla lunghezza della pellicola non bene accolta dal pubblico e dalla critica.
Così come risulta oggi, vinse il premio Oscar per il migliore film straniero nel 1990. Il film è del 1988.
Nel parlo, trascurando la trama, poiché a mio avviso esso è un inno alla settima arte con omaggi a pellicole famose del passato come, solo qualche esempio, Via col vento, Ombre rosse, La terra trema, Catene, Totò, e un inno agli amanti del cinema che negli anni passati, al contrario di oggi, riempivano le sale cinematografiche. Quelle sale gremite sono le stesse della mia infanzia e ne ho respirato gli umori. Se non si arrivava in tempo, difficile trovare posti a sedere, e si doveva fare a gomitate per contenderci un posto non appena qualche spettatore lasciava la sala.
Tornatore con esso rivela altresì la sua nostalgia per quei tempi con interpreti che bene ne hanno raccolto lo spirito, come Philippe Noiret (un attore sempre bravo), nella parte di Alfredo, che sin dai 10 anni ha preso dimestichezza con il mestiere di proiezionista e con il bambino Salvatore, interpretato da Salvatore Cascio, che ne vuole raccogliere il testimone. Diventato regista, Salvatore (da adulto interpretato da Jacques Perrin) tornerà al paese dopo tanti anni quando apprenderà della morte di Alfredo, che era diventato cieco a causa dell’incendio. Da segnalare la bella e triste storia d’amore tra Salvatore ed Elena. C’è tanta poesia in questo film.
“Banditi a Orgosolo” di Vittorio De Seta
È considerato uno dei film migliori sulla Sardegna e vinse il premio Opera prima al Festival di Venezia del 1961, anno della sua uscita.
Il regista si servì di attori non professionisti, che hanno saputo ben interpretare la loro parte, specialmente il personaggio Michele (doppiato però dal grande Gian Maria Volontè) e suo fratello ancora ragazzo, Peppeddu.
La storia è semplice ma significativa. Un pastore di Orgosolo viene accusato di vari reati non commessi, tra cui l’uccisione di un carabiniere. Col fratello, allora, non avendo fiducia nella legge, decide di fuggire, portandosi dietro il suo prezioso gregge di 100 pecore da cui trae sostentamento per la famiglia. È l’occasione per il regista di mostrarci una Barbagia selvaggia e arida con montagne piene di sassi e di rocce, che provocheranno la morte di tutte le sue pecore. A questo punto, aggredisce un altro pastore e gli ruba il suo gregge, diventando così un bandito.
“Il muto di Gallura” di Matteo Fresi
Era il 21 maggio 2014 quando a Orgosolo acquistai il libro “Il muto di Gallura” di Enrico Costa, uscito nella prima edizione nel 1884.
Qualche anno dopo, nel 2021, il regista Matteo Fresi ne trasse un film con Andrea Arcangeli nella parte del muto Bastiano Tansu.
Se con “Banditi a Orgosolo” di Vittorio De Seta abbiamo conosciuto la regione selvaggia della Barbagia e ne siamo rimasti affascinati, lo stesso succede in questo film, ambientato in un’altra regione altrettanto selvaggia della Sardegna, la Gallura.
Aridi boschi e montagne pietrose ne fanno da cornice.
Vi si narra una storia vera e riguarda la feroce faida di metà Ottocento, che costò più di 70 morti, tra due famiglie nemiche.
Tutto inizia con il rifiuto di Antonio Mamìa di dare in sposa la figlia a Pietro Vasa, conosciuto come brigante e ricercato dalle guardie reali. Per vendetta Pietro uccide il giovane figlio di Antonio, e da qui ha inizio la faida con morti da una parte e dall’altra, non risparmiando donne e bambini. Bastiano, sordomuto dalla nascita, è cugino di Pietro e suo alleato nella sanguinosa disfida. Tutti lo temono per la sua ferocia e la sua mira infallibile, che colpisce immancabilmente la vittima in piena fronte.
Succederà che per porre fine alla faida sarà chiesto a Pietro di uccidere il muto.
Anche questo film, come quello di De Seta, ha uno stile asciutto e rigoroso. I dialoghi tra i personaggi avvengono in dialetto ma lo spettatore può avvalersi dei sottotitoli.
“L’ultimo pellerossa” di Yves Simoneau
Del 2007. Se volete vedere un film che tratti della violenza sugli indiani e dello sfruttamento dei loro territori da parte dei bianchi, questo è il film per voi.
Il regista ne fa un’analisi spietata.
Si costringono gli indiani (in questo caso i Sioux) a ritirarsi nella riserva assegnata, abbandonando terre ricche come le Black Hills, dove era stato trovato l’oro. Poi con altre subdole promesse si cercherà di restringere i confini della riserva, mettendo parte di quelle terre a disposizione dei bianchi, sia pure pagandole, ma con cifre modeste rispetto al loro valore.
Ci sarà la ribellione e ne approfitterà l’esercito per fare un autentico sterminio, uccidendo anche il loro capo Toro Seduto nel massacro di quasi 200 uomini, donne e bambini indiani a Wounded Knee il 29 dicembre 1890.
Nel 1970 un altro film aveva trattato della violenza dell’esercito americano e di alcuni dei suoi ufficiali fanatici contro gli indiani, in questo caso i Cheyenne, il cui villaggio, nonostante fosse stata sventolata la bandiera bianca, fu oggetto di uno dei più sanguinosi massacri, quello di Sand Creek del 1864, di cui fu detto: “È forse l’atto più vile ed ingiusto di tutta la storia americana”.
Il titolo del film: “Soldato blu” di Ralph Nelson.
“I cavalieri dalle lunghe ombre” di Walter Hill
Del 1980. Il genere western a cui appartiene questo film lo abbiamo già incontrato (basti pensare a “Cimarron”) in questa mia sintetica rassegna – che, se la trasformerò in un libro, intitolerò “Il mio cinema” – e ancora lo incontreremo poiché è giunto, nella mia collezione, il suo momento.
Ma questa volta il regista ha voluto farci una sorpresa, ossia ha affidato a veri fratelli nella vita reale la parte dei fratelli che compongono la banda.
Così abbiamo che i fratelli, che nella vita reale si chiamano Keach, interpretano nel film la parte dei fratelli Jesse e Frank James; così i 3 fratelli, che nella vita reale si chiamano Carradine, interpretano la parte dei banditi Cole Younger, Jim Younger e Bob Younger. I fratelli Quaid la parte di Ed Miller e Clell Miller. Infine I fratelli Guest interpretano la parte dei banditi Charley Ford e Robert Ford.
Assistiamo a assalti a treni e banche, a cruente sparatorie con morti e feriti.
Il film ha una solida e narrativamente pregevole regia.
Da segnalare, nella parte finale, l’attraversamento a cavallo del fiume tumultuoso da parte dei fratelli James che tornano a casa.
La fine di Jesse, nel 1882, colpito alle spalle da due fuorilegge amici mentre raddrizza un quadro appeso alla parete di casa sua, è quello tramandatoci dalla storia, che ci dà anche il nome di colui, dei due, che l’uccise: Robert Ford. (Pubblicato su Facebook il 24 settembre 2025, ore 0,15 circa).
“Gli implacabili” di Raoul Walsh
Del 1955. Questo film diretto da un maestro del genere western vanta un cast superlativo: Clark Gable, Robert Ryan, Cameron Mitchell e la bella Jane Russell.
È soprattutto la presenza di Clark Gable nelle vesti di un cow-boy fuorilegge che mi spinge a segnalare il film. Deciso e contando sulle sue qualità affinate nella guerra civile come ufficiale dei sudisti, accetta la proposta di trasferire dal Texas al Montana, a scopo di guadagno, una mandria di circa 5 mila capi tra buoi e cavalli. Con lui il fratello interpretato da Cameron Mitchell e il socio interpretato da Robert Ryan.
Jane Russell è la donna di cui Gable è innamorato e anche lei vorrebbe ricambiarlo ma i loro progetti sulla vita insieme non sono gli stessi. Lei fa la civettuola con Ryan per ingelosirlo e tenerlo comunque al guinzaglio.
Durante il trasferimento incontrano vari ostacoli, tra cui una banda di fuorilegge e poi gli indiani Sioux comandati da Nuvola Rossa.
Il film ha scorci panoramici, sin dall’inizio, molto suggestivi. Basti pensare alla prima parte che si svolge in un paesaggio di neve quando il protagonista e la donna s’incontrano per la prima volta. Anche le inquadrature della grossa mandria esercitano un certo fascino, per esempio quando attraversano il fiume, come pure il combattimento contro gli indiani.
Il film ha un lieto fine.
Ryan, nella parte del socio, dirà del personaggio interpretato da Gable: “È il solo uomo che abbia mai rispettato. È ciò che ogni ragazzo sogna di essere quando sarà grande e ciò che ogni vecchio vorrebbe essere stato.”.
“Appaloosa” di Ed Harris
Il regista è anche il protagonista del film, uscito nel 2008, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Brown Parker.
Si chiama Virgil Cole e fa il pistolero “di pace”, insieme con l’inseparabile Everett Hitch, interpretato da Virgo Mortessen, ossia i due sono chiamati ogni volta che c’è la necessità di porre ordine in un paese, in questo caso di nome Appaloosa, dove spadroneggia Randall Bragg, interpretato dal noto attore Jeremy Irons, abile pure lui con la pistola. Farà però una brutta fine.
Fa da cerniera alla trama di ottima fattura, mai banale, l’attrice Renée Zellweger nella parte di Allison French, una donna un po’ equivoca, paurosa, che sta sempre con il più forte, e di cui si innamora Virgil, nonostante tutto.
È un film che non molti conoscono, ma che può stare benissimo a paragone dei migliori del genere.
“Il giorno dei lunghi fucili” di Don Medford
È un film del 1971 con Oliver Reed nella parte del fuorilegge Frank Calder, Gene Hackman, nella parte del marito tradito Brandt Ruger e Candice Bergen nella parte di sua moglie Melissa.
Sono stato indeciso se segnalare o meno questo western, che ha qualche punto debole, ma poi ho deciso di farlo, poiché la caccia che il marito Brandt fa ai rapitori della moglie è qualcosa di speciale per odio e accanimento.
Con alcuni amici, ai quali ha regalato speciali fucili che sparano a lunga distanza, contrariamente a quelli in circolazione, il ricco Brandt decide di andare a caccia, quando apprende che sua moglie si trova nelle mani di una banda di fuorilegge comandata da Frank, il quale ha rapito la donna, maestra del paese, perché gli insegni a leggere
Da questo fatto, per il forte e orgoglioso carattere di Brandt, nasce l’inseguimento e la sfida, la quale si rivelerà per la banda dei fuorilegge molto cruenta.
Nel frattempo Melissa si è innamorata di Frank, e questo amore segnerà la fine tragica della storia.
“Ivanhoe” di Richard Thorpe
Passiamo al genere cavalleresco, di cui scriveremo ancora via via. Lo spunto viene dal romanzo omonimo del grande scozzese Walter Scott, di cui visitai la sontuosa dimora anni fa.
Thorpe è uno specialista e ci sa fare. Il suo, del 1952, poiché ci sono stati due precedenti, è uno dei più suggestivi film ambientati nel medioevo al tempo in cui vigeva l’amor cortese e le rivalità venivano risolte con i tornei, in cui, nonostante i fastosi contorni, si rischiava la morte.
Siamo nel XII secolo e il sassone Ivanhoe, interpretato da Robert Taylor (un attore capace di ricoprire più ruoli, anche western, e di grande fama ai suoi tempi), nelle false vesti di menestrello, è arrivato in Austria in cerca del suo re Riccardo Cuor di Leone fatto prigioniero da Leopoldo d’Austria. Lo trova e si organizza per la sua liberazione, poiché è richiesto un riscatto di 150 mila pezzi d’argento e si deve anche far fronte alle trame del fratello Giovanni che, d’intesa coi normanni, ha intenzione di usurpare il trono.
Il denaro viene trovato, ma intanto si assiste ad un torneo nel quale Ivanohe sfida cinque cavalieri normanni, battendoli ad uno ad uno davanti agli occhi dell’usurpatore. Ivanhoe rimane ferito e le due donne che lo amano sono in apprensione per lui. Si tratta di due attrici molto belle, Joan Fontaine nelle vesti di Lady Rowena, prediletta dal padre di Ivanhoe, Sir Cedric, e Rebecca, interpretata da una giovanissima Elisabeth Taylor, figlia di Isaac di York. Sono questi due giudei che riusciranno a trovare gran parte del denaro per il riscatto.
Il torneo a cui assistiamo è tra i più fascinosi che il cinema ci abbia dato. Ben costruito pure l’assalto dei ribelli sassoni al castello normanno dove Ivanhoe e suo padre, nonché le due donne, sono tenuti prigionieri.
Altri personaggi minori, ma significativi, sono interpretati da volti molto conosciuti nel mondo del cinema.
a quello cavalleresco, di cui scriveremo ancora via via. Lo spunto viene dal romanzo omonimo del grande scozzese Walter Scott, di cui visitai la sontuosa dimora anni fa.
Thorpe è uno specialista e ci sa fare. Il suo, del 1952, poiché ci sono stati due precedenti, è uno dei più suggestivi film ambientati nel medioevo al tempo in cui vigeva l’amor cortese e le rivalità venivano risolte con i tornei, in cui, nonostante i fastosi contorni, si rischiava la morte.
Siamo nel XII secolo e il sassone Ivanhoe, interpretato da Robert Taylor (un attore capace di ricoprire più ruoli, anche western, e di grande fama ai suoi tempi), nelle false vesti di menestrello, è arrivato in Austria in cerca del suo re Riccardo Cuor di Leone fatto prigioniero da Leopoldo d’Austria. Lo trova e si organizza per la sua liberazione, poiché è richiesto un riscatto di 150 mila pezzi d’argento e si deve anche far fronte alle trame del fratello Giovanni che, d’intesa coi normanni, ha intenzione di usurpare il trono.
Il denaro viene trovato, ma intanto si assiste ad un torneo nel quale Ivanohe sfida cinque cavalieri normanni, battendoli ad uno ad uno davanti agli occhi dell’usurpatore. Ivanhoe rimane ferito e le due donne che lo amano sono in apprensione per lui. Si tratta di due attrici molto belle, Joan Fontaine nelle vesti di Lady Rowena, prediletta dal padre di Ivanhoe, Sir Cedric, e Rebecca, interpretata da una giovanissima Elisabeth Taylor, figlia di Isaac di York. Sono questi due giudei che riusciranno a trovare gran parte del denaro per il riscatto.
Il torneo a cui assistiamo è tra i più fascinosi che il cinema ci abbia dato. Ben costruito pure l’assalto dei ribelli sassoni al castello normanno dove Ivanhoe e suo padre, nonché le due donne, sono tenuti prigionieri.
Altri personaggi minori, ma significativi, sono interpretati da volti molto conosciuti nel mondo del cinema.
FILM WESTERN
Da qualche giorno ho cominciato a scrivere brevi note su film del genere western (il mio preferito). Li ho scelti e li sceglierò tra questi che possiedo, badando non solo che siano ben fatti ma che mantengano ancora la magia del genere.
Appaloosa
Balla coi lupi
Bandolero
Berretti verdi
Bravados
Bronco Billy
Buffalo Bill e gli indiani
Carovana d’eroi
Carovana di fuoco
Catlow
Cavalca, vaquero!
Cavalcando col diavolo
Cavalcarono insieme
Chato
Chisum
Cimarron
Corvo Rosso non avrai il mio scalpo
Cowboy
Custer, eroe del West
Django
Doc
Duello al sole
Duello all’ultimo sangue
El Dorado
Far West
Frank & Jesse
Frank & Jesse James
Furia selvaggia (Billy the Kid)
Geronimo
Giubbe Rosse
Gli amanti della città sepolta
Gli avvoltoi
Gli implacabili
Gli spietati
Hombre
I cacciatori dell’oro
I cancelli del cielo
I cavalieri dalle lunghe ombre
I cavalieri del Nord Ovest
I compari
I Cowboys
I due volti della vendetta
I magnifici sette
I professionisti
I quattro del Texas
I quattro figli di Katie Elder
I tre banditi
Il cavaliere della valle solitaria
Il figlio di Kociss
Il fiume rosso
Il fuciliere del deserto
Il giorno dei lunghi fucili
Il giorno della vendetta
Il grande paese
Il grande sentiero
Il grande silenzio
Il Grinta
Il massacro di Fort Apache
Il meraviglioso paese
Il mio nome è nessuno
Il mucchio selvaggio
Il piccolo grande uomo
Il pistolero
Il ritorno del pistolero
Il segno della legge
Il traditore di Alamo
Io sono la legge
Io, grande cacciatore
Jess il bandito
Joe Bass l’implacabile
Johnny Guitar
La ballata di Cable Hogue
La banda dei dieci
La battaglia di Alamo
La carovana dei mormoni
La conquista del West
Là dove scende il fiume
La freccia insanguinata
La mia pistola per Billy
La notte dell’agguato
La pistola sepolta
La più grande avventura
La proposta
La sparatoria
La stella di latta
La storia del generale Custer
La vendetta dei Dalton
La via del West
Le tre sepolture
Lo sperone insanguinato
Lo sperone nudo
Lo straniero della valle oscura
L’ora delle pistole – Vendetta all’O.K. Corrall
L’ultima caccia
L’ultima carovana
L’ultima conquista
L’ultimo apache
L’ultimo colpo in canna
L’ultimo pellerossa
L’uomo che uccise L. Valance
L’uomo dai sette capestri
L’uomo del West
L’uomo di Laramie
McLintock
Mezzogiorno di fuoco
Missouri
Nessuna pietà per Ulzana
Nevada Smith
Non stuzzicate i cowboys che dormono
Ombre rosse
Passaggio di notte
Pat Garrett e Billy Kid
Pat Garrett e Billy Kid
Poker di sangue
Quattro tocchi di campana
Quel maledetto colpo al Rio Grande Express
Quel treno per Yuma
Quien Sabe
Rancho Bravo
Rancho Notorius
Rio Bravo-Un dollaro d’onore
Rio Lobo
Romantico avventuriero
Rullo di tamburi
S. Leone: C’era una volta il West
S. Leone: Giù la testa
S. Leone: Il Buono, il Brutto e il Cattivo (versione restaurata
S. Leone: Per qualche dollaro in più (versione restaurata)
S. Leone: Per un pugno di dollari (versione restaurata)
Scusi, dov’è il West?
Sentieri selvaggi
Sfida all’O.K. Corrall
Sfida infernale
Sfida nella città morta
Sfida nell’Alta Sierra
Sfida oltre il fiume rosso
Shenandoah – La valle dell’onore
Sierra Charriba
Silverado
Soldati a cavallo
Soldato blu
Sole rosso
Stringi i denti e vai!
Tamburi lontani
Tempo di uccidere
Terra di confine
Terra lontana
Texas, adios
Tom Horn
Torna “El Grinta”
Ultima notte a Warlock
Un uomo chiamato cavallo
Un uomo chiamato Shalako
Uomini e cobra
Uomini selvaggi
Uomo bianco, va’ col tuo Dio
Vera Cruz
Welcome to Hard Times
Wild Bill
Winchester 73
Wyatt Earp – La leggenda
“Io sono la legge” di Michael Winner
Del 1971. Qui ci stiamo avvicinando ai vertici del genere western con una capace regia e attori di ottimo livello come Burt Lancaster nella parte dello sceriffo Jered Maddox, Robert Ryan nella parte dello sceriffo Cotton Ryan e Lee Jacob Cobb nella parte del ricco allevatore Vincent Bronson.
Nella cittadina di Bannock, dove lo sceriffo è Jered Maddox (Burt Lancaster) mandriani alle dipendenze di Bronson (Lee Jacob Cobb) si sbronzano e aprono una sparatoria in cui ci scappa il morto. Poi tornano alla fattoria, situata in un’altra cittadina, Sabbath, dove lo sceriffo è Cotton Ryan (Roberto Ryan), compromesso con Bronson a cui è fedele. Maddox arriva a Sabbath con l’intenzione di arrestare i colpevoli e spera di ricevere aiuto da Ryan, che una volta era un veloce pistolero e conosce bene Maddox e la sua dimestichezza con la pistola (“Ogni colpo una vedova”, gli dirà una sua ex amante). Ryan cerca di dissuaderlo dal suo proposito ma senza riuscirci. Maddox si sente investito dalla legge e non accetta vie di mezzo. Inflessibile e di poche parole, vuole far processare i colpevoli. Questi ad uno ad uno, gli tendono vari agguati, ma ci rimettono la pelle. Così Bronson decide di assumere direttamente l’iniziativa e di affrontare, accompagnato dai suoi uomini, Maddox. Si crea l’atmosfera giusta per lo scontro.
Il film si apre a momenti di riflessione sull’importanza della legge (“Non si può giocare con la legge”), sulla lealtà e sulle ferite provocate dalla violenza e dalla corruzione.
“Cowboys” di Mark Rydell
Ci vuole del coraggio per far morire in un film un personaggio interpretato da John Wayne. Quel coraggio l’ha avuto Mark Rydell in questo film del 1972.
Wil Andersen (John Wayne) è un allevatore di bestiame che deve trasferire a distanza la sua mandria di buoi e cavalli e ha bisogno di aiutanti. Quelli che avevano promesso di accompagnarlo si ritirano, poiché è stata scoperta nelle vicinanze una vena d’oro e tutti accorrono là. Così Vil rimane solo, finché qualcuno gli suggerisce di assumere i ragazzi della vicina scuola. Li addestra e partono pieni di entusiasmo. Vil ha modo di apprezzare l’impegno e il valore dei ragazzi. Ma non tutto va liscio. Una banda di fuorilegge si è messa alle sue calcagna per portarsi via la mandria. Si arriva al dunque, e Vil viene ucciso e sepolto dai compagni, i quali non si arrendono e si riprenderanno la mandria portandola a destinazione.
Il regista racconta in modo piano e lineare la storia che ha, proprio nella morte di John Wayne, la sua straordinarietà.
“Un uomo chiamato Cavallo” di Elliot Silverstein
È del 1970. Si svolge in un accampamento di Sioux, così che il regista ne trae l’occasione per mostrarci la vita quotidiana di una tribù indiana. Nell’accampamento vive anche John Morgan (interpretato da Richard Harris) come prigioniero. A poco a poco si abitua alle loro usanze e al nome che gli hanno dato: Shunka Wakan (che significa “cavallo” nella lingua della tribù).
S’innamora della figlia del capo Mano Gialla, Tortora Bianca, e per sposarla deve sostenere alcune prove molto dolorose, tra le quali quella dei ganci trafitti nel petto che dovranno sostenerlo sospeso in aria. Supererà la prova e potrà sposare Tortora Bianca, che lui chiamerà Mia Libertà.
I riti del matrimonio sono suggestivi, come suggestiva è la vita nell’accampamento. Succede però che una tribù nemica, gli Shoshones, irrompe nel campo facendo strage di uomini, donne, vecchi e bambini con lo scopo di impossessarsi dei loro cavalli. Nello scontro muore Tortora Bianca, che era in attesa di un figlio.
Commovente la scena che ci mostra lo strazio della madre, che, secondo l’usanza indiana, rimarrà sola e dovrà mendicare gli aiuti per vivere. Come pure la lunga fila dei superstiti che abbandonano il campo distrutto dagli Shoshones per trasferirsi altrove.
L’uomo chiamato Cavallo li saluterà da una bassa collina, da dove, scortato da alcuni indiani amici, prenderà la via del ritorno in Inghilterra.
Sergio Leone e le sue trilogie
In questo genere è stato un gigante. Ha portato delle novità che ancora appaiono rilucenti, svecchiando un po’ il genere classico. Le sue studiate lentezze, i suoi primi piani calamitano l’attenzione e danno suspence all’attesa. Furono definiti dagli americani ‘spaghetti western’ in senso spregiativo, poiché realizzati da italiani. Ma oggi primeggiano e hanno imposto all’attenzione internazionale il western all’italiana. Coi suoi film, Leone ha reso famosi due attori, uno dei quali già noto, Gian Maria Volonté, e un altro, Clint Eastwood, a suo tempo sconosciuto, che poi è risultato grande non solo nella recitazione, ma anche nella regia, attento ai problemi della società moderna.
Da annotare le immortali colonne sonore di Ennio Moricone.
TRILOGIA DEL DOLLARO
Per un pugno di dollari (1964)
È il primo della celebre “Trilogia del dollaro”, che ha dato fama internazionale a Sergio Leone e al musicista Ennio Moricone.
Siamo in Mexico, nel villaggio di San Miguel. Un giorno arriva un pistolero americano, Joe (Clint Eastwood) con il poncho e un mezzo sigaro in bocca. Si fa subito notare, poiché fa fuori quattro uomini che lo avevano preso in giro. Nel villaggio dominano 2 famiglie, i Rojo, a cui appartiene Ramon (Gian Maria Volonté), e i Baxter. Con uno stratagemma, Joe li indurrà a scontrarsi tra loro e, nel mentre, trafuga l’oro che Ramon aveva sottratto all’esercito messicano in un agguato. Ramon è innamorato di una bella donna, Marisol, sposata con “un povero disgraziato”, al quale Ramon l’ha sottratta.
Questa donna sarà oggetto dell’attenzione di Joe che la libererà e la farà fuggire con la sua famiglia. Saputolo, Ramon gli darà la caccia, finché si arriverà al bellissimo duello finale con Ramon che si crede imbattibile col fucile, e Joe che, armato invece di pistola, lo uccide. (Ramon aveva detto: “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto. È un vecchio proverbio messicano.”.
Per qualche dollaro in più (1965)
Viene subito dopo, e oltre a Clint Eastwood (nella parte de Il Monco, ancora col poncho e il mezzo sigaro in bocca) e Gian Maria Volonté (nella parte di El Indio) troviamo un bravo Lee Van Cleef (nella parte del colonnello Douglas Mortimer). Apparirà anche, componente della banda dell’Indio, un ancora poco conosciuto Klaus Kinski nella parte de Il gobbo. Come nel primo film il doppiatore di Clint Eastwood è Enrico Maria Salerno con la sua bella voce.
Il Monco è chiamato così per il fatto che usa sempre la mano sinistra per ogni azione normale, con il fine di lasciare sempre libera la mano destra per estrarre la pistola. È un cacciatore di taglie, come lo è il colonnello.
Entrambi si trovano ad intraprendere la stessa impresa, ossia la caccia all’Indio, che con la sua banda vuole svaligiare la banca di El Paso, ritenuta una “roccaforte” inespugnabile. Il colpo andrà a buon fine e il denaro, dopo varie peripezie, finirà nelle mani del Monco, che restituirà i soldi alla banca incassandone la ricompensa, come pure incasserà le taglie degli uomini della banda tutti uccisi.
Scopriremo che il colonnello Mortimer ha una ragione in più per dare la caccia all’Indio (che chiamerà “un pazzo drogato”), il quale gli ha violentato la sorella (che poi si è uccisa), della quale porta sempre con sé la foto, incastonata in un orologio con carillon. Lo stesso orologio che possiede l’Indio, che l’ha sottratto proprio alla sorella.
Bello l’inizio che vede un cavaliere procedere lentamente su una vasta landa e si avverte il rumore di qualcuno che si prepara a sparare col fucile, e di lì a poco si sente lo sparo e si vede il l’uomo cadere da cavallo colpito a morte. Come pure è impareggiabile il duello finale tra Mortimer e l’Indio, al quale sarà presenza determinante quella del Monco.
Anche in questo film uno dei maggiori protagonisti è la bella musica di Ennio Moricone.
Il buono, il brutto, il cattivo (1966)
Conclude la “trilogia”. Ritroviamo Clint Eastwood (“il Biondo”, il buono) e Lee van Cleef (“Sentenza”, il cattivo) e un nuovo egregio interprete, Eli Wallach (Tuco Ramírez, il brutto). Leggo su Wikipedia che “Utenti e lettori di siti e riviste specializzati, ma anche importanti cineasti come Quentin Tarantino, lo considerano tra i migliori film western della storia del cinema, nonché una delle migliori pellicole di tutti i tempi.”.
Per me, invece, è difficile scegliere, e semmai darei la palma a “C’era una volta il West”, di cui scriverò più sotto. È vero, però, che questi 2 film rivelano una più completa maturità stilistica del regista.
Comunque la storia si svolge durante la guerra di secessione americana. La trama è complessa (da ciò anche la lunghezza del film: quasi 3 ore), nonostante che la narrazione sia scorrevole. Si cerca una cassa contenente 200.000 dollari che è stato nascosta in un cimitero. Tuco conosce il nome del cimitero e il Biondo conosce il nome della tomba. Sono costretti, dunque, ad essere amici-nemici. Alla ricerca della cassa, vi è anche Sentenza, che non guarda in faccia nessuno e si fa strada cospargendola di morti. Nel finale si avrà un ‘triello’ (duello a tre) spettacolare, nel quale però Sentenza verrà ucciso dal Biondo. Restano lo stesso e Tuco, ma alla fine prevarrà il Biondo che si porterà con sé metà del bottino, lasciando l’altra metà all‘amico-nemico, costretto però a subire una umiliazione. Sullo sfondo assistiamo ad alcune scene della guerra secessionista.
TRILOGIA DEL TEMPO
C’era una volta il West (1968)
Chiusa la “Trilogia del dollaro” si procede di bellezza in bellezza. Si dà inizio alla “Trilogia del tempo”, che proseguirà con Giù la testa (1971) e C’era una volta in America (1984).
Si cambiano anche attori, tra cui troviamo i bravissimi Charles Bronson, Henry Fonda e Jason Robards, e si introduce l’affascinante Claudia Cardinale, che vi ricopre uno dei suoi ruoli più attrattivi, dopo quello di Angelica ne “Il Gattopardo” di Luchino Visconti (1963). La colonna sonora di Ennio Morricone raggiunge vette altissime, e resta indimenticabile. Anche questo film ha la durata di quasi 3 ore.
La scena iniziale è da antologia e andrebbe vista più di una volta per la sua bellezza.
Tre fuorilegge, in una stazione ferroviaria, mandati da Frank, interpretato da Henry Fonda, attendono Armonica (chiamato così perché si annuncia suonando un’armonica), interpretato da Charles Bronson, per ucciderlo. Leone li riprende ad uno ad uno con primi piani esemplari e particolarmente suggestivi come la mosca che infastidisce uno di loro, come la goccia d’acqua che cade sul cappello di un altro, e come il terzo che continua a far schioccare le dita delle mani.
Già queste prime immagini ci dicono della qualità del film.
Armonica arriva e li fa fuori tutti e tre. Fa capire che si aspettava di incontrare Frank e non i suoi scagnozzi.
Ci troviamo nel West, in un paese immaginario, e si sta costruendo una nuova ferrovia, che deve passare da un terreno il cui proprietario, Brett MacBain, non vuole sapere di venderlo alla Compagnia ferroviaria. Immagina di costruirvi una propria stazione in grado di rifornire d’acqua i treni di passaggio e i visitatori della zona, e addirittura una città intorno.
Ma lui e i suoi 3 figli sono uccisi da Frank, al servizio del magnate Morton, interpretato da Gabriele Ferzetti, “storpio” a causa di una tubercolosi ossea, il quale vuole a tutti i costi quel terreno.
Sin dalle prime mosse un altro personaggio di rilievo si presenta sulla scena, è Cheyenne, interpretato da uno straordinario Jason Robards, un bandito che si muove con la sua banda nella zona facendo molte vittime. È scappato mentre lo conducevano in prigione, uccidendo la scorta, e si incontra in un malandato locale con Armonica, e i due a poco a poco, quasi in una competizione, si prenderanno la scena. Armonica cerca la vendetta poiché Frank ha ucciso suo fratello.
È anche il momento in cui entra in scena Jill, interpretata da Claudia Cardinale, ex prostituta, che ha sposato MacBain e dunque ha ereditato la sua proprietà, e il film da lì in poi è illuminato dalla sua bellezza. Cheyenne le dirà: “Tu non immagini quanta gioia mette in corpo a un uomo una donna come te”.
Frank viene mandato da Norton a convincerla, ma Frank lavora per sé e le chiederà inutilmente di sposarlo.
Presto, però, dovrà fare i conti con Armonica, in un duello che gli costerà la vita, e in cui Armonica gli ricorda il proprio fratello che lui ha impiccato. Frank domanderà: Aspettavi me? e Armonica risponde: Da molto tempo.
Un duello ineguagliabile per intelligenza e raffinatezza.
Giù la testa (1971)
Quasi di 3 ore anche questo film. Siamo in Messico, nel 1913, durante la rivoluzione. Juan Miranda, interpretato da Rod Steiger, è a capo di una banda composta da suo padre e dai suoi figli. Si trovano su di una diligenza appena svaligiata quando sentono degli scoppi e tra nuvole di fumo compare in sella a una motocicletta Sean Mallory, un dinamitardo rivoluzionario (interpretato da James Coburn), già combattente dell’I.R.A. in Irlanda. È imbottito di esplosivi e quando Juan minaccia di sparargli, lui l’avverte: “Se io cado si dovranno rifare tutte le mappe”.
Anche in questo film, Leone non sbaglia quello che in letteratura si chiama incipit, e si sa che in letteratura un buon incipit determina già di per sé il valore assicurato di un romanzo. Ciò mi dà l’occasione di ribadire quanto detto e scritto in altre circostanze, ossia che il vero romanzo moderno è rappresentato dal cinema. La narrazione di Leone ne è un esempio grazie alla sua lenta e ponderata trama, senza strafare ma sempre lucida ed esauriente in ogni scena. Quello che io chiamo ‘il respiro del narratore’ è così eclatante in lui che quasi lo si tocca con le mani.
Ma riprendiamo la storia. I due si alleano nella speranza di far quattrini svaligiando una banca. Vi trovano, al posto dei soldi, i prigionieri politici lì rinchiusi dal regime. Sean lo sapeva, e si era servito dell’amico, ingannandolo. Li liberano e divengono degli eroi, mettendosi a disposizione della rivoluzione messicana. Juan non ne ha una buona opinione, poiché è convinto che i poveri resteranno sempre poveri, ma infine ne è preso, anche per non essere da meno di Sean. Pancho Villa e Emiliano Zapata combattono il presidente Francisco Madero, che ha preso il posto del dittatore Porfirio Díaz, ma governa con gli stessi metodi. Ha come alleati i tedeschi. L’attore Romolo Valli è uno dei capi dei rivoluzionari.
La rivoluzione messicana predomina nella parte finale del film.
Ancora protagonista la musica eccellente di Ennio Morricone.
C’era una volta in America (1984)
Si conclude con questo film la “Trilogia del tempo” e la nostra carrellata sui film di Sergio Leone. A fare la parte dell’asso pigliatutto è Robert De Niro nel ruolo di David “Noodles” Aaronson, da giovane interpretato dal bravo Scott Schutzman Tiler. Il film è basato sul romanzo “The Hoods” di Harry Grey (in italiano, Longanesi, 1966: “Mano armata”).
Coi suoi 3 amici, che poi diventano quattro con l’arrivo di Max (interpretato da James Wood) sin dalla gioventù fa parte di una banda di ragazzi che vogliono imporsi nel quartiere. Assisteremo a duelli fra bande. Siamo nel 1933 a New York e vige il proibizionismo. Crescendo diventeranno importanti, temuti e ricchi grazie alla gestione di locali per balli, cerimonie e gioco d’azzardo e del contrabbando di alcolici. Si levano tutte le voglie e conducono una vita immersi nel lusso.
Ma il film inizia quando tutto questo è già accaduto e Noodles ricompare dopo 35 anni (un amico gli domanda: Che hai fatto in tutti questi anni? e lui risponde: Sono andato a letto presto) e si reca a ritirare una valigia chiusa in una cassetta di sicurezza di cui ha la chiave, in cui è stato nascosto un milione di dollari. I suoi compagni sono tutti morti, così lui crede. Ma la valigia contiene solo fogli di giornale. Chi li ha presi? Si mette alla ricerca del ladro. Intanto altri lo cercano lasciando dietro di loro una scia di morti. Mandati da chi?
La durata del film è quasi da record, 220 minuti circa (così è scritto sulla retrocopertina).
Il flashback inizia quando Noodles ricorda Deborah, la bella ragazzina (Jennifer Connelly: Deborah Gelly da bambina), ora divenuta una star (Elizabeth McGovern: Deborah Gelly da adulta), che lui spiava mentre faceva in un magazzino prove di danza, appassionata di teatro.
Sono piccanti, ma rese con pudicizia, le schermaglie d’amore tra Noodles e Deborah ragazzi, (non mancheranno, tuttavia, scene decisamente ardite). In un altro flashback (ne avremo più d’uno durante la narrazione) si apprende che Noodles è stato anche in prigione per aver ucciso, quando era nella banda di ragazzi, un rivale e che alla sua uscita in libertà si è unito ai compagni già affermati nella malavita, dei quali seguiremo alcune gesta.
Il finale ci riserverà una sorpresa e ci svelerà i vari interrogativi e soprattutto chi ha preso quel milione di dollari.
Segnalo il ballo di Deborah e Noodles, adulti, in un salone di ristorante prenotato tutto per loro.
Anche per questo film alcune note della colonna sonora (che contiene anche altri brani famosi) di Morricone sono immortali.
“La storia del generale Custer” di Raoul Walsh
Sulla figura del generale Custer tanto si è detto e tanto si è scritto, commettendo anche errori e forzature.
La sua storia è celebre e soprattutto è iconica la sua morte nello scontro con gli indiani.
Walsh nel 1941 volle farne un film, che ha i suoi pregi e ancora oggi lo si guarda con una certa ammirazione, soprattutto quando Custer (prima del suo ritiro, aveva il grado di Generale), richiamato in servizio col grado di Tenente Colonnello, viene inviato a Fort Abraham Lincoln, nel Dakota del Nord.
Qui vivono gli indiani Sioux, autori di molte scorrerie, con il loro capo Crazy Horse (Cavallo Pazzo) interpretato da un giovane Anthony Quinn.
Questa presenza è da far notare, poiché già nelle sue prime esperienze, a lui sono affidati ruoli di in un certo rilievo. Sappiamo poi la invidiabile carriera fatta da questo attore, bravissimo in tutti i ruoli e determinante spesso per il successo della pellicola.
Herrol Flynn (uno degli attori più celebri di tutti i tempi) recita la parte del generale George Armstrong Custer, all’inizio un po’ spaccone, e infine soltanto temerario. Al suo fianco Olivia de Havilland nella parte di sua moglie Elizabeth Bacon.
Con la celebre battaglia di Little Bighorn tra il 7° cavalleggeri guidati da Custer (che sa di andare incontro alla morte) e gli indiani di Crazy Horse, Walsh, che non risparmia critiche al governo americano di quel tempo, ci regala una narrazione di alta qualità.
“Tom Horn” di William Wiard
Il film, del 1980, ha come personaggio principale il cow boy Tom Horn, interpretato da Steve McQueen, tratto dagli scritti dello stesso Tom Horn, famoso per essere stato un eroe della guerra agli indiani e per aver catturato il loro terribile capo Geronimo. Horn (è una storia vera) viene ingaggiato da un’associazione di allevatori affinché li protegga dai ladri di bestiame, anche uccidendoli, se necessario.
Horn accetta l’incarico e lo sta assolvendo con rigore, ammazzando tutti i ladri che ha trovato sulla sua strada, ma, a questo punto, l’associazione ritiene che stia esagerando con il numero dei morti e combina una trappola per liberarsene. Viene trovato ucciso un ragazzo con le stesse modalità e lo stesso calibro di pallottola usati da Horn, così che viene accusato dell’omicidio. Non ci sarà nulla da fare e anche la sua ragazza, la maestra Glendolene Kimmele (interpretata da Linda Evans) lo lascerà, credendolo colpevole. Sarà impiccato il 20 novembre 1903. Il suo amico John Cathcart Coble rilascerà il 1 marzo 1904 una dichiarazione in cui affermerà di essere convinto, e che questa è la verità, dell’innocenza di Tom.
Steve McQueen recita con la sua solita sobrietà ed è da notare la sua dimessa e sgangherata camminatura, che non somiglia affatto a quella iconica di John Wayne, ma non per questo è meno attrattiva.
“El Dorado” di Howard Hawks
Metti insieme uno specialista, Howard Hawks, John Wayne e Robert Mitchum e che cosa ne può venir fuori se non un ottimo film western, godibile anche oggi. È del 1966. Ricordo che il genere western ci terrà compagnia ancora per un po’.
Cole Thornton, interpretato da John Wayne, è un famoso pistolero e viene chiamato da un potente della zona, Bart Jason, per riuscire ad impossessarsi delle terre di Kevin MacDonald e se, necessario, eliminare Jimmy Harrah (interpretato da Robert Mitchum), sceriffo di El Dorado e una volta amico di Thornton. Giunto sul posto, lo sceriffo gli rivela in che guaio sta per mettersi e cioè che non solo dovrà contendere le terre a MacDonald, ma dovrà anche uccidere lui, che è deciso ad opporsi alle prepotenze di Jason.
Così Thornton va da Jason e gli dice papale papale che rifiuta l’incarico. Sulla via del ritorno, per un malaugurato destino, uccide il figlio di McDonald, il quale è riuscito comunque a sparargli al fianco e il proiettile, non estratto, gli procurerà ogni tanto un intorpidimento alla mano destra. Avrà dei guai per questo.
Cole va dal padre, riportandogli il figlio a dorso di un cavallo. La situazione è destinata a complicarsi, poiché Jason ha assoldato un altro pistolero, Nelse McLeod con la sua banda, e Cole rischia di scontrarsi con lui. Intanto ha conosciuto un ragazzo svelto di coltello, Mississippi, e i due finiscono per associarsi. Ci sarà una sorpresa: Jimmy, lo sceriffo, innamoratosi di una poco di buono, è diventato un ubriacone.
Allo spettatore toccherà vedere come finirà la storia, ma garantisco che ne sarà contento. Le emozioni non mancano dal principio insino alla fine.
“L’uomo dai sette capestri” di John Huston
È del 1972. Ogni tanto a Huston piace assumere le due vesti di regista e di attore, prendendosi una piccola parte. Del resto è bravo anche in questo e il suo personaggio è sempre caratteristico e vivace.
In questo film abbiamo alcuni attori già famosi, Paul Newman, nella parte del giudice Roy Bean, Ava Gardner nella parte dell’avvenente cantante lirica Lillie Langtry (comparirà solo alla fine del film), Anthony Perkins, nella parte del reverendo La Salle e, appunto, John Huston nella parte di Grizzly Adams (dirà che è sempre vissuto tra gli orsi).
Il giudice Roy Bean è in realtà un ex pistolero che si è nominato giudice da sé, con la forza, e si è circondato di compagni coi quali fa il bello e il cattivo tempo nel paese.
Arrivatovi per la prima volta e ricercato con una taglia sul suo capo, entra in un saloon e viene picchiato dagli avventori che, messogli una corda al collo e legatolo ad un cavallo, gli daranno il via, ma riuscirà a scamparla poiché la corda, già logora, si strapperà. Ritornato nel saloon farà fuori gli avventori. In paese giungerà il reverendo La Salle e li seppellirà. Roy Bean si autodichiarerà giudice promettendo di portare l’ordine e la legge nel paese.
Intanto mette su un saloon “con mescita e tavoli da gioco” intestandolo ad una cantante famosa, di cui è ammiratore, Lillie Langtry (“Principi e re bevono champagne dalla sua scarpetta”).
Quando capita in paese una banda di brutti ceffi, li arruola come suoi aiutanti.
È un western insolito carico di ironia e di una velata critica al sistema della legge (si dirà: “La legge è dalla sua parte. Non ho parlato di giustizia.”). L’ironia è talmente forte che perfino duelli e impiccagioni che vi si compiono a iosa ne sono imbevuti.
Il film terminerà, lui morto, con la visita della cantante (una splendente Ava Gardner) al locale di Roy Bean che è diventato un museo e in cui, nel libro dei codici usato da lui per amministrare a suo modo la legge, troverà una sua lettera d’amore in cui si dichiara suo “ardente ammiratore e paladino”.
Una breve scena da segnalare è quella di quando la sua giovane donna Maria Elena (interpretata da Victoria Principal) dà alla luce una bambina e poi muore nelle braccia di Roy, il quale nello stringerla a sé, guarda nella stanza e la invoca: “Maria” come se la cercasse e fosse ancora presente intorno a lui.
“Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah
È uno dei registi più originali e innovativi di Hollywood. Il film è del 1969, tratto da un racconto di Roy N. Sickner, e vede come protagonisti attori di un certo calibro come William Holden nella parte del fuorilegge Pike Bishop, Ernest Borgnine in quella del suo compagno Dutch Engstrom e Robert Ryan nella parte del cacciatore di taglie Deke Thornton.
La banda di Bishop giunge a cavallo in città, tutti i componenti travesti da soldati. Vogliono svaligiare una banca, entrano e racimolano il denaro. Ma ad attenderli in un’imboscata c’è Thornton coi suoi accoliti un po’ scalcinati (li chiamerà “ladri di galline”), assunti dalla banca per proteggersi dai banditi.
All’uscita, ne nasce una furibonda sparatoria con morti da una parte e dall’altra. Il bottino si rivelerà fasullo, sacchi di rondelle di ferro. Si dovrà studiare un altro piano altrove. Si traferiscono in Messico, dove trovano una popolazione impoverita dalla guerra civile con Pancho Villa che si è ribellato alla dittatura di Victoriano Huerta. Intanto anche Thornton è arrivato in Messico a caccia della banda di Bishop per riscuoterne la taglia, il quale si è messo, con la promessa di un mucchio di soldi, a disposizione di Mapache, un generale despota. Devono assalire un treno americano che trasporta armi.
Ci riusciranno e quel carico farà gola a molti.
Peckinpah ci riserverà delle sorprese nel finale.
“I cavalieri del Nord Ovest” di John Ford
Ci troviamo di fronte ad un maestro del genere western, e non solo. In questo film del 1949 Ford esalta le gesta della cavalleria americana nella battaglia contro gli indiani.
È con Ford che la celebre Monument Valley (quella con colline e spuntoni di roccia), che farà da sfondo a molti altri western, qui ha la sua massima celebrazione. Sembra che tutto si svolga sotto i suoi occhi. Quelle rocce, aspre e nude, di un colore rossiccio, assumono il ruolo di veri e propri personaggi.
John Wayne ha il grado di capitano e comanda uno squadrone di cavalleggeri (che ha per mascotte un cane), con il compito, proprio alla vigilia del suo pensionamento, di condurre la moglie e la nipote del comandante del Forte (se la contendono due giovani ufficiali) a destinazione di sicurezza, poiché gli indiani sono sul sentiero di guerra. Tra essi i capi che hanno acquistato gloria e fama con la vittoria sul generale Custer nella battaglia di Little Bighorn, Cavallo Pazzo e Toro Seduto.
Gli avvenimenti narrati sono il seguito di quella celebre battaglia.
Falliranno e dovranno tornare indietro. Ma non è finita: gli indiani si stanno avvicinando al Forte e si preparano a dare battaglia. Questa volta la perderanno.
Ford ha come, al solito, spunti di comicità, e il film ha momenti di solenne esaltazione, forse un po’ eccessiva. Fa parte della trilogia sulla cavalleria statunitense a cui appartengono Il massacro di Fort Apache (1948) e Rio Grande (1950).
“Il grande sentiero” di John Ford
Ford ha scelto Richard Widmark come protagonista di questo film del 1964, lungo più di 2 ore e mezzo e tratto da un racconto di Mari Sandoz. Questi gli attori presenti e i ruoli assegnati: Richard Widmark: cap. Thomas Archer; Carroll Baker: Deborah Wright; James Stewart: Wyatt Earp; Edward G. Robinson: Carl Schurz; Karl Malden: cap. Oscar Wessels.
Come vedete, tutti attori di pregio.
Gli indiani che il capitano Archer deve tenere sotto controllo sono i Cheyenne, insoddisfatti delle condizioni in cui il governo americano li ha costretti a vivere.
Si comincia con l’incontro che il governo ha fissato con una delegazione indiana, lasciata però per ore in attesa sotto il sole cocente. Gli americani non arrivano, così gli indiani si ritirano. I giovani fratelli Aquila Nera e Zanna di Lupo, avvicinati da Archer, esprimono sdegnati il loro pensiero: “Le parole dei bianchi sono false”. Non è una bella situazione. Intanto gli indiani hanno deciso di non mandare i loro bambini alla scuola dei bianchi, tenuta dai quaccheri. Si attendono le conseguenze, che saranno presto manifeste. I cheyenne decidono di abbandonare le terre aride, desertiche, e s’incamminano per fare ritorno alle loro terre d’origine. La maestra bianca andrà con loro. È l’inizio del grande sentiero, che non mancherà di sottoporli a dure fatiche e all’inseguimento dei soldati (“giubbe blu”). Ad un certo punto i cheyenne decidono di fermarsi e di tendere un’imboscata agli inseguitori, lasciando che le loro donne scavino delle trincee. Archer cerca di evitare lo scontro ma il suo superiore arriva con l’artiglieria e fa fuoco su di essi, facendone strage, ma muore nello scontro.
Tra i cheyenne la situazione si complica quando il figlio di Aquila Nera cerca di insidiare la moglie di Zanna di Lupo. Poi arriva il momento della separazione dei due fratelli. Aquila Nera, con alcuni dei fuggiaschi, rinuncia a proseguire il cammino per consegnarsi al più vicino Forte americano, mentre Zanna di Lupo, coi restanti, prosegue la fuga per arrivare alla loro terra d’origine. Assisteremo a sviluppi interessanti.
Il film è degno della fama di Ford, grandioso per qualità della narrazione (con siparietti secondo la maniera del regista) e delle immagini.
“Uomini selvaggi” di Blake Edwards
Il regista è famoso per la serie di film della Pantera rosa che tanto successo ha avuto nel mondo, con l’indimenticabile e inimitabile Peter Sellers. Ma si è cimentato anche nel western con questo film del 1971 avvalendosi di due attori già affermati nel genere: William Holden, nella parte di Ross Bodine, e Karl Malden, nella parte del suo padrone e poi rivale Walter Buckman, grosso allevatore. Ma quest’ultimo morirà anzitempo ucciso da un fuorilegge. Ha incaricato i suoi figli di rintracciare Bodine e il suo amico Frank Post, entrambi suoi dipendenti, poiché hanno rapinato una banca disonorando il suo nome. I due, intanto, con il denaro rubato, 36 mila dollari, vogliono trasferirsi in Messico per condurre una nuova vita.
L’inseguimento dei due fratelli Buckman avrà successo.
Il regista ha saputo costruire il film a poco a poco, con una narrazione lenta, la quale si accende nella parte finale quando i Buckman stanno per raggiungere i fuggiaschi. Le scene della fuga in un paesaggio di neve e le azioni che vi si svolgono sono esaltanti.
“Cavalca vaquero!” John Farrow
È un film del 1953, uno dei primi che hanno contribuito a farmi amare il genere western. Ecco i protagonisti: Robert Taylor, nella parte di Rio, fratellastro e braccio destro di Esqueda; Anthony Quinn, nella parte del terribile bandito José Esqueda e Ava Gardner, nella parte di Daniela Cameron.
La regione tra il Texas e il Messico, nei pressi del fiume Rio Grande, è un teatro d’eccellenza per molti film western. E lo è anche in questo caso.
La bella Daniela giunge nel paese per riunirsi al suo sposo Tom Cameron, il quale le ha parlato di un bel ranch da lui costruito apposta per viverci bene e in santa pace, ma quando vi arrivano, trovano tutto bruciato da un incendio e ucciso il bestiame. Allora, convinto che il colpevole sia Esqueda, indice un’assemblea per indurre i cittadini a riunirsi per combatterlo. Esqueda spadroneggia e tutti lo temono, perfino lo sceriffo. Ad accompagnare Esqueda c’è sempre Rio, che lo asseconda, anche se non è sempre convinto di ciò che sta facendo il fratellastro.
L’assemblea vede pochi partecipanti, poiché è venuto anche Esqueda e temono che ci scappi il morto. Intanto, Cameron ha costruito una nuova casa, simile questa volta ad una fortezza, e Esqueda incarica Rio di distruggerla. Ma questa volta non ci riusciranno, poiché arriverà uno squadrone di cavalleria e metterà in fuga i banditi. Inseguito da Cameron, Rio cade da cavallo e viene da lui catturato. Fanno un patto: Cameron non lo consegnerà alla giustizia se lui lavorerà per suo conto. Rio accetta e Esqueda non la prende bene.
Tra i due ci sarà un definitivo scontro finale.
Rio dirà a Daniela: “La mia vita vale poco per chiunque e niente per me.”
“Il massacro di Fort Apache” di John Ford
Nel genere western, quando si legge il nome di John Ford si è sicuri che ci troveremo di fronte ad un risultato di grande qualità. Il suo nome è ormai una leggenda, come lo è quello di uno dei suoi attori prediletti, John Wayne, che qui recita la parte del capitano Kirby York. Insieme a lui, Henry Fonda, nella parte del suo superiore colonnello Oswald Turner, che porta con sé a Fort Apache la figlia Philadelphia, interpretata da una giovanissima Shirley Temple, subito innamoratasi del tenente Manuel Shannon O’Rourke (l’attore John Agar), figlio del sergente maggiore Michele, interpretato dall’attore Ward Bond. Lui e Victor McLaglen (sergente Festus Mulcahy), sono figure caratteristiche di tanti film western, con la loro possenza fisica e la loro ruvidezza nei comportamenti. Ma sono presenti anche altri, altrettanto caratteristici, come Pedro Armendariz e Hank Worden.
Durante il film avremo modo di ammirare più volte (ma in bianco e nero, come tutto il film) ampie scene della Monument Valley.
Nulla fa presagire la tragedia che colpirà il Forte, e Ford, con maestria e leggerezza, ci intrattiene presentandoci una vita di caserma molto serena, anche se il nuovo colonnello vi sta portando una certa rigidezza, riducendone il chiassoso cameratismo preesistente. Come al solito, Ford ci confeziona dei siparietti comici che, in questo caso, aiutano a tenere lontana l’imminente tragedia. Tutto cambia, infatti, di lì a poco quando gli indiani Apaches, guidati dal grande capo Cochise (anche Kociss), manifestano le loro intenzioni bellicose, non volendo rientrare nella riserva.
Da questo momento in poi, il film assume la sua grandezza di capolavoro, con scene da tenere a memoria.
È il secondo film della trilogia della cavalleria, dopo I cavalieri del Nord Ovest, a cui seguirà Rio Grande.
“La carovana dei mormoni” di John Ford
È ancora John Ford a dirigere nel 1950 uno dei miei film preferiti, che ha interpreti poco noti ma assai bravi: Ben Johnson, nella parte di Tommy, Harry Carey Jr., nella parte di Sandy, Joanne Dru, nella parte di Linda e Ward Bond, nella parte di: George, il capo carovana C’è anche Hank Worden, nella parte di Luke simpatico e svitato fuorilegge primogenito del capobanda zio Shiloh Clegg, interpretato da Charles Kemper.
Guardare un film di Ford e di più che leggere un romanzo eccellente. Ritmo, pause, movimenti e scenografie si susseguono al ritmo di una musica.
Una carovana di mormoni deve raggiungere una terra a loro assegnata a San Juan in California; faranno da apripista ad altri mormoni quando si saranno insediati. Chiedono che a far loro da guida siano due venditori di cavalli (che i mormoni acquisteranno, pagando un soprappiù per il servizio di guida), poiché la strada è irta di ostacoli, e soprattutto c’è il pericolo di incontrare gli indiani. Le guide sono Tommy e Sandy.
Lungo la strada (deserto e rocce) incontrano una compagnia di attori composta da un simpatico e attrattivo capocomico (John Locksley Halle, interpretato da Alan Mowbray) e da 2 ragazze (una delle quali è Linda), il che animerà il viaggio. Ci saranno canti, balli e preghiere. I guai incominciano quando nel loro campo arriva una banda di fuorilegge. Subito dopo, ecco l’incontro con gli indiani Navaho che, inaspettatamente, dichiarano di essere amici dei mormoni e li ospitano nel loro campo, facendo festa.
Ma i banditi si sono aggregati alla carovana e, sotto minaccia, ne hanno preso il comando, ma non sarà per molto tempo.
Ford ci dà un lieto fine con i mormoni che giungono a destinazione.
“La via del West” di Andrew V. McLaglen
È del 1967, tratto dal romanzo Il sentiero del West scritto da A. B. Guthrie Jr.
Abbiamo un ottimo trio di attori: Kirk Douglas, nella parte di William J. Tadlock, Robert Mitchum, nella parte di Dick Summers e Richard Widmark, nella parte di Lije Evans.
Tadlock, ex senatore, si è messo in testa di portare alcune famiglie nell’Oregon, dove vuole costruire una nuova città, di cui ha già disegnato una mappa, percorrendo un lungo tragitto irto di difficoltà. Chiede a Summers di fargli da guida. Dopo qualche incertezza, Summers accetta.
Nella carovana detta “della libertà”, c’è anche Evans, con la bella moglie Rebecca (“Becky”), interpretata da Lola Albright, e col figlio Brownie, il quale è corteggiato da una bella fanciulla sessualmente attraente, Mercy McBee, interpretata dall’esordiente Sally Field, brava nella parte. Diranno i suoi genitori: “Se non maritiamo quella ragazza prima di arrivare nell’Oregon, finirà con lo scappar via col primo bufalo che incontriamo.”. Nascono le prime divergenze tra il capo carovana Tadlock, troppo severo, e Evans (i due hanno in comune un figlio ciascuno che portano con sé), mentre la guida Summers sta a guardare, lasciandoci intendere che da ciò non sortirà nulla di buono. Summers ha problemi con la vista, che peggiora di giorno in giorno.
Succede che della carovana fa parte anche una giovane coppia, la cui moglie non riesce a fare l’amore col marito poiché ha timore della gravidanza, da cui è terrorizzata. Ed ecco che il marito, Johnnie Mack, interpretato da Michael Witney, trova Mercy nei paraggi ed è attratto da quella smorfiosa che lo lascia però a bocca asciutta.
Siamo abituati a film che vedono spostamenti di carovane in cerca di luoghi migliori dove fondare nuove città e anche questo film ne approfitta per regalarci scenari imponenti e molto suggestivi, come l’attraversamento di un fiume, o del deserto, o le feste tra i pionieri, e così via.
Ma il clima di attesa è reso sempre da piccoli episodi che hanno già in sé il seme di una complicazione, le cui conseguenze sono imprevedibili.
Così succede per l’incontro amoroso tra Mercy e Mack, il quale avrà un seguito, ma la sfortuna vorrà che l’uomo uccida un bambino indiano, e dovrà pagarne la colpa con l’impiccagione. Come pure restiamo in attesa allorché Tadlock corteggia la bella moglie di Evans, che, vedremo, manifesterà stima nei suoi confronti e nel suo progetto.
È una storia ricca di contrappunti con i quali si è irretiti grazie all’abilità narrativa del regista.
Anche la parte finale avrà momenti esaltanti allorché la rivalità tra Tadlock e Evans arriverà al suo punto massimo. La calata dei carri e delle bestie lungo un costone di roccia per attraversare un fiume e raggiungere finalmente l’Oregon è memorabile. Tadlock e suo figlio, invece non raggiungeranno la terra agognata.
Una frase che dà un significato alla storia: “Non si ottiene niente con la frusta, né da noi stessi né da nessun altro.”
“Il pistolero” di Don Siegel
Chiedo al lettore di avere tanta pazienza, poiché mi intratterrò ancora a lungo con il genere western, da me tanto amato. Mi sono chiesto se ne vale la pena e mi sono risposto di sì, perché il western parla di uomini e donne che hanno costruito una civiltà, sacrificandosi e affrontando tanti pericoli, e spesso la morte. Le loro azioni, buone o cattive, hanno sempre avuto il sapore di gesta leggendarie. Non scriverò di tutti i film western che possiedo, ma farò una scelta, che comunque richiederà la vostra pazienza, poiché sarà ampia, ma da cui riceverete, sono sicuro, piacere ed emozioni.
Con questo film del 1976, tratto dal romanzo di Glendon Swarthout, registriamo l’addio a uno dei suoi eroi, John Wayne, il quale, già malato di cancro, morirà poco dopo la fine delle riprese, nel 1979. Di lui parleremo ancora, comunque, poiché ci sono film i quali solo l’unione delle capacità del regista e di Wayne li ha resi immortali.
Il film si avvale, oltre che della presenza di John Wayne, nella parte John Bernard “J.B.” Books, vecchio pistolero malato, di Lauren Bacall, nella parte di Bond Rogers e James Stewart, nella parte del dottor E.W. Hostetler.
John (“Jimmy”) si reca a Carson City per farsi visitare dal dott. Hostetler, suo vecchio amico, il quale gli diagnostica un cancro, che gli darà pochi mesi di vita.
Ma Jimmy deve regolare un vecchio conto con un ex bandito e due suoi compari che gli hanno ucciso il fratello Albert, e decide di restare in città prendendo in affitto una camera nella pensione della vedova Bond Rogers, dando un nome falso. Ma il figlio di lei, Gillom Rogers, interpretato da Ron Howard (che diventerà in futuro un famoso regista) scopre la sua vera identità e lo rivela alla madre, la quale vuole scacciare dalla sua pensione il pericoloso pistolero.
Nella cittadina la sua presenza ha creato una grande tensione Ci saranno vari tentativi per farlo fuori; ma il film tende a prepararci a uno strepitoso duello finale.
“Chisum” di Andrew V. McLaglen
È del 1970, ricavato da una storia vera e da un personaggio realmente esistito con quel nome.
Chisum è un grosso allevatore stimato nel paese di Lincoln, nel quale, però si insedia Lawrence Murphy, ricco pure lui e con intenzioni di dominare la zona. Dirà: “Chisum è un uomo che rispetta la legge, invece qui la legge la faccio io.”. Viene assoldata una banda per rubargli il bestiame e magari per farlo fuori, ma Chisum è un osso duro e ha dalla sua anche un altro onesto allevatore, Henry Tunstall, il quale ha a suo servizio un pistolero che diventerà famoso, William Bonney detto Billy the Kid (“Io colpisco dove miro”). Arriva con la sua banda anche l’amico di scorrerie di Billy, Jess Evans, il quale si meraviglia che Billy sia diventato un guardiano di vacche.
Giunge anche la nipote di Chisum, Sally, un po’ vivace e tra lei e Billy nasce una simpatia (ma ci saranno sorprese). Infine ecco Pat Garrett, un famoso pistolero che conosce il passato di Billy.
Ce n’è già abbastanza per aspettarci degli sviluppi quanto meno esplosivi. Arriva perfino un cacciatore di taglie, che diventerà sceriffo, pure lui al servizio di Murphy.
Il regista già mette tutta la materia sulla scacchiera, e ci sarà soltanto da muovere di volta in volta con abilità i vari pezzi, che hanno già una fisionomia ben tracciata, per disegnare una trama sensazionale. L’abilità finora dimostrata da McLaglen, infatti, è un’ottima garanzia per gli esiti finali.
Intanto la storia fa un passo avanti. Per contrastare il dispotismo di Murphy, Chisum e il suo amico Tunstall decidono di aprire pure loro una banca ed uno spaccio, al fine di calmierare i prezzi e rendere sostenibile la vita agli abitanti di Lincoln. Ma non finisce qui. Tunstall viene ucciso dagli uomini di Murphy, e Billy lo vendicherà.
La sparatoria finale tra gli uomini di Billy e quelli dello sceriffo, che si fronteggiano, vedrà irrompere nella strada un’inferocita mandria, sospinta da Chisum e dai suoi uomini, grazie alla quale sarà risolta la contesa. Murphy morirà in seguito ad una cazzottata con Chisum e Billy tornerà a fare il fuorilegge.
“La più grande avventura” di John Ford
Del 1939, basato sull’omonimo romanzo di Walter D. Edmonds.
Prima di entrare nella storia, fatemi fare un omaggio a John Carradine, un volto che ha molte presenze nei film western, anche se in rappresentanza di personaggi minori, ma sempre ben caratterizzati.
Siamo negli anni che precedono la guerra di indipendenza americana, e precisamente nel 1776.
Gilbert (“Gil”) Martin, interpretato da Henry Fonda, e Lana Borst, interpretata da Claudette Colbert, si sposano e decidono di trasferirsi dove lui ha una piccola fattoria, e dove già si è insediata una colonia di tedeschi, coi quali presto si amalgamano, conducendo una vita serena, dopo le molte tribolazioni iniziali, tra le quali l’irruzione in casa, in una giornata di pioggia, del vecchio indiano Falco Blu, amico di Gil. Ogni tanto tutti i coloni si riuniscono nel vicino Forte per esercitarsi a combattere, visto che ci sono forti segnali della imminente guerra d’indipendenza americana e gli inglesi, appoggiati dagli indiani, a cui hanno promesso mari e monti, scorrazzano nella zona.
Tutto bene, dunque, fintanto che non arrivano gli indiani comandati dall’inglese Caldwell (il nostro John Carradine che, nel personaggio che interpreta, porta una benda nera all’occhio destro) e bruciano la loro fattoria. Lana è in attesa di un bambino, ma per mettersi in salvo, lo perde. Lui cercherà di consolarla: “Tu stai bene, solo questo conta adesso.”.
Rimasti senza casa e senza beni chiedono di mettersi al servizio di una ricca vedova, la signora McKlenna, interpretata da Edna May Oliver (anche questo, un volto caratteristico del cinema) e sembra che tutto proceda per il meglio quando di nuovo tutti i coloni sono attaccati dagli indiani. Questa volta sono i coloni ad avere la meglio. “Gliele abbiamo date, ma abbiamo vinto”, dirà Gil ferito a Lana, che lo sta medicando in mezzo a tanti altri feriti. Ma la vittoria ha breve durata, poiché gli attacchi si susseguiranno fino a quando, rinserratesi i coloni nel vicino Forte, Gil non si offrirà di andare a chiedere rinforzi, i quali arriveranno in tempo.
La narrazione di questo film ha la potenza e la coralità di un Tolstoj. Succede spesso con questo grande regista che, non a caso, ha 4 Oscar al suo attivo. Innumerevoli le scene che andrebbero sottolineate. Una per tutte: quando Gil corre a chiedere rinforzi e tre indiani lo inseguono.
“L’uomo del West” di William Wyler
Un altro attore che ha spadroneggiato nel genere western è stato Gary Cooper, con la sua figura alta e dinoccolata e il suo sorriso appena accennato su di un volto scarno e con le fossette sulle gote. Si proiettano raramente i film che lo vedono protagonista.
Questo è del 1940, tratto da un racconto di Stuart N. Lake, e vi gioca il ruolo di un cow boy, Cole Harden, che alla fine diventerà vice sceriffo.
Siamo nell’area in cui il fiume Pecos confluisce nel Rio Grande, così chiamato nel Messico e chiamato invece Rio Bravo nella parte americana.
Harden vi giunge con le mani legate dietro la schiena, poiché è accusato di avere rubato il cavallo su cui è in sella. È portato davanti al proprietario di un saloon, Roy Bean, interpretato da un altro volto caratteristico del cinema, Walter Brennan, che si è autonominato giudice e spadroneggia nel paese (dirà a Harden: “Chi l’ha detto che è un bar, questo è un tribunale”), dove è in atto una guerra tra allevatori, sostenuti dal giudice, e i contadini che vogliono alzare recinti per difendere i loro raccolti. Brennan è bravissimo nella sua parte e per questo meriterà nel 1941 il Premio Oscar per il migliore attore non protagonista. Vedremo altri giovani attori, allora alle prime armi, e poi divenuti famosi.
Harden dichiara di averlo comprato, ma è provato che chi glielo ha venduto lo aveva rubato, poiché il vero proprietario lo riconosce davanti al giudice. Ma Harden non è creduto: si insiste che lui ha rubato il cavallo, nonostante una ragazza, Jane Ellen Mathews, interpretata da Doris Davenport, giunta lì per difendere un abuso perpetrato sui contadini, denuncia l’irregolarità del processo. Tutto inutile. È condannato all’impiccagione. Ma Harden escogita uno stratagemma che rimanda l’esecuzione della sentenza. Promette, infatti, al giudice, che ne è un ammiratore sfegatato, di portargli un ciuffo di capelli della sua attrice preferita, Lily Langtry (è lo stesso nome, Lillie Langtry, di una cantante veramente esistita, interpretata da Ava Gardner nel film del 1972 di John Huston intitolato: “L’uomo dai sette capestri”). Il giudice acconsente. Ma la fortuna vuole che nel saloon capiti proprio l’uomo che gli ha venduto il cavallo, che morirà nello scontro con Harden e il giudice.
Harden andrà a ringraziare la ragazza che lo ha difeso nel corso del processo, la quale riuscirà a convincerlo a restare con lei e a dare una mano nel lavoro dei campi. Ma tra allevatori e contadini permangono i contrasti e ne nascerà un feroce scontro con l’incendio dei raccolti e il duello finale, in un teatro vuoto, tra Harden e il giudice, che Harden porterà poi, morente, davanti all’attrice, giunta in paese per una esibizione, esaudendo così il suo sogno. Reso con spettacolare risultato l’incendio dei campi e il duello nel teatro.
“Rancho notorius” di Fritz Lang
Girato nel 1952 ha tra i suoi protagonisti nientemeno che Marlene Dietrich, nella parte di Altar Keane (Ambra, nel doppiaggio), prima entraineuse e in seguito proprietaria di un ranch, il ‘Mulino d’oro’, che dà rifugio a molti fuorilegge, tra cui Mel Ferrer, nella parte di Frenchy Fairmont, un temuto pistolero. È stato lui a farle vincere tanto denaro da poter acquistare il ranch, ora sono più che amici. Lui le dice: “Sono sempre lunghi i giorni che passo lontano da te.”.
Altar resta tuttavia una donna indipendente e decisa.
È giusto far notare anche la presenza di un attore che ha ricoperto vari ruoli nel western, ossia Arthur Kennedy, che qui interpreta la parte di Vern Haskell, un mandriano alla caccia degli assassini della sua fidanzata, la quale è stata uccisa da due banditi che hanno rapinato il suo negozio.
Fatta amicizia in prigione con il pistolero, è da questi condotto nel ranch di Altar, dove ha preso rifugio, insieme con altri, un bandito che ha sulla guancia sinistra due cicatrici prodotte da graffi. Vern sospetta che sia lui l’assassino, ma ha ancora dei dubbi, poiché Altar porta indosso una spilla che lui aveva regalato alla fidanzata. Potrebbe essere, dunque, anche Frenchy, legato sentimentalmente ad Altar, l’assassino. Lo spettatore sa bene che non è Frenchy, ma i dubbi di Vern riescono ad empatizzarsi con lui, grazie all’abilità narrativa di Lang. Avremo un finale a sorpresa.
“Nessuna pietà per Ulzana” di Robert Aldrich
È un film di valore, di cui non si parla molto. Girato nel 1972, ha come protagonista Burt Lancaster nelle vesti dell’esperto scout McIntosh.
Gli indiani, scontenti del trattamento a loro riservato dal governo americano, imperversano comandati da un feroce e astuto capo apache di nome Ulzana (dirà McIntosh: “Uccidono chiunque vogliono”), interpretato da Joaquín Martínez, e fanno strage di coloni. Significative le immagini dell’assalto alla donna che fugge col calessino sul quale è anche suo figlio, e l’uccisione del colono e del suo cane. L’uomo si era asserragliato nella sua casa che viene bruciata, come viene bruciato lui stesso. Ad una precisa domanda, la guida indiana dirà che gli indiani uccidono perché dell’uomo ucciso si appropriano della sua forza.
Un plotone di cavalleria è inviato dal governo per dar loro la caccia al comando del tenente DeBuin affiancato da McIntosh e dalla guida Ke-Ni-Tay, cognato di Ulzana ma suo nemico.
La caccia a Ulzana è ricca di emozioni, basti pensare che il giovane figlio del capo apache viene ucciso da McIntosh, e Ulzana ora non fugge più ma cerca vendetta.
È un film poderoso, che tiene lo spettatore incollato alle immagini sino alla fine.
“Rio Grande” di John Ford
Ed eccoci di nuovo con il leggendario John Wayne, più vivo che mai in questo film del 1950, che completa la ‘trilogia della cavalleria’. Questo film ha assunto in Italia anche il titolo di “Rio Bravo”, ma “Rio Bravo” è il titolo autentico di un altro western famoso, del 1959 con la regia di Howard Hawks, sempre con John Wayne, e tradotto in italiano col titolo di “Un dollaro d’onore”, di cui scriverò fra poco.
In “Rio Grande”, accanto a John Wayne che interpreta il personaggio del tenente colonnello Kirby Yorke, troviamo Maureen O’Hara, una delle mie attrici preferite, nel ruolo di sua moglie, Mrs. Kathleen Yorke.
Il film è tratto da uno scritto di James Warner Bellah.
Abbiamo a che fare con indiani che si sono ribellati ai dettami del governo americano, e Yorke deve dargli la caccia. Al suo reggimento è assegnato come soldato semplice suo figlio Jefferson, che lui non vede da 15 anni, essendosi separato dalla moglie. Nonostante cerchi di essere severo con lui, il colonnello lo tiene fuori dai pericoli. La caccia agli indiani si ferma quando si arriva al confine con il Messico, segnato dal fiume Rio Grande. Più oltre non può andare. Ma finalmente il generale dà l’ordine di varcare il confine, poiché gli indiani hanno rapito dei bambini e li hanno portati in Messico, rinchiudendoli in una chiesa. È ciò che attendeva con ansia il colonnello, il quale però vuole che suo figlio non faccia parte della spedizione. Incarica il caporale Travis Tyree, interpretato da Ben Johnson, di prendere due uomini con sé per andare in avanscoperta. Tyree sceglie tra questi anche il figlio Jefferson e questa volta il colonnello non si oppone.
La missione avrà successo e quando il colonnello verrà colpito da una freccia indiana, chiederà proprio al figlio di estrargliela.
Da segnalare ancora una volta che in tutta la trilogia una parte importante la svolge col suo possente fascino la Monument Valley.
“Un dollaro d’onore” di Howard Haws
Vanta un eccellente cast con John Wayne nella parte dello sceriffo John Chance, Dean Martin, nella parte del suo vice sceriffo Dude e Angie Dickinson, nella parte della bella Feathers, un’avventuriera.
Uscito nel 1952, ebbe molto successo.
Nathan Burdette, interpretato da John Russell, spadroneggia nella cittadina di Rio Bravo. Chance non ha molte carte da giocare per fermare la sua prepotenza. Il suo vice Dude è diventato un ubriacone a causa di una delusione d’amore e Chance può contare solo (ma sul finale quando lo nominerà vice sceriffo) sul giovane pistolero Colorado “Kid” Ryan, interpretato da Ricky Nelson, giunto in paese al servizio di un allevatore amico di Chance.
In realtà c’è anche un vecchio zoppo, Stumpy, pure lui vice sceriffo, che aiuta a tenere sotto controllo l’ufficio e la prigione. È il bravo e caratteristico attore Walter Brennan che interpetra quella parte.
I guai sorgono subito all’inizio quando il fratello di Burdette, Joe, entra ubriaco nel saloon e uccide un avventore e Chance lo arresta.
Burdette ne esige la liberazione e fa vari tentativi per riuscirvi, schierando i suoi uomini nei pressi della prigione, pronti a sfruttare la minima occasione favorevole.
Uccidono il padrone di Colorado Kid e questi vuole vendicarlo. L’atmosfera si surriscalda. Dune, più volte umiliato per il suo vizio, smette di bere e sta ritornando il veloce e astuto pistolero di un tempo, quando tutti lo temevano.
La regia ci regala due scene rimaste memorabili. La prima è quando Dune ubriaco entra nel saloon ed elemosina da bere e Joe gli getta una moneta nella sputacchiera posta sul pavimento. La seconda è quando Dune, dopo aver ferito uno della banda, entra nel saloon dove lo ha visto rifugiarsi. Gli avventori negano che un uomo sia entrato, ma nel bicchiere pieno di birra che è sul bancone cadono delle gocce di sangue. L’uomo è nascosto, infatti, sopra la scalinata, e Dune lo fa fuori. Chance si complimenta con lui, poiché è tornato quello di un tempo.
Ma in paese arriva ora nientemeno che Nathan Burdette: vuole far visita al fratello chiuso in prigione. Si avverte già l’atmosfera della resa dei conti. Chanche continua a muoversi portando sempre con sé l’inseparabile fucile. La bella avventuriera, intanto, rimessasi sulla buona strada, gli fa la corte, sempre con un suo furbo sorriso, senza però riuscire a scuoterlo, ma si avverte già che Chance è pronto a cederle.
L’ufficio dello sceriffo e la prigione fanno da punto focalizzante della narrazione. È lì che si discute e si prendono le decisioni.
Ormai ci siamo. Per la seconda volta Dune viene catturato e Nathan chiede lo scambio con il fratello. Chance accetta, e lo splendido finale gli darà ragione.
“Ombre rosse” di John Ford
È uno dei classici dei classici, che vede protagonista un praticamente esordiente John Wayne che, dopo Henry Fonda, diventerà l’attore prediletto dal grande regista americano. È tratto da un racconto di Ernest Haycox. In questo film del 1939 Ford già manifesta il suo amore per la Monument Valley la cui visione ci accompagnerà in molte scene suggestive.
Ringo è il nome del personaggio che John Wayne interpreta, un fuorilegge fuggito di prigione per vendicare la morte del padre e del fratello.
Siamo sopra una diligenza a bordo della quale vi sono personaggi tipici come Thomas Mitchel, nella parte del dottore ubriacone Josiah Boone, e Donald Meek, nella parte del rappresentante di liquori Samuel Peacock, della cui valigetta Boone si appropria per attingervi di quando in quando lungo il viaggio. Con loro ci sono altri individui e in particolare la bella ma mal tollerata Dallas, una prostituta, interpretata da Claire Trevor, e un altro personaggio, un giocatore di carte, Hatfield, interpretato dal sempre bravo John Carradine.
La diligenza incontra per strada, con sulle spalle la sua sella, il ricercato Ringo che chiede un passaggio che gli viene concesso. Lo sceriffo, che è a bordo, lo prende in custodia. Fanno alcune soste, nella seconda delle quali l’altra signora a bordo della diligenza partorisce una bambina.
Ma all’improvviso arriva una freccia dentro la diligenza che ferisce Peacock, il rappresentante di liquori, preannuncio degli indiani apache che stanno arrivando comandati da Geronimo (spettacolari le riprese dell’assalto). Hatfiel, il giocatore di carte, che si era preso cura della partoriente, viene invece colpito a morte.
Grazie all’arrivo della cavalleria, la diligenza può raggiungere la destinazione, dove subito si sparge la voce che è arrivato Ringo, e gli assassini (3 fratelli) ricercati da Ringo vengono avvertiti.
È giunto il tempo della vendetta, e Ford ne farà un momento solenne coi 3 fratelli che, usciti dal saloon e messisi per strada, incontreranno (è sera) Ringo, armato di fucile. Si getterà a terra e farà fuoco uccidendoli. Per quanto riguarda Dallas, la prostituta, Ford le riserva un lieto fine.
“Rio Lobo” di Howard Hawks
Il film è del 1970 e si svolge durante la guerra di secessione americana.
Un treno nordista con un carico d’oro è assalito dai confederati che fanno fuggire i nordisti di scorta con uno stratagemma. Alcuni restano feriti tra cui un amico, che perderà la vita, del colonnello Cord McNelly, interpretato da John Wayne, il quale si mette subito alla loro ricerca.
Desidero segnalare la presenza nel film di un attore che ho in simpatia e sempre bravo nella parte, Jack Elam, che qui interpreta il ruolo del vecchio Phillips, di cui scriverò nel corso della narrazione.
Andando in perlustrazione, il colonnello viene catturato dagli stessi assalitori del treno, che vogliono servirsene per oltrepassare le linee nordiste, ma il tentativo fallisce e i sudisti vengono fatti prigionieri. La guerra ha termine e i prigionieri vengono liberati. Il colonnello è convinto che l’assalto del treno sia stato possibile grazie a una spiata e vuole scoprire il colpevole. Fa un patto con il capitano degli assalitori, Pierre Cordora, interpretato da Jorge Rivero, e il suo sergente Tuscarora, interpretato da Christopher Mitchum, che sono rimessi in libertà, affinché gli rivelino il nome dei traditori, che – gli dicono – sono due, uno grosso come il colonnello e uno albino e piccoletto.
Tornato pure lui in borghese il colonnello, riceve un avviso da Tuscarora, il quale lo informa che almeno una delle due spie si trova a Rio Lobo, e forse anche il secondo uomo.
Ma il secondo uomo, il piccoletto, è trovato e ucciso in un saloon fuori da Rio Lobo con uno scontro a fuoco, a cui partecipa dalla parte dell’ex colonnello, anche l’ex capitano sudista, che si accompagnerà a McNelly nella sua personale caccia nella città di Rio Lobo, insieme con una ragazza, Shasta Delaney, interpretata da Jennifer O’Neill, che è stata la causa di quello scontro.
Il traditore è presto trovato. Un uomo spadroneggia a Rio Lobo, e lo sceriffo è a suo servizio. Si è intestardito e vuole acquistare a un prezzo irrisorio un ranch che appartiene al patrigno di Tuscarora, il vecchio Phillips, interpretato da Jack Elam, cui ho accennato più sopra. È l’ex sergente maggiore Ike Gorman, che ora si fa chiamare Ketcham, interpretato da Victor French.
Ketcham però ha in mano un asso da giocare; il suo sceriffo ha fatto arrestare Tuscarora accusandolo di essere un ladro di cavalli. Per liberarlo vuole il ranch desiderato.
McNelly ha un’altra idea, catturare addirittura Ketcham per scambiarlo con Tuscarora. Il suo progetto riesce, ma la sfortuna vuole che Cordora, mandato a chiedere rinforzi, viene preso dagli uomini dello sceriffo e così ora lo scambio dovrà avvenire tra Ketcham e Cordora.
Il film ha una trama molto articolata e piacevole, e vi si vede la mano di un regista capace come Howard Hawks.
“Il Grinta” di Henry Hathaway
Con questa interpretazione John Wayne vinse nel 1970 il suo unico Oscar.
Il film del 1969 è tratto dal romanzo di Charles Portis.
Il leggendario attore vi recita il ruolo di Rooster Cogburn detto “Il Grinta”, uno sceriffo federale ormai anziano che si è fatto la fama di cacciatore spietato di delinquenti e a maggior ragione di assassini. Porta una benda nera sull’occhio sinistro, perduto durante la guerra contro i nordisti. All’inizio assistiamo all’impiccagione di 3 di essi e le immagini ci mostrano come, a quei tempi, l’impiccagione fosse occasione di spettacolo. Qualche ragazzo vi andava perfino per vendere le noccioline!
Una giovane di nome Mattie Ross, interpretata da Kim Darby (molto brava), va a trovarlo affinché dia la caccia all’assassino di suo padre, un allevatore di cavalli, il cui aiutante, in stato di ubriachezza, lo ha ucciso. Il nome dell’assassino è Tom Chaney, interpretato da Jeff Corey.
Il Grinta accetta l’incarico e il compenso in denaro (100 dollari), ma la ragazza pone subito la condizione di andare con lui, che cerca di convincerla ad evitare i rischi che senz’altro ci saranno, poiché il ricercato si è unito ad una banda di fuorilegge comandati da Ned Pepper, interpretato da Robert Duvall, già scontratisi una volta con lo sceriffo buscandone una cicatrice sulla bocca.
Ai due si aggiunge un sergente dei ranger, texano, La Boeuf, interpretato da Glen Campbell, che va a caccia dello stesso uomo. Tentano più volte di sbarazzarsi della ragazza, ma Mattie è ostinata e capace di tenergli testa.
Di solito i film western sono violenti, spesso ci sono scontri sanguinosi e duelli mortali, però sono sempre ricchi di paesaggi meravigliosi. Succede anche qui, lungo il percorso che i tre fanno per raggiungere l’assassino, e quando i paesaggi dominano nella scena, c’è sempre poesia.
Trovano la banda, compreso l’assassino del padre di Mattie. Assistiamo ad uno scontro epico che resta iconico nel suo genere. Lo sceriffo è in sella al suo cavallo, ha davanti a sé i 4 (su 5) banditi superstiti. Non li teme, si mette in bocca le redini e con una mano prende il fucile e con l’altra la pistola e via di corsa incontro a loro, sparando in continuazione ora con l’uno ora con l’altra. Li fa fuori tutti.
Nel rivederlo ho accresciuto la mia quotazione, già alta, su questo film.
“Torna ‘El Grinta’” di Stuart Millar
C’era da aspettarselo che qualcuno, visto il successo de “Il Grinta”, provasse a fare un seguito. Nel 1975 ci si è messo Stuart Miller che, per assicurarsi il successo, che poi è venuto, ha voluto con sé, oltre a John Wayne (nella parte dello sceriffo Rooster Cogburn), la bravissima Katharine Hepburn (nella parte di Eula, figlia di un predicatore nordista, anch’ella fervente devota), la quale farà con John Wayne, quando siedono insieme sul carro rubato, un duetto che è un capolavoro. Il film ha spunti comici di notevole qualità. Ma andiamo con ordine.
Anche qui Cogburn è uno sceriffo spietato. Senza muover ciglio ha fatto fuori tre banditi, e questo suo modo spregiudicato di agire (“eccessivo zelo e esagerata irruenza”) induce il giudice a revocargli il mandato.
Ma sarà per poco, poiché in paese giunge una banda capitanata da un certo Hawk, interpretato da Richard Jordan, la quale assalta un carro che trasporta armi e esplosivi, al fine di servirsene per svaligiare una banca. Il giudice è costretto a richiamare Cogburn, il solo che possa tenere testa alla banda, la quale si ferma, per una sosta, al villaggio di indiani dove opera il missionario nordista e sua figlia, e vi fa un massacro. Uccidono anche il padre di Eula. Poco dopo arriva, solitario, lo sceriffo che, rendendosi conto di ciò che è accaduto; porta con sé la donna (“Quella donna è cocciuta colme un mulo”) e un giovane indiano scampato alla morte, che vengono ospitati da una famiglia amica dello sceriffo. Ma la donna è decisa a seguire Cogburn e lascia subito dopo la casa raggiungendolo insieme con l’indiano. E qui cominciano i simpatici battibecchi tra i due, poiché Cogburn farebbe volentieri a meno della sua compagnia (“Se le donne avranno il voto, che Dio ci protegga”; “Chiunque avesse l’idea di prenderla di petto, avrebbe la peggio”).
Intanto la banda, inseguita dagli indiani, ne fa strage avvalendosi degli esplosivi rubati.
Ma Cogburn, con l’aiuto di Eula e dell’indiano, riesce a recuperare il carro mettendo in fuga la banda. Ora Eula e Il Grinta siedono insieme, a cassetta, sul carro recuperato e danno luogo a quel delizioso duetto a cui ho accennato più sopra. E non finirà lì.
Non c’è un momento il cui il film annoi. Le immagini si alternano tra quelle che riguardano la banda e quelle che riguardano i tre inseguitori. Paesaggi e narrazione scorrono fluidamente. E John Wayne e Katharine Hepburn avrebbero meritato un premio.
Chi ha visto “Amore tra le rovine” di George Cukor, uscito nello stesso anno, il 1975, e apprezzato i duetti che vi si svolgono tra Katharine Hepburn e Laurence Olivier converrà che quelli di questo film gli stanno alla pari.
Tornando al film, la banda di Hawk non desiste; vuole recuperare il carro ad ogni costo, ma non è facile; Cogburn è astuto. Ora ha trasferito il carico su una chiatta e si è messo a percorrere il fiume (belle le immagini, soprattutto quando affrontano le rapide) sperando di cavarsela. Ma anche sul fiume le trappole non mancano.
I colpi di scena si susseguono coinvolgendo lo spettatore che, pur immaginando il lieto fine, non ne sa il modo e resta attratto dalla narrazione.
Il regista, meno famoso di Henry Hathaway (lo ricordiamo: regista de “Il Grinta”) rivela lucidità e controllo.
Quando Eula e Cogburn si lasciano (lei tornerà alla missione) tesse le lodi dello sceriffo con tale foga e con tale sentimento di affetto che lui, mentre lei si allontana, dirà: “Porco mondo, ha avuto ancora lei l’ultima parola”.
“Il fiume rosso” di Howard Hawks
È del 1948, tratto da un racconto di Borden Chase. John Wayne vi assume la parte di un ricco allevatore con il nome di Thomas Dunson, e Montgomery Clift la parte del suo figlioccio, Matt Garth.
Conosciamo la bravura di Wayne nell’interpretare i western, ma questo film ci dà l’occasione di misurare quella di un giovane Montgomery Clift al suo esordio, con la curiosità implicita di vedere come se la cavi alle prime armi un attore che diventerà poi famoso.
Dunson lascia una carovana per andare da solo nel Texas attraversando il fiume Rosso in cerca di fortuna. Mentre si allontana vede del fumo in lontananza proprio dove sta dirigendosi la carovana nella quale è rimasta la fidanzata. È attaccata dagli indiani. Muoiono tutti, compresa lei, poiché Dunson ritrova un braccialetto che le aveva regalato poco prima indosso a un indiano, che uccide in un duello nell’acqua. Con lui a condurre il carro è Nadine Groot, che sarà anche la voce narrante, interpretato dal bravo Walter Brennan. Un ragazzo è fuggito al massacro e Dunson lo prende con sé.
Il tempo passa e Dunson ha realizzato il suo sogno. È diventato un allevatore importante e il ragazzo, Matt Garth, è cresciuto, ed ora è interpretato da Montgomery Clift, svelto di pistola e al quale Dunson ha regalato il braccialetto.
Devono trasferire una mandria di qualche migliaio di capi nel Missouri e Dunson raduna tutti i suoi cow-boy per metterli al corrente dell’impresa e del pericolo degli indiani. Tra essi c’è un bravo pistolero che diventa amico di Matt, Cherry Valance, interpretato da John Ireland, il quale sarà il protagonista un po’ goffo di un film di Roger Corman, “Il mercenario della morte” del 1956.
Durante una sosta di notte, per colpa di un mandriano che fa cadere del pentolame da un carro per prendersi dello zucchero, la mandria spaventata si mette in fuga e l’inseguimento per riportarla all’ordine è spettacolare. Vi perde la vita, però, un giovane mandriano che in quel viaggio aveva riposto il suo sogno di acquistare una terra tutta sua e di regalare un paio di scarpette rosse alla moglie.
Il colpevole viene punito severamente e con ciò si apre nel gruppo una divisione con Dunson e Matt che si trovano su posizioni opposte. La divisione sarà netta quando Dunson vorrà impiccare due mandriani che erano fuggiti. Avrà la meglio Matt, meno severo.
Sarà lui a condurre la mandria d’ora in poi, non più nel Missouri ma in una località più vicina, Abilene. Dunson, lasciato solo, la seguirà per cercare la sua vendetta (“Ti troverò dove sarai dovesse cascare il mondo e ti ammazzerò”). Entrerà in scena anche una donna, innamoratasi di Matt, Tess Millay, interpretata da Joanne Dru, la quale avrà un ruolo importante nella riconciliazione tra i due.
“Nevada Smith” di Henry Hathaway
Del 1966. Abbiamo a che fare con un attore eclettico morto troppo presto, nel 1980, a 50 anni: Steve McQueen, nella parte di Nevada Smith, e con un altro attore presente in molti film western, Karl Malden, nel ruolo del fuorilegge Tom Fitch.
Succede che a Nevada Smith (si farà chiamare così, ma il suo vero nome è Max Sand: “Io sono un bianco a metà”, è figlio di un’indiana), tre fuorilegge (tra cui l’attore Arthur Kennedy), comandati da Tom Fitch fanno irruzione a casa sua e uccidono i suoi genitori.
Max arriva troppo tardi, solo per constatare il massacro (“Non sembrano più neanche esseri umani”). È un contadino e non sa sparare come si deve, ma in lui cova il desiderio della vendetta. Ha visto in faccia i 3 assassini e vuole ucciderli. Così ne va a caccia, dopo aver bruciato la sua casa con dentro i corpi straziati dei suoi genitori, la madre un’indiana kiowa. Ha un cavallo, un fucile e 8 dollari con sé. Inesperto, presto gli rubano cavallo e fucile. Appiedato, incontra un venditore di armi, Jonas Cord (interpretato da Brian Keith) che gli insegna a sparare con la pistola e a essere un po’ più furbo (“Trovarli sarà una cosa e ucciderli un’altra”).
La narrazione, molto quieta e coi tempi giusti, è affascinante.
Ad Abilene, una cittadina che ricorre nei western, trova lavoro come mandriano e proprio lì, in un saloon, incontra il primo degli assassini e lo fa fuori. Il duello ai coltelli è superbamente reso. Ancora più avvincente la caccia al secondo, che si trova rinchiuso in una prigione della Louisiana, situata in mezzo alla palude. Max escogita un modo per farsi arrestare e rinchiudere proprio lì. Individua l’assassino e finge si escogitare una fuga, aiutati da una lavorante delle vicine risaie, Pilar, una creola, che li aiuta a procurarsi una barca per attraversare la palude. Morirà, morsa da un serpente. Nel corso di questo trasferimento (suggestive le immagini), Max uccide il secondo fuorilegge. Più difficile per il terzo, Tom Fitche, accorto e sospettoso. Entra, perciò, nella sua banda in incognito, col falso nome di Nevada Smith. Tom sa già che i suoi due ex compagni sono stati uccisi da un certo Max, e quando sente pronunciare da qualcuno il suo nome, si mette in sospetto e in guardia. Arriva a convincersi, per una fortunata circostanza, che Max sia nella sua banda, ma non sa riconoscerlo. La sua attenzione si fa spasmodica.
Il regista sa approfittare di questa situazione e l’alimenta con la suspence. È una delle migliori cacce all’uomo realizzate dal cinema.
Ovviamente Max completerà la sua vendetta.
“Mezzogiorno di fuoco” diretto da Fred Zinnemann
Del 1952. Anche in questo caso siamo all’eccellenza dell’eccellenza, soprattutto per la sobrietà del film che si traduce in luminosa bellezza, ed è certamente l’interpretazione più ricordata ed anche autorevole di quel grande attore che fu Gary Cooper, che qui interpreta la parte dello sceriffo Willy Kane. A stargli a fianco c’è nientemeno che Grace Kelly nella parte della moglie quacchera Amy Fowler Kane. Il film vede anche la presenza di colui che diverrà famoso nei film western di Sergio Leone, ossia Lee Van Cleef, nella parte di Jack Colby.
Tre fuorilegge, tra cui il fratello Ben Miller, interpretato da Sheb Wooley, attendono alla stazione di Hadleyville, nel territorio del Nuovo Messico, il loro capo Frank Miller, interpretato da Ian MacDonald, uscito di prigione, che arriva col treno di mezzogiorno (certamente Sergio Leone questa scena l’ha avuta presente quando girava il film del 1969 “C’era una volta il west”).
È questo pericoloso arrivo che convince lo sceriffo Kane, che, sposatosi, ha riconsegnato la stella di sceriffo e si appresta a lasciare la cittadina, a rimandare le sue dimissioni per affrontare il fuorilegge nell’interesse dei cittadini. La moglie quacchera non è d’accordo poiché contraria all’uso delle armi, ma Kane insiste: “Io devo rimanere”. Amy, dopo una prima incertezza, non lo lascerà solo ed anzi risulterà importante nello scontro finale.
Kane chiede aiuto ai cittadini, ma nessuno è disposto a rischiare la vita, nemmeno il suo vice.
C’è un’altra persona che teme l’arrivo di Frank, è Helen Ramirez, interpretata da Katy Jurado, una messicana proprietaria di un saloon. È stata la donna di Frank, e anche dello sceriffo prima che questi conoscesse Amy, l’attuale moglie. Teme l’ira di Frank per non essergli stata fedele.
Il film si dipana intorno all’ora che precede l’arrivo di Frank, ossia tra circa le 11 e mezzogiorno. Paura e attesa dello scontro la fanno da padrone. Il tutto è diretto magistralmente dalla regia che scandisce il passare del tempo. Ogni tanto l’inquadratura ritorna ai tre fuorilegge che attendono l’arrivo del treno. La solitudine di Kane si taglia col coltello.
Ma siamo arrivati al dunque. Frank Miller e i suoi sono, infatti, arrivati in città. È passato da poco mezzogiorno, l’atmosfera si fa ancora più incandescente. La gente ha paura e si rintana in casa o nella bottega, spiando la strada. Miller e i suoi avanzano cauti ma spavaldi e sicuri, poiché sono in numero superiore. Sanno che Kane è solo e Frank sente vicina e sicura la sua vendetta nei confronti di Kane, che fu determinante nel catturarlo e nel mandarlo in galera. Dunque, sono 4 contro 1.
La strada è deserta, di qua Kane (ha dovuto perfino sostenere poco prima una cazzottata col suo vice che voleva mandarlo via) il quale avanza solitario, di là i quattro che ancora non lo vedono ma gli vanno incontro. Tutto è avvolto nel silenzio, quando un rumore causato dalla sbruffoneria di uno dei quattro (fracassa una vetrina per impossessarsi di un cappellino da donna) mette in allarme Kane, che ora si muove con circospezione. Infine si vedono e inizia la sparatoria. Kane ce la farà, con l’aiuto della moglie che appena sentito il primo sparo scende dal treno e corre in suo soccorso. Ucciderà un fuorilegge e sarà determinante nella morte di Frank.
La gente ora si riversa nella strada, vorrebbe congratularsi con Kane, ma lui si toglie la stella di sceriffo e la getta a terra, disgustato. Poi sale sul calesse con la moglie e lascia il paese.
La ballata “High Noon” di Dimitri Tiomkin con testo di Ned Washington cantata da Tex Ritter, che apre e chiude la storia, è diventata un classico, conosciuta quanto e forse più del film.
“I magnifici sette” diretto da John Sturges
Il film, del 1960, ha una carrellata di ottimi attori. Eccoli: Yul Brynner (Chris Adams), Eli Wallach (Calvera), Steve McQueen (Vin Tanner), Charles Bronson (Bernardo O’Reilly), Robert Vaughn (Lee), Brad Dexter (Harry Luck), James Coburn (Britt).
Anche la colonna sonora di Elmer Bernstein è diventata celebre come il film, il quale è ispirato al capolavoro di Akira Kurosawa, “I sette samurai”, del 1954, come dichiarato nei titoli d’avvio. Il successo del film spingerà altri registi a produrre 3 sequel.
Un misero villaggio messicano è vessato da un bandito, Calvera, che con la sua banda viene nella stagione dei raccolti per portarseli via, lasciando a quella povera gente quasi nulla. La rapina va avanti da anni, finché il villaggio si ribella e manda alcuni a cercare qualcuno che d’ora in avanti li protegga. Incontrano Chris Adams, un pistolero, il quale li consiglia, anziché comprare armi, di assoldare alcuni pistoleri. Sarà lui a trovarli. Accettano.
Sono venuti a conoscenza del valore di Yul Brynner (“Chris”) e di Steve McQueen (“Vin”) poiché i due si offrono di guidare un carro funebre con sopra un indiano morto nel locale cimitero, dove sono accolti solo i bianchi. Gli uomini che si oppongono alla sepoltura desistono per paura.
Presto Chris riesce a trovare i pistoleri, tutti d’accordo di aiutare i contadini nonostante il compenso sia misero.
Simpaticamente e in qualche caso spettacolarmente è resa la scelta dei sette pistoleri, come quando accolgono Harry Luck, che immagina che sotto sotto ci sia la caccia a una miniera d’oro, e quando tocca all’uomo dal coltello veloce, Britt. Dirà Chris di lui: “Con pistola e coltello nessuno può batterlo”.
Completata la scelta tornano al villaggio, dove trovano soltanto uomini. Hanno nascosto le donne per paura di stupri.
Non resta che attendere Calvera e la sua banda; intanto insegnano ai contadini a sparare, e preparano le difese. Le donne, scoperte, tornano al villaggio e alle loro occupazioni.
Calvera arriva. Vede i pistoleri e capisce. “Noi vendiamo piombo” gli dice Vin. Non si aspettavano una tale accoglienza e perdono il primo scontro.
In queste fasi già appare la morale del film: per difendersi dai soprusi, bisogna imparare a difendersi: “E pensare che ci hanno derubato per tanti anni”.
Ritorneranno?
Sarà così e Calvera e la sua banda, proprio quando sembravano vincenti, avranno ancora una volta, e definitivamente, la peggio, e Calverà morirà. Il più giovane dei pistoleri, Chico, interpretato da Horst Buchholz, nel lasciare il villaggio con gli altri, avrà un ripensamento: si è innamorato di una di loro e tornerà indietro per restare con lei.
Bello il rapporto che si instaura tra Bernardo (Charles Bronson) e 3 bambini del villaggio.
Quando tutto sarà finito il vecchio capo dirà a Chris e ai pistoleri superstiti, che stanno per congedarsi, che in realtà sono i contadini che hanno vinto, poiché i contadini sono la terra e che i pistoleri sono stati come un forte vento che “libera il grano dalle locuste”.
“Sfida infernale” diretto da John Ford
Il suo titolo originale è “My Darling Clementine”, ossia, nello svolgimento del film, la colonna sonora rappresentata dalla canzone omonima, divenuta celeberrima, forse quanto “Lili Marleen”.
Il film, tratto da un romanzo di Stuart N. Lake, è del 1946. Gli attori principali sono Heny Fonda, nella parte del celebre sceriffo Wyatt Earp e Victor Mature, nella parte di Doc Holliday, personaggi realmente esistiti. Clementina Carter, fidanzata di Doc e di cui si innamora Earp, è interpretata da Cathy Downs e, dulcis in fundo, Linda Darnell, nella parte di Chihuahua, la ragazza di Doc.
Lo scontro, con cui si concluderà il film, è veramente avvenuto nel 1881 nei pressi di Tombstone, in Arizona.
Earp è stato sceriffo nella cittadina di Doge City, temuto e stimato; ora fa l’allevatore con i fratelli Morgan, Virgil e James. Stanno trasportando la loro mandria in California.
Incontrano un allevatore prepotente, Clanton, interpretato da Walter Brennan, con uno dei suoi quattro figli, il quale si propone di comprare l’intera mandria, ma il prezzo è troppo basso e Earp rifiuta.
Tre dei quattro fratelli Earp si recano a Tombstone per svagarsi e farsi un po’ di pulizie, lasciando a guardia del bestiame il fratello minore James. Nel saloon c’è un indiano ubriaco che si è messo a sparare su ogni cosa che gli capiti a tiro. Lo sceriffo e il vice sceriffo si rifiutano di arrestarlo, spaventati dalla sua furia, e danno le dimissioni. Earp sta facendosi la barba quando è disturbato dalla sparatoria dell’indiano; esce fuori e constata che nessuno vuole affrontarlo, e allora lo fa lui, trascinandolo fuori per le gambe. Vogliono ringraziarlo e quando Earp dice il suo nome, restano stupiti, conoscendo la sua fama, e gli propongono di accettare l’incarico di sceriffo. Earp rifiuta, ma quando, tornato coi fratelli alla mandria, trova ucciso James e il bestiame rubato, torna in città e accetta l’incarico.
Sa già che deve vedersela con i Clanton, che spadroneggiano con la violenza e che sicuramente sono responsabili di quanto gli è successo.
Il film prende qui l’abbrivio dando già un anticipo delle emozioni che incontreremo.
Stupenda l’immagine della tomba di James con lo sfondo della Monument Valley.
Facciamo ora la conoscenza di John Holliday, ossia di Doc, come è chiamato. Viene da Boston, è un chirurgo, ma è diventato violento e ubriacone. Tutta la città lo teme. Sa usare la pistola, e sa farsi obbedire. È malato di tubercolosi, e sempre più di frequente è colpito da attacchi di tosse.
La sua nuova ragazza è Chihuahua, una cantante del saloon, ma ecco che a trovarlo, dopo averlo cercato ovunque, è la fidanzata Clementina. Doc le spiega che non è più quello di una volta e che deve dimenticarlo e abbandonare il paese. L’arrivo di Clementina ha irritato Doc, tanto che i suoi rapporti con Chihuahua sono diventati tesi: “Non mi seccare e miagolale a qualcun altro le tue canzoni appiccicose”. Ma più tardi le prometterà di sposarla.
Come sua abitudine, Ford ci fa assistere a siparietti divertenti, sicché il film per qualche momento ci fa dimenticare la tragedia imminente. Infatti, Chihuahua porta al collo un medaglione che era appartenuto al fratello di Earp, James, nel corso della ruberia al bestiame. Interrogata, dice di averlo avuto da Doc, ma messa alle strette confesserà che a darglielo è stato Billy, uno dei figli del vecchio Clanton.
Accadranno altri fatti spiacevoli ed emozionanti, finché si arriverà allo scontro finale presso il recinto dei cavalli chiamato O.K. Corral.
“Sfida all’O.K. Corral” di John Sturges
È uno dei sequel, il più famoso ed anche il più riuscito. Anno 1957. Attori: Burt Lancaster, nella parte dello sceriffo Wyatt Earp e Kirk Douglas, nella parte di Doc Holliday. Come si vede 2 giganti.
Rispetto al film di Ford, questo è a colori.
La storia si somiglia, ma è giusto segnalare la mano diversa di Sturges, che deve aver avuto del coraggio per impegnarsi in questa realizzazione, il cui paragone sarebbe stato con quello già definito uno dei capolavori di John Ford. Sturges ce la fa, e riesce a ricavare dalla celebre storia (che accadde veramente nel 1881) un film di alta qualità, a cominciare dalla colonna sonora rappresentata dalla canzone omonima di Ned Washington e Dimitri Tiomkin, cantata da Frank Laine. Nel 1967, il regista ci proverà di nuovo con “L’ora delle pistole – Vendetta all’OK Corral”.
Il film, nonostante la conclusione e qualche punto di contatto, ha una trama diversa.
Arrivano in paese 3 ceffi che cercano Doc, il quale ha ucciso il fratello di uno di loro (interpretato da Lee Van Cleef). Doc è in camera sua, mezzo ubriaco, sta litigando con la sua donna, Kate Fisher, interpretata da Jo Van Fleet. Gli dicono che al saloon lo stanno cercando; lei lo supplica di non andare. Intanto, in paese giunge anche Wyatt Earp, che va alla ricerca del fuorilegge Johnny Ringo, interpretato da John Ireland, che appartiene alla banda di Shanghai Pierce, interpretato da Ted de Corsia, e poi di Ike Clanton, interpretato da Lyle Bettger.
Doc entra nel saloon e fa fuori chi lo stava cercando.
Ci si trasferisce ora a Doge City dove Earp esercita il suo ufficio di sceriffo, e vi capita pure Doc. Mentre è lì, giunge in diligenza anche un’avvenente giocatrice, Laura Denbow, interpretata da Rhonda Fleming.
Earp vorrebbe arrestarla, ma poi ci rinuncia. Peraltro è una donna affascinante, e presto se ne innamorerà.
Invece Kate, la donna di Doc, approfittando di una sua lunga assenza, si è messa con Ringo. Venuto a saperlo, Doc la va a cercare sperando di trovarli insieme.
Così è infatti, e Ringo lo sfida, ma Doc rifiuta di reagire, poiché ha promesso a Earp, di non creare problemi a Doge City.
Ma ecco che irrompe nella cittadina Shangai Pierce con la sua banda; iniziano a sparare terrorizzando la gente. A fianco di Shangai c’è Ringo.
Poi entrano nel saloon a fracassare ogni cosa e a fare chiasso. Sopraggiunge Earp che, spalleggiato da Doc, li costringe alla resa. C’è uno scontro tra Doc e Ringo, e Ringo resta ferito al braccio destro. Gli dirà Doc: “Ringrazia Iddio che stasera mi sento caritatevole.”.
Earp vuole sposare Laura, la giocatrice, e ha intenzione di rinunciare all’incarico, come lei desidera, allorché arriva un telegramma del fratello Virgin, sceriffo a Tombstone, in cui gli chiede di recarsi da lui, poiché ha bisogno di aiuto.
A Tombstone spadroneggia la banda del vecchio Ike Clanton. Laura non vuole lasciarlo andare, Ma Earp le dice che Virgil è suo fratello e non può tirarsi indietro. Così parte; lo raggiungerà Doc, ormai diventato suo amico. Raggiunto Virgil, vi trova anche gli altri fratelli, James e Morgan, che gli affidano il compito di dirigere le azioni contro Clanton, il quale vuole attraversare il paese con la sua mandria (frutto di ruberie) e cerca, inutilmente, di corrompere Earp con del denaro. Al servizio di Clanton è ora Ringo e Earp lo sbeffeggia dicendogli che lo trova schierato sempre col padrone di turno. Sono le prime scintille. Ringo sarà ucciso da Doc, il quale dirà a Earp: “Ringo lascialo a me.”.
Per il resto è storia conosciuta, resa magistralmente da Sturges.
Resta difficile scegliere tra Ford e Sturges. Entrambi sono stati capaci di realizzare due capolavori.
“Hombre” di Martin Ritt
Del 1967, tratto da un racconto di Elmore Leonard.
Questi gli attori: Paul Newman (John Russell), Fredric March (Alexander Favor), Richard Boone (Cicero Grimes), Diane Cilento (Jessie Brown), Cameron Mitchell (Frank Braden) e Barbara Rush (Audra Favor).
Adottato dagli indiani e divenuto adulto tra loro, John Russell (“Hombre”, abbraccerà sempre il fucile alla maniera indiana) eredita una locanda con 10 camere gestita da Jessie Brown, una bella donna che sa badare a se stessa.
John non ha intenzione di trattenersi ed ha già venduto la locanda prima che arrivasse. Ora entrambi sono seduti alla stazione di posta in attesa della prima diligenza per lasciare il paese, quando entra un omaccione dall’espressione feroce e risoluta, Cicero Grimes, interpretato da Richard Boone. Nonostante che i posti siano già al completo, vuole pure lui salire sulla diligenza e costringe un soldato a cedergli il biglietto.
Quando la corriera inizia il viaggio, si avverte subito che ne vedremo delle belle.
Martin Ritt è un regista esperto, tutte le inquadrature che accompagnano il viaggio portano il segno di un evento che dovrà accadere.
Ci sono alcune scaramucce tra i passeggeri, soprattutto durante le soste: la moglie del responsabile della riserva indiana, Audra Favor, interpretata da Barbara Rush, sta sulle sue, è spocchiosa, esige dal marito che faccia trasferire John a cassetta, riuscendoci; una giovane sposa irrequieta ronza attorno all’omaccione, dichiarandogli la sua ammirazione. Invece tra John e Jessie s’instaura un’amicizia, anche se ancora pungente.
Intanto, dei sospetti di pericolo hanno indotto il postiglione Mendez, interpretato da Martin Balsam, e il responsabile della riserva indiana, Favor, interpretato da Fredric March, a cambiare strada.
I sospetti si avverano comunque, anche sul nuovo percorso, poiché incontrano i banditi e scoprono che l’omaccione Cicero ne è il capo. Derubati i passeggeri, si allontano, ma John ne fa fuori due, rimasti indietro, uno dei quali ha il bottino, di cui si appropria.
Ora i passeggeri si affidano a lui, certi che Cicero tornerà indietro a recuperare i soldi. Si avvalgono della sua esperienza indiana e della sua sagacia. Si appostano tra le rocce circostanti.
I banditi arrivano, e promettono di rilasciare la prigioniera contro la restituzione del denaro e un po’ d’acqua. Hombre rifiuta decisamente, anche di fronte alla minaccia di uccidere la donna. Jessie gli dirà “Lei non è stanco, lei non ha fame, lei non ha sete, ma è di carne?”; “Più o meno” risponde lui.
I banditi legano la prigioniera sotto il sole, muore di sete e si lamenta. I suoi lamenti sono laceranti e percuotono le coscienze (“Dio non esiste”), soprattutto di Jessie che vorrebbe render loro il denaro.
Sono ormai vicine le fasi finali dello scontro, che sorprenderà. Dirà Cicero a Hombre: “Amico, riconosco che hai un bel fegato a venir giù a questo modo.”.
“Quel treno per Yuma” di Delmer Daves
In questo film del 1957, tratto dall’omonimo racconto di Elmore Leonard, la fanno da padroni Glen Ford, nella parte del fuorilegge Ben Wade, e Van Heflin, nella parte di Dan Evans, il quale, allevatore, ma che sa anche usar bene il fucile, contribuisce alla cattura di Wade e accetta, in compenso di 200 dollari, di far salire il bandito sul treno per Yuma delle 3 e 10, affinché sia rinchiuso in prigione.
È una storia semplice, ma ben condotta con la giusta suspence. I componenti della banda di Wade fanno di tutto per liberarlo, ma succede che Wade, venuto a conoscere la famiglia di Evans, comincia a nutrire simpatia e ammirazione per il suo coraggio e la sua determinazione.
Ma seguiamo il regista passo passo.
Wade e la sua banda assaltano la diligenza impossessandosi dell’oro. Dan Evans coi 2 figli dalla vicina collina vede tutto. Anche Wade li scorge, non li uccide ma si prende i cavalli, lasciandoli appiedati.
Evans nuota in cattive acque, ha poco bestiame, c’è siccità, e fatica a mandare avanti la famiglia.
I banditi, intanto, si fermano in paese, entrano nel saloon dove li serve una bella ragazza, Emmy, interpretata da Felicia Farr. Wade gli fa la corte e manda via i suoi uomini, perché raggiungano il Messico.
Lo sceriffo è partito di gran carriera per dare la caccia ai fuorilegge, ma viene a sapere che uno di essi è rimasto in paese, si trova nel saloon. Potrebbe essere addirittura Wade. Chiedono a Evans, che si trova lì, se vuole unirsi a loro, e lui accetta.
Riescono a prendere Wade, ma sanno di non poterlo tenere in paese, poiché la sua banda verrebbe a liberarlo. Devono trasferirlo in un carcere più sicuro. Evans era venuto per chiedere allo sceriffo un prestito di 200 dollari, e lo sceriffo glieli ha rifiutati. Ma per trasportare Wade a Contention Ciy per farlo salire sul treno per Yuma, che parte alle 3 e 10, danno una ricompensa proprio di 200 dollari, e Evans accetta.
Da questo momento cominciano le acrobazie e le tribolazioni di Evans per riuscire nell’impresa. Dovrà perfino portare Wade a casa sua per una breve sosta, onde ingannare la banda che lo sta cercando. E resistere alle lusinghe di Wade che tenta di corromperlo, offrendogli molto denaro.
Sarà l’amore che Alice Evans, interpretata da Leora Dana, nutre per il marito che darà il lieto fine alla storia.
“La conquista del West” di John Ford, George Marshall e Henry Hathaway
Tre registi hanno messo mano a questo lungo e bel film, del 1962: John Ford, George Marshall e Henry Hathaway.
Luccica di bellezza.
Come luccicano di bellezza e di bravura gli attori e le attrici scelti. Gli attori: Henry Fonda, nella parte di Jethro Stuart, Gregory Peck, nella parte di Cleve Van Valen, James Stewart, nella parte di Linus Rawlings, John Wayne, nella parte di William T. Sherman, Richard Widmark, nella parte di Mike King, Eli Wallach, nella parte di Charlie Gant, Karl Malden, nella parte di Zebulon Prescott, Walter Brennan, nella parte di Jeb Hawkins, George Peppard, nella parte di Zeb Rawlings, Lee J. Cobb, nella parte di Lou Ramsey, Robert Preston, nella parte di Roger Morgan.
Le attrici: Carroll Baker, nella parte di Eve Prescott Rawlings, Carolyn Jones, nella parte di Julie Rawlings, Debbie Reynolds, nella parte di Lilith (“Lily”) Prescott e Brigid Bazlen, nella parte di Dora Hawkins.
Il film si svolge a episodi con sbalzi di tempo, nei quali appaiono quando l’uno quando l’altro degli attori sunnominati.
Arduo farne un riassunto che, comunque, a prescindere dalla sua lunghezza e completezza, non potrà mai dare la dimensione epica di questo film, in cui i tre registi hanno avuto la mano felicissima.
Anche le musiche che accompagnano il film sono degne di nota.
Siamo nel 1839 e in America molte famiglie vanno in cerca della terra promessa. Anche la famiglia Prescott, il cui capofamiglia è interpretato da un eccellente Karl Malden. Ha, oltre al figlio maschio ancora bambino, 2 figlie che si prendono subito la scena: Eve (Carrol Baker), romantica, e Lily (Debbie Reynolds), più sbarazzina.
Il battello su cui sono saliti è legato a una corda trascinata da un cavallo che si trova a riva. Scesi, si fabbricano una zattera con la quale continuare il viaggio. Incontrano un cacciatore di pelli, si chiama Linus (James Stewart) ed Eve già prova un forte sentimento per lui che, però, non ne vuole sapere. La lascia e si allontana sulla sua canoa, finché capita tra banditi, comandati da un vecchio, Jeb Hawkins (Walter Brennan), i quali, con un inganno, lo gettano in una fossa e gli rubano il carico. La stessa cosa succederà ai Prescott, ma tutto avrà un buon fine.
La mia narrazione necessariamente striminzita non rende giustizia alle belle immagini che accompagnano la storia, come quella dell’attraversamento delle rapide del fiume. Viene da meravigliarsi che qualcuno sia stato capace di girare scene simili, affascinanti e poderose.
Si passa agli anni ’50 dell’’800, a Saint Louis, dove Lily si è trasferita per fare la ballerina, quando riceve la notizia che le hanno lasciato in eredità una miniera d’oro in California. In questa parte del film è Gregory Peck (Cleve Van Valen), un giocatore d’azzardo, un po’ sbruffone, a prendersi la scena. Lui si trova ad ascoltare la conversazione con cui a Lily è stata comunicata l’eredità e d’allora la segue e la corteggia. Si parte per la California. La carovana è guidata da Roger Morgan (Robert Preston).
Il comportamento di Cleve è talmente goffo e prevedibile che Lily ne avverte il fascino, nonostante che il capo carovana l’abbia chiesta in moglie (“C‘è qualcosa sotto. Deve esserci qualcosa che vi trattiene.”).
Ed ecco comparire gli indiani su scenari fantastici, a caccia del bestiame che accompagna la carovana. È il piatto forte di questa seconda parte. Gli indiani riusciranno nell’impresa. Intanto, il legame affettivo tra Lily e Cleve ormai si è consolidato. Speranzosi, si mettono in viaggio per raggiungere la miniera d’oro ereditata da Lily, ma quando vi giungono la delusione è grande. La miniera è all’asciutto e abbandonata da anni. Niente denaro, niente ricchezza, dunque. Lily si mette a fare la ballerina, con successo, e Cleve la lascia per tornare a fare il giocatore. Ne approfitta Morgan per tornare alla carica con Lily, ma senza successo (“Siete sprecata, una donna bella come voi.”). Si capisce che Lily ama ancora Cleve, il quale sta giocando sopra un battello allorché sente la sua voce che canta la bella canzone la cui musica fa da colonna sonora al film, “A Home In The Meadow” (la musica è di Alfred Newman e le parole sono della stessa attrice che recita la parte, Debbie Reynolds). Abbandona il tavolo e chiede a Lily di sposarlo.
Si apre il capitolo ambientato al tempo della guerra civile americana, e sappiamo che Linus, col grado di capitano, è morto. Tra gli ufficiali nordisti c’è William T. Sherman, interpretato da John Wayne (la sua è un’apparizione fugace). Uno dei figli di Linus, Zeb Rawlings (George Peppard) si arruola e diventerà Tenente dell’esercito nordista. Dirà al fratello, a cui lascia la sua parte di eredità: “Anch’io voglio arrivare in qualche posto.”.
Ora è la volta di Richard Widmark (Mike King), cinico imprenditore che si scontra (sono gli anni immediatamente successivi alla guerra di secessione) con Zeb, che ha avuto, a capo di una squadra di soldati, l’incarico di controllare e proteggere i lavori, e al quale Zeb vuole impedire di attraversare con la ferrovia il territorio indiano.
Compare anche Henry Fonda, come Jethro Stuart, cacciatore di castori e di bisonti, e una volta amico di Linus.
Ci sono tensioni con gli indiani. Grandiosa la carica dei bisonti contro gli insediamenti dei bianchi.
Zeb lascia l’esercito convinto che non si possa fermare il progresso.
Nuove cittadine sono sorte nell’Ovest, e anche tanta violenza rappresentata da fuorilegge senza scrupoli.
Qui ritroviamo Lily (la sorella Eve è morta da tempo) che nuota in cattive acque. Rimasta vedova e senza figli, è costretta a vendere quanto possiede, salvo la vecchia fattoria che era appartenuta a suo padre. Da quelle parti, in California, c’è suo nipote Zeb che fa lo sceriffo e l’aiuterà. Vi giunge e lo incontra; è sposato ed ha moglie e tre figli. Ma dallo stesso treno scende anche il bandito Charlie Gant, interpretato da Eli Wallach. Ad attenderlo c’è la sua banda. Tira una cattiva aria e Zeb è preoccupato, poiché gli ha ucciso il fratello e hanno un conto in sospeso. Gant gli ha promesso che un giorno o l’altro gli farà visita a casa sua.
Gant intanto assalta un treno che trasporta oro e sul quale è salito anche Zeb, prevedendo le sue mosse. Ci sarà una sparatoria, e Gant avrà la peggio. Spettacolari le immagini del deragliamento del treno.
Ora la zia Lily, Zeb e la sua famiglia potranno trasferirsi nella sua fattoria.
“I 4 figli di Katie Elder” di Henry Hathaway
È un film del 1965 tratto da un racconto di Talbot Jennings, con John Wayne, nella parte di John Elder, Dean Martin, nella parte di Tom Elder, Michael Anderson Jr., nella parte di Bud Elder, Earl Holliman, nella parte di Matt Elder, James Gregory, nella parte di Morgan Hastings, Dennis Hopper, nella parte di Dave Hastings e George Kennedy, nella parte di Curley.
Tre dei quattro fratelli attendono alla stazione il treno che porta da loro il più grande, John Elder (John Wayne), ma il treno arriva e lui non c’è. Ne scende invece un losco individuo (Curley) che ha tutta l’aria di essere un pistolero. Infatti è stato ingaggiato dal ricco Morgan Hastings (James Gregory), che teme l’arrivo di John.
Katie Elder, la loro madre, è morta e i 3 fratelli decidono di celebrare il funerale anche senza John, che in realtà è arrivato di nascosto ed è presente da sopra una collinetta. Quando tutti se ne sono andati scende e si avvicina alla tomba, ma lo raggiunge lo sceriffo Billy Wilson, interpretato da Paul Fix, preoccupato di quanto possa accadere con la sua presenza. Ha intuito che il pistolero sconosciuto giunto in città è stato assoldato da Morgan per tutta la durata della sua permanenza. Teme lo scontro tra i due. Inoltre, gli rivela che il ranch non è più suo e che se vuole incontrarsi coi fratelli li troverà in un’umile dimora, dove la stessa Katie è morta. Riunitisi coi fratelli, John vuol vederci chiaro sulla vendita del ranch. Qualche mese prima – così ha appreso dallo stesso sceriffo – suo padre è stato ucciso e non si è trovato il colpevole.
D’accordo coi fratelli, inizia ad indagare.
Viene a conoscenza che sua madre era una donna benvoluta da tutti, ma che non ha lasciato nulla in eredità; in banca non c’è nemmeno un dollaro. Era senza quattrini e viveva facendo dei lavoretti e insegnando a suonare la chitarra. E i soldi della vendita del ranch? si domandano i fratelli, che fine hanno fatto? Insieme vanno a visitare il loro vecchio ranch, dove ha preso alloggio Morgan Hastings, con il figlio Dave, debole di carattere e pauroso. Si rafforzano i sospetti, dopo che lo sceriffo ha confermato che il padre è stato assassinato sparandogli alle spalle, subito dopo aver perso il ranch al gioco.
C’è anche una presenza femminile, quella di Miss Mary Gordon, interpretata da Martha Hyer. Ha avuto cura della madre degli Elder e ora John vorrebbe regalargli un ricordo di lei, una sedia a dondolo, tanto cara alla defunta. La ragazza accetta, lusingata. Ne nasce un sentimento.
Il film tende alla soluzione finale. Ormai gli Elder sono arrivati alla conclusione che il responsabile della morte del padre è Morgan Hastings e che lui si è impossessato del ranch barando al gioco.
C’è una novità. Tom Elder, il secondogenito, è ricercato dalla legge. Lo ha scoperto il vice sceriffo, aiutato da Hastings. Lo sceriffo commette un errore: fa capire a Hastings di sospettare qualcosa sulla morte del padre dei fratelli Elder. Così, mentre si reca da loro per chiarire la posizione di Tom, Hastings, in un agguato, lo uccide.
Il cerchio si stringe. Ci sarà qualche complicazione per gli Elder, ma d’ora in poi il film punterà diritto verso il finale.
“L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford
Due attori straordinari in questo film del 1962, tratto da un racconto di Dorothy M. Johnson: James Stewart, nella parte di Ransom Stoddard e John Wayne, nella parte di Tom Doniphon. Liberty Valance è interpretato da Lee Marvin e Hallie da Vera Miles.
Si respira un’atmosfera malinconica all’inizio, ma foriera di una grande storia. Si avverte subito.
Il senatore Ramson Stoddard arriva col treno alla stazione di Shinbone. La cittadina è cambiata, si è ingrandita, ma presto si sparge la voce della sua presenza con la moglie Hallie. La stampa locale gli domanda come mai è capitato lì, da dove manca da 25 anni. Sono venuto per assistere a un funerale. E chi è morto? Tom Doniphon. Tom Doniphon? E chi era costui? si domanda la direzione del giornale. Si corre ad informarsi.
Intanto il senatore e la moglie si recano presso l’agenzia funebre per rendere omaggio al defunto, che è chiuso dentro una misera cassa di legno. “È la contea che paga le spese”, gli dice l’agente.
Il direttore del giornale locale non cava un ragno dal buco e allora torna dal senatore, che è ancora davanti alla bara, ed esige che gli sia rivelato chi è il morto.
Comincia il racconto. E facciamo subito conoscenza con Liberty Valance e la sua banda (tra cui l’attore Lee Van Cleef) che svaligiano una diligenza, sulla quale è anche Ramson, il futuro senatore, che deve recarsi a Shinbone come procuratore legale. Si ribella ma viene malmenato pesantemente dallo stesso Liberty. Lo ritrova Tom e con l’amico negro, Pompeo, interpretato da Woody Strode, lo porta a casa di Hallie perché sia curato. Poiché Ramson non ha dimestichezza con le armi, né gradisce averne, d’ora in poi Tom, che ne è diventato amico, gli farà praticamente da balia.
La trama ci orienta su come la legge rappresentata da Ramson, possa avere ragione della prepotenza dei fuorilegge.
Mentre Ramson fa lo sguattero in una trattoria per guadagnarsi da vivere (mette su pure una scuola), dove lavora anche Hallie, arriva Valance, lo vede, lo riconosce e gli fa lo sgambetto mentre porta sul vassoio una bistecca. La bistecca rotola a terra, ma malauguratamente essa era destinata a Tom, che non la prende bene e ordina a Valance di raccoglierla. Si eviterà lo scontro grazie all’intervento di Ramson.
Ma non è finita.
Scoppia (ciò è frequente nei film western) una dura e inconciliabile controversia tra allevatori e contadini, e i primi, già di per sé più forti, hanno assoldato Liberty Valance e la sua banda per far valere le proprie ragioni. Perciò in paese, abitato da contadini, si teme il suo arrivo. Che non tarda, poiché si stanno celebrando le votazioni per le elezioni politiche e i mandriani vogliono intimorire gli elettori. Liberty Valance, che non è del paese ma dichiara “Io vivo dove metto il cappello”, irrompe e si candida, ma non viene eletto.
Sono eletti invece Ramson (e da qui partirà la sua carriera) e il giornalista locale, un bravissimo Peabody, interpretato da Edmond O’Brien. Così Valance si avvicina a Ramson (è presente anche Tom) e lo sfida a duello quella sera stessa. “Dovevi cominciare prima ad allenarti” gli dice Tom. Si deve dire, infatti, che Ranson si era allenato negli ultimi giorni a sparare ed è stato aiutato anche da Tom, ma i risultati sono stati scadenti.
Quando arriva la sera, si ha lo scontro, ma prima Valance si presenta coi suoi scagnozzi nella tipografia del giornale e distrugge tutte le macchine, infine frusta pesantemente Peabody, le cui parole rivolte a Ramson, che lo soccorre, sono: “Gliel’ho detto a Liberty Valance che la libertà di stampa è sacra.”. Ramson è indignato per quanto accaduto, vede lo sceriffo e gli dice: “Sceriffo, di’ a Liberty Valance che accetto la sfida.”. Va a prendere la pistola e, in modo impacciato, si muove incontro al fuorilegge, che si diverte con lui, finché, inaspettatamente, viene colpito da un proiettile e muore.
Ma chi è stato, nascosto nell’ombra, a sparare?
Ford ci regalerà nel finale la risposta e un siparietto politico molto divertente, in cui primeggiano Peabody e l’onorevole Cassius Starbuckle, interpretato da un imponente e sfarzoso John Carradine.
A Ramson, che davanti alla bara di Tom ha raccontato ciò che avvenne realmente, si risponde: “Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda.”.
“Sentieri selvaggi” di John Ford
Del 1956, tratto dal romanzo di Alan LeMay, questo film è leggendario per storia e ambientazione, dove Ford, sempre superlativo in questo genere, qui ha una stella in più. Come una stella in più ce l’ha il suo attore preferito, John Wayne, con il ruolo di Ethan Edwards, il quale torna a casa dopo 3 anni dalla fine della guerra di secessione.
Lo ha visto arrivare a cavallo dalla veranda della sua casa la moglie del fratello, il quale subito lo riconosce. Lei si chiama Martha, interpretata da Dorothy Jordan, e lui Aaron, interpretato da Walter Coy. In casa hanno anche Martin Pawley, interpretato da Jeffrey Hunter, che Ethan raccolse bambino nei pressi della sua casa distrutta dagli indiani, e lo adottò. Ci sono anche due ragazze e un ragazzo. Le due ragazze sono Lucy, interpretata da Pippa Scott, e Debbie, interpretata da adulta da Natalie Wood.
Arriva alla fattoria, con alcuni uomini, il capitano-reverendo Samuel Clayton, interpretato da Ward Bond, il quale va a caccia dei Comanche che hanno compiuto delle scorrerie, uccidendo del bestiame. Chiede che qualcuno si unisca a loro. Ethan accetta, e Ford ne approfitta per tracciare il percorso del gruppo lungo la sua amata Monument Valley, che vedremo più volte. Presto, però, Ethan capisce di che si tratta: gli indiani hanno teso una trappola, hanno voluto allontanarli dalle loro case per attaccarle, distruggere e uccidere. Quando torna indietro, constata che aveva ragione. Ma ormai è troppo tardi. Sono stati uccisi Martha, Aaron e il ragazzo.
Superba l’atmosfera di suspence creata dal regista in preparazione dell’attacco, di sera, degli indiani alla fattoria di Aaron.
Vanno ora alla ricerca delle 2 ragazze, Lucy e Debbie, ma ad un certo punto il capitano-reverendo decide di fermarsi e rinunciare. Ethan no. Vuole proseguire e lo accompagnano Martin e Brad Jorgensen, interpretato da Harry Carey, fidanzato di Lucy.
Lucy è morta, violentata e trucidata dagli indiani. È Ethan a trovarla e quando Brad crede di averla vista in un vicino accampamento di indiani, Ethan gli dice la verità. Allora Brad, preso dall’ira, monta a cavallo e si dirige verso l’accampamento per vendicarsi, ma verrà ucciso.
Ethan e Martin ritornano a casa, hanno scritto alla famiglia di Brad della morte del figlio e della sua fidanzata Lucy, nipote di Ethan. Ma non rinunciano alla ricerca di Debbie. Nella famiglia Jorgensen c’è un’altra figlia (sorella di Brad), Laurie, che è fidanzata con Martin. È felice di rivederlo, ma Martin riparte all’inseguimento di Ethan che se n’è andato di nascosto. Vuole andare con lui, poiché sa che Ethan potrebbe uccidere Debbie, considerandola ormai una pellerossa. Ethan poco prima ha ricevuto una lettera con uno straccio di grembiule appartenuto a Debbie. Dunque, è viva.
I prossimi appuntamenti saranno molto intensi, in cui l’odio cederà il passo all’amore.
Ford ci farà assistere pure ad una simpatica situazione. Laurie, stanca di aspettare Martin (sono passati 5 anni), sta per sposarsi con Charlie McCorry, interpretato da Ken Curtis. Ma arriva Martin, e non se ne farà più nulla.
Un personaggio da segnalare è Mosè, “un po’ suonato” ma divertente, interpretato da Hank Worden.
Leggendaria e iconica l’inquadratura finale di John Wayne.
“Ultima notte a Warlock” di Edward Dmytryk
Attori di tutto rispetto animano questo film del 1959, tratto dal romanzo di Oakley Hall: Richard Widmark, nella parte di John Gannon, Henry Fonda, nella parte di Clay Blaisedell, Anthony Quinn, nella parte di Tom Morgan, Dorothy Malone, nella parte di Lily Dollar e Dolores Michaels, nella parte di Jessie Marlow.
In paese domina una banda di fuorilegge, comandata da Abe McQuown, interpretato da Tom Drake, il quale ha dei conti da saldare con lo sceriffo. Al suo arrivo, quest’ultimo, terrorizzato, scappa. Il paese ha bisogno di sostituirlo con qualcuno che abbia fama di pistolero bravo e coraggioso. Viene fatto il nome di Clay Balisedell, che si è guadagnato, per la sua fama, due pistole dal calcio d’oro, il quale arriva accompagnato dall’inseparabile e zoppicante (“uno storpio”) Tom Morgan.
Alla banda appartiene anche John Gannon, il quale, però, non condivide le prepotenze del suo capo e comincia a distinguersi da lui.
Clay detta subito le sue condizioni; praticamente chiede che sia lui a comandare in paese. Salvo il giudice e la ragazza Jessie Marlow, tutti gli altri le accettano.
Tom Morgan ha approfittato dell’occasione che si è presentata acquistando il saloon, di cui il proprietario ha voluto liberarsi fuggendo dal paese. Vi ha preso alloggio, oltre allo stesso Tom, anche Clay.
Giunge in paese una ex fiamma di Tom, Lily. Di nascosto, Tom ha ucciso l’uomo con cui la ragazza si accompagnava. La ragazza lo aveva portato con sé, poiché era il fratello del suo amante, ucciso da Clay, e lei vuole uccidere Clay.
John Gannon, intanto, ha abbandonato la banda ed è un po’ sperduto in paese. Vuole unirsi a Clay, ma al momento Clay non se ne cura e lo snobba. Ma presto ci sarà un’occasione propizia e John accetterà l’incarico di vice sceriffo.
La trama ha emozionanti intrecci consecutivi e stringenti e ci si aspetta non solo la resa dei conti con il bandito McQuown, ma anche ci si domanda se la ricerca della vendetta da parte di Lily andrà a buon fine o si trasformerà in qualcosa d’altro; e non solo: come si evolverà il rapporto tra Lily e Tom, ora che Lily si è innamorata di John Gannon? E come andrà tra Clay, che sta dominando a modo suo, e John divenuto vice sceriffo e quindi il legittimo rappresentante della legge? E l’amicizia tra Clay e il devoto Tom (“Perché è la sola persona tra uomini e donne che non mi abbia mai guardato come uno storpio.”) saprà mantenersi salda con i pericoli che appaiono all’orizzonte? E l’amore che Jessie nutre per Clay?
Ce n’è abbastanza per tenere lo spettatore incollato allo schermo.
Per tutto il film ci si domanda chi sia più veloce con la pistola: Clay o Tom.
Gli dirà Tom, quando sono uno di fronte all’altro: “Io ti batto, Clay, ora estrai, e farai bene ad essere veloce.”.
È Tom il più veloce, ma spara al cappello di Clay, al contrario di questi che mira al corpo e l’uccide.
Se ne renderà conto e si renderà conto pure della sincera e forte amicizia che Tom nutriva per lui.
“Johnny Guitar” di Nicholas Ray
Questo film, del 1954, mi fa sempre sognare, anche per il motivo conduttore che spesso mi sono trovato a canticchiare, scritto da Victor Young e Peggy Lee e cantato dalla stessa Peggy Lee.
La protagonista, Vienna, che gestisce una taverna sperduta, è interpretata da una eccezionale Joan Crawford. Accanto a lei, un altro bravo attore, Sterling Hayden, nella parte di Johnny Logan, detto “Johnny Guitar”.
Troveremo anche Mercedes McCambridge, nella parte di Emma Small e Ernest Borgnine, nella parte di Bart Lonergan. Il capo banda, in questo film, è “Ballerino” Kid, interpretato da Scott Brady.
Arriva alla taverna, a cavallo e con la chitarra a tracolla, Johnny Guitar. È stato chiamato da Vienna, che ha bisogno di lui, anche perché Emma, un’allevatrice, vuole che lasci la taverna che, con l’arrivo della ferrovia, aiuterà a richiamare molti coloni. Tra Johnny e Vienna, fino a 5 anni prima, c’era stata una storia d’amore (“Quando un fuoco si lascia spegnere, quel che resta è cenere.”; “Una volta avrei strisciato ai tuoi piedi per esserti vicina.”).
Nell’arrivare, assiste da una collina all’assalto di una diligenza, durante il quale viene ucciso il fratello di Emma.
È in corso una tempesta di vento, e nessuno è presente nella taverna, salvo gli inservienti, allorché arriva Emma coi suoi, spalleggiata da John McIvers, interpretato da Ward Bond, e accusa Ballerino Kid di essere l’assassino del fratello. Lei è innamorata di Ballerino Kid, ma lo odia poiché è diventato l’uomo di Vienna.
McIvers promette di far chiudere il locale entro 24 ore.
Intanto, la vera natura di Johnny, un veloce pistolero (“La pistola più lesta della regione”), comincia ad emergere. Qualcuno ne subisce la forza e la bravura.”.
Tra Vienna e Johnny presto, però, l’amore ritorna (“Ti ho aspettato tanto, Johnny.”).
Ballerino Kid coi suoi uomini si ritira nel suo rifugio, nascosto dietro una cascata d’acqua, e decide di assaltare la banca di cui è cliente anche Vienna (“Lascerò questa città tanto al verde che non mi scorderanno mai.”). E lo fa proprio quando Vienna sta per ritirare tutto il suo deposito.
Questa coincidenza dà l’occasione a Emma di accusare Vienna di far parte della banda e di essersi prestata perché il colpo riuscisse.
Viene organizzata una spedizione (“la muta”) per catturare la banda; Emma è con loro.
Troveranno il rifugio e inizierà la sparatoria. Si scontreranno anche Vienna e Emma, e quest’ultima avrà la peggio.
La bella canzone conclude la storia, alla grande.
“Giubbe rosse” di Cecil Blount DeMille
A meno che non siano della mia generazione, pochi conoscono questo film, tratto dal romanzo di R.C. Fetherstonhaugh, e uscito nel 1940, due anni prima che nascessi. È un altro capolavoro che ha contribuito a rendere immortale il genere western.
Sappia chi mi legge che la critica lo giudicò un brutto film, sbagliandosi di grosso, a mio avviso. Alcune sue immagini mi hanno accompagnato nel corso della mia vita, come lo scontro a fucilate tra due amici che combattono su fronti opposti, e non vogliono uccidersi. Questi due simpatici personaggi sono interpretati da Akim Tamiroff per quanto riguarda Dan Duroc, e da Lynne Overman, per quanto riguarda Tod McDuff. Quel loro scontro vale il film.
Gary Cooper è l’attore principale e interpreta la parte di Dusty Rivers; poi abbiamo: Madeleine Carroll, nella parte di April (“Alba”) Logan, Robert Preston, nella parte di Ronnie Logan, Paulette Goddard, nella parte di Louvette (“Lupetta”) Corbeau, George Bancroft, nella parte di Jacques Corbeau, Preston Foster, nella parte del sergente Jim Brett.
Siamo in Canada e le giubbe rosse devono vigilare poiché c’è un clima di ribellione dei meticci, trascurati dal governo, di cui è fomentatore Jacques Corbeau, trafficante di whiskey, e amico degli indiani di Orso Bruno. Tra la figlia di costui, Lupetta, furba e ammaliatrice, e Ronnie Logan c’è una reciproca attrazione, in cui a dominare è l’astuzia della donna.
Arriva Dusty Rivers (Gary Cooper), un agente americano che sta cercando Jacques Corbeau per omicidio.
Intanto, due giubbe rosse sono uccise, poiché hanno intercettato un convoglio dei ribelli, carico di armi, tra cui una mitragliatrice.
Il clima si sta arroventando e più segmenti si sono messi in moto nella trama.
Amico di Ronnie è il sergente Jim Brett, interpretato da Preston Foster, il quale lo rimprovera continuamente per il suo rapporto con la meticcia, ma Ronnie ha perso la testa. Jim, invece, è innamorato di sua sorella, Alba Logan, la quale è corteggiata, però, anche dall’agente americano.
Jacques Corbeau sta convincendo gli indiani ad allearsi coi meticci, ma essi vogliono avere prima una prova del loro coraggio: devono portargli tante giubbe rosse macchiate di sangue. Corbeau si prepara coi suoi meticci a dare questa prova, attaccando le giubbe rosse, le quali sono già all’erta e inviano due soldati, tra cui Ronnie, ad appostarsi in una capanna, situata nel bosco e in una posizione ideale per accorgersi dell’arrivo dei ribelli. Ma ecco che Lupetta va alla capanna e convince Ronnie ad andare in paese per sposarla. Giunti in paese lo fa cadere in una trappola: tre indiani pagati da Lupetta lo catturano e lo legano ad una sedia, poi se ne vanno, lasciando soli Ronnie e Lupetta, la quale spiega a Ronnie che ha fatto tutto questo per salvargli la vita. Gliela salva, infatti, poiché di lì a poco il compagno che sta facendo il suo turno di guardia è colpito da 2 frecce lanciate da un meticcio. Corre alla capanna, ferito e in fin di vita, per dire a Ronnie di correre ad avvertire le giubbe rosse. Ma Ronnie non c’è. È legato ad una sedia e si è reso conto della gravità di quanto accaduto. Supplica Lupetta di liberarlo, ma la donna è irremovibile.
Quando ha abbandonato la capanna, Ronnie ha lasciato un biglietto per il compagno di guardia, avvertendolo che sarebbe andato a sposarsi e sarebbe tornato di lì a poco. Questo biglietto, che è la prova della sua colpevolezza, viene letto dal sergente e dall’americano, il quale lo brucia, pensando alla sorella di lui, Alba.
La voce, tuttavia, del suo tradimento si è sparsa ed ora è ricercato per subire un processo.
Alba, a conoscenza di quelle voci, chiede al sergente Jim che cosa sia successo al fratello, e Jim le dice la verità.
Sarà l’americano Dusty Rivers a ricomporre la situazione e a testimoniare, anziché la viltà, il coraggio di Ronnie.
Tanto di cappello a questo film.
“Tamburi lontani” di Raoul Walsh
Sono i Seminole gli indiani con cui deve fare i conti Gary Cooper, nella parte del capitano Quincy Wyatt (“soldato, vagabondo, gentiluomo e selvaggio.”), in questo film del 1951, tratto da un racconto di Niven Busch.
Chi racconta la sua storia è il tenente di vascello Richard Tufts, interpretato da Richard Webb. Il capitano vive isolato dai suoi soldati per una brutta storia capitata a sua moglie (l’hanno uccisa proprio dei soldati) e per raggiungere la sua capanna occorre attraversare a cavallo un tratto di giungla e un corso d’acqua in canoa.
La missione che gli viene affidata è questa: i Seminole si sono asserragliati in un’antica fortezza spagnola, e da lì partono per le loro incursioni predatorie e sanguinarie e Wyatt coi suoi uomini deve cacciarli. Alimentano anche, con la complicità dei contrabbandieri, il traffico d’armi. La missione gli è stata affidata dal generale Zachary Taylor, interpretato da Robert Barra.
Da una guida che l’accompagna, Monk, interpretato da Arthur Hunnicutt, il tenente viene a sapere che, rimasto vedovo, ora vive da solo con un figlioletto che adora.
Il tenente ha una barca sulla quale salgono la guida, il capitano e i suoi 40 soldati, tutti esperti delle paludi che dovranno attraversare. Percorrono le 50 miglia di un lago e giungono sulla riva opposta, terra dei seminole.
D’ora in poi tutto si farà difficile e pericoloso.
Quando scorgono il Forte, la visione è terribile. Si tratta di una solida costruzione all’apparenza inespugnabile e su tutte le merlature sono disposti i cannoni. Dentro vi si trovano contrabbandieri e indiani.
Riescono ad entrare e a far saltare il deposito d’armi. Liberano anche dei prigionieri, tra cui Judy Beckett, interpretata da Mari Aldon. Dopodiché lasciano il forte inseguiti dai seminole.
Siamo in Florida nel 1840. Il percorso tracciato dalla vicenda consente visioni e inquadrature suggestive, come quella del Forte ed ora quella della fuga attraverso e fin oltre le paludi. L’inseguimento dei seminole è irripetibile per movimento e bellezza e resta nella memoria. Grida il loro capo: “Mi senti Wyatt? Tu morirai.”.
Non mancano scene simpatiche come quella che riprende Wyatt che si fa la barba col coltello e senza sapone e del tenente che cerca di imitarlo, ma senza successo.
Per non parlare del magico duello immersi nel lago tra Wyatt e il capo dei seminole. Gli grida Wyatt, che avrà la meglio: “Vieni fuori di là e battiamoci dove si battono i coccodrilli, dentro l’acqua”.
Va da sé che durante questo lunga fuga nascerà un sentimento tra Wyatt e la bella Judy, che avrà un lieto fine.
Questo film ci regala un Gary Cooper super.
“Il cavaliere della valle solitaria” di George Stevens
Del 1953, tratto dal romanzo di Jack Schaefer.
Questi gli attori principali: Alan Ladd, nella parte di Shane, Jean Arthur, nella parte di Marian Starrett, Van Heflin, nella parte di Joe Starrett, Brandon De Wilde, nella parte di Joey Starrett e Jack Palance, nella parte di Jack Wilson.
In paese dominano i fratelli Ryker, una famiglia di grossi allevatori che intende acquistare, anche con la forza, tutti i terreni della zona per trasformarli in pascoli, anche quello degli Starret, una famiglia composta da moglie (Marian) e un figlio (Joey). Il capo famiglia è Joe Starrett, un uomo risoluto non intenzionato a cedere la proprietà, e quindi continuamente minacciato dai Ryker.
Arriva alla casa degli Starret un uomo a cavallo, Shane (Alan Ladd), e riceve ospitalità. Nel frattempo giungono degli scherani di Ryker a minacciare la famiglia che gli dà ospitalità e allora Shane decide di aiutarla, fermandosi alla fattoria e prestandosi a lavorare per gli Starret.
Cominciano i guai anche per lui.
Recatosi presso l’emporio di Sam Grafton (interpretato da Paul McVey) a fare spese, è insultato ma non reagisce accettando il consiglio di Starret di non rispondere alle provocazioni.
Intanto Starret ha convocato una riunione dei coloni (i quali sono impauriti e qualcuno vorrebbe andarsene) e viene presa la decisione di resistere e di ribellarsi.
La voce che Shane non ha reagito all’emporio si è sparsa, però, anche tra i coloni, e alcuni di loro lo ritengono un vigliacco. Glielo dicono perfino in faccia durante la riunione, ma Shane, anziché rispondere e spiegare le sue ragioni, preferisce andarsene.
Anche Joey, il ragazzo. ha sentito, ma dice alla madre che non ci crede.
Si è instaurato un rapporto di ammirazione tra Shane e il ragazzo, il quale vorrebbe perfino che gli insegnasse a sparare. Dirà alla madre: “Gli voglio tanto bene a Shane, gliene voglio quasi quanto a papà.”.
La riunione si conclude coi coloni che decidono di andare tutti insieme all’emporio a fare acquisti. Con Starret va anche Shane, il quale, entrato, riceve nuovi insulti. Ne nasce una cazzottata con uno della banda, in cui ha la meglio. Il vecchio Rufus Ryker, interpretato da Emile Meyer, gli propone di passare dalla sua parte: “Senza conoscere la tua paga, la raddoppio”, ma Shane rifiuta. Riprende la rissa e gli scherani di Ryker hanno la peggio. Il vecchio, rialzandosi da terra, dice al padrone dell’emporio che d’ora in avanti l’aria cambierà: “Nell’aria ci sarà presto odore di polvere, vedrai.”.
Ed ecco arrivare Jack Wilson (un Jack Palance stupendo), il pistolero che il vecchio Ryker ha assoldato. Insieme predispongono un piano contro Starret, dopo che questi ha rifiutato, nuovamente, un’offerta ancor più generosa.
Lo scontro è, ormai, inevitabile.
La miccia è accesa da un colono, simpatico ma “una testa calda (“Io non ho paura di nessuno.”), Frank Torrey, interpretato da Elisha Cook Jr, il quale non teme Wilson e lo fronteggia, rimanendo ucciso nel fango, davanti all’emporio.
I coloni tornano a spaventarsi e qualcuno pensa di andarsene. Starret allora decide di recarsi all’emporio per regolare i conti con Ryker e la sua banda, ma glielo impedisce Shane, il quale, dopo una cazzottata con l’amico, che rimane a terra svenuto, affronterà Wilson, superandolo in velocità e uccidendolo.
Ora desidero segnalare quattro momenti in cui il regista merita applausi a scena aperta:
1 – Quando, all’imbrunire, Ryker e il pistolero Wilson arrivano alla fattoria di Starret e Wilson scende lentamente da cavallo davanti a Shane che lo osserva. Beve dell’acqua da un mestolo e poi risale, sempre lentamente, quindi si allontana facendo arretrare il cavallo per non dare le spalle a Shane.
2 – Quando il colono Frank Torrey avanza nel fango verso il saloon sul cui ballatoio lo attende, schernendolo, Wilson, che poi l’uccide.
3 – Lo scenario che si apre sul luogo della sepoltura di Torrey, con lo sfondo delle montagne alte e appuntite.
4 – Quando Shane se ne va per sempre subito dopo la sparatoria e il ragazzo Joey gli grida: “Shane, torna con noi.”.
“Winchester ‘73” di Anthony Mann
Questo film del 1950 ci narra la storia di un fucile, un winchester, costruito ne 1873 (da cui il titolo), che fa gola a molti (“Ce n’è uno su mille così.”), e che viene destinato come premio in una gara di tiro al bersaglio, che sarà Lin McAdam (James Stuart) a vincere.
Oltre a James Stuart abbiamo: Stephen McNally, nella parte di Dakota Brown, Shelley Winters, nella parte di Lola Manners, Dan Duryea, nella parte di Johnny il Biondino, John McIntire, nella parte di Joe Lamont, Millard Mitchell, nella parte di Sputalosso. Troviamo anche un giovane Rock Hudson impegnato nel ruolo di un indiano, il capo Toro Bruno.
La storia inizia a Dodge City, una cittadina presente in molti western. Ne è sceriffo nientemeno che Wyatt Earp, un nome che fa tremare i fuorilegge, come abbiamo constatato più volte. Ma qui il protagonista è Lin McAdam (James Stuart), il quale va alla ricerca di Dakota Brown, un fuorilegge. È sicuro che quest’ultimo parteciperà alla gara, e così potrà incontrarlo.
In realtà tra Lin e Dakota (il cui nome vero è Matthew) c’è un legame assai speciale, poiché entrambi sono fratelli, e Lin lo va cercando poiché ha ucciso, sparandogli alle spalle, il loro padre, che si era rifiutato di nasconderlo a casa sua dopo che aveva svaligiato una banca.
Non ci vorrà molto a trovarlo. Insieme con l’amico Frankie Wilson detto Sputalosso (gli dirà: “Un uomo che ha un amico è ricco. Io sono ricco.”), entra nel saloon per bere e vede, seduto al tavolo da gioco, proprio lui, Dakota, il quale anche lo vede e appare sorpreso e impaurito. Nascono i primi screzi. Dakota gli fa arrivare dal barista un bicchiere di latte, e questo scherzo non va giù a Lin, che sta per reagire, allorché lo sceriffo lo ferma, invitandolo alla calma, essendo per di più un giorno di festa in paese.
Comincia la gara. Presto i migliori risultano proprio Lin e Dakota i quali, rimasti soli, si contendono il premio, e Lin vince, portandosi via il bellissimo e ambito da molti winchester ’73.
Ma lo tiene per poco, giacché Dakota gli tende una trappola, e glielo sottrae, riuscendo, inoltre, a dileguarsi. Per la fretta non porta con sé le armi che aveva depositato entrando in paese. Così i suoi compagni. Ha solo il winchester ed è senza munizioni. Si fermano ad una taverna dove trovano un uomo che vende armi agli indiani, il quale riuscirà a vincere a carte il fucile. Dakota gli tende un agguato e spara credendo di averlo ucciso, ma l’uomo era già morto, scotennato dagli indiani di Toro Bruno, il quale possiede ora il fucile.
Per Dakota la faccenda si fa complicata: “Qualche indiano ha il mio fucile.”.
È giunto il tempo degli indiani, infatti. Attaccano uno squadrone di cavalleria, dove si sono rifugiati anche Lin e Sputalosso, e dove Lin incontra per la seconda volta una donna che aveva già aiutato quando era giunto a Dodge Ciy: Lola. Tra i soldati è riconoscibile un allora sconosciuto Tony Curtis.
Il fucile riluce nelle mani di Toro Bruno che si appresta all’assalto dello squadrone. Morirà e il fucile, ignorato da tutti, resterà sul campo di battaglia. Sarà proprio Tony Curtis a trovarlo e a mostrarlo al sergente, il quale vorrebbe regalarlo a Lin, ma lui e Sputalosso hanno già lasciato, il campo, così lo dona all’amico di Lola, Steve Miller, interpretato da Charles Drake.
La sfortuna per lui è che ha un appuntamento con Johnny il Biondino, al quale fa gola il fucile e se ne impossessa, umiliandolo davanti a Lola e uccidendolo.
Come si vede la linea sottile della trama non demorde mai dal seguire la sorte del winchester, che si porta con sé solo disgrazie e morte.
Johnny il Biondino è riuscito a fuggire, dopo che lo sceriffo ha dato fuoco alla casa dove si era rifugiato. Porta a cavallo con sé Lola e si dirige al rifugio dove già lo sta aspettando Dakota Brown.
Ci si immaginerà, a questo punto, che cosa accadrà a Johnny il Biondino allorché Dakota vedrà il fucile. Temendolo, glielo consegnerà. Dakota, soddisfatto, lo ingaggia per svaligiare la banca di Tascosa. Il guaio è che proprio quando sono là, in attesa dell’ora stabilita, ecco che arrivano anche Lin e Sputalosso.
Il cerchio si sta chiudendo. Il Biondino e Dakota ci lasceranno la pelle.
“Là dove scende il fiume” di Anthony Mann
Del 1952, tratto dal romanzo di Bill Culick.
Gli attori: James Stewart, nella parte di Glyn McLyntock, Arthur Kennedy, nella parte di Emerson Cole, Julie Adams, nella parte di Laura Baile, Rock Hudson, nella parte di Trey Wilson, Lori Nelson, nella parte di Marjie Baile e Jay C. Flippen, nella parte di Jeremy Baile.
McLyntock sta guidando una carovana di coloni quando, in occasione di una perlustrazione, si imbatte in un tentativo di impiccagione a carico di Emerson Cole, accusato di aver rubato un cavallo. Lo salva e Cole si unisce alla carovana. Rivelati i loro nomi, si riconoscono per essere stati dei noti fuorilegge.
Durante una sosta, di sera, sono attaccati dagli indiani e Laura è ferita alla spalla da una freccia.
Si fermano in città e ve la lasciano perché sia curata. Intanto, hanno acquistato le provviste e quant’altro potrà servire nella loro nuova destinazione, dove già si sono insediati dei coloni. S’imbarcano su un battello che ve li condurrà. Chi ha loro venduto le provviste, Tom Hendricks, promette di fargliele avere entro poche settimane, ma in realtà, poiché nel frattempo si è scoperto l’oro e in città sono arrivati tanti cercatori, i prezzi sono andati alle stelle e il venditore non intende più recapitargliele.
Glyn va da lui e nasce uno scontro, in cui trova come alleati Cole e un giocatore d’azzardo, Trey Wilson. Le provviste sono caricate, il battello è partito, ma Hendricks li attenderà alle cascate, oltre le quali il battello non può andare.
Però, non si aspetta che Glyn ha deciso, invece, di far fermare il battello assai prima di arrivare alle cascate. La carovana, dunque, proseguirà per via terra. E quando Hendricks si accorgerà di essere stato ingannato, si metterà all’inseguimento, però morirà in un’imboscata. La carovana prosegue, ma incontrano dei minatori che offrono molto oro per le provviste; Glyn rifiuta, dicendo loro che le provviste sono destinate ai coloni. Allora succede che, essendosi tra i coloni inseriti banditi senza scrupoli, questi, quando sentono dell’offerta dei minatori, prendono il comando della carovana, con l’aiuto di Cole, che diventa il nuovo capo carovana diretta, però, al campo dei minatori.
Glyn non rinuncia ad inseguirli, tra difficoltà.
Cole e gli altri avvertono la paura di essere raggiunti. Trey, il giocatore d’azzardo, e anche buon pistolero, ne ha abbastanza delle prepotenze di Cole, che arriva ad uccidere un uomo che si è ribellato. Per il momento però ubbidisce agli ordini.
Glyn li ha raggiunti e li attacca continuamente. Non riescono a prenderlo, tanto è abile. Proprio nel momento in cui Cole si allontana per chiedere aiuto ai minatori e ha ferito Trey, che ha cercato di ribellarsi, arriva Glyn che riprende il comando della carovana, Trey consenziente.
Quando arriva Cole coi minatori armati di pistole e di fucili, ne nasce una cruenta sparatoria. Glyn avrà la meglio su Cole e la carovana arriverà a destinazione, accolta con grida e suoni di campanella.
“L’uomo di Laramie” di Anthony Mann
Del 1955, tratto dal romanzo di Thomas T. Flynn.
Questi gli attori principali: James Stewart, nella parte di Will Lockhart, Arthur Kennedy, nella parte di Vic Hansbro, Donald Crisp, nella parte di Alec Wagoman, Cathy O’Donnell, nella parte di Barbara Waggoman, Alex Nicol, nella parte di Dave Waggoman, Aline MacMahon, nella parte di Kate Canady.
il capitano di cavalleria Will Lockhart è in cerca di chi sia a capo di un traffico d’armi con gli indiani, che ha causato la morte di 10 cavalleggeri, tra cui il suo giovane fratello.
Si è camuffato nelle vesti di un incaricato della consegna delle merci ai negozi della città. Porta un carico a Barbara Waggoman, padrona di un negozio, alla quale chiede se ci sia la possibilità di fare il viaggio di ritorno con un nuovo carico. Sì, c’è una salina lì vicino, dove si può raccogliere sale liberamente e gratuitamente. Will si reca là con alcuni aiutanti, e sta caricando il sale, quando arrivano degli uomini al comando di Dave Waggoman, figlio di Alec Waggoman, che è colui che comanda in paese, il quale dice a Will che non può prendersi il sale perché appartiene alla sua famiglia. Gli usa prepotenza legandolo ad un laccio e bruciando i carri e uccidendo alcuni muli, finché non arriva Vic Hansbro, uomo di fiducia del padrone e fidanzato di Barbara. Will decide di restare in paese e di richiedere un risarcimento.
Di lì a poco incontra di nuovo Dave, lo aggredisce e ne nasce una scazzottata in cui Dave ha la peggio, e anche Vic, intervenuto a difenderlo. Arriva il padrone Alec che ordina a Will di lasciare il paese, dove è tutto suo fino a 3 giorni di cammino (“cinquantamila ettari di terra”) e gli dice di andare da lui e sarà risarcito dei danni. Quando Will vi si recherà, il vecchio gli proporrà di mettersi al suo servizio, ma l’uomo rifiuta. E allora torna ad insistere perché se ne vada.
Ha assistito alla scazzotta un’anziana donna, Kate Canady, ex fidanzata di Alec, la quale, rendendosi conto del valore di Will, vuole ingaggiarlo per il suo allevamento, minacciato dai Waggoman. Anche in questo caso, Will rifiuta, ma si verificheranno circostanze tali a suo sfavore (perfino lo arresteranno) che finirà per accettare.
A questo punto gli intrecci iniziali si sono sciolti e tutto è ora semplificato. Will e Kate da una parte e Alec, il vecchio e Vic, la sua spalla, dall’altra. Il figlio di Alec, Dave, è, infatti, uno spavaldo senza sale nella zucca.
Il padre vuole cacciare Will, poiché ogni due o tre notti fa un sogno in cui arriva in paese un forestiero e gli uccide il figlio.
Will e Dave vengono presto ad un altro scontro; ha la meglio Will che lo ferisce alla mano destra, ma ecco che arrivano i suoi compagni che circondano Will, finché Dave non si vendica ferendolo alla stessa mano destra. Poi Dave, preso dall’ira, sale col suo cavallo su una vicina collina e si scopre che è lui che fornisce le armi agli indiani. Ci sono nel carro 200 fucili a ripetizione. Arriva Vic, suo complice, per impedire che faccia troppo presto i segnali di fumo ai pellerossa, che stanno attendendo quei fucili, e lo uccide.
Riporta il corpo alla fattoria lasciando credere che qualcuno che lui non sa lo ha ucciso. Tutti pensano a Will Lockhart per lo scontro che c’era stato tra loro, e così crede anche il vecchio che, da solo, monta a cavallo e va incontro a Will per ucciderlo. Ma sta diventando cieco e i suoi colpi vanno a vuoto, finché Will, rendendosi conto di quell’impedimento, lo disarciona e gli grida che non è stato lui. Il vecchio non ci crede e torna al ranch.
Mentre rivede la contabilità si accorge che c’è qualcosa di irregolare nei conti e chiede a Vic spiegazioni. Intuisce che su un carico di ferro spinato vi doveva essere dell’altro, visto il costo elevato, e allora pensa ad un carro di fucili acquistato dal figlio e vuole essere confermato nel sospetto. Esorta Vic ad accompagnarlo alla ricerca di quel carro, ma quando sono vicini alla meta, Vic ha un diverbio e lo sbalza da cavallo. Alec precipita nel vuoto e lo crede morto. Will trova il corpo di Alec; non è morto e il medico che lo prende in cura dice che guarirà; soltanto diventerà cieco. Arriva Vic tutto trafelato e chiede come è successo che Alec sia morto. Viene a sapere che non lo è. È terrorizzato, poiché si verrà a scoprire la verità. Fa di tutto per vedere da solo Alec, con la recondita intenzione di ucciderlo, ma Will gli impedisce di entrare in camera. Ci entrerà lui, chiamato da Alec, il quale gli rivela la verità.
Vic sarà ucciso dagli indiani, poiché il carro di fucili è stato distrutto da Will, e quella sarà la loro vendetta.
“Duello al sole” di King Vidor
È un film, del 1946, tratto dal romanzo di Niven Busch, che, visto una volta, non lo si dimentica più, specialmente per quel duello finale tra il protagonista Lewis McCanles e la sua amata Perla Suarez. Un amore, vedrete, contorto e bisticciato.
Questi gli attori principali: Gregory Peck, nella parte di Lewis McCanles, Jennifer Jones, nella parte di Perla Suarez. Joseph Cotten, nella parte di Jackie McCanles, Lionel Barrymore, nella parte di senatore Jackson McCanles, Herbert Marshall, nella parte di Scott Suarez, Lillian Gish, nella parte di Arabella McCanles, Walter Huston, nella parte del pastore Greepy, Charles Bickford, nella parte di Sam Pierce.
Una bella ragazza, Perla, viene affidata dal padre, condannato a morte per aver ucciso la moglie indiana che lo tradiva (Perla è una meticcia) ad una famiglia amica dove vivono due fratelli, Jackie e Lewis McCanles.
La bella e prorompente ragazza diventerà il pomo della discordia tra i due.
Alla stazione, quando arriva, va a prenderla Jackie, il maggiore dei fratelli, e la conduce al grosso ranch della famiglia, chiamato “Piccola Spagna”. Il loro padre è Jackson McCanles, un senatore, immobilizzato in una sedia a rotelle e la madre è Arabella McCanles.
Jackie subito ha delle attenzioni per lei, che non ha però incontrato ancora Lewis, il quale, a detta del fratello, attira le donne come il miele le mosche.
Il senatore è l’unico nella famiglia che non fa buona accoglienza alla giovane e bella Perla, al contrario della moglie Arabella, che la prende subito sotto la sua tutela.
Quando, in sella al suo cavallo, arriva Lewis, ci si accorge subito che Perla ne è colpita, come pure Lewis, che, però, è abituato a fare conquiste. È un po’ uno scavezzacollo, col vizio del gioco, le cui perdite il padre risarcisce poiché ha simpatia per lui, che gli fa ricordare la sua gioventù (“Che bravo ragazzo”).
Il senatore non manca di farsi beffe di Perla.
Jackie invece la corteggia e già si baciano, ma lui col dovuto rispetto e la sua signorilità.
Una sera, quando Perla si è congedata da Jackie, Lewis, nascosto nell’ombra, la segue ed entra nella sua stanza, afferrandola e baciandola con passione e violenza. Perla si ribella con tutte le sue forze, finché Lewis se ne va.
Perla non ha mai avuto paura degli uomini; frequentava il saloon dove sua madre ballava e cantava spudoratamente. Sa come trattarli, ma ora si sente presa tra due fuochi e i suoi sentimenti non sanno decidersi. Pensa soprattutto a diventare una signora, e vuole imparare a leggere e a scrivere, ma Lewis non le dà respiro. Ora gli mostra cosa sa fare col suo cavallo, lasciandola stupefatta e divertita: “È tuo questo cavallo?”. Lewis glielo regala.
Arriva Jackie, che studia legge ed è destinato a diventare avvocato e a seguire le orme del padre, e gli dice: “Perché non la lasci stare. Potrebbe diventare una brava ragazza.”.
Lewis sta avendo successo e le resistenze di Perla si fanno sempre più deboli. Prova anche un sentimento per l’altro fratello, Jackie, ma avverte che con Lewis è diverso.
I loro frequenti bisticci portano già il segno di un amore passionale, che presto esploderà.
Sta arrivando nella zona la ferrovia, che ha messo in allarme molti allevatori, ed ora è giunta al confine della proprietà del senatore, il quale raduna tutti i suoi uomini (qualche centinaio) e si fa mettere in sella ad un cavallo e dice ai suoi: “Intendo difendere queste mie terre con le armi.”.
Lewis è andato in paese e non è presente, al contrario di Jackie, il quale, a differenza del padre, vede nella ferrovia un’occasione di progresso.
Succede che Jackie si schiera contro il padre e viene cacciato da casa, mentre la ferrovia, con l’aiuto di uno squadrone di cavalleria, ha la meglio sul senatore.
Quando Jackie sta per lasciare il ranch, si reca a salutare Perla e la trova che si è lasciata sedurre da Lewis. Lei gli corre dietro e lo raggiunge nella sua stanza e lo supplica di credere che non è per sua colpa, ma Jackie, dopo averle detto che l’amava e sarebbe venuto a prenderla per portarla con sé, l’abbandona.
Perla è furiosa. Intuisce che l’uomo giusto per lei sarebbe stato Jackie, e ce l’ha con Lewis. Lewis le promette di sposarla, ma è una promessa da marinaio. Quando saremo al dunque, infatti, le dirà: “Figurati un po’ se voglio rovinarmi la vita con una come te.”.
Tuttavia, quando Perla è alla vigilia del matrimonio con il capo stalliere del ranch, Lewis si presenta al saloon dove questi si è fermato a bere, e paga bere a tutti, lo provoca e lo uccide.
Ora c’è una taglia su di lui; è diventato un fuorilegge. Una notte si presenta da Perla. Le dice: “Nessuno ti porterà via a me.”, e Perla gli si abbandona: “Io non voglio nessun altro. Voglio te.”.
Si ha la sensazione di un amore malato, quasi demoniaco. Gli occhi di Perla hanno un magnetismo pericoloso e seducente.
Vuole fuggire in Messico con lui, ma Lewis rifiuta, la maltratta e fugge. Poi la manda a chiamare. L’aspetta ai piedi di una roccia chiamata la Testa Indiana, per la sua forma.
Lei va col desiderio di ucciderlo e di liberarsi di questa sua passione malata. Ne nascerà un duello, in pieno giorno e con il sole cocente, che resterà, per intensità e bellezza, nella memoria.
“Il grande paese” di William Wyler
Il film, del 1958, ha la durata di quasi 3 ore, ed è tratto dal romanzo di Donald Hamilton.
Ecco gli attori principali: Gregory Peck, nella parte di James McKay, Jean Simmons, nella parte di Julie Maragon, Carroll Baker, nella parte di Patricia Terril, Charlton Heston, nella parte di Steve Leech, Burl Ives, nella parte di Rufus Hannassey, Charles Bickford, nella parte di Henry Terril, Alfonso Bedoya, nella parte di Ramón Gutierrez e Chuck Connors, nella parte di Buck Hannassey.
James (“Jim”), che ha fatto il comandante di bastimento, giunge in paese tutto in ghingheri, vestito da cittadino, e i cow-boy che lo vedono scendere dalla diligenza lo prendono in giro, soprattutto per il piccolo cappello che porta in testa, differente dai loro che sono cappelli larghi e comodi.
A prenderlo viene il fattore Steve con il calessino. Jim è arrivato lì, poiché vi abita Patricia con la sua ricca famiglia, i Terril, e si devono sposare.
Il loro primo incontro avviene nella casa dell’amica Julie, maestra del paese, una ragazza, si vede subito, che ha i piedi per terra, al contrario di Patricia (“Pat”), esuberante e sognatrice.
Quando i 2 fidanzati, con un calessino, stanno recandosi alla fattoria, ecco che 4 scalmanati appartenenti alla famiglia Hannassey (“gentaglia”) li attaccano prendendosi gioco di loro, specialmente di Jim (“Dove ha trovato questo mezzo uomo.”).
Gli Hannassey posseggono anche loro un grosso ranch, “Blanco Canyon”, che ha a capo il loro genitore, Rufus, un uomo grosso e burbero (“Sembra essere dell’età della pietra”, dice di lui il padre di Pat, Henry, chiamato anche “il maggiore” per i suoi trascorsi di guerra). Uno dei figli, Buck, fa la corte a Julie, credendo che lei abbia simpatia per lui e la corteggia (anche motteggiandola), poiché la donna possiede una piccola proprietà, che è preziosa dato che vi scorre un corso d’acqua, ed è confinante con la proprietà del vecchio.
Ciò che è accaduto finora non sta mettendo in buona luce Jim agli occhi di Patricia, che comincia a dubitare di avere fatto la scelta giusta.
In fattoria la rivalità tra Jim e Steve, che è innamorato di Pat, si fa già evidente, e Jim sta passando come un buono a nulla.
Steve lo invita a salire a cavallo e sceglie per lui Vecchio Tuono, che è bizzarro e scostante. Jim si rifiuta di cavalcarlo. Lo monterà e domerà di nascosto, all’insaputa di tutti, salvo che di Ramón lo stalliere, che, quando sarà il momento in cui Pat denigra Jim, glielo rivelerà.
In una conversazione a quattr’occhi tra il padre di Pat e Jim, il primo lo inviterà ad essere meno educato e più risoluto, soprattutto con gli Hannassey.
Dunque, il quadro è ben delineato: al centro sta Jim col suo carattere riservato, ma uomo che si rivelerà forte e talentuoso, e intorno a lui tutti che non ne hanno una buona opinione, tranne Julie, che è riuscita a capirne le qualità. Dirà di lui lo stalliere Ramón: “Un uomo come lui è molto raro.”.
Quando compare sulla scena il vecchio e rozzo Rufus Hannassey – e ogni volta che comparirà -, avremo momenti di grande emozione e di grande qualità interpretativa. Non a caso, l’attore che lo impersona, Burl Ives, riceverà nel 1959 il premio Oscar come migliore attore non protagonista.
I Terril avevano fatto una scorreria nella sua proprietà per vendicarsi dell’oltraggio ricevuto dalla figlia e da Jim quando si trovavano sul calessino che li portava alla fattoria. Nel corso della scorreria, Terril e i suoi uomini avevano maltrattato i suoi figli, solo tre, poiché Buck era riuscito a nascondersi.
Rufus gli rende la visita, dunque, entrando da solo e armato di fucile in casa sua durante la festa di fidanzamento tra Pat e Jim e le sue parole tuonano nella sala. Dirà, tra l’altro, al maggiore: “Ti sto piantato nel gozzo, Henry Terril, e non puoi sputarmi.”.
Intanto Jim, all’insaputa di tutti ha fatto cose importanti: ha domato Vecchio Tuono, ha acquistato l’importante fattoria di Julie, che possiede un prezioso corso d’acqua, e ha vinto uno scontro con Steve, che era sicuro di batterlo a pugni ed invece ha avuto la peggio. Ciclopica la cazzottata.
Quando tutte queste cose verranno alla luce del sole, Pat avrà perso il suo uomo e lo avrà conquistato Julie. Jim dirà a Pat, che avverte che si sta allontanando da lei: “Non sono responsabile di ciò che pensa la gente, ma di ciò che sono.”.
Parole sacrosante.
Rufus Hannassey e Henry Terril arriveranno alla resa dei conti.
FILM SUL NAZIFASCISMO
Mia scelta tra questi film:
1945
A torto o a ragione
Adam Resurrected
Anita B.
Arrivederci ragazzi
Arrivederci ragazzi (da vhs)
Berlin ’39
Black book
Blackbook
Bolero
Brush with Fate
Cabaret
Canone inverso (dal romanzo di Paolo Maurensig)
Cefalonia
Conspiracy. Soluzione finale (Leggi raziali)
Defiance – I giorni del coraggio (La Resistenza in Bielorussia)
Dove cadono le ombre (persecuzione Jenisch in svizzera e Germania)
Dove osano le aquile
Enigma (massacro di Katyn)
Exodus
Fateless – Senza destino
Good – L’indifferenza del bene
Guerra. Angel of the skies. Battaglia nei cieli
Hannah Arendt
I campi di concentramento nazisti (da vhs)
I cannoni Navarone
I giovani leoni
Il bambino con il pigiama a righe
Il delitto Matteotti
Il diario di Anna Frank
Il falsario – Operazione Bernhard
Il fascismo e la guerra
Il figlio di Saul
Il giovane Hitler
Il mandolino del capitano Corelli
Il ponte di Remagen
Il portiere di notte
Il rifugio (i profughi ebrei in USA)
Il sangue dei vinti (sulla Resistenza, dal libro di Pansa)
Il segreto del suo volto
Il segreto di Santa Vittoria (tedeschi e vino nascosto – Quinn e 25a ora)
Il servo ungherese
Il teorema del diavolo
In darkness (ghetto di Leopoli – Polonia-Ucraina)
Italiani brava gente
Jakob il bugiardo
La 25a ora
La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler
La chiave di Sara
La guerra è finita: vento di primavera (Francia: strage bambini)
La lunga notte del ’43
La notte dei generali
La paga del sabato (da Fenoglio)
La rosa bianca (la Resistenza tedesca)
La scelta di Sophie
La settima stanza (Storia di Edith Stein)
La vita è bella
L’ascesa (resistenza bielorussa)
Le colline dell’odio (1941: Resistenza greca)
Le due croci
Lettere da Berlino
L’ultimo treno (in Polonia)
L’uomo che verrà (strage di Marzabotto)
L’uomo dal cuore di ferro (resistenza cecoslovacca)
Magnifica presenza
Mephisto (avvento del nazismo)
Miracolo a Sant’Anna (eccidio Sant’Anna di Stazzema)
Missione Anthropoid
Mussolini ultimo atto
Nebbia in Agosto (persecuzione Jenisch in svizzera e Germania)
Ogni cosa è illuminata (nazismo in Ucraina)
Operazione Valchiria
Perlasca
Resistance. La Battaglia di Sebastopoli
Rosenstrasse
Rossellini: Il generale Della Rovere
Rossellini: Roma città aperta
Schindler’s List
Stalingrad
Storia di una ladra di libri
Suite francese
The reader – A voce alta
Tornare per rivivere (Partir, revenir)
Twin sisters
Va e vedi (massacri tedeschi in Bielorussia)
Vite sospese
“Il giovane Hitler. L’alba del male” di Christian Duguay
Ho già scritto di alcuni film che trattano il nazismo: “La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler”, “Nebbia d’agosto”, “Hotel Meina”, “Kapò”, “La 25a ora” e i 2 film di Rainer Werner Fassbinder: “Il matrimonio di Maria Braun” e “Lili Marleen”, per citare quelli che mi vengono in mente. Ma ora voglio scrivere di altri dello stesso genere, siccome la piaga del nazismo, e meglio ancora del nazi-fascismo, è stata una terribile catastrofe nella storia dell’umanità, e vi è bisogno di ricordare le efferatezze compiute da queste dittature sanguinarie.
Cominciamo con “Il giovane Hitler. L’alba del male” di Christian Duguay, del 2003. In realtà il film arriverà alle soglie della Seconda guerra mondiale.
Nella parte di Hitler abbiamo Robert Carlyle; è presente anche Peter O’Toole nella parte di Paul von Hindenburg, Presidente del Reichstag (il Parlamento tedesco).
Siamo in Austria. Irrequieto e cinico sin da ragazzo, con cattivi rapporti con la madre e la sorellastra Angela, e solo compreso dalla madre che ne predice un grande avvenire da artista, il giovane Adolf trova difficoltà nel vendere i propri quadri e comincia a detestare la società in cui vive. Dorme sotto i ponti, tra i barboni e nei dormitori pubblici. È vestito spesso di stracci. Tra la gente si parla male degli ebrei. Si diffonde l’antisemitismo e lui stesso se ne nutre: “Arrivano a sciami nel nostro paese. Ci rubano il cibo di bocca.”, “Gestiscono le gallerie e non comprano i miei dipinti.”. Si trasferisce in Germania e allo scoppio della Prima guerra mondiale si arruola nell’esercito tedesco. Per alcuni meriti, viene promosso caporale e gli viene assegnata la croce di ferro. Ci sono in lui già i segnali di insofferenza e intolleranza che lo contraddistingueranno durante la dittatura. Ha smanie di rivolta e di potere. Quando la Germania e l’Austria dichiareranno la resa e si avrà la fine della Prima guerra mondiale, si scaglierà contro quella che lui considera una manifestazione di debolezza.
Emergono le prime rivolte socialiste e comuniste. Hitler esterna le proprie idee contro di esse, e nelle riunioni a cui partecipa insiste che i nemici della Germania non sono al di là dei suoi confini, ma all’interno. Si devono combattere e annientare non solo i socialisti e i comunisti, ma anche tutte le razze che sono venute da fuori e che stanno inquinando quella tedesca, che deve difendere la propria purezza.
Le sue idee cominciano a far presa sulla popolazione e la sua fama si diffonde.
Due sono, al momento, i suoi più importanti obiettivi: Il primo è disattendere, anzi respingere il Trattato di Versailles del 28 giugno 1919 che obbliga, tra le altre cose, la Germania a risarcire i danni di guerra, il secondo è quello di cacciare gli ebrei dalla Germania: “Mai nessun compromesso con gli ebrei.”.
Il successo personale sta assumendo proporzioni notevoli. Nel paese regna lo scontento nei confronti del governo ed ecco che a Hitler viene proposto di aderire ad un colpo di stato e di prendere parte al nuovo governo che si insedierà. Accetta: “Ciò che noi faremo, vivrà per migliaia e migliaia di anni.”. Ma è una trappola. Glielo hanno promesso per tenerlo buono, ma ora che si sono organizzati vogliono fare a meno di lui. Decide, a questo punto, di conquistare il potere da solo, con il suo partito nazionalsocialista e con il popolo che lo acclama. È l’8 novembre 1923.
Non sarà facile, verrà anche ferito e il colpo di stato sembra fallire. Va sotto processo, e quando i suoi avversari sono convinti di averlo domato, ecco che in tribunale si alza e fa un discorso che accende gli animi dei tedeschi. È condannato ad una pena blanda. Il giornalista che più ne avverte il pericolo, Fritz Gerlich, dirà: “Stiamo tutti correndo verso un mostro dal quale dovremmo fuggire.”.
Alle elezioni del 14 settembre 1930 il partito nazista conquista 107 seggi in parlamento diventando la seconda forza politica nel paese.
Il regista ci narra anche una specie di infatuazione che Hitler ha avuto in quel tempo con la figlia della sua sorellastra, Geli, la quale si suiciderà avvertendo il pericolo e avendo scorto i primi segni di follia nello zio, il quale conosce anche Eva Braun (infelice e che tenta perfino il suicidio) la quale diventerà, come è noto, la sua amante per tutta la vita e i due si sposeranno il giorno prima del suicidio di entrambi avvenuto il 30 aprile 1945.
Ora Hitler si pone l’obiettivo di diventare Cancelliere della Germania, la seconda carica dello Stato dopo quella del Presidente del Parlamento e, allo scopo, acquisisce la necessaria cittadinanza tedesca (non si dimentichi che Hitler è nato in Austria, a Braunau am Inn, il 20 aprile 1889).
Alle elezioni del 31 luglio 1932, i seggi del partito nazista salgono a 230. È la maggioranza. La strada per arrivare al Cancellierato è ormai spianata, e la elezione avverrà il 30 gennaio 1933.
Ci sarà uno scontro tra Hitler e il capo delle SA, reparto paramilitare costituito da Hitler nel novembre 1921, foriero di quella che sarà chiamata “La notte dei lunghi coltelli”, il 30 giugno 1934, con la quale Hitler si sbarazzò dei vertici delle SA. Più di un anno prima, c’era stato l’attacco ai comunisti e l’incendio al Reichstag, nella notte del 27 febbraio 1933, sarà attribuito a loro. Questa dell’incendio, la possiamo definire un’anteprima di quella che sarà, questa volta contro gli ebrei, “La notte dei cristalli”, avvenuta tra il 9 e il 10 novembre 1938, in cui furono distrutte le vetrate delle sinagoghe, le case, le scuole e i negozi di loro proprietà.
“La notte dei generali” di Anatole Litvak
È un film del 1967, tratto dall’omonimo romanzo di Hans Hellmut Kirst.
Due attori arcinoti la fanno da padroni: Peter O’Toole, nella parte del generale Tanz, e Omar Sharif nella parte del maggiore, poi tenente colonnello Grau. Sono due ufficiali nazisti.
Tanz si è guadagnato la fama di essere un eccellente comandante, ma soprattutto un risoluto difensore del nazismo, e di non avere freni per le sue efferatezze.
È inviato a Varsavia per domare la città e fare una vera e propria pulizia etnica.
Un uomo, mentre sale una scala, ode provenire dal piano superiore delle urla, e siccome sente chiudere la porta e non vuole farsi vedere, si nasconde in uno sgabuzzino e da lì vede che a scendere è un soldato nazista con ai pantaloni la striscia rossa dei generali. Arriva il maggiore Grau, del servizio informazioni, e si scopre che la vittima è una prostituta polacca (e anche una confidente dei nazisti), uccisa sadicamente.
Il maggiore apre le indagini, interrogando l’uomo che aveva visto i calzoni, il quale rivela “che avevano una striscia rossa per tutta la gamba.”. Il maggiore gli crede: “Se l’assassino è un generale, dovremo impiccarlo.”.
I fatti sono ricostruiti dall’ispettore di polizia presente quel giorno, che li narra all’uomo che, una ventina d’anni dopo, riprende le indagini, l’ispettore Morand interpretato da Philippe Noiret.
Morand aveva conosciuto Grau a Parigi, nel 1944, in occasione di un altro efferato delitto di una prostituta francese.
L’assassinio di Varsavia fu commesso lo stesso giorno in cui il generale Tanz era arrivato in città, il 12 dicembre 1942.
Il quale, seppure inviso ai colleghi e ai superiori, diviene l’uomo forte delle truppe d’occupazione.
Assisteremo a scene crudeli, con carri armati e lanciafiamme che a poco a poco distruggono la città. Tanz se ne vanta, contando sull’appoggio di Hitler.
Gli stessi personaggi che abbiamo visto confrontarsi a Varsavia si ritrovano a Parigi nel 1944.
Grau è stato promosso tenente colonnello, ma di lui ancora i superiori pensano che sia “un uomo noioso”. Essi, in particolare, sono: il generale Kahlenberge, interpretato da Donald Pleasence e il generale von Seidlitz-Gabler, interpretato da Charles Gray.
È a Parigi, come si è già detto, che Grau conosce l’ispettore Morand, al quale confida le sue indagini e ne chiede l’aiuto, che è concesso, contro il rilascio di 3 partigiani francesi.
A Parigi arriva anche il generale Tanz, che è diventato capo delle SS. Ha intenzione di usare la mano forte pure su Parigi, come aveva fatto con Varsavia. Dice di lui il generale Gabler: “Un pazzo furioso.”; “Lui si crogiola nella morte.”.
La presenza di Tanz è pericolosa anche perché il generale Kahlenberge, d’intesa col generale Gabler, che vuole tenere però un basso profilo, come pure il governatore di Francia, stanno progettando un attentato a Hitler, quello che passerà alla storia come “Operazione Valchiria”, compiuto a Rastenburg il 20 luglio 1944.
Contro la sua volontà, per allontanarlo dal complotto in atto, appena arrivato costringono Tanz a prendersi 2 giorni di vacanza, nel corso dei quali Tanz uccide una prostituta francese, facendone ricadere, questa volta, la colpa sul suo attendente, il caporale Hartmann, interpretato da Tom Courtenay.
Grau e Morand ora lavorano insieme alla ricerca dell’assassino, poiché l’omicidio della donna francese ha le stesse caratteristiche sadiche di quello avvenuto a Varsavia.
L’operazione Valchiria” fallisce e Hitler rimane illeso. Si dà il via alla violenta repressione dei ribelli.
Accade che Grau, che è stato convinto che l’attentato a Hitler sia riuscito e che presto Tanz sarà arrestato, in quanto stretto alleato di Hitler, si affretta e raggiunge il quartiere dove è alloggiata la 38a SS-Grenadier-Division Nibelungen, di cui Tanz è il capo. Ma quando fa per arrestarlo, giunge, attraverso la radio situata nell’ufficio di Tanz, la smentita della morte di Hitler e la comunicazione che tutti i ribelli saranno arrestati. Così Tanz, alle minacce di Grau, risponde uccidendolo con un colpo di pistola.
Passano circa 20 anni, siamo nel 1965 ad Amburgo, e Tanz ha scontato 20 anni di carcere come criminale nazista, ma Morand, diventato ispettore dell’Interpol, anche per vendicare la morte dell’amico Grau, non ha mai mollato le indagini (ad Amburgo si è verificato il 3° omicidio con caratteristiche analoghe) e lo raggiungerà ad Amburgo, e riuscirà ad incastrare Tanz grazie alla testimonianza proprio del suo ex attendente.
Tanz, arrivato alla festa organizzata in suo onore dai reduci della sua ex Divisione, quando Morand gli si fa innanzi per arrestarlo, chiede di ritirarsi e si ucciderà nel salone dove è stato allestito il banchetto, e il suo corpo senza vita cadrà sulla lunga tavola apparecchiata.
Si deve segnalare la grande interpretazione di Peter O’Toole, al quale sarà assegnato (ex aequo) il David di Donatello per il miglior attore straniero.
“Operazione Valchiria” di Bryan Singer
Già ne ho accennato, scrivendo de “La notte dei generali” del 2003 con la regia di Anatole Litvak, ma questo film del 2008 è tutto dedicato al famoso attentato a Hitler compiuto da alcuni ufficiali dissidenti.
La parte di colui al quale è dato l’incarico di portare l’esplosivo alla riunione indetta dal Führer, colonnello della Wehrmacht Claus Schenk von Stauffenberg, è affidata a Tom Cruise.
Un altro attore importante (e bravo regista) è Kenneth Branagh, nella parte del generale Henning von Tresckow. Troviamo anche Terence Stamp nella parte del generale Ludwig Beck.
Su tutti i fronti la Germania comincia a subire delle perdite, e gli ufficiali manifestano i primi dissensi. Qualcuno comincia a pensare che il male della Germania sia proprio il Fűhrer e che servire la Patria è ucciderlo.
Tra questi il colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, il quale è rimasto ferito nel deserto della Tunisia e ha perso l’occhio sinistro, la mano destra e due dita della mano sinistra. Anche il suo superiore, il generale Henning von Tresckow, è tra i dissidenti e ha già tentato di uccidere Hitler facendogli dono di una bottiglia-esplosiva, che, però, non ha funzionato. Ad essi si deve aggiungere il generale Ludwig Beck.
Non è facile organizzare il colpo di Stato. Per prima cosa ci sono le SS da neutralizzare, un corpo speciale voluto da Hitler e a lui fedele.
Mosse e contromosse rendono intrigante questo film, che mostra anche le titubanze di chi occupa ruoli importanti nell’accettare l’idea di una eliminazione di Hitler. La paura di essere scoperti e di non solo perdere la posizione di comando raggiunta ma di essere addirittura fucilati come traditori, rende l’operazione Valchiria sospesa a un filo. Il più fermo nel portare avanti il progetto è il colonnello Stauffenberg, che si rende conto delle insicurezze dei più.
Arriva il 20 luglio 1943. Hitler riunisce tutti i suoi capi. Va anche Stauffenberg. Ha con sé una borsa dove è nascosto l’esplosivo, che deposita ai piedi del tavolo.
Quando, da fuori, assiste all’esplosione, crede che Hitler sia rimasto ucciso. Non è così, è rimasto solo leggermente ferito.
I golpisti, avendolo creduto morto, danno il via al loro piano di occupazione del potere. Ne nasce una situazione confusa, ben resa dal regista, e ancora più confusa sarà quando arriva la notizia che il Fűhrer è vivo. Tutti i complottisti saranno fucilati, ma a loro, a fine guerra, è stato reso omaggio con il monumento eretto a Berlino e dedicato alla Resistenza tedesca, che reca la scritta: “Voi non portaste il peso della vergogna. Avete resistito sacrificando la vostra vita per la libertà, per il diritto e per l’onore.”.
“Dove osano le aquile” di Brian G. Hutton
Del 1968, vanta la partecipazione di Richard Burton, nel ruolo del maggiore inglese John Smith, e Clint Eastwood nel ruolo del tenente statunitense Morris Schaffer.
Bisogna liberare il generale statunitense Carnaby, conoscitore del piano per liberare l’Europa dai nazisti. Da questi, è tenuto prigioniero nel Castello delle aquile, una fortezza inaccessibile posta sulle Alpi bavaresi. Il loro intento è quello di costringerlo a rivelare i dettagli del piano.
Viene formata una squadra di specialisti inglesi, comandata dal maggiore Smith, alla quale viene aggregato il tenente statunitense Schaffer, allo scopo di liberarlo prima che i nazisti riescano con la tortura a farlo parlare.
Devo precisare che in questo film non sono mostrate le atrocità naziste, ma semplicemente una missione di liberazione di questo importante ostaggio. Tuttavia, l’ho scelto per la bellezza degli scenari che si aprono agli occhi dello spettatore sin da subito, così singolari e suggestivi. Spettacolare la visione della fortezza.
Quando la squadra è lanciata dall’aereo sulla montagna, che è tutta innevata per via della stagione invernale, uno di essi viene trovato morto. Si crede che nel contatto a terra si sia rotto l’osso del collo. Solo il maggiore noterà che la rottura del collo è stata fatta a posteriori da qualcuno che prima lo ha colpito con il calcio della pistola. Il maggiore tiene per sé la scoperta. Ne dà comunicazione, però, via radio, ai suoi superiori e ad una ragazza già sul posto che è una spia britannica e ora aiuta Smith. Si chiama Mary Elison, ed è interpretata da Mary Ure, la quale si farà passare per la cugina di Heidi, interpretata da Ingrid Pitt, che fa la cameriera nel locale del villaggio che si trova ai piedi della montagna, dove è acquartierato un reparto di soldati tedeschi. Tra essi c’è il sospettoso maggiore von Hapen, interpretato da Derren Nesbitt.
Le due ragazze vengono trasferite nella fortezza, nel mentre il maggiore Smith e il tenente Schaffer, insieme con i restanti 3 soldati inglesi, vengono scoperti. I 3 soldati inglesi sono caricati sulla teleferica e condotti alla fortezza, ma, in modo rocambolesco e dopo aver distrutto con l’esplosivo mezzo villaggio, sul tetto della teleferica ci sono anche il maggiore e il tenente.
Quindi ora abbiamo nella fortezza le 2 ragazze e i restanti 5 uomini incaricati di liberare il generale americano Carnaby.
Mi fermo qui, poiché ciò che succederà sarà una catena di sorprese, una delle quali posso anticiparla: il generale Carnaby non è affatto un generale, ma un semplice caporale chiamato a svolgere quel ruolo, e l’obiettivo vero della missione era quello, riuscito, di scoprire la rete di spie tedesche infiltrate nel Regno Unito, e anche il loro capo.
E quando conoscerete il suo nome, rimarrete stupefatti, e stupefatti anche della sua morte.
Sequenze e immagini della fuga dalla fortezza sono da antologia.
“Il servo ungherese” di Giorgio Molteni e Massimo Piesco
Li cito, ma non ne scrivo, poiché il mio intento, salvo rare eccezioni, è quello di mostrare le efferatezze del nazismo, senza indulgere a sorrisi o a situazioni da commedia. Sono due bei film, peraltro: “La vita è bella” del 1997 di Roberto Benigni, che nel 1999 vinse l’Oscar per il miglior film straniero, e “Jacob il bugiardo” del 1999 di Peter Kassovitz, che vede un’interpretazione straordinaria del personaggio da parte dell’attore Robin Williams.
Scelgo, dunque, di scrivere de “Il servo ungherese” del 2004 diretto da Giorgio Molteni e Massimo Piesco.
Il personaggio principale, Miklós, è interpretato da Andrea Renzi.
Siamo in un campo di concentramento nazista. Il comandante maggiore August Dailermann ha una bella moglie, Franziska, interpretata da Chiara Conti, la quale si annoia della vita che conduce al campo, tanto differente da quella, vivace e allegra, condotta a Berlino. È a conoscenza che il marito la tradisce con le prigioniere, soprattutto polacche, ma ciò che la infastidisce è il continuo fumo che esce dai camini e ammorba l’aria del campo (non saprà dei forni crematori, se non alla fine). Si viene a sapere dal tenente Tross che sono aumentati i prigionieri del campo e si è reso necessario incrementare l’uso dei forni. Da ciò la inevitabile maggiore densità del fumo.
Il comandante cerca di dare una distrazione alla moglie, mettendole a servizio un prigioniero istruito, Miklós, sperando che possa, con la sua cultura, portarle sollievo. Tross la descrive come una persona ubbidiente e remissiva.
Con l’occasione Tross mostra al comandante anche il dipinto che raffigura una donna del pittore Oskar Kokoschka, domandando se sia degno di essere inviato a Berlino. Macché, è un’arte decadente, gli risponde Dailermann. “State commettendo un errore”, interviene il servo Miklós, presente alla scena, che per avere osato parlare viene fustigato. Ma, venuto a conoscenza dallo stesso Miklós che il dipinto e un altro che il tenente ha portato, hanno un notevole valore, richiama il tenente e dice alla moglie di conservarli.
Sono i primi segnali delle qualità del nuovo servitore che, pur addetto ai lavori di casa più umili, non manca di insegnare il valore del bello e dell’arte. È il caso anche dei versi di un poeta greco, che Miklós legge (e ne leggerà ancora) a Franziska, la quale ne resta impressionata.
Tuttavia, Miklós, nonostante i suoi pregi, resta un ebreo, un rifiuto della società. Infatti, il comandante non manca di fustigarlo senza alcun motivo, a suo piacimento. Però, tutto cresce a poco a poco, e soprattutto Franziska sembra cominciare ad apprezzare la cultura del suo servitore. Viene a sapere da lui stesso che è un ungherese di Budapest. Le sue domande al servitore diventano sempre più frequenti, così come la sua stima nei confronti dell’uomo.
Le loro conversazioni, soprattutto sul significato della vita, assumono qualità sempre più elevate. Miklós, ebreo, si manifesta agli occhi di Franziska superiore a tanti uomini. Non è un selvaggio, non è una bestia. Ma suo marito, le dirà: “Sarà anche istruito, ma è un ebreo.”. Miklós, in realtà, è una piccola luce accesa in un campo dove dominano l’odio, il sadismo, l’efferatezza.
Una sequenza ci mostra l’esecuzione di 3 ebrei colpevoli di aver rubato del cibo destinato ai cani. Sono inginocchiati e attendono il colpo di pistola alla nuca, ma il tenente Tross sta discorrendo con il comandante del più e del meno, e ciascuno dei condannati sente la pistola puntata alla nuca che tarda a sparare, e piange di disperazione.
È con la luce di Miklós, è con la sua invisibile interferenza e mediazione che l’arte prende piede nel campo, prima con un gruppo di pittori che si cimentano nel fare un ritratto a Franziska, poi con la formazione di un’orchestra di musicisti.
Il dolore permane, tuttavia. È talmente profonda la ferita inferta all’umanità, che la stessa arte non riesce a rimarginarla.
Sebbene vi sia impressa l’ala della speranza, è un film doloroso.
Nel finale si invertono le parti. Il comandante si rende conto dell’atroce compito che gli è stato assegnato e chiede il trasferimento. Lo mandano a Berlino e la moglie è tutta contenta. Là, la vita può tornare allegra, tra feste e danze. Stupito, il marito le chiede se non le dispiaccia lasciare gli uomini con i quali è venuta a contatto, e lei risponde che non ha colpa di ciò che succede e precisa: “Ma a me piace servire il Reich, e questo è il punto.”.
Al comando del campo è assegnato il tenente Tross, che manderà ai forni i musicisti e i pittori che hanno collaborato con Franziska e con il vecchio comandante, e anche Miklós, il quale, mentre va a morire, scorge, nella fila di nuovi prigionieri che entrano al campo, anche sua moglie.
Con Tross tutto torna come prima.
“Rosenstrasse” di Margarethe von Trotta
Del 2003, narra un fatto veramente accaduto dal 27 febbraio al 6 marzo del 1943 in una strada di Berlino, dove venivano rinchiusi i mariti ebrei delle donne tedesche di razza ariana. Queste ultime si radunarono sotto la prigione per protestare, riuscendo a farli liberare.
Ma andiamo con ordine.
Per prima cosa si deve dire che il film si avvale di numerosi flash-back, con cui a poco a poco si ricostruisce la storia di Ruth bambina.
Le prime immagini ci mostrano una Ruth anziana che vive negli Stati Uniti e a cui è morto il marito, sepolto il giorno prima, e nella sua casa si stanno celebrando i riti previsti, per il caso, dalla religione ebraica.
Arriva anche il fidanzato di Hannah, la figlia di Ruth, e si viene a conoscere che Ruth è contraria al matrimonio tra la figlia e un non ebreo. Si conoscerà in seguito il motivo: la madre di Ruth era sposata con un ariano che, in seguito alle leggi raziali, l’aveva abbandonata al suo destino.
Da un flash-back vediamo una Ruth bambina che va in cerca della mamma e la trova prigioniera, con altre donne, dei nazisti. Riesce a entrare nella casa e a vederla. La madre le dice che, quando uscirà di lì, dovrà cercarsi una delle donne che si trovano in strada a protestare e chiederle di prendersi cura di lei. Si capisce che quella madre è destinata all’olocausto.
Arriva anche una cugina di Ruth, Rachel, che pure non viene accolta bene. Parlando con Hannah, Rachel le mostra una foto in cui Ruth bambina è fotografata vicina ad una donna. Le viene detto che è la donna che ha salvato Ruth. Nonostante le richieste continue di Hannah, la madre non vuole raccontarle la sua storia, e allora Hannah, che ha appreso il nome della sconosciuta, Lena Fisher, interpretata da Katja Riemann (da giovane) e da Doris Schade (da anziana) decide di cercarla in Germania e parlare con lei di sua madre.
La regista von Trotta riesce a mettere tanta intensità in ogni fotogramma.
Con un altro flash-back vediamo che Lena Fisher, di “antica nobiltà”, una baronessa, (von Eschonboch), sta cercando suo marito, un violinista ebreo; Fabian (lei pianista, facevano concerti insieme) prigioniero dei nazisti. L’ufficiale al quale si rivolge le consiglia di divorziare e che la pratica di divorzio sarà espletata rapidamente, ma, di fronte alle insistenze della donna, le risponde: “Alle puttane degli ebrei non diamo alcuna informazione.”. Le aveva anche comunicato che, se non avesse divorziato, sarebbe stata considerata pure lei un’ebrea, con le relative conseguenze.
Lena Fisher, dunque, è una donna forte, ostinata a non arrendersi e a non cedere alle leggi della dittatura.
Per salvare il marito si rivolge al padre, barone e uomo influente, ma questi si rifiuta di aiutarla; allora ci prova il fratello, invalido di guerra, pensando che la sua invalidità induca i carcerieri a liberare Fabian.
È tutto inutile.
In Rosenstrasse, intanto, il numero delle donne schierate davanti alla prigione sta aumentando. Ora gridano: “Io voglio riavere mio marito.”. La situazione per il regime si fa imbarazzante.
Finché, grazie anche a un sacrificio personale di Lena, tutti i prigionieri saranno liberati.
Non so se, nel mio piccolo, posso anch’io definirmi un artista, ma devo confessare che si prova una grande emozione quando s’incontrano registi che sanno, come la von Trotta, raccontare così bene.
“Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica
Del 1970, ha questi attori principali: Lino Capolicchio, nella parte di Giorgio, Dominique Sanda, nella parte di Micol Finzi Contini, Fabio Testi, nella parte di: Giampiero Malnate, Romolo Valli, nella parte del padre di Giorgio, Helmut Berger, nella parte di Alberto Finzi Contini.
Il film trova una perfetta congiunzione tra la bravura di Vittorio De Sica e l’eccezionale romanziere quale fu Giorgio Bassani, dal cui romanzo omonimo il film è tratto. Vinse nel 1972 il premio Oscar per il miglior film straniero, nonché l’Orso d’oro a Berlino e due David di Donatello.
Siamo a Ferrara negli anni 1938 – 1943 e una famiglia ebra, quella dei Finzi Contini, è tra le più in vista della città. Nella sua bella casa, a giocare a tennis, si ritrovano Giorgio, Micol, Giampiero e Alberto, fratello di Micol ed altri compagni.
La loro vita trascorre serenamente, nonostante siano entrate in vigore le leggi razziali, che impediscono a Micol e a Alberto di frequentare il circolo del tennis della città.
Giampiero (Fabio Testi), non ebreo, è arrivato a Ferrara da poco, da Milano; è un tipo esuberante a cui piace la compagnia e lo svago e Alberto, malaticcio, ne è attratto poiché diverso da lui, più solitario e deluso dalla vita. Alla domanda di Giorgio, Micol risponde che Giampiero non è il suo tipo.
Sin da questi inizi, è tracciata la linea della trama. Il regime sta mutando le relazioni umane, e le appanna di una scontentezza ancora non avvertita in profondità, ma che già permea l’aria.
In casa di Giorgio (anche la sua famiglia è ebrea), il padre è incline a subire la situazione, ma Giorgio no, dice al padre che non è giusto, che si dovrebbe reagire. Tra loro passa un segnale di sospensione, di un riflettere ancora. Giorgio, sin da bambino, è innamorato di Micol, una ragazza che lo vorrebbe più deciso verso di lei, vorrebbe che la baciasse, ma a Giorgio manca il coraggio. Quando succederà, Nicol si mostrerà fredda e più tardi dirà a Giorgio di non farsi vedere più.
Più intraprendente si rivela Giampiero, che Micol respinge, ma si capisce che ne è attratta. Giorgio, spiando, li sorprenderà a fare all’amore, e lei, scorgendolo, gli si mostrerà nuda e accenderà la luce perché veda bene la sua nudità, ma anche la sua disperazione.
A Giorgio, che sta preparando la tesi di laurea, viene impedito di frequentare la biblioteca della città, e allora si reca dai Finzi Contini che ne hanno una splendidamente fornita.
Il disagio e il senso di isolamento e di rifiuto da parte della popolazione non ebrea, la quale si nasconde dietro la scusa che è una legge a costringerli a comportarsi così, si fanno più pesanti e opprimenti. Manca l’aria, si avverte la minaccia del soffocamento, del fine vita.
De Sica sa creare con le opportune cadenze queste atmosfere di disagio (si pensi a Umberto D) e ce le offre con immagini che ne sono lo specchio.
Il fratello di Giorgio, Ernesto, è stato mandato dal padre in Francia, a Grenoble, per metterlo al sicuro. Giorgio va a trovarlo, per portargli anche del denaro. Qui da un amico del fratello apprende che ci sono i campi di concentramento nazisti, di cui nessuno in Italia ha mai parlato. Una tragica scoperta che sottolinea la precarietà della situazione degli ebrei in Italia.
Ernesto lo prega di rimanere a Grenoble, ma Giorgio gli risponde che deve tornare.
La situazione peggiora ancora di più, con una gradualità che è cinica e crudele. Comincia la caccia agli ebrei. Ora non sono più tollerati, ma vengono inviati ai campi di concentramento per la loro eliminazione. Intanto Alberto è morto, e pure Giampiero sul fronte russo.
Tocca ora ai Finzi Contini, prelevati dalla loro bella casa e condotti in un palazzo dove sono radunati gli ebrei arrestati. Vi si trova anche il padre di Giorgio. Quest’ultimo è riuscito a salvarsi.
Le ultime immagini sono di una struggente poesia.
“La lunga notte del ‘43” di Florestano Vancini
È ancora Giorgio Bassani a fornire col suo racconto la materia prima per un film straordinario che ne assorbe la tragedia in tutta la sua intensità.
Questi gli attori principali: Enrico Maria Salerno, nella parte di Pino Barilari, Belinda Lee, nella parte di Anna Barilari, Gabriele Ferzetti, nella parte del professore Franco Villani, Gino Cervi, nella parte di Carlo Aretusi detto Sciagura, e Andrea Checchi, nella parte del farmacista.
Siamo a Ferrara, la città immortalata da Giorgio Bassani, così come Alberto Bevilacqua immortalò la sua Parma.
È il 1943, dopo l’8 settembre, in piena guerra. Il fascismo miete ancora le sue vittime.
Pino Barilari possiede una farmacia, proprio davanti al castello ferrarese, sotto i portici. È invalido a causa della sifilide e alla bottega ci pensa un farmacista (Andrea Checchi) e la moglie di Barilari, Anna (Belinda Lee), più un inserviente. Lui sta sempre alla finestra della sua casa, posta sopra la farmacia, e da lì osserva i passanti e tutto ciò che accade nella strada.
La moglie, in farmacia si annoia; è addetta alla cassa, ma non ha occasioni per svagarsi, se non le conversazioni noiose col marito, finché, in un cinema, non incontra una sua vecchia fiamma, Franco (Gabriele Ferzetti), un gaudente, che non vedeva da anni. Si frequentano e la vecchia amicizia diventa a poco a poco qualcosa di più.
Già si avverte che di spicco sarà la figura di Carlo Aretusi (Gino Cervi), il quale ha una cricca di estimatori intorno a sé. Non gli va a genio l’attuale federale, Mario Bolognesi, troppo tiepido, “un manichino”. I tempi sono destinati a cambiare, e assai presto, dice ai compagni fascisti.
Ecco i rastrellamenti, infatti. La gente fugge, cerca un riparo.
Anna aiuta un fuggiasco, che si è rifugiato nella farmacia, e avvisa per telefono Franco di non uscire di casa. A proposito di un rastrellato che si rivolge a Aretusi perché gli usi un riguardo, lui commenta, mentre lo portano via: “Vai vai, che un po’ di Germania ti farà bene.”. Rivolto a uno dei compagni, aggiunge: “Ma prenderemo in mano noi tutte le cose, stai tranquillo.”.
Il federale Bolognesi viene ucciso mentre si reca in auto all’assemblea nazionale del partito fascista repubblicano. L’attentato è stato organizzato da Aretusi, che ha fretta di prendere il potere a Ferrara, dove intanto la relazione tra Franco e Anna è resa più difficile dalla nuova situazione e Franco, che non se la sente più di uscire di casa, suggerisce a Anna che la sola possibilità di mantenere il loro rapporto è quello che lei si rechi di notte da lui. Lei accetta.
L’assassinio di Bolognesi dà l’occasione di inviare dalle città di Padova e Verona bande di squadristi affinché rastrellino Ferrara e eliminino per vendetta gli avversari politici. Una rappresaglia, insomma.
Arrivano di sera in una Ferrara avvolta dalla nebbia e cominciano a bussare e, ove occorra, a sfondare i portoni degli antifascisti. Succede anche alla casa dell’avvocato Attilio Villani, il padre di Franco.
Finita la rappresaglia, gli squadristi radunano le vittime davanti al castello di Ferrara e le uccidono a colpi di mitra. Dalla finestra Barilari vede tutto, e vede anche che tra gli squadristi c’è pure Aretusi, e vede pure la moglie che è tornata dal suo appuntamento notturno con Franco e si è trovata davanti quella scena di morti. Alza la testa verso la finestra e s’accorge che suo marito l’ha vista.
Tutto precipita per Anna; dopo la lite col marito fugge di casa e si reca da Franco, ma anche Franco la respinge, poiché l’indomani deve partire per la Svizzera, per evitare il rischio di cadere nelle mani dei fascisti. Il regista riprende Anna, affranta e sola, seduta su di una panchina lungo un viale alberato. La sua vita non ha più sogni, non ha più speranze. Il farmacista la riconcorrerà affinché torni al lavoro, ma Anna rifiuterà e sparirà nel nulla, non se ne saprà più niente.
Intanto Aretusi è il nuovo federale di Ferrara. Sospetta che Barilari abbia assistito dalla solita finestra all’eccidio e va a trovarlo ricordando la loro amicizia e la loro gioventù. Ma può stare sicuro. Barilari ce l’ha con la vita e non parlerà.
Quelle di Anna e del marito saranno due vite disperate, distrutte dal rimorso.
Dopo la guerra, capita in città Franco; si è sposato con una svizzera di lingua francese e ha un bambino; va a visitare la lapide che ricorda l’eccidio e alla domanda della moglie dice che tutto ciò è accaduto il 15 dicembre 1943, intorno alle ore 4 del mattino. Poi si ferma ad un bar e incontra Aretusi. Alla domanda della moglie su chi sia Aretusi, risponde: “Un poveraccio. Non credo abbia mai fatto niente di male.”.
È un film disperato, dove il coraggio è sopraffatto dalla paura e dalla viltà.
“Roma città aperta” di Roberto Rossellini
Del 1945 (notate, è appena finita la guerra, i fatti narrati sono ambientati nel 1944), è un capolavoro conosciuto in tutto il mondo. Film con questo stile asciutto ed essenziale se ne vedono pochi. Vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes del 1945.
La parte di Pina è interpretata da Anna Magnani, quella di don Pietro Pellegrini da Aldo Fabrizi, quella dell’ingegnere Giorgio Manfredi da Marcello Pagliero, quella di Marina da Maria Michi e quella del maggiore Fritz Bergmann da Harry Feist.
Si comincia con la caccia all’ingegnere Giorgio Manfredi, uomo di spicco della resistenza. Una squadra di nazisti irrompe nella pensione dove è alloggiato, ma Giorgio fa in tempo a fuggire attraverso i tetti.
A capo delle operazioni di rastrellamento è il maggiore Fritz Bergmann, il quale si è proposto di catturare tutti gli uomini della Resistenza che operano a Roma. Si avvale anche dell’aiuto del capo della polizia fascista.
Dalla sua stanza si odono le urla dei prigionieri torturati. Lo infastidiscono. Dirà: “Quanto gridano questi italiani.”.
L’interpretazione dell’ufficiale tedesco è da segnalare per la sua eccellenza. È un uomo freddo e cinico, tutto preso dalla sua missione.
Pina (Anna Magnani) compare durante un assalto ai forni. La gente ha fame e non ha paura di compiere simili gesti disperati. Si pratica la borsa nera e si attende l’arrivo degli americani.
Giorgio si fa trovare sul pianerottolo dell’abitazione di Pina e le domanda di Francesco, un comune amico, tipografo, che al momento è fuori casa. Le chiede di mandare a chiamare don Pietro per avere un colloquio con lui.
Don Pietro sarà un importante collegamento tra gli uomini della Resistenza. Gli saranno assegnate varie missioni, tutte pericolose. Al momento i nazisti non sospettano di lui.
Pina ha una sorella, Lauretta, la quale è amica di Marina, la donna di Giorgio. Quest’ultima viene subito presentata come un personaggio debole e schiavo della droga. Insieme fanno del varietà e si trovano a contatto con esponenti nazisti. Marina, soprattutto, non riesce a svincolarsi da una donna, Ingrid, spia tedesca, che pare averla plagiata servendosene per carpire notizie sui movimenti degli uomini della Resistenza. Agostino, detto anche “Purgatorio”, il sagrestano di don Pietro, è preoccupato delle numerose uscite misteriose del suo parroco: “Se non finisce presto questa guerra, io divento scemo.”. Don Pietro dà rifugio anche ad un soldato tedesco, stanco della guerra. Viene da Cassino, “un inferno”. Pina, incinta, “vedova e con un figlio grande”, deve sposarsi con Francesco, e per questo ha modo di incontrarsi spesso con don Pietro. Per le strade di Roma circolano anche le milizie fasciste al servizio dei nazisti.
Ora tutti i fili della trama sono stati stesi e non c’è che da attendere i loro intrecci.
La sapienza narrativa di Rossellini creerà la tensione necessaria per arrivare col fiato sospeso al clou della storia, ossia al mattino fissato per le nozze di Pina, allorché nazisti e fascisti faranno un rastrellamento nel palazzo dove vive Pina e arresteranno, fra i tanti, anche il suo Francesco. Lui la invoca, gridando, già salito sul camion con gli altri prigionieri, e Pina, con la forza della disperazione, riesce a svincolarsi dai soldati e gli va incontro urlando il suo nome, mentre il camion si allontana. È allora che la raggiunge una raffica di mitra e Pina muore, accasciandosi sulla strada.
Ma non finisce qui. Giorgio organizza una trappola con alcuni suoi uomini e i prigionieri vengono liberati. Marina li sta tradendo, però (per una pelliccia e un flacone di droga, ma, vedendo la sua fine tragica, se ne pentirà). Dice a Ingrid dove può trovarli, e così, mentre sono in strada, don Pietro, Giorgio e il disertore tedesco vengono fatti salire su una macchina che li conduce dal maggiore Bergmann. Si salva Francesco, che in strada era rimasto indietro rispetto ai compagni, e assiste da lontano all’arresto. La scamperà.
Le torture che subirà Giorgio sono atroci, ma, pur massacrato dagli aguzzini, non parlerà, perdendo la vita; il soldato tedesco si suiciderà, e don Pietro, messo a sedere su di una sedia, con alle spalle il plotone di esecuzione, sarà fucilato mentre, radunatisi aldilà di una rete di recinzione, ci sono i suoi ragazzi che fischiano una canzone che hanno in comune con don Pietro per dirgli addio. Assistendo alle torture fatte a Giorgio e avendolo visto morire, aveva gridato al maggiore Bergmann e agli uomini che gli erano accanto: “Sarete schiacciati nella polvere come dei vermi, maledetti!”. Vedrà la scena di morte del suo Giorgio anche Marina che, mezza ubriaca, svenirà. Ingrid le toglie la pelliccia, scuotendola.
“La chiave di Sara” di Gilles Paquet-Brenner
È un film del 2010, tratto dall’omonimo romanzo di Tatiana de Rosnay. Un film da sottolineare e risottolineare per la sua malinconica bellezza.
Questi gli attori principali: Kristin Scott Thomas, nella parte di Julia Jarmond, Mélusine Mayance, nella parte di Sarah Starzynski da bambina e Charlotte Poutrel, nella parte di Sarah da adulta, Niels Arestrup, nella parte di Jules Dufaure, Frédéric Pierrot, nella parte di Bertrand Tézac, Michel Duchaussoy, nella parte di Édouard Tézac, Aidan Quinn, nella parte di William Rainsferd.
Vedrò di semplificare per quanto possibile la narrazione dei flash-back presenti in questo film.
Siamo in Francia, è il 16 luglio 1942. Due fratelli, maschio e femmina, Jules e Sarah, stanno giocando nel letto, quando bussano energicamente alla porta. Va ad aprire la madre; è la polizia, venuta a prelevarli. Il marito non c’è, ma sfortunatamente arriverà di lì a poco e verrà arrestato pure lui. Chiedono dove sia il piccolo, e Sarah, che è più grande di Jules, risponde che il fratellino non c’è, poi, non vista, va a nasconderlo in un armadio e lo chiude a chiave. Loro, insieme a tanti altri ebrei, finiranno prima ammassati (oltre 10.000) al velodromo di Inverno di Parigi, poi trasferiti nei campi di concentramento. Già al velodromo le condizioni sono terribili, mancano i servizi igienici; una donna si suicida, una giovane si finge malata e riuscirà a corrompere la vigilanza. Il padre e la madre pensano a Jules, rinchiuso nell’armadio e la cui chiave è in possesso di Sarah. Dovevamo portarlo con noi, gridano alla piccola. Caricati su un camion partono per una destinazione ignota, ma qualcuno pensa che saranno condotti in Germania o in Polonia nei campi di concentramento. Un vecchio mostra agli altri un anello che ha al dito della mano destra e dice loro che lo porta con sé perché “nessuno al mondo può dirmi quando devo morire.”.
Anni dopo, nel 2009, una rivista decide di approfondire questa storia e incarica la giornalista Julia Jarmond di occuparsene.
Dirà al collega il quale pensa che la colpa di questa brutta storia sia dei nazisti, che, in realtà, furono i fascisti francesi ad organizzare il rastrellamento e la deportazione.
Si verifica una combinazione più unica che rara. Julia e il marito, Bertrand, stanno ristrutturando un nuovo appartamento dove andranno ad abitare. Era appartenuto ai nonni di lui. Quando Jules va a trovare la nonna, ricoverata in ospedale, scoprirà che i nonni di Bertrand andarono a vivere proprio in quell’appartamento nell’agosto del 1942, poiché da poco era stato reso libero (l’anziana donna non ne conosce i motivi). Julia intuisce subito che quell’episodio lontano ha a che fare con la storia della famiglia di Sarah.
C’è qualcosa di più: Julia è incinta e il marito non accoglie bene questa notizia. Preferirebbe che abortisse, ma Julia è decisa a portare a termine la gravidanza, “perché è una cosa giusta.” (hanno già una figlia grande).
Sarah, con un’altra bambina, è riuscita a fuggire dal campo in cui era internata, vigilato dai fascisti francesi. Uno di questi le aiuterà a passare sotto il filo spinato. Ora le due bambine cercano aiuto e un nuovo rifugio. Lo troveranno presso una famiglia francese, ma l’amica morirà a causa della difterite.
Julia non si stanca di indagare. Il suocero conferma i suoi sospetti.
Quell’appartamento era stato occupato dai suoi genitori e da lui, bambino. Nonostante l’appartamento fosse invaso da un odore nauseabondo, pensarono che si trattasse di qualche gatto o uccello morti, finché arrivò di corsa, due giorni dopo che vi abitavano, Sarah che, con la chiave conservata per tutto quel tempo, aprì l’armadio trovando, ahimé, il fratellino già cadavere e maleodorante.
Che fine ha fatto Sarah? si domanda la giornalista.
Basterà dire che continuerà le sue ricerche al termine delle quali avremo una spiacevole sorpresa, ma anche il senso di una vita che rinasce.
Il film termina con queste parole: “Quando una storia viene raccontata, non può essere dimenticata. Diventa qualcos’altro, il ricordo di chi eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare.”.
“Rappresaglia” di George Pan Cosmatos
Del 1973, tratto dal romanzo “Morte a Roma” di Robert Katz.
Questi gli attori principali: Marcello Mastroianni, nella parte di padre Antonelli, Richard Burton, nella parte di Herbert Kappler, John Steiner, nella parte di Eugen Dollmann, Delia Boccardo, nella parte di Elena, Renzo Montagnani, nella parte di Pietro Caruso, Peter Vaughan, nella parte di Albert Kesselring, Renzo Palmer, nella parte di Giorgio, Leo McKern nella parte di Kurt Mälzer.
La storia comincia il 22 marzo 1944. Le prime immagini fanno vedere i soldati tedeschi che ogni giorno marciano passando da Via Rasella, che diventerà famosa per il tragico attentato del giorno dopo.
Padre Antonelli sta restaurando in una chiesa di Roma un dipinto, quando viene a trovarlo il colonnello Kappler, per chiedere chiarimenti sull’autenticità di un quadro attribuito a Masaccio. In realtà, si tratta di una minaccia, poiché se la questione non sarà chiarita i tedeschi requisiranno tutti i quadri di valore della capitale.
intanto i tedeschi vietano una manifestazione fascista programmata per l’indomani 23 marzo per timore di disordini provocati da una città scontenta (“Roma è una polveriera.”). Però il Polizeiregiment “Bozen” dovrà continuare a marciare per la città a dimostrazione della forza germanica.
I partigiani stanno preparando un attentato a questo reggimento proprio il 23 marzo e nel momento in cui passa per via Rasella. Da Radio Londra, attraverso la voce del colonnello Stevens, si tengono aggiornati sull’andamento della guerra.
Anche i tedeschi l’ascoltano e si stanno rendendo conto che gli Alleati presto prevarranno.
Siamo ancora al 22 marzo. Il generale a capo delle forze germaniche in Roma, Kurt Mälzer, è a tavola, si gode il pranzo e la romanza cantata da un soldato tedesco “Una furtiva lagrima” da “L’elisir d’amore” di Donizetti.
Non si ha la minima sensazione di ciò che accadrà l’indomani.
Ed eccoci al 23 marzo. Fervono i preparativi per l’attentato. Un partigiano vestito da netturbino dovrà lasciare incustodita per qualche minuto in via Rasella la carretta con cui svolge il suo lavoro nel mentre passerà, come ogni giorno, il reggimento “Bozen”. L’attesa è spasmodica.
Padre Antonelli ha consegnato poco prima l’autentico Masaccio a Kappler, scongiurando la rapina di altre opere d’arte, e con lui ha una conversazione che s’incentra sull’importanza e l’efficacia della guerra. Ovviamente il prete è in disaccordo con le idee di Kappler. Quelli delle diverse conversazioni tra padre Antonelli e Kappler sono momenti molto importanti del film in cui si contrappongono due opposte visioni della vita.
Ed eccoci all’attentato. Una forte esplosione provocherà morti e feriti. Avvertito via telefono Kappler, questi commenterà: “L’11a compagnia praticamente non esiste più.”.
I tedeschi decidono la rappresaglia, e sceglieranno le vittime tra i condannati a morte e tra quelli in attesa di giudizio per gravi reati, ma il numero di 320 (10 per ogni soldato tedesco morto) è difficile da raggiungere; allora si includono anche gli ebrei. Si chiede aiuto al questore fascista Caruso per completare la lista (50 carcerati, ma alla fine saranno 55).
Siamo arrivati al 24 marzo. La compilazione della lista è ancora in corso e già si pensa ad un luogo dove eseguire la rappresaglia e la conseguente sepoltura: “Dobbiamo trovare un luogo che si presti.”.
Padre Antonelli si rivolge a Kappler, a cui è stata affidata l’organizzazione della rappresaglia, perché desista. Ma inutilmente.
A causa di un ferito che muore per gravi ferite riportate nell’attentato, la rappresaglia salirà a 330 vittime e da ultimo a 335 per l’errore della polizia fascista.
Tragiche le immagini finali dei camion che arrivano uno dietro l’altro carichi dei prigionieri e la loro esecuzione mentre i camion mantengono i motori accesi per attutire il rumore degli spari.
Padre Antonelli si aggiungerà volontariamente alle vittime.
“Il nemico alle porte” di Jean-Jacques Annaud
Del 2001. Questi gli attori principali: Jude Law, nella parte di Vassili Zaitsev, Ed Harris, nella parte del maggiore Erwin König, Joseph Fiennes, nella parte di Politruk Danilov, Rachel Weisz, nella parte di Tania Chernova, Bob Hoskins, nella parte di Nikita Kruschev, Ron Perlman, nella parte del soldato Koulikov, Eva Mattes, nella parte della signora Filipova.
Siamo nell’autunno del 1942 e scriverò di una delle battaglie più significative della Seconda guerra mondiale, quella di Stalingrado, posta sulla riva del grande fiume Volga, che darà il via alla sconfitta dell’esercito germanico.
Vassili sin da ragazzo è stato educato dal nonno (i genitori sono morti) a sparare con precisione. Il regista ci offre le immagini di una sua postazione, in un paesaggio immerso nella neve, in attesa che un lupo cada nella trappola che gli è stata tesa: un cavallo legato ad un palo. Si porterà questa sua esperienza anche nella giovinezza allorché si trova arruolato nell’esercito sovietico in occasione della Seconda guerra mondiale e della sanguinosa battaglia di Stalingrado “dove si decide il destino del mondo.” e “Il popolo dell’Unione Sovietica sarà libero.”.
Da un barcone stracarico di soldati sovietici che stanno per arrivare in aiuto della città, si vede in lontananza Stalingrado che brucia. Una squadriglia di aerei tedeschi attacca il barcone e la flottiglia e fa una strage. Relitti e corpi lacerati solcano le acque del fiume. Quando sbarcano sono accolti da colpi di cannone, di mortaio e di mitragliatrici tedesche. Ancora morti. Vassili ha una ferita al collo. Ma non desistono: “Soldati della gloriosa armata rossa, d’ora in avanti avrete vittoria o morte.”.
Ma i tedeschi li decimano con i loro potenti armamenti. Inoltre, attraverso altoparlanti, cercano di convincere i soldati russi ad allearsi a loro: “Il vostro nemico è Stalin, assetato di sangue.”.
Sono immagini di guerra grandiosa e senza risparmio, quelle che il regista ci offre.
Coi loro carri armati i tedeschi passano dove sono ammassate le vittime russe e per assicurarsi che siano tutti morti, mitragliano i loro corpi. Tra essi si è nascosto Vassili, che la scampa. Si fa dare un fucile da un compagno, Danilov, e con la massima precisione colpisce da lontano un ufficiale tedesco che sta facendo una doccia improvvisata e alcuni soldati che gli sono vicini.
Il compagno ne resta stupito. È un commissario del partito comunista. È lui che gli ha prestato il fucile, e ne scriverà sul giornale dell’Armata illustrando l’atto eroico.
Arriva Nikita Kruschev (il futuro capo dell’Unione Sovietica) per prendere in mano la situazione, visto che i soldati russi non sono riusciti a battere i tedeschi. L’ufficiale che ne aveva il comando viene da Kruschev invitato a suicidarsi. Poi si rivolge ai soldati dicendo che Stalingrado non è una città qualsiasi: “Questa città porta il nome del nostro capo.”.
I comandi russi sono estremamente severi; minacciano di morte coloro che dovessero aver paura e tirarsi indietro. Inoltre con proclami altisonanti continuano a spronare gli uomini all’attacco.
Kruschev nel prendere il comando consulta alcuni soldati, tra cui Danilov, il commissario del partito che ha visto Vassili sparare con tanta precisione, il quale gli dice: “Abbiamo bisogno di dare degli esempi.”. Chi può darli, gli domanda Kruschev e lui fa il nome di Vassili e racconta la sua storia, che finisce sulla prima pagina del giornale. Vassili diventa famoso e guadagna la stima di Kruschev.
Le sue gesta come tiratore scelto si diffondono per tutta la Russia, chi lo incontra non crede ai suoi occhi: lui è un grande eroe, una leggenda. Sa mimetizzarsi come al tempo in cui, ragazzo, dava la caccia ai lupi.
I tedeschi sono disorientati. Vassili ed altri tiratori scelti come lui fanno strage di ufficiali e devono promuovere dei sergenti per rimpiazzarli.
Alla fine Hitler, che non vuol subire uno scacco da Stalin, manda un tiratore scelto, il maggiore Erwin König, per dare la caccia a costoro e soprattutto al più famoso, Vassili.
L’ufficiale che lo accoglie, gli domanda come farà a trovare Vassili, e il maggiore risponde: “Farò in modo che sia lui a trovare me.”.
Comincerà un appassionante duello che terrà col fiato sospeso lo spettatore. Kruschev gli dirà: “L’intero Paese ti sta guardando.”.
Intanto, gli aerei tedeschi continuano a lanciare bombe su Stalingrado.
Proveremo emozioni a non finire, meglio che in un giallo.
Ci racconterà anche una storia d’amore tra Vassili e Tania.
“Mussolini ultimo atto” di Carlo Lizzani
Del 1974. Questi gli attori principali: Rod Steiger, nella parte di Benito Mussolini, Lisa Gastoni, nella parte di Claretta Petacci, Franco Nero, nella parte del colonnello Valerio, Henry Fonda, nella parte del cardinale Ildefonso Schuster, Lino Capolicchio, nella parte del comandante Pedro.
Ormai la Germania nazista sta per crollare con l’avanzata ad est delle truppe sovietiche che, dopo la battaglia di Stalingrado, stanno scacciando i nazisti dalla Russia e con l’avanzata sugli altri fronti delle truppe anglo-americane. Mussolini è conteso dagli Alleati che lo vorrebbero vivo per processarlo, dai nazisti che vorrebbero tenerselo con sé fino alla fine e dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) che lo vorrebbe fucilare.
La situazione è complicata, le notizie che arrivano sono confuse. In un incontro presso la Curia arcivescovile, il cardinale Ildefonso Schuster tenta una mediazione tra Mussolini e il CLNAI per evitare la catastrofe a Milano. In occasione di quell’incontro, Mussolini viene a sapere che le truppe tedesche di stanza in Italia hanno già firmato la resa nelle mani degli Alleati. Non ci crede.
Appare già chiaro come per i tedeschi Mussolini sia un incomodo, e quindi trattato alla stregua di un subalterno: “un fantoccio nelle mani dei tedeschi.”.
Mussolini è preoccupato, ripensa alle ragioni che lo spinsero il 10 giugno del 1940 ad entrare in guerra. Gli occorreva un migliaio di morti italiani in una guerra che sarebbe durata pochi mesi per sedersi al tavolo delle trattative di pace spartendosi il ricco bottino di guerra coi tedeschi. Le cose però, sta pensando, sono andate ben diversamente ed ora tutto sta per crollare.
I gerarchi fascisti lo disilludono che possa contare su delle forze sufficienti per contrastare i partigiani e gli Alleati, ma Mussolini ci conta, invece, e vuole lasciare Milano, nonostante i tedeschi gli abbiano fatto promettere di non farlo, e ritirarsi a Como e sulle montagne della Valtellina per organizzare la resistenza.
“Gli daranno la caccia come a un animale” dice all’amica Clara Petacci, che è intenzionata, sebbene sconsigliata, a seguire il Duce. Dirà: “Per sempre”. Claretta confida in un intervento di Churchill per salvargli la vita. Mussolini è d’accordo: “Churchill mi ha aiutato nei primi tempi, e deve continuare a sostenermi anche ora.”.
Mussolini, infine, abbandona Milano; nascono discussioni tra i gerarchi; non sembra che si possa disporre di forze adeguate per la resistenza. Si può contare solo, così si pensa, sulle camicie nere di Pavolini che, alla fine, si ridurranno a soli 12 “ragazzini”. I fascisti si stanno arrendendo. Mussolini riceve una telefonata dalla moglie Rachele e la esorta a mettersi in salvo con i figli presso gli Alleati. Le dice: “Io seguo il mio destino. Tu sei la sola donna della mia vita che io abbia amato.”.
È ancora intenzionato a passare il confine svizzero; quel governo però gli nega il visto, come lo ha negato alla moglie Rachele, ma lui non vuole allontanarsi. Un capitano tedesco, che insiste perché si metta sotto la sua protezione, gli dice: “Le montagne qui intorno sono piene di partigiani. Vi cattureranno.”.
Lizzani rende con molta efficacia lo smarrimento e il disfacimento del potere fascista, ormai destinato alla tragedia finale.
In Italia si comincia a respirare aria di libertà.
I tedeschi fanno arrivare un centinaio di soldati per proteggere la fuga del Duce, il quale, a questo punto, decide di unirsi a loro. Ma quando, a Dongo sul lago di Como, la colonna tedesca sarà fermata dai partigiani e questi avranno riconosciuto Mussolini e la Petacci, i tedeschi li abbandoneranno al loro destino.
Ora i due sono nelle mani dei partigiani, i quali, nelle gerarchie superiori, ne hanno già decretato la morte.
E pensare che su di un muro, si legge questa scritta spergiura: “Solo Iddio può fermare la volontà fascista. Gli uomini e le cose mai.”.
C’è una corsa per impossessarsi di Mussolini: tra gli americani che vogliono processarlo, e i partigiani che vogliono ucciderlo. Mussolini spera negli americani: “Che aspettano gli americani ad arrivare.”.
Sappiamo tutti come andò a finire.
Composta ed eccellente l’interpretazione di Mussolini da parte di Rod Steiger.
“La tregua” di Francesco Rosi
Del 1997, tratto dal romanzo omonimo, autobiografico, di Primo Levi.
Questi gli attori principali: John Turturro, nella parte di Primo Levi, Massimo Ghini, nella parte di Cesare, Rade Šerbedžija, nella parte del Greco, Roberto Citran, nella parte di Unverdorben, Claudio Bisio, nella parte di Ferrari, Andy Luotto, nella parte di D’Agata, Lorenza Indovina, nella parte di Flora, Agnieszka Wagner, nella parte di Galina, Stefano Dionisi, nella parte di Daniele.
Ci narra il cammino di Primo Levi, una volta liberato dal campo di concentramento di Auschwitz per tornare nella sua Torino.
Quattro soldati russi a cavallo, in mezzo alla neve, si fermano e uno di essi guarda col binocolo ciò che gli appare in lontananza: un grande campo e 2 uomini, tra cui Primo levi, che su una coperta trasportano un morto e lo depongono, ammassato con tanti altri, nella fossa comune. Più lontano altri due uomini stanno facendo altrettanto.
Levi li vede. Anche il suo amico Daniele li vede. Anche gli altri li vedono. Arrivano e con delle corde legate ai cavalli abbattono il cancello. Non credono alla libertà che si apre loro davanti, escono euforici e confusi. Arriva l’intera armata rossa. Ricevono assistenza alimentare e medica. Poi, cominciano i trasferimenti su treni stracarichi di ex prigionieri. S’incontrano, nell’ammassamento, uomini e donne che parlano la stessa lingua, contenti della circostanza.
È un paesaggio di miseria quello che si presenta agli occhi dello spettatore, ma anche si avverte l’alito di una speranza che risorge dopo che per tanto tempo è stata sopita.
Tra tante persone Levi incontra un omaccione greco con la barba brizzolata che, si capisce dai suoi modi spicci, ha esperienza della vita; in qualche modo riesce a farsi capire dalla gente nelle varie lingue. Lo porta con sé, purché si carichi addosso il sacco dove custodisce le sue cose. Levi accetta. La colonna di ex-prigionieri è scortata da soldati russi a cavallo. Nessuno sa, però, la destinazione, nemmeno il Greco, il quale, però, decide di lasciare la colonna e di andare da solo, portando con sé Levi. Quando conversano tra loro, l’uomo non manca di dare consigli su come affrontare la vita e Levi lo ascolta attonito ma soddisfatto. Gli dice il Greco che la vita “è tutta una ripetizione, amico.”.
Quando Levi si trova un giorno in mezzo alla folla per vendere una camicia per conto del Greco, gli si avvicina un russo che capisce che lui è italiano e gli parla. Levi si è accorto che la gente sta radunandosi intorno a lui e domanda il perché. L’uomo gli risponde che è per la stella gialla che porta sul petto (poiché egli ha deciso di mantenere la veste che indossava da prigioniero), e allora Levi lo prega di rivelare che viene da Auschwitz ed è ebreo. Però l’uomo non traduce la parola ebreo, ma solo dice che è un politico. E Levi, allora, vuole che si sappia che è ebreo e lo dice a tutti coloro che lo circondano e lo guardano stupefatti, e dice anche che, a poca distanza da lì, c’era un campo di sterminio.
Un’accusa ben precisa diretta a chi finora aveva fatto finta di nulla.
Il Greco lo lascia solo, se ne va, dopo avergli regalato un paio di scarpe. Una volta gli aveva detto che importante nella vita è mangiare e avere un paio di scarpe.
Viene raccolto da un camion che porta gente nei campi di smistamento russi. In verità, si tratta di campi di lavoro, ove si conduce una vita miserabile, fatta di fatica e di stenti.
Ma lui è fortunato. Poiché ha dichiarato di essere un chimico, è assegnato all’infermeria del campo, dove fa servizio anche una ragazza disinibita, Galina, dalla cui bellezza è colpito. Gli dirà Cesare, un furbacchione romano in grado di cavarsela sempre con le sue bizzarre trovate, è zoppicante per una ferita di guerra: “Ma come fai a innamorarti in un posto come questo.”. Levi conosce anche Ferrari, un ladro matricolato. E poi, Unverdorben, un violinista e D’Agata, un siciliano.
Arriva la notizia che Berlino è caduta. Si esulta e si organizza una festicciola di varietà. Si esibisce cantando anche Galina. Con la notizia che Berlino è caduta arriva anche quella, tanto attesa nel campo, che tutti torneranno a casa.
Il viaggio di ritorno sarà per Levi come un pellegrinaggio, una continua devozione per ciò che, uomini e cose, gli sta intorno. Ma Auschwitz ha lasciato il segno su tutti. Anche su Levi: “Non può esistere Dio, se esiste Auschwitz.”.
“Il pianista” di Roman Polanski
Del 2002. Questi gli attori principali: Adrien Brody, nella parte di Władysław Szpilman, Thomas Kretschmann, nella parte del Capitano Wilm Hosenfeld, Michał Żebrowski, nella parte di Jurek, Frank Finlay, nella parte del padre, Maureen Lipman, nella parte della madre, Ed Stoppard, nella parte di Henryk.
Siamo nel settembre del 1939, a Varsavia. Szpilman è un pianista e sta esibendosi nello studio della radio di Varsavia, allorché si sentono delle esplosioni vicine. Continua a lavorare fino a che un bomba esplode proprio nello studio.
Parliamo dell’invasione nazista della Polonia. L’inizio della Seconda guerra mondiale.
Gli ebrei devono abbandonare case e averi e adunarsi in un ghetto creato apposta.
Szpilman ha conosciuto da poco una ragazza che studia violoncello, Janina, la quale rimane inorridita da quanto sta succedendo. Vede la colonna di ebrei, tra cui Szpilman, che con le loro poche cose si incamminano verso il ghetto.
Entrambi non credono che tutto ciò “durerà a lungo”.
La famiglia di Szpilman si stabilisce nel piccolo appartamento assegnato.
Si hanno momenti di smarrimento in cui ogni famiglia pensa a se stessa.
I soldati nazisti li ridicolizzano, si prendono gioco di loro. Costringono un vecchio a ballare in mezzo alla strada.
Un giovane ebreo, amico di famiglia, si è arruolato nella polizia ebrea, che ha il compito di tenere sotto controllo il ghetto, che straripa di ebrei che arrivano da tutta la Polonia. Chiede a Szpilman di fare altrettanto, ma né lui né altri della sua famiglia si prestano a servire i nazisti.
Invece Szpilman frequenta un’organizzazione ribelle che stampa un giornale, che ha già molti lettori. Pensano di riuscire ad organizzare una rivolta.
I nazisti non si accontentano. Stanno rastrellando ed ora tocca a una famiglia che abita in un palazzo proprio davanti alla loro casa. Un invalido lo gettano dal balcone.
Siamo arrivati al marzo del 1942. I membri della famiglia hanno trovato lavori precari e in qualche modo riescono a campare.
Ma ecco che capita a Szpilman e alla sua famiglia di essere selezionati per andare altrove. Una ragazza, anch’essa selezionata, osa domandare “Dove ci portate?” e un soldato, anziché rispondere, le spara in fronte.
Questo è il terribile clima che si sta respirando: cinismo e violenza, barbarie. Può accadere che tra gli ebrei si rubino il cibo. Dilaga il mercato nero.
Trasferimenti e ammassamenti continui, e nuovi morti, sono i ripetuti segni di miseria morale da parte dei nazisti. Una donna si è nascosta col proprio bambino, che si è messo a piangere, e la donna, per non essere scoperta, gli ha tappato la bocca e, distratta dalla paura, ha lasciato morire soffocato il proprio bambino.
Si capisce che coloro che sono stati selezionati sono destinati a morire nei campi di concentramento. Infatti, nella colonna costretta a salire sul treno c’è anche Szpilman, e quel suo amico della polizia ebrea, lo sottrae dicendogli che con ciò gli ha salvato la vita.
Szpilman da solo sta camminando per le vie e le piazze di Varsavia tutte cosparse di morti. Ma, per mangiare, ha bisogno di lavorare; così deve mettersi di nuovo sotto il controllo dei nazisti. Un amico che si trova lì, e membro della Resistenza, gli confessa: “Ci stanno sterminando, non ci metteranno molto.”.
Ritrova Janina, la ragazza bionda che studiava violoncello che, insieme con suo marito, gli dà rifugio e assistenza. Gli dà anche nuovi abiti. Da ora in poi, Szpilman si muoverà cambiando rifugio di volta in volta accolto dagli amici della coppia. Ma il clima che ha respirato finora non si è diradato. Dice: “Ma alle volte non capisco da quale parte del muro mi trovo.”.
Siamo giunti all’aprile del 1943. Si hanno le prime azioni della Resistenza. Szpilman è scettico, ma Janina gli dice: “Insorgeranno anche i polacchi. Siamo pronti. Combatteremo anche noi, combatteremo.”.
Polanski riesce a trametterci, attraverso il personaggio di Szpilman, tutta la sofferenza del popolo ebraico. Ancora di più, ci fa sentire che Szpilman siamo noi, ciascuno di noi.
Agosto 1944. Szpilman ha cambiato diversi alloggi, sempre assistito da Janina e dal marito. Si stanno diffondendo le notizie che i tedeschi subiscono ingenti perdite, i russi avanzano e gli Alleati sono ormai in Francia. A Szpilman si dà speranza. Anche la Resistenza sta incrementando, e con successo, le azioni di guerriglia.
I nazisti coi lanciafiamme incendiano le case e Szpilman è costretto ad abbandonare l’infermeria tedesca, rimasta deserta, in cui si era rifugiato. L’immagine di lui che percorre una strada di Varsavia completamente deserta con ai lati la fila di case distrutte è mirabilmente eseguita dal regista, ma straziante.
È la guerra che avvolge ogni cosa nel silenzio di morte, una volta che ha realizzato la sua opera di distruzione.
È, questa, la risposta amara del regista alla follia della guerra.
Alla fine sarà, però, la musica del pianista a sfidare la tragedia e a far risorgere la vita, come un fiore risorge dalla terra.
“Il delitto Matteotti” di Florestano Vancini
Del 1973. Questi gli attori principali: Franco Nero, nella parte di Giacomo Matteotti, Mario Adorf, nella parte di Benito Mussolini, Umberto Orsini, nella parte di Amerigo Dumini, Vittorio De Sica, nella parte del magistrato Mauro Del Giudice, Renzo Montagnani, nella parte di Umberto Tancredi, Gastone Moschin, nella parte di Filippo Turati, Riccardo Cucciolla, nella parte di Antonio Gramsci, Damiano Damiani, nella parte di Giovanni Amendola.
Siamo di fronte al delitto più rappresentativo compiuto dal regime di Benito Mussolini, che determinò, poi, addirittura lo scioglimento del Parlamento e la soppressione delle libertà di stampa. Un “giù la maschera” anche per coloro che ancora rimanevano illusi sul carattere democratico del governo fascista.
Il Partito Nazionale Fascista ha conquistato nell’elezioni del 6 aprile 1924 2 terzi dei parlamentari. Nella seduta inaugurale del 30 maggio 2024 si alza Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario e ne contesta la validità, avendo il partito di Benito Mussolini usato la violenza per ottenere i voti, grazie anche alla presenza della milizia ai seggi elettorali. Ne chiede l’annullamento.
Da parte dei fascisti si leva un gran baccano e trattano di buffone l’oratore, interrompendolo più volte. Mussolini appare stupito e stravolto da tanta temerarietà.
Ai giornalisti che gli si avvicinano per complimentarsi del suo coraggio, risponde: “E allora preparativi un bell’elogio funebre.”. Sa quello che ha osato e non si sbaglia. Di lì a poco Amerigo Dumini, un fascista dalla vita strampalata e disinvolta, fa degli appostamenti su Matteotti. Ha ricevuto l’ordine di ucciderlo, ed ecco che si arriva al 10 giugno quando il deputato socialista viene sequestrato davanti a casa sua, bastonato e caricato su una macchina guidata da Dumini. Tra i gerarchi si diffonde la paura di essere scoperti e che Dumini possa aver commesso qualche errore. Lo stesso Questore, di fronte a chi gli chiede di far luce, nega che si possano aprire delle indagini sul nulla. Un testimone ha visto la macchina il giorno prima passare davanti alla sua bottega con fare circospetto. Lo rivela al Questore che si arrabbia quando apprende che ha comunicato anche ai giornalisti la targa dell’auto sospetta. Il giorno dopo i giornali dell’opposizione, infatti, a grandi titoli danno la notizia della scomparsa di Matteotti. Nella piazzetta dove è stato rapito appaiono una croce e dei fiori sparsi a terra. Qualcuno vi si raduna. Lo si dà già per morto.
Tutto si fa più difficile e complesso per Mussolini. De Bono, capo della polizia, gli riferisce che tutta l’Italia è in fermento, ci sono delle rivolte, qualche fascista restituisce la tessera. Mussolini pensa che ai cittadini vada sacrificato un colpevole, e fa il nome di Dumini dicendo al suo interlocutore che gli si dia, a compenso, tutto ciò che vuole.
Nella seduta della Camera in cui Mussolini dà notizia della scomparsa di Matteotti l’opposizione dichiara a tutta forza che la responsabilità di quanto è accaduto è di Mussolini e del suo governo.
In una riunione l’opposizione decide di astenersi dai lavori parlamentari come segno di protesta. Sarà l’occasione per Mussolini per sciogliere le Camere, dichiarando a un suo consigliere di riaprirle quando “ci” farà comodo.
È l’inizio della dittatura. Seguirà la soppressione delle libertà di stampa e la violenza più dura nei confronti degli oppositori.
Un’orribile storia ancora non troppo lontana perché non se ne ricordi tutta la brutalità e come il periodo più buio della nostra democrazia.
Viene ritrovata la macchina su cui Dumini aveva trasportato Matteotti. È incaricato delle indagini il magistrato Del Giudice (un eccellente, come sempre, De Sica), il quale constata che dentro l’auto c’è stata una lotta furibonda tant’è che ci sono tracce di sangue e di vetri rotti.
Dichiara ad un amico che non consentirà che la politica s’intrometta nelle sue indagini. Anche se non è ancora stato ritrovato il suo corpo, ormai si dà Matteotti come morto.
Mussolini è furibondo e se la prende coi suoi, ritenendoli incapaci. Rivede gli incarichi, chiede che alcuni suoi gerarchi si dimettano. Desidera confondere le idee. Anche nell’opposizione c’è un po’ di confusione. Attraverso Gramsci, il Partito Comunista invoca lo sciopero generale, la sola risposta che possa far tremare il regime. Ma gli altri partiti sono contrari e promuovono un incontro con il Re, il quale si mostra molto indifferente. Li riceve a San Rossore e, anziché prendere in considerazione le loro istanze, li invita a visitare la bella tenuta di caccia.
Intanto, il magistrato Del Giudice continua le sue indagini e interrogatori, a cominciare da Dumini. L’accusa ora è precisa. Tutti gli incriminati sono sospettati di aver rapito e ucciso il deputato socialista Giacomo Matteotti, il cui cadavere viene trovato sotterrato in un bosco il 16 agosto del 1924, dal brigadiere dei Carabinieri Carapelli. Il processo non si farà mai, dirà un amico a don Sturzo, il prete che ha fondato in Italia il partito cattolico. Sarà così. Il caso verrà tolto al magistrato Del Giudice.
I giornali danno notizia del ritrovamento del cadavere e il paese è in subbuglio. Gli industriali temono la caduta del governo Mussolini e decidono di aiutarlo. Sono convinti che negare le libertà al popolo ignorante sia una scelta obbligata e finalizzata all’ordine e al bene del Paese.
La Chiesa oltretevere è prudente, retta da Pio XI. Solo Sturzo con il suo partito cattolico tenta di reagire. Fa un’alleanza coi socialisti di Turati. Piero Gobetti, a Torino, col suo giornale La rivoluzione liberale sta diffondendo le idee liberali, provocando la reazione di Mussolini che farà con lui come aveva fatto con Matteotti. Sarà bastonato e costretto all’esilio in Francia dove morirà in conseguenza delle ferite riportate.
Le forze si sono schierate, dunque, chi da una parte, chi dall’altra, e chi resta in mezzo.
È un film dalla precisione tagliente.
Il memoriale dato ai giornali da Cesare Rossi, ex addetto stampa di Mussolini, con cui accusa il Capo del governo di essere il mandante dell’assassinio di Matteotti, scatena un putiferio. I fascisti reagiscono incendiando le edicole e tutte le rivendite di giornali. Farinacci e i suoi della milizia invocano Mussolini affinché consenta loro di fare piazza pulita delle opposizioni.
Ormai tutto il Paese teme le forze e le reazioni della dittatura. Dice Mussolini: “(Il re) mi deve far comandare come dico io.”.
Sarà così per un ventennio fino al 25 luglio 1943. E poi fino alla sconfitta totale della Repubblica Sociale Italiana.
“Red Land (Rosso Istria)” di Maximiliano Hernando Bruno
Del 2018. Questi gli attori principali: Selene Gandini, nella parte di Norma Cossetto, Franco Nero, nella parte del Professor Ambrosin, Geraldine Chaplin, nella parte di Giulia Visantrìn adulta, Sandra Ceccarelli, nella parte di Madre Visantrìn, Romeo Grebenšek, nella parte di Mate.
Ho letto su Wikipedia (che mi offre spesso utili informazioni al riguardo) che questo film è ricavato “da un ‘diario’ del cugino di Norma Cossetto, Giuseppe (1920-2017) scritto su pressione di sua figlia l’anno prima di morire quando aveva 96 anni.”.
È la storia, infatti, di una martire, a cui molte città, tra cui Lucca, hanno intitolato o una strada o una piazza od altro. Nel 2005 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi le conferì la medaglia d’oro al valor civile.
Ma è anche, attraverso di lei, la storia di come gli italiani della Dalmazia e dell’Istria (tutti giudicati fascisti) furono trattati dall’esercito comunista di Tito. I mezzi adottati per il loro sterminio non differiscono molto, per cinismo e crudeltà, da quelli adottati dal nazismo.
Il film ha trovato ostacoli per la sua distribuzione, probabilmente per il tema trattato, ad alcuni scomodo. Ma la storia non deve ammettere paure e inganni tesi a nascondere la verità. Il nascondimento, può, infatti, durare qualche anno, anche qualche decennio, ma mai può durare per sempre.
Gli italiani della Dalmazia e dell’Istria che vollero rifugiarsi in Italia, non furono da certi politici e da certi loro seguaci accolti con dignità, come si doveva fare nei confronti di esuli che chiedevano aiuto alla Madre patria, ma furono trattati e offesi allo stesso modo che i titini facevano sul loro territorio. È, questo film, soprattutto, ricordo e testimonianza di una nostra vergogna.
Siamo alla vigilia dell’8 settembre 1943. Finora la vita degli italiani, e di Norma, è trascorsa abbastanza serena, ma quando Badoglio dà notizia via radio della resa dell’Italia, tutto cambia. S’insinua la paura. L’esercito italiano stanziato in quelle terre, e scarso di numero, è sbandato, manca di ordini precisi. Il Duce è agli arresti sul Gran Sasso (ma sarà presto liberato dai tedeschi) e qualcuno pensa che Badoglio se ne stia lavando le mani dei problemi dalmati e istriani.
Il padre di Norma, che è un podestà, resta fisso a Trieste per seguire gli sviluppi della situazione. La sua mancanza in casa, insinua nella famiglia insicurezza e timori.
In una conversazione tra il professor Ambrosin e il sacerdote don Umberto si mette in gioco Dio. Il prete lo difende, il professore sostiene che si sta vendicando per avere l’uomo ucciso suo figlio. Le guerre non finiranno mai, dice dolente il professore.
I tedeschi stanno reagendo e rastrellano i soldati italiani; alcuni fuggono per tornare a casa. I titini stanno avanzando. Alcuni italiani antifascisti, tra cui l’amica di Norma, Adria, si stanno organizzando per unirsi ai titini e fare la resistenza. Una banda di titini, comandati da un feroce e cinico Mate, sta mietendo vittime tra gli italiani, non facendo sconti a nessuno: “A me non piace l’italiano.”.
Norma, nell’esprimere le sue preoccupazioni, dice al professor Ambrosin: “Io amo la mia terra, questa terra rossa che ha il colore del nostro sangue.”.
Le varie situazioni conseguenti all’8 settembre sono ormai delineate.
Giorgio, un amico di Norma, unitosi ai titini, è incaricato di portare Norma da Mate, per essere interrogata, dove incontra l’amica Adria che, come Giorgio, è passata dalla parte dei comunisti. Sorpresa e sgomenta, le dice: “Sei sempre stata una sorella per me, la mia migliore amica.”.
Ma Adria è ormai schierata, risoluta. Il fratello Angelo tenta inutilmente di farle capire che i titini prima uccideranno i fascisti e poi tutti gli italiani. È Angelo che trova impiccato alla corda della campana don Umberto. È ancora Angelo che, quando vedrà che Norma e gli altri prigionieri sono caricati su di un camion, correrà verso di loro gridando: Vi ammazzeranno, e verrà ucciso da un titino. I titini ormai dominano il campo, l’esercito italiano è disintegrato, alcuni ufficiali decidono di tornare alle proprie case. i tedeschi continuano i loro rastrellamenti, ma le violenze e gli stupri della banda di Mate continuano. Le donne prigioniere, tra cui Norma, vengono stuprate. Giorgio cerca di salvarla, ma è ucciso.
Giunge il momento dell’esecuzione dei prigionieri. È arrivato il tempo delle foibe. Sono allineati davanti ad una buca profonda, di origine carsica. Sono stati legati col fil di ferro a due a due. Spareranno ad uno soltanto, risparmiando la pallottola per l’altro. Allo stesso modo dei nazisti.
“Katyn” di Andrzej Wajda
Del 2007, tratto dal romanzo “Post Mortem” di Andrzej Mularczyk. Questi gli attori principali: Artur Żmijewski, nella parte di Andrzej, Maja Ostaszewska, nella parte di Anna, Andrzej Chyra, nella parte del Tenente Jerzy, Danuta Stenka, nella parte di Róza, Jan Englert, nella parte del Generale, Magdalena Cielecka, nella parte di Agnieszka.
Questa tragedia del 1940 che vide il massacro di ben circa 22.000 tra ufficiali, politici, giornalisti, professori e industriali polacchi è stata oggetto di una lunga diatriba su chi l’avesse provocata. Le responsabilità rimbalzavano tra Russia e Germania. Le commissioni che furono istituite la attribuivano quando alla Germania quando alla Russia, finché fu il Presidente sovietico Krusciov a rivelare nell’ottobre del 1990 che la responsabilità dell’eccidio era dei russi.
Lascio agli storici le precisazioni su questa tragedia, a me interessa il resoconto di un film che narra un orrifico sacrificio di vite umane, provocato dalle ideologie e dalla guerra.
La Germania il 1 settembre del 1939 invade la Polonia. Subito Gran Bretagna e Francia si schierano con la Polonia e dichiarano guerra alla Germania. Il 17 settembre anche l’Unione Sovietica invade la parte settentrionale della Polonia. Gli Alleati tacciono pensando all’utilità futura dei sovietici per sconfiggere la forte Germania.
Germania e Unione sovietica si spartiscono i prigionieri: alla Germania vanno i soldati e i sottufficiali e all’Unione Sovietica gli ufficiali.
La popolazione non sa che pesci prendere, c’è chi fugge, per un riparo, verso i sovietici, chi verso i tedeschi.
Anna, con la figlia Weronika, va alla ricerca di suo marito Andrzej, capitano dell’esercito polacco, lo trova e lo supplica di tornare in qualche modo a casa, ma lui rifiuta dicendole che ha giurato di servire la Patria.
Con altri ufficiali (in tutto arriveranno a circa 22 mila unità), Andrzej si trova rinchiuso in una baraccopoli, alla mercé dei soldati russi. L’amico, tenente Jerzy, paventa che li elimineranno tutti, perché eliminare gli ufficiali di un esercito significa togliere ad esso coloro che sono preparati alla guerra: “Di noi rimarranno solo i bottoni.”.
Comincia lo sterminio. Le immagini delle esecuzioni sono terrificanti. È il 7 aprile 1940 (come risulterà dal diario di Andrzej). Dopo un primo annuncio da parte dei tedeschi del 1943, finita la guerra ne daranno notizia via radio ancora i tedeschi il 18 gennaio 1945 in occasione della loro occupazione di Cracovia. Scorrono le immagini (originali) della fossa comune trovata nella foresta di Katyn, in cui gli scheletri, tutti uccisi con un colpo di pistola alla nuca, rivelano che furono i russi ad ucciderli col loro caratteristico modo di giustiziare la vittima.
Ma anche i russi nomineranno una commissione d’inchiesta col risultato opposto, ossia che a fare la strage furono i tedeschi, portando a giustificazione, pure loro, la particolarità del colpo di pistola alla nuca.
Tornando ai tempi dell’eccidio, nel film scorre anche la storia della vedova di un generale polacco ucciso nel corso dello sterminio. Una ex domestica, divenuta benestante, poiché il marito è diventato prefetto del nuovo governo filo sovietico, gli riporta la spada del generale che le era stata data in custodia dalla vedova.
È questa vedova che grida contro i russi che con i risultati della loro commissione stanno diffondendo il falso. La ferma, mettendola in salvo, l’ex amico di Andrzej, Jerzy, ora diventato maggiore del nuovo esercito polacco, il quale le dice: “Che differenza fa se sono stati i sovietici o i tedeschi.”.
È costui che ha portato ad Anna la notizia che suo marito, il capitano Andrzej, è morto a Katyn. Ed è costui che, preso dal rimorso, un po’ ubriaco, in un bar pieno di soldati polacchi griderà la verità, ossia che la strage è stata compiuta dai russi: “Non possono farci tacere per sempre.”. E nei confronti di un ufficiale vicino a lui, che cerca di farlo tacere, lo rimprovera ammonendolo: “Non dirmi che non so quello che dico, perché qui lo sapete tutti.”. Uscito dal locale, si suiciderà. “Perché vivere con tutto questo male intorno.”.
Il regista, che a Katyn ha perso il padre, aderisce a questa tesi.
Il seguito del film mostrerà quanto tale tesi abbia faticato per affermarsi.
“Il partigiano Johnny” di Guido Chiesa
Del 2000, tratto dal celebre romanzo omonimo di Beppe Fenoglio. Questi gli attori principali: Stefano Dionisi, nella parte di Johnny, Fabrizio Gifuni, nella parte di Ettore, Andrea Prodan, nella parte di Pierre, Alberto Gimignani, nella parte del Biondo, Giuseppe Cederna, nella parte di Nemega, Umberto Orsini, nella parte di Pinin, Chiara Muti, nella parte di Elda, Claudio Amendola, nella parte del comandante Nord, Lina Bernardi, nella parte della madre di Johnny, Toni Bertorelli, nella parte del padre di Johnny.
Siamo all’annuncio di Badoglio dell’8 settembre 1943 con il quale si dà notizia della resa dell’Italia agli Alleati. Si crea un po’ di confusione. Da una parte si invita a mantenere l’alleanza con i tedeschi (i renitenti, considerati disertori, sono passibili di fucilazione), dall’altra gli Alleati inviano appelli perché si aiuti a liberare l’Italia dal fascismo e dai nazisti.
Johnny è inquieto, è intento ai suoi studi, è fuggito anche lui dall’esercito di stanza a Roma, ora si arrangia con qualche traduzione dall’inglese, ma lo fa in modo precario. Avverte che qualcosa è cambiato e qualcosa sta cambiando in lui. Incontra degli amici che intendono entrare nella Resistenza. Uno dei capi gli domanda se è disposto a uccidere un amico fascista, eventualmente anche suo padre, se si rivelasse fascista. Johnny dice di no. Allora potrai essere solo un Robin Hood, gli risponde.
Assiste all’assalto dei partigiani ad una caserma dei carabinieri, in forza del quale ottengono la liberazione dei renitenti ivi reclusi. I carabinieri, arresisi, lo hanno però visto e inserito in una lista di ricercati, assieme al padre, considerato un socialista. Di ciò, li avverte don Mario, andando a trovarli a casa.
Johnny decide di raggiungere da solo i partigiani operanti sulle Langhe. Lo accolgono. Uno gli domanda se sia comunista. Lui risponde: “Io sono solo contro i fascisti. Il resto non mi interessa.”. Un altro gli parla degli “Azzurri” (i badogliani, in realtà Formazioni Autonome Militari) e gli dice che sono “gente preparata.”.
Partecipa ad un agguato contro i fascisti. Ne uccide uno. Accanto a lui c’è il Biondo con la mitragliatrice, un uomo spietato, le cui azioni spesso non condivide.
Riescono a catturare un ufficiale tedesco con alcuni soldati. Ma presto arrivano le truppe naziste per liberarli. È tarda sera. Nella valle si vedono i fari accesi delle molte camionette che risalgono la collina. Al mattino si odono colpi di mitragliatrice e il tuonare delle bombe dei mortai. Il biondo viene ucciso. I partigiani si disperdono. Anche Johnny fugge, solitario. Incontra gli “Azzurri” e si unisce a loro, tra i quali ritrova l’amico Ettore. Al collo portano tutti una sciarpa azzurra. Ha conosciuto il loro comandante, il capitano Nord.
I partigiani, sia i rossi che gli azzurri, senza che ci sia resistenza, occupano la cittadina di Alba e qualcuno, di fronte alla freddezza degli abitanti, dice: “È chiaro che non ci vogliono.”. Johnny, poiché è la sua città, va a trovare i genitori, ai quali confida che non potranno tenere la città che solo per pochi giorni.
È un film con molte azioni, che scorrono come su di un pentagramma.
I tedeschi e i fascisti si riprendono Alba e i partigiani fuggono. Johnny si ritrova con Ettore e altri 2 compagni (poi ridotti a 3) in una fuga dolorosa e rocambolesca, incontrando spesso squadre di nazisti alla loro ricerca e riuscendo ad evitarle per un nonnulla.
Restano comunque nei dintorni e qualche volta entrano in Alba per cercare cibo. Spesso Johnny si trova a percorrere sentieri e strade da solo. Quando arriva l’inverno, si comincia a sperare nella fine della guerra. L’amico Ettore è caduto nelle mani dei fascisti, i quali non vogliono scambiarlo con i loro militi prigionieri. Qualcuno dice a Johnny che difficilmente se la caverà.
Ai partigiani sulle Langhe cominciano ad arrivare i rifornimenti da parte degli Alleati. Due mesi dopo la guerra sarà finita.
“Il generale Della Rovere” di Roberto Rossellini
Del 1959, tratto da un soggetto di Indro Montanelli e trasformato poi dallo stesso nel racconto omonimo, fu premiato nel 1959 con il Leone d’oro, ex aequo con La grande guerra di Mario Monicelli. Questi gli attori principali: Vittorio De Sica, nella parte di Emanuele Bardone, Hannes Messemer, nella parte del colonnello Müller, Vittorio Caprioli, nella parte di Aristide Banchelli, Sandra Milo, nella parte di Olga, Giovanna Ralli, nella parte di Valeria, Anne Vernon, nella parte di Clara Fassio, Nando Angelini, nella parte di Paolo, Franco Interlenghi, nella parte di Antonio Pasquale, Giuseppe Rossetti, nella parte di Fabrizio. Tra gli attori appare anche lo stesso regista, nella parte di un amico di Fabrizio.
In giro c’è un certo Emanuele Bardone (si fa passare quando per l’ingegnere Grimaldi, quando per il colonnello Grimaldi), lestofante e imbroglione, che si guadagna da vivere promettendo ai familiari di far liberare i propri cari imprigionati dai tedeschi in cambio di denaro. Dice loro che vanta delle conoscenze importanti (in realtà un corrotto sergente tedesco, Walter Hageman, addetto a fornire notizie ai familiari sui prigionieri). È anche un incallito giocatore e i soldi che si mette in tasca presto li perde nel gioco d’azzardo.
Convive con una bella e giovane bionda, Valeria, alla quale chiede spesso di impegnare i suoi gioielli per pagare i debiti di gioco. Le va dicendo, con simpatica spudoratezza, che tutti i suoi beni sono al Sud. Loro si trovano a Genova.
Come sempre, quando c’è di mezzo Vittorio De Sica, le sue interpretazioni sono straordinarie. Sarà così anche per questo film. Qui abbiamo un miracolo: un grande regista, Roberto Rossellini, che dirige un regista bravo quanto lui, ma anche, in più, attore di eccellenza.
Simpatico il modo in cui Bardone cerca di vendere un falso zaffiro orientale (“le sette bellezze”) per racimolare le cinquantamila lire che deve al sergente Walter. L’aiuterà Olga, una donna di bordello, donandogli trentamila lire, in ricordo dei bei tempi trascorsi con lui. Li perderà subito dopo al gioco.
Accade che a un posto di blocco viene ucciso il generale Giovanni Braccioforte Della Rovere. Il colonnello Müller, che aveva affidato l’operazione a un subalterno, è arrabbiato, poiché il generale doveva essere preso vivo, per carpirne informazioni militari e scambiarlo con un generale tedesco prigioniero degli Alleati. Dice al subalterno che faccia diffondere la falsa notizia che il generale Della Rovere è stato arrestato. Ora, però, deve trovare un uomo che si finga il generale ucciso.
E qui entra in gioco il colonnello Grimaldi, ovvero il nostro lestofante Emanuele Bardone. Viene sorpreso dalla polizia mentre sta facendo uno dei suoi imbrogli con una povera donna che ha cercato aiuto per il marito, pagandogli 100.000 lire, ma il marito risulterà già fucilato. Si giustificherà dicendo che ha fatto i suoi imbrogli cercando di dare speranza ai quei disgraziati familiari. Ha fatto del bene, dice.
È a questo punto che il colonnello Müller gli propone, promettendogli la cancellazione di tutti i suoi reati, e anche un premio, di farsi passare per il generale Della Rovere, lasciarsi arrestare e cercare in carcere di carpire tutte quelle notizie che potranno essere utili ai tedeschi. Lui accetta.
Quando lo trasferiscono in prigione a San Vittore, i carcerieri hanno l’ordine di trattarlo bene. Qualcuno dalla cella che nota tutta quella speciale attenzione, dice: “E chi arriva, lo Scià di Persia?”.
Ad un inserviente, Banchelli, “un povero tipografo”, che è chiamato a sistemargli il letto, Bardone si presenta come il generale Della Rovere, lasciandolo esterrefatto. Presto la notizia del suo arrivo fa il giro delle celle. È stato rinchiuso nel settore dove sono detenuti i politici. Così, attraverso i loro modi speciali, cominciano a circolare informazioni e a stabilirsi contatti frenetici.
Bardone viene a conoscere le condizioni miserabili e drammatiche della detenzione, anche attraverso le scritte dolorose presenti sui muri della sua cella.
Non sa come reagire. È disorientato: è stato imprigionato per carpire informazioni utili ai tedeschi e si trova in un luogo di pene e di torture disumane.
È il punto di svolta del film, l’apprendimento, cioè, da parte di un uomo agnostico, di una guerra feroce che si accanisce contro quegli italiani che hanno scelto la libertà rifiutando la dittatura.
Da che parte stare?
Ora qualche prigioniero lo chiama a voce alta. Chiede: “Ma quando arrivano. C’hanno le scarpe strette questi americani.”.
La presenza del finto generale Della Rovere crea un’atmosfera frenetica e carica di speranza, di cui Bardone comincia a rendersi conto. Tutti lo chiamano Eccellenza, alcuni ufficiali a voce alta si mettono a sua disposizione. Lui risponde: “Sono il generale Della Rovere. Forza ragazzi.”. In lui qualcosa sta mutando. La graduale identificazione con il personaggio che tutti credono che lui sia, sta a poco a poco ricoprendo e rivestendo la sua vecchia personalità.
La bravura del regista, ma anche dell’attore, è rimarchevole.
Da fuori cercano di mettersi in contatto col generale, rimproverandosi di non averlo liberato nel corso del suo trasferimento da Genova a Milano. Ora è tutto più difficile.
In una retata, è catturato anche Pietro Valeri, conosciuto come Fabrizio, il capo della Resistenza partigiana a Milano, ma i nazisti non conoscono la sua identità, e quando vengono a sapere che è uno di quelli presi nella retata, il colonnello chiede a Bardone di scoprire chi sia, rivelandogli che quando Della Rovere è stato ucciso doveva incontrarsi proprio con Fabrizio. Bardone domanda al colonnello come possa identificarlo, se non lo ha mai conosciuto. Sarà lui a cercarlo, gli fa capire il colonnello, visto che avevano un appuntamento per incontrarsi.
Bardone è riluttante, e non dice né sì né no.
Però, quando da Banchelli, che fa nel carcere anche da barbiere, riceve un messaggio cifrato, lo consegna al colonnello. Ancora non ha deciso, ma il rimorso sale e si fa più pungente. Davanti allo stesso colonnello, subito dopo avergli consegnato il messaggio, esclama: “Ma che faccio. Ma che faccio.”.
La maturazione di Bardone è lenta e faticosa, ma sta facendo presa sul vecchio lestofante e imbroglione.
Rossellini vuole farci intendere che il germe della libertà è dentro ciascuno di noi, ed è sempre pronto a far sentire la sua voce. Il film è di una rimarchevole impronta psicologica.
Per sfortunate circostanze, il colonnello si vede costretto a torturare Bardone, al fine di confermare agli occhi dei detenuti che egli è il generale Della Rovere.
È il momento, questo, in cui l’identificazione si compie e quel lestofante e imbroglione che era Bardone si merita di essere considerato un martire e un eroe. Sembrano proprio destinate a lui le parole che la moglie, credendolo suo marito, in una lettera fattagli avere in carcere, gli ricorda che lui ripeteva in famiglia queste parole: “Quando non sai qual è la via del dovere, scegli la più difficile.”.
“I quattro cavalieri dell’Apocalisse” di Vincente Minnelli
Del 1962, basato sull’omonimo romanzo di Vicente Blasco Ibáñez. Questi gli attori principali: Glenn Ford, nella parte di Julio Desnoyers, Ingrid Thulin, nella parte di Marguerite Laurier, Charles Boyer, nella parte di Marcelo Desnoyers, Lee J. Cobb, nella parte di Julio Madariaga, Paul Lukas, nella parte di Karl von Hartrott, Yvette Mimieux, nella parte di Chi Chi Desnoyers, Karlheinz Böhm, nella parte di Heinrich von Hartrott, Paul Henreid, nella parte di Etienne Laurier.
Conquista, Guerra, Fame e Morte, sono questi i 4 cavalieri dell’Apocalisse. Li ricorda, in Argentina, ai propri familiari riuniti per una festa il ricco possidente Julio Madariaga. I suoi figli, con le rispettive famiglie, sono venuti a trovarlo. La famiglia del genero Karl von Hartrott vive a Berlino e simpatizza per il nazismo. Quella dell’altro genero, Marcelo Desnoyers, vive a Parigi. Ad un certo punto, si mettono a discutere sul nazismo, che sta imponendosi in Germania, e nella foga della discussione il vecchio Madariaga muore.
Tornati a Parigi, i Desnoyers conducono una vita brillante. Il giovane Julio, insieme con la sorella Chi Chi, non manca di partecipare alle feste che vengono date dalle migliori famiglie della città. Tra esse, c’è quella di Etienne Laurier, proprietario di un giornale, e della bella moglie Marguerite (interpretata da Ingrid Thulin, una delle muse del grande regista Ingmar Bergman). Tra Julio e Marguerite nascerà una simpatia, e via via qualcosa di più, allorché Etienne si arruolerà e partirà per il fronte a difendere la Francia dall’invasione. È scoppiata la guerra, infatti. I tedeschi bombardano Varsavia e stanno dilagando in Europa. I parigini, terrorizzati, abbandonano le loro case, nonostante gli inviti dei governanti a non lasciare la città. Chi Chi, la sorella di Julio, è entrata nella Resistenza e rimprovera il fratello per la sua indifferenza di fronte a ciò che sta accadendo. Ma Julio le dice che i tedeschi ormai hanno vinto.
Intanto i tedeschi occupano Parigi, sfilano sotto l’Arco di Trionfo. Suo zio Karl è diventato generale e a Parigi occupa un posto di rilievo. Dice al cognato Marcelo che possono contare su di lui per ogni necessità. Ha portato con sé l’altro figlio, Gustav. Arriva anche Henrich, è diventato un colonnello delle SS molto influente.
In occasione di un ballo Julio e Heinrich s’incontrano. Succede che mentre Julio e Marguerite ballano, un generale si invaghisce della donna e vuole sottrarla a Julio, il quale lo ammonisce dicendo che quella donna è sua. Il generale non la prende bene e sta per reagire duramente quando interviene Henrich in difesa di Julio, invitando il generale a non abusare del suo grado. Il generale rinuncia, suo malgrado.
Il regista pare voler insistere sul profondo legame che unisce Julio a Marguerite e lo spettatore pensa al povero marito Etienne che sta combattendo al fronte mentre la moglie a tutto pensa fuorché a lui. Quasi si irrita. Ma forse il regista vuole preparaci a delle mosse a sorpresa. Pare di intuirlo dal suo modo, eccellente e raffinato, di narrare.
A Parigi nascono le prime rivolte. Nel corso di una di queste Chi Chi è arrestata. Julio e il padre vanno da Karl a chiedere il suo intervento per la liberazione. Arriva anche Heinrich e tutto va liscio, ma dicono loro che deve essere l’ultima volta.
Julio, dopo aver ottenuto la sua liberazione, parla con la sorella, invitandola a non mischiarsi alla Resistenza, trovando la sua opposizione. Nel congedarsi da lui, gli dice: “E io che ti credevo la persona più stupenda del mondo intero.”.
Il ritorno di Etienne dalla prigionia, distrutto nel fisico e nel morale, porterà tanta tristezza nella vita di Marguerite, che decide di non abbandonarlo, soprattutto quando, catturato dalla Gestapo di nuovo, verrà torturato e di nuovo rilasciato ridotto a un rottame (“Ha bisogno di qualcuno.”, lei dice), e porterà tristezza anche in quella di Julio, che si unirà alla Resistenza col nome di Manuel, impegnandosi a dare informazioni sui movimenti dei nazisti. Non lo rivelerà a nessuno, nemmeno al padre, che lo implora di impegnarsi per combattere i nazisti.
Cin Cin sarà di nuovo arrestata e questa volta Karl non potrà fare nulla. È morta nei campi di lavoro a Compiègne, dopo essere stata torturata. Karl dirà al cognato Marcelo che anche due dei suoi figli sono morti: Gustav e Franz, e che restano solo Ulrich e Julio della loro famiglia.
Si avvicina il crollo del nazismo. Etienne, pure menomato nel fisico, è tornato ad occupare il suo posto di rilievo nella Resistenza e non consente a Julio-Manuel di andarsene da Parigi. Le sue relazioni con l’ambiente nazista sono importanti e di lui non si può fare a meno.
Ma Etienne sarà di nuovo catturato dalla Gestapo e morirà sotto tortura. Marguerite tornerà da Julio, che viene incaricato di una missione delicata (Marguerite scoprirà così che pure Julio è della Resistenza). Dovrà raggiungere il cugino Heinrich che sta per partire per la Normandia. Sotto la sua auto metteranno una trasmittente che ne indicherà sempre la posizione. Così quando incontrerà Henrich, i partigiani scopriranno la posizione della divisione tedesca e la bombarderanno.
La missione avrà successo.
“L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij
Del 1962, tratto dal racconto “Ivan” di Vladimir Bogomolov, e insignito nello stesso anno del Leone d’oro al miglior film al Festival di Venezia, ex aequo con Cronaca familiare di Valerio Zurlini.
Questi gli attori principali: Nikolaj Burljaev, nella parte di Ivan, Valentin Zubkov, nella parte del capitano Kholin, Evgenij Žarikov, nella parte del tenente Galtsev, Stepan Krylov, nella parte del caporale Katasonov, Nikolaj Grin’ko, nella parte del tenente colonnello Grjaznov.
In questo film ammireremo le stupende inquadrature del regista, per le quali diventerà famoso.
Ivan è un ragazzo che si trova a vivere la sua infanzia in un periodo tragico, quando l’Unione Sovietica è invasa dai nazisti. Non si tira indietro e non ha paura. Lungo il cammino, qua e là incontra cadaveri e carri distrutti. È catturato dai soldati russi mentre sta attraversando un acquitrino. Dice di voler parlare solo con lo Stato maggiore, e si rifiuta di rispondere alle loro domande. “Vengo dall’altra riva” dice soltanto all’ufficiale che lo interroga.
Quando si mettono in contatto con lo Stato Maggiore e dicono il suo nome, subito il tenente colonnello che riceve la telefonata risponde che è una persona al loro servizio, testarda ma capace, e di trattarlo bene e di prendere nota del suo rapporto. Il tenente Galtsev che l’ha in consegna gli farà fare il bagno e poi lo metterà a letto. Il ragazzo è stanco e non ha fame. Quando dorme fa dei sogni che riguardano la sua vita con la mamma, ed una delle inquadrature ci fa capire che la mamma è morta a causa dei bombardamenti. Più volte torneranno le immagini del suo passato.
Arriva a prelevarlo il capitano Kholin, suo amico, al quale rivela la posizione dei tedeschi, che sono molto vicini.
Ma quando raggiunge il comando, scopre che vogliono mandarlo ad una scuola militare. Protesta, poiché si sente più utile al fronte e vuole essere presente quando ci sarà l’avanzata sovietica. Scappa, ma lo raggiungono e lo caricano in macchina: “La guerra non è affar tuo, stanne lontano.”.
Arrivano, e ci entusiasmano, le splendide inquadrature della foresta di betulle dove il capitano Kholin corteggia il tenente medico Masha, della quale è invaghito anche il tenente Galtsev.
Sebbene ci sia la guerra, lì sembra lontana, e si ha una straordinaria sensazione di freschezza e di pace, finché la foresta non sembra tremare nel momento in cui il capitano è tentato di approfittare di Masha.
Ma la guerra irrompe. Vicino esplodono bombe che scavano buche e innalzano polvere, e si susseguono i bengala che lasciano la loro scia nel cielo. Ivan è dentro un rifugio, preso dalla sua voglia di combattere; ha un coltello in mano che gli è stato regalato dal tenente Galtsev e si immagina di affrontare un nemico che ha di fronte. È un’illusione, ma ci fa capire quanto il ragazzo non abbia paura della guerra. Al tenente che insiste perché vada alla scuola di guerra, dove potrà istruirsi e anche riposare, risponde: “Ma lo sai chi si riposa in tempo di guerra? Solo i vigliacchi e gli invalidi.”; “Lasciatemi in pace, una buona volta.”.
Il capitano Kholin e il tenente Galtsev portano con sé Ivan per una spedizione. Loro dovranno recuperare i corpi di due soldati russi giustiziati dai nazisti ed esposti sulla riva del fiume; Ivan, invece, dovrà introdursi nelle file nemiche per carpire informazioni. I due ce la faranno, nonostante che una pattuglia tedesca li abbia intravisti e mitragliati. Tornati al rifugio, ora attendono Ivan. Sono preoccupati, e giustamente. Ivan non tornerà. Alla fine della guerra, il tenente Galtsev troverà negli archivi nazisti il fascicolo di Ivan, impiccato.
“Missione Anthropoid” di Sean Ellis
Del 2016. Questi gli attori principali: Jamie Dornan, nella parte di Jan Kubiš, Cillian Murphy, nella parte di Jozef Gabčík, Anna Geislerová, nella parte di Lenka Fafková, Harry Lloyd, nella parte di Adolf Opálka, Toby Jones, nella parte di Jan Zelenka-Hajský, Charlotte Le Bon, nella parte di Marie Kovárníková, Alena Mihulová, nella parte di Mrs. Moravcová.
Nel settembre del 1938 Hitler convoca Gran Bretagna, Italia e Francia e dichiara che vuole occupare la Cecoslovacchia, cosa che farà di lì a poco “senza che venga sparato alcun colpo.”. È il primo minaccioso segnale dei disegni egemonici della Germania in Europa. Un anno dopo, infatti, occuperà la Polonia, ma questa volta Francia e Gran Bretagna reagiranno e si darà inizio alla Seconda guerra mondiale.
Le fabbriche cecoslovacche diventano importanti per la produzione bellica tedesca, ma sono anche prese di mira dalla Resistenza cecoslovacca. Hitler invia allora il generale delle SS Reinhard Heydrich per sopprimerla. Sarà tanto feroce da guadagnarsi il nome de “Il Boia di Praga”. “Solo Himmler e Hitler sono sopra di lui.”.
Questa è una storia vera, ci avverte il regista.
Due patrioti, Jozef Gabčík e Jan Kubiš (veramente esistiti), sono paracadutati, insieme ad altri 4, nei pressi di Praga; la loro missione è uccidere proprio Heydrich. Sono intercettati dagli uomini della Resistenza, i quali sostengono che è una pazzia uccidere un gerarca così importante. La reazione di Hitler sarebbe stata spietata, capace per ritorsione di distruggere Praga.
Sono comunque ospitati presso un’abitazione sicura e invitati a non uscire insieme, ma separati. Si metteranno a loro disposizione, per una migliore mascheratura, due ragazze fidate, Lenka Fafková e Marie Kovárníková.
Si avvicina il giorno dell’attentato. Ladislav Vaněk, uno della Resistenza, mostra un messaggio in cui Londra sospende l’operazione, ma è del tutto opposto a un altro messaggio in codice ricevuto da uno degli incaricati di uccidere il gerarca, il quale, da voci carpite, sembra che stia per essere trasferito. Bisogna affrettare i tempi, ma Ladislav, che si lamenta di non essere considerato nel gruppo e perfino sospettato di fare il doppio gioco, teme che l’attentato porti alla cancellazione della Cecoslovacchia dalla faccia della terra.
Nell’avvicinarsi del momento, Jan ha una crisi di paura, ma Jozef riesce a calmarlo. Siamo al 27 maggio 1942. Aspettano l’auto su cui viaggia Heydrich. Avrà o non avrà la scorta? Le informazioni ricevute dicono di no. Sta avvicinandosi l’ora. Si appostano, coadiuvati da alcuni della Resistenza. Le mani di Jan tremano: “Devo stare calmo”, mormora.
Arriva l’auto. Jozef gli va incontro e spara, ma il mitra si inceppa e sta per essere ucciso dallo stesso gerarca, quando interviene Jan che lancia una bomba che fa saltare in aria l’auto. Poi fuggono. Tornati alla famiglia presso cui stanno nascosti, apprendono che Heydrich è ricoverato in ospedale in gravi condizioni. Tutto l’ospedale è circondato dai soldati nazisti. Una delle due ragazze, Lenka, è stata uccisa mentre fuggiva tra la folla, provocando dispiacere e risentimento in Jozef, che l’amava.
Sono stati fatti migliaia di prigionieri, si rastrellano le abitazioni. Viene promessa una taglia di 10 milioni di corone a chi darà notizie sugli attentatori. Padre Vladimir si offre di rifugiare gli attentatori nella cattedrale.
In tutta Praga si dispiega con rabbia e frenesia la caccia all’uomo. Heydrich muore a causa delle ferite riportate. Per rappresaglia, in un villaggio tutti gli uomini sopra i 16 anni sono giustiziati e le donne e i bambini abbandonati in un campo e distrutte le loro case. I nazisti informano che se non saranno presi i colpevoli giustizieranno 30 mila civili.
Jozef e Jan, allora, decidono di andare nel parco della città con dei cartelli indosso in cui sta scritto che sono loro gli attentatori ricercati. Ma i compagni non sono d’accordo e preferiscono resistere. Così sarà fatto.
Quando i tedeschi vengono a sapere che sono nascosti nella cattedrale, la circondando e danno inizio ad una massiccia sparatoria, durante la quale i resistenti o si uccideranno o saranno uccisi. Accadrà anche a Jozef e a Jan.
Nei titoli finali, il film ci fa sapere che per rappresaglia i tedeschi uccisero più di 5 mila civili e che, dopo un tale massacro, Winston Churchill dichiarò nullo l’accordo di Monaco con la Germania e considerò la Cecoslovacchia un importante alleato nella lotta per la libertà.
“Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino
Del 2009. Questi gli attori principali: Brad Pitt, nella parte del tenente Aldo Raine, Mélanie Laurent, nella parte di Shosanna, Christoph Waltz, nella parte del colonnello Hans Landa, Eli Roth, nella parte del sergente Donnie Donowitz, Michael Fassbender, nella parte del tenente Archie Hicox, Diane Kruge, nella parte di Bridget Von Hammersmark, Daniel Brühl, nella parte di Frederick Zoller, Til Schweiger, nella parte del sergente Hugo Stiglitz, Gedeon Burkhard, nella parte del caporale Wilhem Wicki.
1941, la Francia è occupata dai nazisti. Il colonnello Landa, soprannominato “il cacciatore di ebrei”, fa visita alla famiglia contadina LaPadite. Dopo vari panegirici e complimenti, si capisce il suo scopo. Cerca la famiglia Dreyfus, ebrea, che risulta scomparsa misteriosamente. LaPadite dice di essere a conoscenza che sia fuggita in Spagna, ma il colonnello l’ha preso in trappola e riesce a fargli confessare, sia pure tra le lacrime, che essa è nascosta a casa sua, e precisamente nella cantina sotto le tavole del pavimento di cucina. Chiama i suoi uomini e fa mitragliare il pavimento; muoiono tutti salvo la giovane Shosanna, che riesce a fuggire attraverso un pertugio. Quando il colonnello se ne accorge e la vede, lei è già troppo lontana.
Il film è diviso in capitoli, e questo che ho raccontato è il primo.
Il secondo comincia col mostrarci il tenente americano Aldo Raine (Brad Pitt), che ha davanti a sé dei soldati schierati e dice loro che li ha scelti poiché sono ebrei. Il loro compito sarà quello di uccidere ogni soldato nazista che incontreranno: “Ogni figlio di puttana che indossi la divisa nazista dovrà morire.”; “Saremo crudeli coi tedeschi.”; “Ogni uomo al mio comando mi dovrà cento scalpi di nazisti.”. Usa questo linguaggio, poiché nelle sue vene scorre sangue indiano. Sarà conosciuto anche come “l’Apache”.
Tra questi uomini c’è anche un soldato tedesco, il sergente Hugo Stiglitz, che si è ribellato e ha ucciso ben 13 ufficiali nazisti. E anche è famoso presso i tedeschi il sergente Donnie Donowitz, chiamato l’Orso ebreo, il quale uccide i connazionali nazisti fracassando loro la testa con una mazza da baseball.
Secondo lo stile di Tarantino compariranno immagini crudeli e violente, come lo scotennamento dei nazisti uccisi, e altre atrocità del genere.
Hitler viene a sapere di questo nucleo armato che fa strage nel suo esercito ed è arrabbiato per il fatto che non si riesca ad annientarlo. Un soldato tedesco che è stato lasciato vivo affinché riferisse a Hitler, si presenta a lui e gli mostra il marchio della svastica incisa sulla sua fronte.
Nel terzo capitolo siamo nel giugno 1944, a Parigi.
Ritroviamo Shosanna Dreyfus, che ha cambiato nome, ora si chiama Emmanuelle Mimieux e ha ereditato un cinema dagli zii.
C’è un giovane tedesco, Friedrich Zoller, che la corteggia, ma lei odia la sua divisa. Però nota che tutti corrono a salutarlo e così apprende che è un eroe di guerra, conosciuto in tutta la Germania; ha ucciso più di 300 nemici. Ora ecco che un’auto si ferma davanti al suo cinema, un ufficiale la fa scendere dalla scala su cui è salita per sistemare l’insegna pubblicitaria e la porta in macchina con sé. La conduce ad una festa e apprende che ad invitarlo è stato proprio quel giovane, il quale le presenta nientemeno che Joseph Goebbels, ministro del Reich per l’Istruzione pubblica e la Propaganda. Il giovane, infatti, interpreterà se stesso in un film dedicato alla sua storia, dal titolo “Orgoglio di una Nazione”. La ragazza è stata condotta lì, poiché il giovane e famoso soldato ha suggerito a Goebbels di organizzare la Prima del film nel cinema di Emmanuelle. Arriva il colonnello Landa, quello che ha fatto strage della sua famiglia, e, senza riconoscerla, la interroga, venendo a sapere che ha come proiezionista un negro, Marcel, quindi le domanda se anche lei sa mandare un proiettore e alla sua risposta affermativa la invita a farlo in occasione della Prima. Non si può consentire che a proiettare il film sia un negro. Lei accetta. Sta capendo che si trova in una situazione delicata, ma che potrebbe essere utile per una sua vendetta personale contro il nazismo. Pensa, infatti, che l’occasione della Prima riempirà il cinema di nazisti, anche importanti, e addirittura sarà presente lo stesso Hitler (come in effetti sarà), e quindi perché non dare fuoco al locale incendiando le 350 pellicole a disposizione, facendo così una strage?
Ne parla con Marcel, il negro suo dipendente, che si stupisce ma acconsente di collaborare.
Quarto capitolo. Gli Alleati sono al corrente di questa Prima e sanno bene che vi parteciperanno le più alte autorità naziste, quindi intendono infiltrare un loro ufficiale che s’intende di cinema e sa parlare il tedesco alla perfezione.
Dovrà unirsi al gruppo del tenente Raine, quello de “I Bastardi”, e prendere contatto, insieme coi due tedeschi del gruppo, con una celebre attrice tedesca, Bridget von Hammersmark, passata al servizio degli inglesi. L’incontro avviene in un bar di solito frequentato da soli francesi, ma questa volta ci sono soldati tedeschi che festeggiano la nascita di un bambino a un commilitone, Wilhelm, il quale va a chiedere un autografo all’attrice, che accetta. È un po’ brillo, ma fa notare ad uno dei tre ufficiali (quello inviato dagli inglesi) che il suo accento è particolare, e , Wilhelm viene opportunamente scacciato dal tavolo dai 2 ‘bastardi’ tedeschi. È presente un maggiore della SS che s’insospettisce e si avvicina, sedendosi poi al loro tavolo. L’inglese, al momento, ha saputo spiegargli l’origine del suo accento, e ora giocano a carte insieme.
Ma non finisce qui. L’inglese fa un gesto tipicamente britannico nell’indicare con la mano il numero 3, il maggiore delle SS lo nota. Ne nasce una sparatoria in cui muoiono tutti, tranne il tedesco neo padre Wilhelm e la bella attrice, rimasta ferita ad una gamba e salvata da Raine.
Il colonnello Landa arriva nel bar, dove è presente il solo Wilhelm, e constata la morte di tutti gli altri. Però trova le scarpe di Bridget von Hammersmark, riconosce che sono sue e le guarda con fare sospetto.
Siamo al quinto capitolo.
Tarantino ha un modo di narrare che sorprende e intriga. La divisione in capitoli rende la complessa storia più intellegibile e accattivante. Riesce a rendere tutto scorrevole e semplice e perfino le efferatezze che appaiono consentono una lettura mai singola, sibbene complessiva e di congiunzione. Coinvolgente la scelta di musiche e canzoni.
Siamo arrivati alla Prima. Nel ridotto del cinema avvengono saluti e riconoscimenti. È presente anche il colonnello Landa (ottima la sua interpretazione; ci sarà una sorpresa finale) il quale nota che l’attrice Bridget von Hammersmark ha una fresca ingessatura alla gamba destra e le domanda come sia successo. Le risposte di lei, anche se mostra sorridendo di accettarle, non lo convincono.
Alla prima sono presenti alcuni del gruppo de “I Bastardi”, tra cui il loro capo Aldo Raine. Al colonnello Bridget dice che sono suoi conoscenti siciliani. L’attrice farà, di lì a poco, una brutta fine per mano proprio di Landa.
Succede così che l’ebrea Emmanuelle Mimieux, ossia la nostra ebrea Shosanna, scampata alla strage della sua famiglia, e gli uomini della banda “I Bastardi”, mai conosciutisi, si ritroveranno, sia pure per strade distinte, a unire i loro sforzi, grazie ai quali l’operazione andrà a buon fine.
Con questo bel film, Tarantino ci mostra come avrebbe dovuto andare la storia, secondo lui, nei confronti di un nazismo di cui ha orrore e contro il quale invoca crudeltà e spietatezza senza tempo e senza fine.
ALTRO
“La grande guerra” di Mario Monicelli
Del 1959. Questi gli attori principali: Alberto Sordi, nella parte di Oreste Jacovacci, Vittorio Gassman, nella parte di Giovanni Busacca, Silvana Mangano, nella parte di Costantina, Romolo Valli, nella parte del tenente Gallina, Folco Lulli, nella parte di Giuseppe Bordin, Bernard Blier, nella parte del capitano Castelli, Vittorio Sanipoli, nella parte del maggiore Segre, Nicola Arigliano, nella parte di Giardino, Tiberio Murgia, nella parte di Rosario Nicotra.
Questo film vinse nel 1959 il Leone d’oro al Festival di Venezia ex aequo con il film di Rossellini “Il generale Della Rovere”, di cui si è già scritto.
Vanta due attori straordinari tanto cari agli italiani, Alberto Sordi e Vittorio Gassmann, e questo film mi consente di sottolinearne l’elevata qualità, sempre stati bravi, sia quando interpretavano parti comiche sia quando interpretavano quelle drammatiche.
Le immagini si aprono su di una lunga fila di giovani che devono arruolarsi e partire per la Grande guerra, quella del 1915-1918. Tra loro c’è anche Giovanni Busacca (Vittorio Gassmann), appena uscito di galera. A controllare la disciplina c’è il soldato di piantone Oreste Jacovacci, che sta tagliandosi le unghie e ogni tanto dice: “Boni, state boni”, un romano, mentre Busacca è uomo del Nord.
Quest’ultimo, convinto che possa aiutarlo, gli chiede di intervenire affinché sia riformato. “30 lire”, gli chiede Jacovacci. In realtà incassa i soldi, ma finge solo di fare qualcosa per lui, così Busacca si trova arruolato e costretto a dure esercitazioni.
La vena comica del regista, per il quale è anche famoso, già si rivela qui, con la sua proverbiale capacità di inserirla in tutti i pertugi, compresi quelli di un dramma come è quello della guerra.
Busacca si distingue subito per essere sbruffone e simpatico. Sul treno che li porta a destinazione incontra Jacovacci e lo insegue sul tetto del treno, ma finiscono per intendersi e diventare amici.
Nell’accasermamento che segue viene introdotta la figura di Giuseppe Bordin (Folco Lulli), il quale, insieme con altri, proviene dal Fronte. Lui e i suoi compagni sono ridotti in un brutto stato, ma alla vista del capannone che consente loro un ambiente più confortevole, sprigionano allegria, come se la guerra fosse lontana. Non mancano scenette comiche, soprattutto per la presenza di Tiberio Murgia, che recita la parte del siciliano Rosario Nicotra, fan sfegatato dell’attrice Francesca Bertini. Anche Nicola Arigliano, nella parte di Giardino, è siciliano. Bordin si offre per fare favori a tutti, chiedendo però un compenso in denaro, che deposita in una scatoletta per pastiglie Valda che conserva nel taschino davanti.
Quando sono inviati al Fronte, tutto cambia e la situazione si fa più seria, anche se Monicelli riesce a non dare pesantezza alla drammaticità dei vari momenti. Uno spicchio di senso ironico pervade sempre le sue immagini e sempre ci si aspetta da lui qualcosa che ci faccia sorridere.
Bordin, come al solito, continua ad offrirsi volontario, naturalmente contro compenso, anche nelle missioni più difficili, come quando viene chiesto a Busacca di uscire dalla trincea per una missione che lo porterà davanti al filo spinato del nemico. Busacca chiederà a Jacovacci di dargli 10 lire, come ha richiesto Bordin, scalandole dalle famose 30 lire che Jacovacci gli ha fregato al momento della visita di leva.
Non ci crederete, ma succede che anche Busacca e Jacovacci si offrono volontari per una missione difficile, mentre la loro compagnia esce dalla trincea per un attacco alle postazioni nemiche. Poi arriva l’inverno. Il Fronte è fermo, e sotto la neve. I soldati sono riparati alla meglio. Riguardo alla sosta invernale, Busacca dice ai compagni: “La guerra non è altro che un lungo ozio senza un minuto di riposo.”.
Continuano ad alternarsi scene drammatiche a scene divertenti, come quella della contesa della gallina tra le due trincee italiana e austriaca, e quella dell’arrivo al Fronte della posta.
Durante un attacco, Bordin muore, e la 7° compagnia è decimata. I nostri 2 eroi si salvano poiché si trovano fuori per un’altra missione, che gli giova la vita.
Una sera, all’improvviso, gli austriaci organizzano un attacco; si preparano le difese e il capitano dice al tenente di mandare per una missione due soldati, scelti tra i meno efficienti. A chi tocca? A Busacca e a Jacovacci. Dunque, sembra che non abbiano nulla di eroico nel loro aspetto e nel loro comportamento.
Compiuta la missione, continua a piovere e allora, anziché tornare alla compagnia, si rifugiano in una stalla. In lontananza si sente l’eco dei bombardamenti conseguenti all’attacco austriaco e alla difesa italiana. Affacciandosi entrambi alla finestra, vedono i lampi delle artiglierie e Jacovazzi dice a Busacca: “Pensa se stavamo là, proprio in bocca a Cecco Beppe.”. Ma ecco che una pattuglia di soldati austriaci a cavallo si rifugia nella stessa stalla. Si nascondono. Poi cercano di fuggire, ma vengono presi.
Vogliono da loro delle informazioni che, alla fine, decidono di non dare, e saranno fucilati. Intanto i rinforzi italiani arrivano e gli austriaci sono sconfitti. Il sergente dirà ad un soldato: “E pensare che anche stavolta quei due lavativi se la sono cavata.”.
Nessuno si è accorto che i due sono stesi a terra, morti.
“Uomini contro” di Francesco Rosi
Del 1970, tratto dal romanzo di Emilio Lussu “Un anno sull’Altipiano”. Questi gli attori principali: Gian Maria Volonté, nella parte del tenente Ottolenghi, Pier Paolo Capponi, nella parte del tenente Santini, Alain Cuny, nella parte del generale Leone, Franco Graziosi, nella parte del maggiore Ruggero Malchiodi, Mark Frechette, nella parte del tenente Sassu.
È un film che, quando occorre, mi piace citare, poiché esprime talune verità sulla Grande guerra, che si vorrebbero tenere nascoste, ed in specie l’arroganza e l’incapacità degli alti gradi dell’esercito italiano di guidare la guerra.
Si comincia proprio col mettere in evidenza tale arroganza e tale incapacità. Mentre il generale Leone si ritira dal colle che fino allora aveva mantenuto (Monte Fior), ora in mano austriaca, un geniere ferma la sua colonna per un pericolo avvistato. Poiché l’ordine non è stato dato da lui, il generale ordina al tenente Ottolenghi (Gian Maria Volonté) di fucilare il soldato. Con un astuto marchingegno il tenente gli risparmierà la vita e mostrerà al generale il corpo di un altro soldato morto. Nel corso della ritirata, saranno bombardati dalle mitragliatrici e dai mortai austriaci, nonché assaliti dalla cavalleria. Il campo di battaglia risulterà pieno di cadaveri dall’una parte e dall’altra. Ma ecco la pazzia dei nostri comandi. La postazione che il generale Leone ha abbandonato, per ordini superiori dovrà essere riconquistata, e anche subito, prima che gli austriaci vi consolidino la loro presenza.
Rosi, con efficaci primi piani, mostra la fatica sopportata dalle truppe che si muovono a piedi, mentre il generale Leone, tutto impettito, procede a cavallo. Ma il destino è vindice, a volte, e fa ciò che l’uomo non osa: il suo cavallo si imbizzarrisce e cade a terra, vicino a precipitare in un burrone. Il suo atteggiamento resta, comunque, arrogante e superbo. Vi sono dei momenti di follia nei suoi atti e nei suoi occhi. Il tenente Ottolenghi a volte ne ride di sottecchi.
I soldati non ne possono più di questi ordini farlocchi e senza senso, che causano la morte di loro commilitoni costretti solo ad ubbidire, senza poter dire la loro. Molti si ribellano; sanno che il tenente Ottolenghi è dalla loro parte. Ma il tentativo di ribellione fallisce, poiché allo spiegamento in posizione di sparo di altri soldati disposti a ubbidire, tornano ai loro posti. Ottolenghi li rimprovera, giacché questo modo superficiale di comportarsi non va bene.
La ribellione fallita non è senza conseguenze, infatti. Viene ordinata la decimazione.
Continuano gli ordini insensati, come quello di mandare alcuni soldati con indosso una corazza allo scoperto per tagliare il filo spinato messo a difesa della linea nemica. Sono tutti falcidiati dalle mitragliatrici poste sul fortino in vetta al colle. Ciò nonostante, il generale Leone ordina la carica e i vari reparti sono annientati, ed è tale la carneficina che dal fortino si alzano gli austriaci e gridano agli italiani che tornino indietro, che si salvino dal massacro.
La critica di Rosi è ora aspra e non ammette indulgenze. I soldati muoiono, poiché sono folli i loro comandanti. L’esercito ha delle rigidità applicative che sono prive di una qualunque traccia di moralità e di altruismo. L’esercito è cieco, insomma. E, di più, non ha la testa.
Il generale Leone continua ad incitare all’assalto, mentre l’arido e sassoso altipiano è colmo di cadaveri. Il tenente Ottolenghi si ribella e grida, rivolto nella direzione del generale: “Eccolo là il nemico. È alle spalle.”.
Nel mentre, viene ucciso da una raffica di mitragliatrice. La sua morte lascerà un segno? Sembrerebbe di no: “La guerra ha le sue belle attrattive.”, dice il generale.
Intanto, sono esaminati severamente davanti a una Commissione i soldati che hanno riportato ferite. Sono classificate quasi tutte come volontarie e il colpevole è rinviato al Tribunale militare. Non servono a nulla le proteste.
Fino alla fine, il regista sottolinea la grettezza e l’incapacità dei comandi militari. Gli uomini come il tenente Ottolenghi e ora come il tenente Sassu (l’autore del libro da cui è tratto il film) sono destinati a soccombere.
“All’Ovest niente di nuovo” di Lewis Milestone
Del 1930, è tratto dal celebre romanzo di Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Nello stesso anno, ha vinto il Premio Oscar per il miglior film e la migliore regia. Questi gli attori principali: Louis Wolheim, nella parte di Stanislaw Katczinsky “Kat”, Lew Ayres, nella parte di Paolo Bäumer, John Wray, nella parte di Himmelstoss, Arnold Lucy, nella parte del prof. Kantorek, Ben Alexander, nella parte di Franz Kemmerich.
Lo stesso spirito critico, che abbiamo trovato nel film di Francesco Rosi, “Uomini contro”, lo ritroviamo qui, in questo film che è contro la guerra.
Siamo nella Germania guglielmina. Un professore incita i propri allievi ad arruolarsi per la Grande guerra, e questi accolgono esultanti l’appello.
Ma subito devono fare i conti con una disciplina ferrea. Viene loro detto di dimenticare il passato e il futuro a cui ambivano, perché d’ora in poi “Diventerete solo soldati.”.
Sono inviati al Fronte. “Questi sono di primo pelo”, dicono gli anziani, vedendoli arrivare un po’ disorientati. Tra loro c’è il soldato Stanislaw Katczinsky, detto “Kat”, il quale si è fatto la fama di uno capace di procurarsi il cibo per sé e per i compagni. A lui sono affidate le reclute per andare a piantare del filo spinato a difesa della postazione.
Si odono i primi spari e le reclute si scompigliano in cerca di un riparo, nonostante Katczinsky dica loro di non avere paura.
Al momento dell’attacco nemico, il fracasso delle bombe, che arrivano fino alla trincea e al rifugio, crea il panico, non solo tra le reclute, ma anche tra gli anziani. La guerra è spietata. C’è chi non resiste alla furia delle armi e cerca di fuggire, ma muore o resta ferito. Essa non ha pietà e non dà scampo. Il film ce la mostra uguale dappertutto, su un Fronte e sull’altro.
Le sue crude immagini sono un’invocazione a fermarsi, a non andare oltre, ad acquisirne la severa lezione.
Viene da dire che la generazione tedesca, se avesse letto con più attenzione il romanzo di Remarque, uscito nel 1928, o visto questo film, uscito nel 1930, invece che leggere il Mein Kampf di Hitler, uscito nel 1925, la Seconda guerra mondiale non ci sarebbe stata.
Anche al Fronte i soldati si domandano perché ci sia la guerra. Non riescono a capirne la ragione. Qualcuno dice che la guerra è una febbre. Non c’è, ma ad un tratto compare. A un ferito, Franz, a cui hanno tagliato la gamba, il compagno che va a visitarlo dice: “Puoi ringraziare il cielo di essertela cavata così.”. Invece morirà. I suoi stivali sono di ottima pelle e passeranno da un sopravvissuto all’altro.
Le immagini della guerra sono una costante del film, come se il suo perdurare, con tanta violenza e esasperazione, tendesse a mutare l’animo umano. Morte e guerra, quale distruzione materiale e morale, convivono come due gemelle. In presenza della morte degli altri si arriva anche ad essere cinici, e felici di averla scampata.
Ogni tanto tornano a farsi forti, però, i ricordi della propria casa, come se ancora nulla fosse perduto, e la speranza fosse l’unica contrapposizione vera alla guerra. Un soldato dice al proprio nemico, un francese, che ha appena ucciso: “Tu eri un uomo come me e io ti ho ucciso.”.
Uno dei ragazzi, Paolo, torna a casa per la convalescenza. È guarito e non ha riportato manchevolezze al corpo, al contrario di alcuni suoi amici. Il professore che li aveva spronati alla guerra, lo chiama per parlare ai ragazzi del valore di essere soldati al servizio della Patria. Ma Paolo parla loro con tristezza e poche parole con le quali dice che in guerra si può anche morire.
Torna al Fronte. Ritrova a fatica i suoi compagni, tanti sono morti. Ritrova anche Katczinsky ma, mentre sono insieme, una mitragliata sparata da un aeroplano l’uccide.
Morirà di lì a poco anche lui, mentre dalla sua trincea allunga una mano per catturare una farfalla, di cui era un collezionista. Un cecchino ben appostato lo scorge e l’uccide.
“La masseria delle Allodole” di Paolo e Emilio Taviani
Del 2007, tratto dall’omonimo romanzo di Antonia Arslan. Questi gli attori principali: Paz Vega, nella parte di Nunik, Moritz Bleibtreu, nella parte di Youssuf, Alessandro Preziosi, nella parte di Egon, Ángela Molina, nella parte di Ismene, Mariano Rigillo, nella parte di Assadour, Hristo Shopov, nella parte di Isman, Christo Jivkov, nella parte di Taner.
In Turchia, nel 1915, muore il patriarca di un’importante famiglia armena, gli Avakian. Tra Armeni e Turchi non corre buon sangue. Gli Armeni sono una minoranza scomoda contrastata dai Turchi che vorrebbero sopprimerla. La nipote del patriarca, Nunik, è innamorata di un tenente turco, Egon, il quale, oltre che sposarla, desidera portarla a vivere in Europa, poiché gli Armeni sono in pericolo.
Il patriarca ha lasciato al figlio maggiore Assadur che vive in Italia, a Padova, ed è medico, la fattoria delle Allodole, a cui tiene tanto. Assadur comunica alla famiglia che li porterà a vivere lì, in Anatolia. Suo fratello Aram rimette in ordine la fattoria in attesa che arrivi ad abitarla Assadur.
Questi i prodromi della storia. Nella famiglia Avakian vive anche un mendicante, Nazim, a cui tutti sono affezionati.
Mentre Assadur sta facendo i preparativi per la partenza, in Turchia cambia qualcosa. I superiori ordinano al colonnello Arkan, che peraltro è amico degli Avakian, di uccidere tutti i maschi armeni e di deportare le loro donne e le bambine. Come motivazione viene data quella della minaccia russa che può trovare il popolo armeno favorevole alla sua invasione: “Cacceremo gli Armeni dalla nostra terra.”.
Intanto il colonnello è venuto a sapere da Nazim dell’intenzione del tenente Egon di fuggire in Europa con la sua ragazza Nunik. Lo manda a chiamare e gli pone due alternative: la prima è quella di accettare il suo trasferimento sul fronte russo; la seconda è quella di essere degradato e come soldato semplice fare da scorta alle donne e le bambine che saranno abbandonate nel deserto, “ad est di Aleppo.”.
Contrariamente a quanto lo spettatore s’immagina, il tenente rifiuta la degradazione e accetta di partire per il fronte russo. Dirà a Nunik la sua domestica che lui se n’è andato senza lasciare alcun messaggio.
Anche l’Italia entra in guerra. La Turchia chiude i confini e Assadur incontra delle difficoltà a partire, ma intende, comunque, adoperarsi per aiutare il suo popolo. Vende gran parte dei suoi averi e affida il denaro a persone di fiducia per farlo arrivare agli Armeni.
Le donne e le bambine armene, intanto, sono state costrette a intraprendere, tra molti stenti e sofferenze di ogni tipo, la strada per il deserto. Saranno uccise.
Alcuni membri della famiglia di Nunik si salveranno, ma non lei che, per una malaugurata circostanza, morirà con il taglio della testa e con il fuoco.
Il film si conclude informandoci che per questo eccidio gli Armeni attendono ancora giustizia.
“I fiori di Kirkuk” di Fariborz Kamkari
Del 2010. Questi gli attori principali: Morjana Alaoui, nella parte di Najla, Mohamed Zouaoui, nella parte di Mokhtar, Ertem Eser, nella parte di Sherko, Ashraf Hamdi, nella parte di Rasheed, Maryam Hassouni, nella parte di Rim.
Come il precedente film ci ha narrato le vessazioni subite dal popolo armeno da parte dei turchi, così questo ci parlerà di quelle subite dai Curdi da parte degli Iracheni.
Najla è una giovane irachena che sta studiando medicina in Italia. Parte per il proprio Paese, dove si fermerà solo qualche giorno, poiché deve ritornare in Italia per frequentare un corso di specializzazione. Cerca il fidanzato, Sherko. Hanno studiato insieme in Italia, poi lui è tornato in Iraq e le ha scritto di dimenticarlo. Lui è un curdo. La cugina le dice che è una pazzia scegliere di avere una relazione con un curdo.
Najla alloggia presso uno zio, poiché i genitori sono morti. Riesce a trovare Sherko, che si è ritirato nel suo paese, dove gli abitanti sono tutti curdi, per aiutarli. Il regime li minaccia e sono costretti a nascondersi. Sherko li assiste come può nei loro bisogni. Ecco il motivo della sua partenza dall’Italia e il perché vuole che Najla non lo cerchi più. Ma non appena, incontrandola, l’ha guardata, tra i due si è riacceso l’amore. Però le dice che d’ora in avanti sarà lui a cercarla, quando non ci sarà pericolo. Vive in clandestinità e il regime ha perso le sue tracce. Najla non accetta le sue condizioni, vuole aiutarlo e aiutare il popolo curdo. Tutto procede per il meglio finché il cugino Rasheed, che odia fortemente i Curdi, non ci si mette in mezzo e ostacola in ogni modo il suo impegno. Najla è anche corteggiata da un ufficiale, Mokhtar, figlio di una importante famiglia del regime, la cui proposta di matrimonio respinge.
Sherko viene arrestato e Najla accetta di collaborare come medico coi servizi interni allo scopo di cancellare i sospetti che su di lei ha il regime e poter individuare la prigione di Sherko. A farle avere tale incarico è stato lo zio, corrompendo un funzionario.
Assistiamo ad immagini di campi di concentramento in cui si compie ogni nequizia. Najla ha modo di vedere tutto ciò e cerca di salvare più vite possibili.
Le viene data la notizia che Sherko è stato condannato a morte. Cerca di corrompere un importante funzionario per salvargli la vita. Ma è tutto difficile. Sherko è diventato un capo importante della ribellione. Ma lo trova; è in condizioni pessime e gli presta le prime cure. Lui le domanda perché, essendo iraniana, fa tutto questo per i Curdi, e lei risponde: “Io ho scelto di essere con le vittime.”. Riesce a mandare in Occidente dei documenti comprovanti ciò che sta succedendo in Iraq. Si organizzano nel mondo manifestazioni di protesta.
Nel frattempo la guerra in corso con l’Iran cessa. Mokhtar torna alla carica per sposarla, ma ancora è respinto. Sa che è stata lei a inviare i documenti all’estero, e le dice che la sua vita è in pericolo, si deve mettere in salvo.
Najla riuscirà a salvare Sherko, ma lo lascerà per tornare ad aiutare il popolo curdo. Sarà catturata. Nella Valle dei Fiori lei ed altre donne e uomini catturati saranno fucilati.
Qualche anno dopo, invecchiato (il regime di Saddam Hussein è caduto), Skerko torna in Iraq e si ferma alla Valle dei Fiori. Un nipote che è venuto a prenderlo e ha raccolto un mazzo di fiori, gli domanda dove sia la tomba di Najla e lui risponde: “Non importa, dovunque poggi i fiori qui, sotto questa terra c’è una Najla addormentata.”.
Triste e coinvolgente il canto finale che accompagna i titoli di coda.
“La casa degli spiriti” di Bille August
Del 1993, tratto dall’omonimo romanzo di Isabelle Allende. Questi gli attori principali: Jeremy Irons, nella parte di Esteban Trueba, Meryl Streep, nella parte di Clara del Valle Trueba, Glenn Close, nella parte di Férula Trueba, Winona Ryder, nella parte di Blanca Trueba, Antonio Banderas, nella parte di Pedro Segundo García, Vanessa Redgrave, nella parte di Nívea del Valle, Maria Conchita Alonso, nella parte di Tránsito Soto.
Il film nasce da un romanzo che alla sua uscita divenne subito celebre in tutto il mondo. L’aveva scritto un’esordiente, nipote del Presidente del Cile Salvador Allende, che fu ucciso nel colpo di Stato di Pinochet dell’11 settembre 1973.
L’ex senatore Esteban Trueba torna con la figlia Blanca a visitare la casa dove aveva vissuto per tanto tempo con la moglie Clara del Valle, a San Lucas, in Cile. Tanti sono i ricordi.
Doveva sposare la sorella di Clara, Rosa, ma questa muore, avvelenata per errore, al posto del padre, un uomo politico del partito liberale. Sono i primi segnali di una inquietudine politica ancora latente. Clara ha il dono della chiaroveggenza, ed è stata lei a prevedere la morte per errore della sorella Rosa. Riesce anche, con il solo pensiero, a far muovere gli oggetti.
Quand’era piccola, molti andavano a consultarla affinché li aiutasse a risolvere i loro problemi.
Sposata con Esteban, i rapporti col marito non sono sempre idilliaci. Esteban è risoluto e duro di carattere che deve, proprio a queste sue doti, la fortuna che è riuscito ad accumulare. Diversa e assai sensibile è Clara. In famiglia vive la sorella di Esteban, Férula, alla quale Clara è molto affezionata, suscitando la gelosia di Esteban.
Il film ci narra anche come Esteban abbia fatto la sua fortuna. Ha acquistato una fattoria ridotta a un rudere, “Las Tres Marías” (“Le Tre Marie”) e ha detto ai contadini che se avessero voluto restare alle sue dipendenze, a loro non sarebbe mai mancato il pane ma avrebbero dovuto sgobbare duro. Accettano, nessuno se ne va.
Nella fattoria lavora anche una donna molto procace, Pancha Garcia, e Esteban la segue nel bosco e la costringe a fare all’amore. Ne nascerà un figlio, Esteban Garcia, che gli farà pesare questa sua condizione di bastardo. Amoreggia anche con una prostituta d’alto bordo, Tránsito Soto, la quale gli chiede perfino un prestito, promettendogli gratitudine. Gli dirà qualche tempo dopo. “Tu sei forte.”; “Tu sei come la terra.”.
Quando si sposano, Clara è felice di avere in casa con sé Férula, che considera una sorella, ma la povera Férula non può contraccambiarla nel sentimento reciproco, poiché impedita dalla gelosia del fratello. La sua vita sarà tormentata e accadrà che il fratello la scaccerà di casa, mandandola a vivere nella povertà. Quando Férula morirà, proprio nel momento in cui lascia la sua vita terrena, appare come un’eterea anima dell’Aldilà ai due, seduti a tavola con la figlia. Clara capisce che questo è il messaggio con cui Férula comunica loro la sua morte. Infatti, andati nella sua casa, la troveranno distesa nel letto, senza più vita. Le dirà Clara, con le lacrime agli occhi: “Io ti ricorderò sempre fino a quando ci rincontreremo.”.
Il film alterna momenti di crudezza a momenti di tenero confronto tra anime diverse.
Clara aspetta un figlio (nascerà Blanca); i suoi genitori vanno in auto a trovarla, ma ecco che, mentre sta per passare un treno, i freni dell’auto non funzionano e sarà investita ed esploderà I corpi dei genitori balzano in aria, e balza anche in aria la testa della madre, staccata dal corpo. La polizia, che è andata a informare i Trueba della disgrazia, confessa di non essere riuscita a trovare la testa. Clara dice di sapere dove cercarla ed infatti la trova, nascosta in un cespuglio non lontano dalla ferrovia. In quel momento ha le doglie e, condotta a casa, partorirà la sua bambina.
Dopo qualche anno, Blanca è inviata in collegio. Il padre non vuole che cresca in mezzo ai ragazzi dei suoi braccianti. Uno in particolare piace a Blanca, ed è Pedro, il figlio del fattore, Segundo.
Quando Blanca, diventata una bella ragazza, torna dal collegio è lui che cerca.
Ma in Cile le cose sono prossime a cambiare. Si sente odore di disordini. Trueba diventa senatore, espressione del partito conservatore. Pedro, invece, è un rivoluzionario, e si batte contro il governo. Sono inutili i tentativi del padre di allontanare Blanca da Pedro. Si incontrano di nascosto.
Incontriamo anche un seduttore, che si fa passare per un ricco conte, il quale vorrebbe sposare Blanca, però Clara intuisce che si tratta di un pretendente senza arte né parte, ma non Trueba. Sarà questo pretendente che gli dirà di aver trovato Blanca e Pedro a fare all’amore. Esteban lo inseguirà col fucile, pronto a sparare, ma Pedro se la caverà.
Pedro continua ad incitare i lavoratori, e ancora una volta Esteban gli si contrappone ferocemente, minacciando la sua persona.
Il governo conservatore si è fatto meno tollerante, più severo contro i rivoluzionari. Pedro rischia grosso, ma non demorde.
Esteban dice a Clara che un giorno lo ucciderà, poiché è uno straccione e un rivoluzionario, e non è della loro classe sociale. All’osservazione di Clara che lui se l’è intesa con donne non del suo stato sociale, Esteban la schiaffeggia duramente, facendola sanguinare dal naso, e lei, mentre lui cerca di farsi perdonare, gli dice: “Non ti rivolgerò mai più la parola.”. Lascerà la casa per tornare in quella lasciatagli dai genitori, e così sarà fino alla sua morte. In quel momento, lascerà detto alla nipotina (Blanca, rimasta incinta, ha ora una figlia, Alba) di riferire al nonno che quando lui morirà, lei gli sarà vicino. Anche Secundo, il padre di Pedro, lascerà la casa. Al padrone che gliene chiede la ragione, risponde: “Non voglio guardarla mentre uccide mio figlio.”.
Si svolgono le elezioni e, contrariamente alle aspettative, i conservatori sono sconfitti e vince con una larga maggioranza il Partito Popolare, a cui appartiene Pedro.
Ma di lì a poco ci sarà il golpe di Pinochet, e il governo di Allende, che ha vinto le elezioni, viene cacciato e Allende ucciso.
Il regime ora dà la caccia ai rivoluzionari e quindi anche a Pedro e, quando Blanca implorerà il padre di nasconderlo in casa sua, lui accetterà. L’amore ostinato tra Blanca e Pedro sta facendo breccia nel cuore duro di Esteban.
Qualche giorno prima, Esteban era stato a trovare la moglie e le aveva detto, pentito e dimesso: “Perdonami per tutto quello che ti ho fatto, e ho fatto a Blanca.”.
È catturata anche Blanca, poiché compagna di Pedro. Finirà nelle mani del fratellastro e torturata. Il padre cerca ogni appoggio per liberarla; fa visita ai più importanti gerarchi, ricordando quanto lui ha fatto per il Paese. Ma sono tempi spietati; il regime ha paura di tutto e non risparmia a nessuno la sua dose di crudeltà.
La severa condanna del nuovo regime, che durerà, ahimé, molti anni (11 settembre 1973 – 11 marzo 1990), viene dalle parole che Trueba pronuncia davanti alla nipotina Alba: “Come ho fatto a non capire. Come ho potuto sbagliare.”.
Per Pedro e Blanca tutto finirà bene. E Trueba, nel momento della morte, rivedrà la sua Clara.
Vi è, in questo film, nascosta in superficie dalla violenza, una delicatezza sopraffina, datagli dalle superbe interpretazioni di Meryl Streep, nei panni di Clara, e di Glenn Close, nei panni di Férula, che supera ogni limite e forse ogni paragone.
“La nave dei folli” di Stanley Kramer
Del 1965, ispirato al romanzo omonimo di Katherine Anne Porter. Questi gli attori principali: Vivien Leigh, nella parte di Mary Treadwell, Simone Signoret, nella parte della Contessa, José Ferrer, nella parte di Siegfried Rieber, Lee Marvin, nella parte di Bill Tenny, George Segal, nella parte di David, Oskar Werner, nella parte del Dott. Wilhelm Schumann, Elizabeth Ashley, nella parte di Jenny, José Greco, nella parte di Pepe, Michael Dunn, nella parte di Karl Glocken.
È un film che amo molto, e che mi è rimasto impresso per la bella interpretazione di Michael Dunn, nella parte di Karl Glocken, il simpatico e acuto nano a bordo della nave. Come pure per l’interpretazione di Lee Marvin, nella parte di Bill Tenny, un giovane scanzonato e intemperante, e di José Ferrer, nella parte di Siegfried Rieber, tutto già schierato in favore del regime di Hitler.
Siamo, infatti, nel 1933, su di una nave tedesca diretta da Veracruz a Brema.
Vi è una mescolanza di razze e di condizioni sociali, al punto che il film si rivelerà una puntuale radiografia del pensiero circolante nel mondo, ma soprattutto in Europa, per le novità politiche e militari che si stanno preparando.
Il nano, col suo grosso sigaro in bocca, ci spalanca le porte del film avvertendo che potremmo trovare noi stessi in quella massa di matti.
E, dunque, eccoci davanti al suo ingresso, e entriamo.
C’è un medico, Wilhelm Schumann, sofferente di cuore, che si prende cura dei passeggeri e in qualche caso sostituisce il comandante al tavolo da pranzo dove sono seduti gli uomini più importanti che si trovano a bordo. Quando è inquadrato il salone da pranzo, il regista ci fa ascoltare alcune conversazioni che spaziano tra quelle ordinarie a quelle speciali, che provengono quasi tutte dall’esuberante tedesco Siegfried Rieber, proprietario di una nota rivista di moda la quale ha come suo fine quello di fare in modo che la Germania non abbia bisogno, in tutti i campi, dell’apporto di stranieri (pensate, si scoprirà che nemmeno è tedesco, ma austriaco). Indicherà un tavolo dove, appartato da tutti, è stato collocato un ebreo, Löwenthal, rappresentante di oggetti religiosi. A quel tavolo va a sedersi anche il nostro Glocken, al quale, guarda caso, è stata assegnata una cabina dove dormirà con Rieber. Il contatto tra i due è sintomatico di ciò che accadrà con la dittatura nazista. L’ebreo è una persona tranquilla, si capisce che è lontano dal pensare ciò che succederà di lì a poco alla sua razza. A bordo sono saliti anche dei poveri braccianti, che sono stati ammucchiati, nel completo disordine (sono circa 600), nella stiva. Li lavano, aprendo le manichette, da cui escono forti getti d’acqua. Ci sono anche due giovani innamorati, David e Jenny, lui anche dipinge, i quali stentano a decidersi sulla natura del loro rapporto. Eppoi c’è Simone Signoret, che interpreta la parte della Contessa, una morfinomane che viene trasferita in una prigione di Tenerife, nelle Canarie, poiché è una rivoluzionaria, e alla quale il medico di bordo dà qualche assistenza circa il suo vizio, pregandola di non abusarne, e della quale un po’ s’innamora.
Il film unisce i vari segmenti grazie al filo di un dialogo improntato a insicurezza e inquietudine. La saggezza del nano fa da trait d’union.
Accanto ad una donna scontenta della vita e che rifugge, tutte le volte che può, la compagnia, Mary Treadwell (Vivien Leigh), c’è una troupe di ballerini spagnoli che tiene in allegria i passeggeri della Prima classe. Tra questi, c’è una procace ballerina, Amparo, che cerca di sedurre un giovanotto, ma lo lascia appena lui le dice che non ha un soldo per offrirle un po’ di champagne.
Tra i braccianti, incontriamo anche un intagliatore del legno che costruisce piccoli animali e spera di poterli vendere, prima o poi, magari ai passeggeri della Prima classe. Il pittore, David, gli manifesta la sua ammirazione, e anche il nano, che resta il solo che abbia una visione complessiva di ciò che accade, nel bene e nel male, sulla nave.
Due conversazioni che desidero segnalare sono quella dell’ebreo e del nano che consolano una ragazza di 16 anni a cui nessuno chiede di ballare, e quella tra il nano e l’americano Bill Tenny (Lee Marvin): quest’ultimo cerca di spiegargli, riguardo al gioco del baseball, che cos’è “una palla curva sull’angolo esterno.”. E a proposito della sagace risposta del nano, lui replica dicendogli che è “un intellettuale tagliato metà.”.
Uno degli abituali commensali alla tavola del comandante, all’improvviso viene allontanato e messo al tavolo dove si trovano l’ebreo e il nano. Il motivo è che è sposato con un’ebrea. Indignato, si presenta alla tavola da cui è stato scacciato e parla loro della moglie, che non ha mai fatto male a nessuno e critica il loro comportamento dicendo: “Non ve ne accorgete nemmeno di come siete.”.
Il clima del nazismo sta prendendo piede tra i passeggeri della Prima classe. Il proprietario della rivista di moda manifesta sempre di più la sua influenza su di loro, che restano inermi, così che pare che sulla nave si stia replicando in miniatura ciò che succede, alla grande, in Germania.
Il regista ha saputo creare la sensazione di una caligine nera (il nazismo), che a poco a poco si diffonde e ammorba l’aria.
Un cane cade in mare e l’intagliatore (ricordate?) che costruiva gli animali col legno, si getta per salvarlo, lo salva, ma per il tentativo muore. I proprietari del cane non riescono a capire perché lo abbia fatto.
E ricordate quel commensale allontanato dalla tavola del comandante perché la moglie è ebrea? Si scopre che si è separato da lei proprio per quel motivo, ed ora, per questa discriminazione che si sta imponendo in Germania, vuole di nuovo unirsi a lei: “Adesso torno da lei. Non so più nemmeno dove sta, ma la devo trovare.”.
È solo il piccolo segno di una scintilla che non si è spenta, una piccola luce che brilla nella caligine nera.
E il nano dirà all’ebreo: “Lei è tedesco nell’animo. Tedeschi come lei io non ne ho mai conosciuti.”.
E lui: “Noi abbiamo fatto tanto per la Germania e la Germania ha fatto tanto per noi.”; “Cosa vuole che facciano, ci ammazzano tutti?”.
A Tenerife sbarcano i braccianti, e sbarca anche la contessa. La polizia è venuta a prelevarla. Il viaggio prosegue.
A Brema sbarcano tutti. Nel frattempo il medico è morto a causa di un attacco di cuore; lo attendono chiuso nella bara sua moglie e i suoi 2 figli.
L’ultimo a scendere è il nostro nano, col grosso sigaro in bocca. Si rivolgerà allo spettatore con queste parole: “Io so cosa state dicendo: che cosa c’entra tutto questo con noi? Niente.”. Ma ci lascia con un sorriso che, mentre mostra i suoi denti bianchi, ci riserva un po’ di ironia.
“Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman
Del 1957. Questi gli attori principali: Max von Sydow, nella parte di Antonius Block, il cavaliere, Gunnar Björnstrand, nella parte di Jöns, lo scudiero, Bengt Ekerot, nella parte della Morte, Nils Poppe, nella parte di Jof, Bibi Andersson, nella parte di Mia, Inga Gill, nella parte di Lisa, Maud Hansson, nella parte della strega.
In testa alla classifica dei miei film preferiti metto questo, del grande regista svedese. In esso c’è tutto, ma soprattutto sapienza e bellezza, e un’analisi spietata del nostro rapporto con la Morte e con Dio. La Morte e l’esistenza di Dio sono collegate. La Morte ci porta a Lui. Questa sarà la speranza finale del cavaliere.
Antonius Block ci gioca, con la Morte, per guadagnare qualche attimo di vita in più, “per un’azione utile”, che è anche quella di capire e quietare la sua irrisolutezza. La Morte è insolitamente clemente e lo accontenta, sicura, comunque, di vincere.
Siamo nel medioevo, a metà del XIV secolo, ai tempi della peste nera, e Antonius Block fa ritorno dalla crociata per raggiungere il suo castello. Lo accompagna Jöns, il suo scudiero. Sono a cavallo. Il cavaliere ha appena incontrato la Morte e l’ha sfidata agli scacchi. Lo scudiero racconta che stanno succedendo cose orribili: due cavalli hanno lottato per mangiarsi, i corpi dei morti sono usciti dalle tombe e le loro ossa si sono sparse nell’aria, nel cielo si sono visti quattro soli.
Sulla riva del mare, trovano un cadavere, che pare seduto, vivo. Invece è già scheletro, col suo terrifico ghigno.
Continuano. Passano vicino a un carro, ma non si fermano. Dentro ci sono il capocomico Jonas Skat e marito e moglie (Jof e Mia) più il loro figlioletto Mickael, che girano per i paesi portando il loro spettacolo. È un’immagine di serenità e di gioia che fa subito da contrasto al clima tenebroso che circonda il cavaliere e il suo scudiero.
È un contrasto che ci accompagnerà sempre, come fosse quella la luce che all’inizio si vede brillare nella grossa nuvola nera che ci rammenta il brano del settimo sigillo.
Jof vede la Madonna mentre, su di un prato, insegna a camminare al suo bambino e lo racconta a Mia, che sorride incerta.
Il cavaliere e lo scudiero sono giunti intanto ad una chiesa. Entrano. Lo scudiero si dirige là dove vede un pittore disegnare un affresco. È la danza della Morte che disegna, e tra i sofferenti c’è anche un appestato, che dà modo al pittore di descrivere gli effetti devastanti della peste. Più in alto sono disegnati dei penitenti che si stanno flagellando. Mentre lo scudiero e il pittore conversano, il cavaliere si è recato davanti a un grosso crocifisso appeso alla parete, prega, poi vede alla sua sinistra dietro una grata un monaco vestito di nero, si avvicina e gli dice che vuole confessarsi, e dunque comincia a parlare di sé, descrivendosi come un uomo che ha il cuore vuoto ed è smarrito. Ma ecco che il monaco gli si disvela e altro non è che la Morte, che continua a seguirlo.
L’atmosfera del film si fa sempre più cupa, si penetra nel silenzio e nello smarrimento, ci attanaglia una sensazione di impotenza e di ineluttabilità.
Stiamo assistendo ad una qualità narrativa di altissimo livello; ogni immagine è assai più di una parola, è un condensato di percezioni che dà la sensazione di un infinito che continuamente si allontana, ci sfugge, e ci disperde. “È l’ignoto che mi atterrisce.”, dice alla Morte. E si lamenta che Dio non gli si manifesti. Domanda la Morte: “Il suo silenzio non ti parla?”.
Difficile trovare il punto focale di questo drammatico racconto, poiché niente è marginale e tutto concorre a comporre una unità grandiosa e quasi intellegibile, tanto sfida la mente. Ma questo dialogo con la Morte è fondamentale e ci aiuta a capire il doloroso dramma che il cavaliere sta vivendo e scontando anche per noi.
Usciti dalla chiesa, vedono incatenata una giovane e un monaco invoca Dio, poiché è considerata un’indemoniata e causa della peste in quei dintorni. Un quadro triste, se non che subito dopo incontriamo un quadro di natura opposta: quegli attori girovaghi, Jof e Mia, insieme col capocomico Skat, stanno cantando e spargendo allegria. Addirittura il capocomico si fa sedurre da Lisa, procace moglie del fabbro Plog, che lo attira stendendo sul prato, posto dietro il palcoscenico, una bella tovaglia bianca ed aprendo un sacchetto di leccornie.
Ancora si alterna la gioia al dolore, e tutto si cementa, infine, in un’allegria funesta, preludio dell’arrivo della processione dei penitenti, che rappresenta uno dei quadri più suggestivi e drammatici del film.
Arriva mentre gli attori stanno recitando e s’interrompono sbigottiti.
Un monaco imperversa con la sua voce tonante e annuncia la fine del mondo: “Non vi rendete conto, o disgraziati, che morirete.”. I volti degli abitanti del villaggio sono atterriti, c’è chi piange, chi s’inginocchia, mentre i penitenti continuano a flagellarsi.
Alla locanda si parla della peste. L’ostessa racconta: “Pare che giù al villaggio una donna abbia partorito una testa di lupo.”; “Molti si sono purgati col fuoco e sono morti.” Non c’è un tavolo dove non si parli che di questo.
C’è anche Jof alla locanda, insieme col fabbro Plog che sta cercando sua moglie fuggita con il capocomico, e se ne sta tranquillo a mangiare, quando uno spretato, Raval, lo aggredisce e lo costringe a saltellare sul tavolo, al ritmo dei bicchieri sbattuti sui tavoli, con grasse risate, dagli avventori. Ma non dura molto, poiché arriva lo scudiero che riconosce Raval, al quale, in una precedente occasione (lo aveva trovato a rubare sui cadaveri e lo aveva risparmiato), aveva promesso che, se lo avesse incontrato di nuovo, non avrebbe avuto per lui alcuna pietà. Era stato lui, 10 anni prima, quando era ancora sacerdote, a convincere il cavaliere a partire per la crociata.
La moglie di Jof, Mia, è rimasta vicina al carro e sta col suo bambino. Il cavaliere, con la scacchiera davanti a sè, la sta guardando e le domanda del figlio. Si chiama Mickael.
Conversano, allorché arriva il marito tutto ammaccato dalle botte ricevute nella locanda, ma subito è allegria. Anche se il cavaliere è triste, la coppia lo illumina con la propria spontaneità e la propria naturalezza. Gli offrono delle fragole e del latte, che accetta, sedendosi pure lui sul prato, davanti al loro carro.
Sono i pochi momenti di svago del cavaliere, donatigli da persone semplici e senza pretese, che si accontentano di ciò che la vita dona loro giorno per giorno.
A causa del pericolo della peste, diffusa soprattutto lungo la costa, il cavaliere consiglia a Jof di prendere la strada del bosco per raggiungere la città di Elsinore, dove vuol dare il suo spettacolo, anche se ormai sono rimasti solo loro, essendo il capocomico fuggito con la moglie del fabbro.
Le immagini del bosco sotto la pioggia diventano terrificanti non appena arriva il carro che porta al rogo l’indemoniata che già abbiamo incontrato. Messa al rogo, il cavaliere la guarda fisso negli occhi, cercando di avere, anche attraverso il suo smarrimento e la sua sofferenza, le risposte che sta cercando.
Ad attraversare il bosco ora sono: Jof e Mia seduti sul carro col bambino, Jöns con la ragazza trovata nel fienile il giorno in cui aveva incontrato Raval a rubare sui cadaveri, Plog, il fabbro, e sua moglie Lisa, che ha ritrovato proprio nel bosco in compagnia di Skat (la morte se lo prenderà segando un albero su cui si è appollaiato) ed ha pensato bene di tornare con lui.
L’amore e le donne, salvo Mia, hanno una speciale attenzione da parte di Bergman, che spesso ne traccia un profilo severo.
Siamo ancora nel bosco, il cavaliere gioca a scacchi con la Morte. Si capisce che siamo all’ultimo atto. Jof rimane stupito, poiché guardando il cavaliere, vede anche la Morte. Lo dice a Mia, ma lei non vede niente, solo il cavaliere. Jof ha paura e dice alla moglie che se ne devono andare. Il cavaliere li vede andare via, e sorride. Non hanno niente da spartire con la Morte; loro sono la vita. La Morte gli annuncia che gli altri che sono rimasti, invece, moriranno con lui, quando si incontreranno di nuovo. La partita a scacchi è persa. La Morte vuol sapere se il rimando gli è servito, ma al cavaliere interessa soprattutto fare questa domanda: “Allora non sai niente?”. Risponde: “Non mi serve sapere.”.
Sono arrivati al castello. C’è solo Karin, la moglie del cavaliere, a riceverli. Gli altri se ne sono andati per paura della peste. Quando sono a tavola, arriva la Morte.
Di lì a poco Jof vede sulla collina davanti a sé la fila degli ex compagni che, uno dietro l’altro, seguono la Morte, che li guida con la falce sulle spalle. Una sequenza spettrale. Li nomina ad uno ad uno. Così li descrive a Mia, che non vede niente: “Danzano solenni, allontanandosi lentamente, nel chiarore dell’alba verso un altro mondo ignoto.”.
“Il pranzo di Babette” di Gabriel Axel
Del 1987, è tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen. Questi gli attori principali: Stéphane Audran, nella parte di Babette Hersant, Birgitte Federspiel, nella parte di Martina anziana, Bodil Kjer, nella parte di Philippa anziana, Vibeke Hastrup, nella parte di Martina giovane, Hanne Stensgaard, nella parte di Philippa giovane, Pouel Kern, nella parte del Decano, Jarl Kulle, nella parte di Lorens Lowenhielm.
Quando vidi per la prima volta questo film, ne rimasi talmente entusiasta che ne parlai con mia moglie e i miei figli (a quel tempo non ancora sposati). Guardammo il film insieme ed essi non condivisero il mio entusiasmo. Ad ogni occasione opportuna, mi prendevano in giro.
Poi si seppe che il film che Papa Francesco amava di più era proprio “Il pranzo di Babette”. Fu la mia rivincita.
Ancora oggi sono entusiasta di questo film per le miracolose atmosfere che riesce a creare, tanto che lo spettatore arriva a credere di vivere in un mondo che non è su questa terra. È un film che sfiora il sogno.
Per me paragonarlo in sapienza e bellezza a “Il settimo sigillo” è del tutto normale, e giusto. Vinse nel 1988 l’Oscar per il miglior film straniero.
L’inquadratura iniziale ci mostra un villaggio di poche case dal tetto di paglia e spiovente a protezione della neve. Due sorelle, Martina e Filippa, non più giovani, sono in strada portando ciascuna una piccola zuppiera contenente del cibo. Vanno a distribuirlo ai bisognosi del villaggio. Rientrano a casa e troviamo che ad una lunga tavola sono seduti diversi compaesani in attesa di essere serviti per il pranzo. Non appena arrivano le 2 sorelle e si sono sedute a capotavola recitando con loro una preghiera, entra a servire la loro domestica. È Babette.
È arrivata al villaggio tanti anni prima, quando ancora era vivo il Decano, padre delle 2 sorelle, a quel tempo giovani e belle, tanto da essere ammirate dai giovanotti del villaggio. Ma non si sposeranno mai, e i loro amori saranno solo un ricordo malinconico.
Quando sono in chiesa, lo stesso Decano le ammira e guidano sempre i canti con le loro voci melodiose.
Un ufficiale, Lorens Lowenhielm, che è stato inviato dal padre, per smaltire il suo carattere ribelle, a casa di una sorella sulla costa occidentale, ossia vicina al villaggio, vi si reca un giorno e viene accolto dalla comunità, che è una rigida comunità di luterani (le figlie hanno preso il loro nome da Martin Lutero e dal suo amico Filippo Melantone). S’innamora di Martina, ma non le dichiara il suo amore, anzi le dirà che non tornerà mai più. Il motivo? È che il clima che si respira nella famiglia di lei è così suadente e pervasivo che se ne sente indegno.
Anche un cantante famoso, Achille Papin, arriva al villaggio e, udita la bella voce di Filippa, le dà lezioni di canto, pure lui stordito dalla genuinità della ragazza e del luogo. La ragazza, però, ad un certo punto, interromperà le lezioni, ritenute troppo ardite. Papin tornerà in Francia.
Due amori, dunque, appena sbocciati, ma incapaci di svilupparsi a causa di un’atmosfera del luogo la cui purezza non pare di questo mondo.
Il tempo trascorre. Sono passati 30 anni. Le ragazze non sono più giovani. Il Decano è morto. Quand’ecco nella strada, in una serata di accanita pioggia, (“in una notte di settembre del 1871”) bussa alla loro porta, affranta e sfinita e recando con sé un piccolo bagaglio, una donna, venuta dal mare, o meglio dalla Francia. Bussa alla loro porta e chiede ospitalità. Diventerà la loro domestica. È Babette. L’ha mandata lì il cantante famoso, poiché, per ragioni politiche e religiose (è il tempo della Comune di Parigi) ha dovuto lasciare la Francia, dopo che il marito e il figlio sono stati uccisi. La lettera di Papin che l’accompagna è commovente.
Comincia ora la storia di Babette Hersant nella casa delle 2 sorelle che sin dal principio restano meravigliate per la sua educazione e la sua bravura. Si stabilisce una serena e piacevole osmosi tra loro. Le insegnano a cucinare secondo le loro usanze e ricette, non sapendo che in fondo avranno una sorpresa speciale. Babette impara a poco a poco la loro lingua e si conquista la simpatia del villaggio; sa come contrattare gli acquisti, così da far risparmiare le sue padroncine. Va detto che, quando le 2 sorelle stavano per respingerla non potendo mantenere una domestica, Babette si è offerta di lavorare gratis, altrimenti non le sarebbe rimasto che desiderare la morte.
Ora è talmente amata e rispettata che riesce a quietare le piccole liti che s’intrecciano alla tavola.
Succede che, avendo affidato, quand’era in Francia, ad un nipote di giocare per conto suo alla lotteria, le arriva una lettera con un assegno di 10 mila franchi, poiché ha vinto uno dei tanti premi. Lo comunica alle sorelle che, nel mentre sono felici, temono che Babette le lasci. Non possono più fare a meno di lei. Fra l’altro, vogliono organizzare una piccola festa per il 15 dicembre, giorno in cui ricorre il centenario della nascita del loro padre, il Decano.
Babette chiede che sia lei a pensare a tutto, anche alla spesa. Le sorelle finiscono per accettare. Babette si assenterà qualche giorno per tornare in Francia e acquistare ciò che è necessario per il pranzo. Ritorna e arrivano, di lì a poco, anche gli acquisti effettuati per la festa.
Tutto si mette in movimento. Babette ancora una volta mostra le sue qualità; è un’organizzatrice svelta e sicura. In cucina dà ordini ad un aiutante volontario, chiamato per servire a tavola, che non fa che ammirarla.
Arriva il giorno fissato e alla tavola siedono oltre ai soliti commensali, anche Lorens Lowenhielm, l’ufficiale innamorato di Martina ed ora diventato generale, e sua zia. In tutto sono 12.
Il generale è stato anche a Parigi e nota che le vivande preparate da Babette somigliano per qualità e gusto a quelle che ha consumato presso il Café Anglais di Parigi, un ristorante famoso. Non farà che lodarle.
Il mio lettore capirà presto che lo chef di quel ristorante famoso altri non era che la nostra Babette, “capace di trasformare un pranzo in una specie di avventura amorosa.”.
Alla quale Babette, però, il pranzo è costato tutta la vincita della lotteria, ma è contenta, poiché la vita che si conduce al villaggio le ha restituito la felicità: “Io non tornerò a Parigi.”; “Non ho niente che mi faccia tornare.”; “Così sarete povera per il resto dei vostri giorni.”, le dice Filippa, e lei: “Un artista non è mai povero.”. E Filippa, abbracciandola: “In paradiso voi sarete la grande artista che Dio intendeva foste. Come incanterete gli angeli.”.
Ed ora, per concludere, trascrivo la dichiarazione d’amore che il generale, ormai anziano, fa all’anziana Filippa:
“Ho trascorso con voi ogni giorno della mia vita, ditemi che lo sapete.”.
“Sì, lo so.”.
“Ditemi che sapete anche che io sarò ancora con voi ogni giorno che mi è dato da vivere. Ogni ora siederò a pranzare con voi, non con il mio corpo che non ha importanza, ma con il mio spirito, perché stasera ho imparato, mia cara, che in questo nostro splendido mondo ogni cosa è possibile.”.
E ora, mio caro lettore, dimmi se non è un gran film.
“Ivan il Terribile” di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn
Del 1944. Questi gli attori principali: Nikolaj Konstantinovič Čerkasov, nella parte di Ivan IV, Ljudmila Celikovskaja, nella parte di cesarina Anastasija, Serafima Birman, nella parte di boiarina Efrosin’ja Starickaja, Michail Nazvanov, nella parte di principe Andrej Kurbskij, Andrej Abrikosov, nella parte del metropolita di Mosca.
Ci troviamo davanti ad un maestro del cinema, divenuto già immortale, di cui ho già fatto cenno in precedenza.
Tra i suoi capolavori, ho scelto questo, poiché l’immagine di Ivan IV, che dal finestrone del castello guarda la fila dei suoi sudditi che vanno a manifestargli il loro consenso, non l’ho mai cancellata dalla mente. È una delle più belle che conservo, e credo sarà incancellabile.
Siamo a metà del XVI secolo.
Da subito, il regista ci fa dono di alcuni primi piani di eccezionale bellezza. Riguardano la cerimonia di incoronazione di Ivan IV. Essi, con la sola fisionomia dei singoli personaggi, sono in grado di trasmetterci il clima della cerimonia che si sta svolgendo nella cattedrale ortodossa di Mosca presieduta dal Metropolita della città. I boiardi (nel film sono chiamati boiari) e la zia di Ivan (la boiarina Efrosin’ja Starickaja), che parteggia per il proprio figlio, un incapace Vladimir, sono contrari all’incoronazione e già mostrano sguardi e ghigni da complottisti. Ancor più perché Ivan tiene un discorso autoritario, dichiarando di voler unire tutta la Russia sotto il suo potere, e chiama la Chiesa, stupefacendo e irritando il Metropolita, a concorrere con le sue grandi ricchezze alle spese dello Stato.
I tartari sono i primi a ribellarsi e Ivan riesce a convincere il popolo, anche gli scontenti, a domare la rivolta. Un ambasciatore tartaro era venuto a corte e aveva chiesto allo Zar di uccidersi, poiché lo avrebbero fatto, altrimenti, i tartari, molto più numerosi dei russi. Ma, mentre i tartari hanno le frecce, l’esercito di Ivan ha pesanti cannoni ed abbondante esplosivo, e tutto ciò faciliterà la vittoria dei russi. Non sono contenti i boiardi né la zia, la quale cerca di aizzare il principe Andrej Kurbskij, ricordandogli che Ivan gli ha tolto l’amore della zarina.
Anche la battaglia contro i tartari è resa con nitide e possenti immagini.
Al ritorno dalla guerra, Ivan si ammala e sale al suo capezzale il Metropolita con tanti monaci incappucciati e svolge alcuni riti della chiesa ortodossa per scongiurarne la morte.
La zia ne auspica la morte, invece, e sobilla il solito principe Andrej a stare dalla sua parte, poiché, quando il trono sarà vuoto, lei si adopererà con l’aiuto dei boiardi affinché al trono salga il suo Vladimir, un ragazzo debole, che permetterà a lui di esercitare il potere. Con ciò facendo capire che l’autentico erede, il figlio di Ivan, Dimitri, non salirà mai al trono.
Con la zia e Vladimir, anche i boiardi vanno a far visita allo Zar ma per verificarne le condizioni di salute. Ivan li esorta ad accettare la successione del suo piccolo Dimitri, avuto dalla moglie Anastasija, ma nessuno di loro acconsente, alcuni si allontanano, altri gli voltano le spalle. Si accende, allora, d’ira e, al massimo della sua esasperazione, cade svenuto sul letto. Lo credono morto, e cominciano le manovre per la successione, ma Ivan non è morto. Destatosi, dice che lo ha riportato in vita l’estrema unzione e ringrazia il Metropolita. Poi comincia la sua vendetta. I boiardi lo temono, hanno paura che li espropri dei loro possedimenti.
Il principe Andrej Kurbskij, che dapprima auspicava la morte di Ivan per salire al potere secondo i disegni della boiarina Efrosin’ja Starickaja, ora giura fedeltà a Ivan, che lo premia con una importante carica. Ma l’atteggiamento di costui rimane infido.
Devo far notare che siamo agli albori del cinema, e da poco si è passati dal muto al sonoro. Il significato dei comportamenti dei vari personaggi è dato più e meglio dalle espressioni del viso piuttosto che dalle parole.
Il regista è bravissimo in questo e i suoi primi piani sono quadri in movimento, ossia l’immagine resta fissa, ma con il portato in più del simbolismo delle espressioni date dagli occhi, o dal viso, o dalle mani, e così via.
Intorno allo zar si sta facendo il vuoto, il suo esercito subisce delle sconfitte, lo stesso Kurbskij è sconfitto e fugge. La boiarina complotta per uccidere Anastasija, e ci riuscirà avvelenandola.
A questo punto, Ivan, rimasto con pochi fedelissimi, decide di chiedere aiuto al popolo. È sicuro che in tanti verranno da lui, al castello, dove si è rifugiato, e si schiereranno dalla sua parte, poiché anch’essi vogliono l’unità della Russia.
È qui che il regista ci regala quella immortale sequenza di Ivan affacciato al finestrone del castello che osserva la interminabile fila dei suoi sudditi che giungono a soccorrerlo.
È un capolavoro che vale il film. Più suggestiva ancora della sequenza che troviamo nell’altro capolavoro di Ėjzenštejn, “Aleksandr Nevskij”, del 1938, che riguarda la battaglia del lago ghiacciato, quando il lago dei Ciudi su cui stanno passando i Teutoni apre i suoi ghiacci e li ingoia tra i vortici con le loro armature e i loro cavalli.
Allontanandosi dal finestrone con il proposito di tornare a Mosca, chiude il film con queste parole: “Con il mio popolo per il grande impero russo.”.
Una lode speciale va riservata al grande attore russo, preferito da Ėjzenštejn, Nikolaj Čerkasov.
“Rashomon” di Akira Kurosawa
Del 1950, ispirato al racconto “Nel bosco” di Akutagawa. Questi gli attori principali: Toshirō Mifune, nella parte di Tajōmaru, Machiko Kyō, nella parte di Masako Kanazawa, Masayuki Mori, nella parte di Takehiro Kanazawa, Takashi Shimura, nella parte del boscaiolo, Minoru Chiaki, nella parte del monaco.
Ecco un altro mostro sacro, del quale si può dire che tutti i suoi film sono capolavori.
Ho scelto questo, poiché storia e ambientazione sono suggestivi, anche se la trama è complessa e difficile da raccontare.
Non accolto bene in Giappone, giunto in Occidente vinse nel 1951 il Leone d’Oro come miglior film e nel 1952 il Premio Oscar come miglior film straniero, imponendo il regista all’attenzione mondiale.
Piove a dirotto. Due persone si sono messe al riparo sotto l’arco di un tempio distrutto: un prete e un taglialegna. Quest’ultimo si arrovella dicendo più volte che non riesce a capire ciò che è accaduto sotto i suoi occhi. Il prete lo ascolta e ricorda quante disgrazie accadono nel mondo, che è crudele. Sotto la pioggia scrosciante arriva di corsa un uomo vestito di stracci, un ladruncolo, e sente lamentarsi il taglialegna. Così gli chiede di raccontare che cosa mai gli sia successo.
Il fatto, comincia a raccontare il taglialegna, è accaduto 3 giorni prima. Mentre camminava nel bosco con la sua accetta sulle spalle, trova, appeso ad un ramo, un cappello da donna, e via via che procede, altre cose strane che gli fanno pensare che lì vi fosse accaduto qualcosa, finché rinviene il cadavere di un samurai.
Il regista procede raccontando quanto i protagonisti hanno dichiarato davanti ad un tribunale e su quanto accaduto avremo, inaspettatamente, versioni diverse l’una dall’altra. Anche il prete, sempre nel bosco, ha incontrato il samurai che a piedi teneva le briglie di un cavallo su cui sedeva la sua sposa. Un brigante, celebre per le sue malefatte, confessa di essere stato lui l’assassino e spiega come si sono svolti i fatti. Mentre si trovava a riposare con la schiena appoggiata ad un albero, ecco che vide passare il samurai che teneva le briglie del cavallo su cui stava seduta la sua sposa. È colpito dalla bellezza della donna; allora si alza, si avvicina al sospettoso samurai e gli racconta che, poco lontano da lì, lui ha nascosto spade, pugnali ed altre armi di pregevole fattura e le donerà a lui, se le vorrà. Così, porta sul posto inventato il samurai e lo assale all’improvviso sopraffacendolo nella lotta e poi legandolo ad un albero. Ritorna indietro e raggiunge la donna rimasta sola. Correndo, la conduce per mano a vedere il samurai. Quando arriva, la donna è esterrefatta. Non avrebbe mai potuto immaginare che suo marito fosse sconfitto e umiliato dal brigante, il quale la stupra davanti agli occhi di lui. Allora la donna invoca il brigante di uccidere il marito, essendo ormai una donna disonorata ai suoi occhi. Cosa che farà. Abbiamo anche la testimonianza della donna, la quale dice di aver implorato il marito di ucciderla, non sopportando il suo disprezzo, poi è svenuta. Al suo risveglio lo ha trovato trafitto da un pugnale. Attraverso una maga, testimonia anche il samurai defunto, il quale dice di essersi ucciso trafiggendosi con il pugnale.
Il terzo uomo, il ladruncolo, capisce che la verità la conosce il taglialegna che, per qualche ragione, l’ha tenuta per sé, e lo convince a confessare ciò che realmente è accaduto. Racconta che, dopo averla violentata, il brigante ha proposto alla donna di sposarlo, è ricco e non le farà mancare nulla. La donna va dal marito, taglia le corde e gli dice di uccidere il brigante, ma il marito si rifiuta di battersi per una donna che è stata disonorata. Di fronte alle accuse di codardia della donna rivolte tanto allo sposo che al brigante, i due decidono di battersi e il samurai avrà la peggio.
Il film rende complessa la memorizzazione delle singole versioni date dai protagonisti circa la morte del samurai, però ci insegna che nella vita ci troviamo di fronte a molte verità, ingannevoli ma credibili, ed anche quasi simili (qui, ad esempio, la versione del brigante e quella definitiva del taglialegna), e che quella giusta fatica ad emergere, poiché se ne ha paura.
Kurosawa ci consegna, però, al termine, un gesto d’amore, forse a consolazione delle amarezze che la sua storia ci ha lasciato. Un bambino viene abbandonato dalla madre, proprio tra i ruderi del tempio. Si sente il suo vagito. Il taglialegna ha altri figli, dice al prete di volerlo prendere con sé, per la famiglia non sarà un grande sacrificio. Il prete, nel consegnarglielo, lo ringrazia, poiché con quel suo gesto il taglialegna gli ha restituito la fede e la speranza.
“L’arpa birmana” di Kon Ichikawa
Del 1956, tratto dal romanzo omonimo per bambini di Michio Takeyama. Questi gli attori principali: Shōji Yasui, nella parte di Mizushima, Rentarō Mikuni, nella parte del capitano Inoue, Tatsuya Miyashi, nella parte del comandante della fortezza, Yūnosuke Itō, nella parte del capo villaggio.
Mi piacerebbe sapere quanti conoscono questo stupendo film contro la guerra. Non credo siano molti, e perciò la gioia di raccontarvelo è grande.
Luglio 1945. Un reparto di soldati giapponesi sta fuggendo dalla Birmania, diretto in Thailandia. Sono affranti per le sorti negative della guerra. Il giovane sergente Mizushima ha imparato a suonare un’arpa fatta costruire in Birmania, con la quale accompagna le canzoni che il suo comandante intona nelle pause della marcia.
Arrivano ad un villaggio e a un certo punto sono circondati dai nemici, dai quali apprendono che la guerra è finita da 3 giorni e il Giappone ha firmato la resa. C’è però ancora, a distanza dal campo dove sono stati internati, un gruppo di giapponesi asserragliati sul Colle del Triangolo, che non vogliono arrendersi. Il comandante chiede a Mizushima se vuole andare da loro per convincerli ad arrendersi e a non spargere inutilmente altro sangue. Mizushima accetta e parte con 2 compagni. Gi inglesi gli danno 30 minuti perché li convinca alla resa, ma, giunto sul posto, li troverà decisi a morire. Lo insulteranno e gli daranno del vigliacco. Scaduta la breve tregua, gli inglesi riprendono a bombardare e tutti i giapponesi resteranno uccisi, salvo Mizushima, che osserva con dolore la macabra scena dei corpi esanimi dei suoi compatrioti.
Di lui si perdono le tracce. I compagni ancora internati nel campo inglese cercano di avere notizie, chiedendole anche ad una anziana donna che va in giro a vendere i propri ortaggi. Un giorno, mentre attraversano un ponte, vedono venire dalla parte opposta un bonzo che ha sulle spalle un pappagallo. Somiglia a Mizushima, ma non ne sono sicuri. Del resto, il bonzo non si volta a guardarli e va dritto per la sua strada.
Ci viene narrato che cosa gli è accaduto dopo la sua missione al Colle del Triangolo. Era rimasto ferito, e un monaco lo aveva raccolto e curato. Poi lui era fuggito, rubando l’abito al monaco e facendosi passare per tale. Lungo il cammino per ritornare dai compagni, ha incontrato qua e là montagne di cadaveri e ne ha seppelliti alcuni. Vicino ad incontrare i compagni, ha esitato e non si è fatto riconoscere su quel ponte di cui si è detto. Ma il comandante, ricordando l’episodio, ora dice: “Quel bonzo era proprio Nizushima, ma allora nessuno lo sapeva.”.
Finalmente Nizushima si mostrerà a loro e, più tardi, quando i suoi compagni saranno in partenza per tornare in Giappone, farà loro giungere una lettera: li saluterà annunciando che ha una missione da compiere, seppellire i morti e contribuire alla pace nel mondo. Sarà un lavoro lungo, scrive, solo dopo averlo compiuto potrà tornare in Giappone: “La terra non basta a ricoprire i morti.”.
Il racconto termina con questa scritta: “Rossi come il sangue sono i monti e le terre della Birmania.”.
Una poesia silente fa da contrappunto a questo film, che ci tocca le corde del cuore.
“Quel che resta del giorno” di James Ivory
Realizzato nel 1993, è tratto dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro, che ebbe molto successo.
Questi gli attori principali: Anthony Hopkins, nella parte di James Stevens, Emma Thompson, nella parte di Sally Kenton, James Fox, nella parte di Lord Darlington, Christopher Reeve, nella parte di Jack Lewis, Peter Vaughan, nella parte di William Stevens, Hugh Grant, nella parte di Cardinal, figlioccio di Lord Darlington, Michael Lonsdale, nella parte di Giscard Dupont d’Ivry.
James Ivory è un altro dei miei registi preferiti. Sempre elegante la sua narrazione e sempre attraenti i temi toccati.
Una ex governante della signorile dimora di Darlington Hall, Sally Kenton (Emma Thompson), scrive al suo ex maggiordomo, James Stevens (Anthony Hopkins), dicendogli che ricorda sempre i bei tempi trascorsi al servizio di quella casa e desidererebbe tornare a lavorarci.
Darlington Hall ora appartiene ad un ricco americano, Jack Lewis (Christopher Reeve), al quale il maggiordomo Stevens chiede di poter avere un permesso di qualche giorno, poiché ha bisogno di scegliere del personale adatto alla Darlington Hall, e fa anche cenno a Sally Kenton, lodandone le doti e suggerendo di riprenderla a servizio. Lewis approva la proposta e concede a Stevens di usare la sua elegante auto per compiere la missione. Così James Stevens fa pervenire a Sally Kenton una lettera con la quale combina un appuntamento.
Il film torna ai tempi in cui Sally e James lavoravano insieme. A quel tempo Darlington Hall apparteneva a Lord Darlington ed era frequentata dalle più influenti personalità del Regno Unito.
Si ricorda il giorno in cui Sally arrivò a Darlington Hall in bicicletta. Si presentò a James e il primo approccio non fu positivo, sebbene James ne intravvedesse già subito le doti. James è, per sua natura, un maggiordomo estremamente severo e puntiglioso, e Sally, per lo stesso motivo, è una donna che non si fa mettere il sale sulla coda. I bisticci sono continui, poiché Sally fa notare, ogni volta che può, le cose che non vanno a Darlington Hall e soprattutto critica il padre di James, William Stevens senior, che, a causa della avanzata età, è molto distratto e quindi, dice la governante, dovrebbero essere riviste e ridotte le mansioni assegnategli. Il padre di James, infatti, svolge l’incarico di vice maggiordomo, e sarà ridotto, per un incidente accadutogli, a servire nelle pulizie. Avrà un ictus durante l’espletamento delle sue mansioni e morirà.
A Darlington Hall si stanno facendo dei preparativi per una conferenza internazionale che si terrà proprio in quella casa, e la servitù è in fermento. Lord Darlington spiega a James che tutto dovrà correre liscio, poiché la conferenza è molto importante e fa capire che vuole dare una mano alla Germania che le condizioni di resa della Prima guerra mondiale (il Trattato di Versailles del 28 giugno 1919) hanno ridotto agli estremi. In seguito, questa sua attenzione alla Germania in cui sta montando il nazismo, gli procurerà l’accusa di tradimento e il suo profondo rimorso per non aver capito che cosa stava accadendo.
Il clima germanofilo che si rivela nel corso della conferenza, e al quale si oppone soltanto il rappresentante americano (lo stesso Jack Lewis, che più tardi comprerà Darlington Hall) ha presto gravi conseguenze, poiché Lord Darlington licenzierà due domestiche tedesche ebree, che avevano lasciato la Germania per il clima intollerante che si stava diffondendo (se ne pentirà).
La governante è decisamente contraria e minaccia di licenziarsi, ma non lo farà, poiché non sa dove andare. Trova che fuori il mondo sia stia svuotando: “Tutto ciò che vedo nel mondo è solitudine, e questo mi spaventa.”; “Ho vergogna di me stessa.”.
Si manifesta in questa conversazione la differenza notevole tra i due principali protagonisti. La governante è sensibile a ciò che accade all’esterno di Darlington Hall, mentre il maggiordomo è compenetrato nei suoi doveri e non si accorge di nulla.
Ma è anche il momento in cui il maggiordomo esterna la sua ammirazione per la governante e, senza che lui lo voglia o se ne renda conto, trapela un segnale d’amore per lei. La governante lo percepisce, poiché si sente già pronta a quel sentimento. Esso avrà sempre più intensità, ma sarà inconcludente.
Il regista ogni tanto, mentre sta rievocando il passato di Darlington Hall, ci ricorda che il maggiordomo sta recandosi a far visita alla sua ex governante, e lascia crescere, genialmente, molta attesa nello spettatore.
Succede che, nel corso del suo viaggio, l’auto resta senza benzina e James Stevens chiede aiuto in una locanda dove lo scambiano per un ricco signore, e lui si presta alla parte, e ciò lo fa tornare ai tempi di Lord Darlington e ricordare la volta che gli illustri ospiti del suo padrone lo hanno preso in giro per la sua ignoranza, per dimostrare che il governo del Paese non può mai essere dato a persone ignoranti come lui.
Nella locanda qualcuno è dubbioso sulla identità di Stevens e quando lo accompagna alla sua macchina fornito di una tanica di benzina, gli domanda se non sia una specie di maggiordomo. Lui risponde di sì e dice di lavorare a Darlington Hall, suscitando nell’altro la domanda se abbia conosciuto Lord Darlington, e lui, sorprendendoci, risponde di no e di essere al servizio del nuovo padrone.
Dunque, il regista, che ci ha mostrato la risolutezza di Stevens e la sua autorità a Darlington Hall, ora ce ne mostra la fragilità nel momento in cui prende coscienza della realtà complessa che lo circonda. Poi Stevens sentirà il dovere di confessare la verità, sostenendo che Lord Darlington era una brava persona, ma la risposta che dà alla domanda se approvasse l’operato del suo padrone, risponde, confermando la sua debolezza: “Io ero il suo maggiordomo, dovevo servirlo, non approvarlo.”. Un giorno la governante lo aveva rimproverato, dicendogli: “Perché Mister Stevens dovete sempre nascondere quello che provate.”.
Nel finale, sapremo che la governante non sarà più in condizioni di accettare di tornare a Darlington Hall, poiché la figlia è in stato interessante, e lei dovrà starle vicino.
Tra i 2 ci sarà un addio tra i più belli espressi dal cinema.
E proprio per questo, è anche un film che ha come sottotraccia la sconfitta dell’amore.
“Angoscia” di George Cukor
Del 1944, tratto dall’omonima opera teatrale di Patrick Hamilton. Questi gli attori principali: Ingrid Bergman, nella parte di Paula Alquist, Charles Boyer, nella parte di Gregory Anton/Sergio Bauer, Joseph Cotten, nella parte di Brian Cameron, May Whitty, nella parte di miss Bessie Thwaites, Angela Lansbury, nella parte di Nancy Oliver.
La finezza di questo dramma è tale che si possono mettere insieme tutti i film drammatici, thriller, noir, insomma i cosiddetti gialli, e non trovarne uno che ne raggiunga la sottile qualità.
Quando lo si è guardato, non solo si è profondamente turbati, ma non lo si dimentica più.
Paula è rimasta sola, la zia, sorella di sua madre, che l’aveva accolta in casa sua dopo la morte dei genitori, è stata strangolata. Aveva lasciato ad un amico di famiglia l’incarico di mandare la nipote in Italia ad imparare canto, poiché desiderava che seguisse le sue orme (era stata una famosa cantante). Dovrà andare ad imparare dal Maestro Guardi, da lei molto stimato.
Sono passati all’incirca 10 anni.
Dopo tanti esiti felici, ora Paula presenta delle incertezze nel canto, una certa disattenzione. È distratta, non mette il necessario impegno. Che cos’ha mai? È innamorata?, le chiede Guardi, e lei risponde di sì. Il suo amore, che non rivela al maestro, è per l’accompagnatore al piano durante le sue lezioni di canto. Si chiama Gregory, ed è un tipo che sa come prendere le donne, dolce, confidenziale, premuroso. Lei gli dirà: “Ho trovato la pace, amandoti.”.
Le chiede di sposarla, lei è felice, ma vuole prendersi qualche giorno per riflettere, andrà a fare una breve vacanza sul lago di Como. In treno incontra un’anziana signora che fa ritorno a Londra. Per combinazione abita nella stessa strada, Thornton Square, dove abitava la zia e dove lei è cresciuta, al n. 9, mentre l’anziana signora abita in una casa di fronte. Senza sapere chi sia la sua giovane compagna di viaggio, le racconta che cosa è successo al n.9. Una famosa cantante è stata assassinata e il colpevole non è stato ancora trovato. Per di più, non si è riusciti a capire il movente di quel delitto.
Arrivata a Como, avrà una sorpresa. Ad attenderla alla stazione c’è Gregory. Ne è contenta e si sistemano in una bella villa sul lago. Gregory, con fare suadente, le parla dei progetti sulla loro vita dopo il matrimonio, e le dice che gli piacerebbe andare a vivere a Londra, una città che ha visitato e che gli è piaciuta molto, magari, aggiunge, in una di quelle deliziose e quiete piazzette di Londra. È a questo punto che Paula gli confida di avere proprio a Londra, ereditata dalla zia, una casa situata in una piazzetta simile a quella desiderata da Gregory.
Ci sono già stati segnali che ci fanno capire abbastanza della personalità di Gregory. Per esempio, lo sguardo meravigliato dell’anziana signora quando scorge Gregory che alla stazione abbraccia Paula, oppure quando Gregory cerca di portare l’attenzione di Paula sulla città di Londra, anziché di Roma o di Parigi.
Sposati, vanno ad abitare proprio al n. 9 di Thornton Square, la casa della zia assassinata.
Poco dopo, nella casa cominciano a manifestarsi strani episodi: rumori dalla soffitta, le fiamme del gas che ogni tanto si riducono d’intensità, e così via. Paula non si rende ancora conto di cosa stia succedendo, ma comincia ad avere paura. Il marito le fa osservare che da qualche tempo dimentica le cose, smarrisce gli oggetti e, infatti, anche lei si rende conto che, per esempio, un cammeo, che il marito aveva depositato nella sua borsetta, non c’è più. Il marito ha diffuso la voce che la moglie è malata. Non solo lo sanno la cuoca e la cameriera Nancy (Angela Lansbury), ma anche la signora incontrata in treno, che gironzola sempre nei paraggi, sperando di poter un giorno far visita ai nuovi inquilini.
Il regista riesce a far apparire così bravo Gregory che anche lo spettatore se ne sente coinvolto, e guarda quasi con pietà la povera Paula, la quale, ormai in balia del marito, gli dice sgomenta: “Ad un tratto comincio a non fidarmi più della mia memoria.”.
Va detto che Gregory ha fatto sprangare la porta della soffitta, per cui dalla scala della casa non vi si può accedere più, e sembra anche che abbia affittato una piccola stanza non molto lontano da lì, che usa come suo studio per comporre musica.
Inoltre, va detto anche che un gentiluomo, Brian Cameron (Joseph Cotten), incontrandola nel parco a braccetto del marito, resta sbigottito, poiché gli pare di vedere la famosa cantante (ossia la zia di Paula) che sapeva defunta. Si scoprirà che è un ispettore di polizia.
Sono due annotazioni importanti che il regista ci fa cogliere, poiché saranno fondamentali nello scioglimento dei misteri di cui è cosparsa la trama.
Brian Cameron ricorda bene che l’assassinio della famosa cantante è stato chiuso senza che sia stato trovato il colpevole, e neppure sono mai stati trovati i gioielli di gran valore posseduti dalla defunta. inizia delle indagini per conto proprio. Sorveglia la casa nonché Gregory quando esce la sera per recarsi al lavoro nel suo studio.
Intanto, le pressioni psicologiche di Gregory sulla moglie si fanno sempre più insistenti e raffinate, fino al punto che la stessa Paula crede di essere impazzita.
La sera sente dei passi come se qualcuno fosse presente nella soffitta e stesse cercando qualcosa. Di sera, Nancy ha libera uscita e allora non le resta che chiedere alla cuoca se anche lei sente quei passi, ma la cuoca è sorda e fa notare alla padrona che la soffitta è stata sbarrata con delle assi di legno e nessuno può entrarvi.
Le indagini che sta conducendo Brian lo portano a decidersi di far visita alla signora, e proprio di sera quando il marito è assente.
Come può convincere la signora a riceverlo? Ricorda di avere avuto, quand’era bambino, in regalo dalla famosa cantante assassinata un guanto come omaggio alla sua devozione per lei. Lo porta con sé e bussa alla porta…
Ma ora, caro lettore, qui mi fermo, poiché da questo momento tutti i nodi verranno al pettine e forse sarai contento se scoprirai che i sospetti da te nutriti nel corso del mio racconto sono stati confermati.
Ti ricordo che, quasi a conclusione, c’è una frase che Gregory dice a Paula e che dà la vera motivazione alla storia: “Quei gioielli li ho desiderati per tutta la vita.”.
Per questo film, nel 1945, fu assegnato il Premio Oscar per la migliore attrice protagonista a Ingrid Bergman, ma devo dire che Charles Boyer non era da meno.
“Uomini e lupi” di Giuseppe De Santis
Del 1957. Questi gli attori principali: Silvana Mangano, nella parte di Teresa, Yves Montand, nella parte di Ricuccio, Pedro Armendáriz, nella parte di Giovanni.
Vedremo un Abruzzo meraviglioso, sotto la neve. Infatti, le riprese esterne furono girate nel 1956, quando in quei luoghi c’era stata una nevicata straordinaria. Paesaggi e villaggi mettono la nostalgia di un tempo che fu.
Ma è proprio in quel tempo che c’era costantemente una minaccia per quelle popolazioni, ed era rappresentata dai lupi, che entravano negli ovili e nelle stalle e sbranavano gli animali, che erano la risorsa economica di quella gente. Allora, soprattutto d’inverno quando i lupi erano affamati, si chiamava il cacciatore di lupi, il luparo.
Ricuccio era uno di questi, l’altro era Giovanni, quest’ultimo, più del primo, bravo ed esperto del mestiere. I lupari godevano la fiducia dei paesi della regione.
Giovanni con la moglie Teresa e il piccolo figlio Pasqualino giunge a Vischio, un paesino dell’Abruzzo, a 1.200 metri di altitudine. Là offrono una taglia di 20 mila lire a chi uccide un lupo.
Al paese giunge anche Ricuccio, un po’ spaccone e donnaiolo. Ha a tracolla un fucile e il petto è tutto coperto da cartucce. Adocchia subito Bianca, la figlia di uno dei padroni più ricchi della zona, don Pietro, e fa amicizia con Pasqualino, il figlio di Giovanni.
Don Pietro lo assume come luparo e, a richiesta di Ricuccio, gli promette di lasciare a lui la carogna di ogni lupo ucciso, con il quale, dunque, può riscuotere la taglia.
Dorme nel magazzino della casa, dove c’è conservato ogni ben di Dio, e ogni tanto vi capita Bianca a ritirare delle provviste. Lui la corteggia e le fa perfino la proposta di sposarla, dicendole: “Tu ci metti i soldi e io t’insegno a vivere.”. E lei: “Con tutti i soldi miei e di mio padre, saresti sempre un vagabondo.”.
Conosce anche Teresa; lei sta facendo per gioco il verso del lupo, e Ricuccio si sdraia a terra e procede guardingo in cerca del lupo, finché arriva ai piedi di lei, che scoppia in una fragorosa risata. Si nota subito che c’è della simpatia tra i due: lui, Ricuccio, è tanto diverso dal burbero marito Giovanni (uno straordinario Pedro Armendáriz). Sorprendendoli insieme, Giovanni le dirà: “Questo sta sempre dove stai tu.”.
I lupi non si fanno vedere, sembra che abbiano fiutato l’aria cattiva e se ne stanno appartati. Giovanni ha messo perfino un’esca, una carogna di pecora, ma se la mangiano a bocconi gli uccelli, irritandolo.
Fino a questo momento, lo spettatore ha potuto godersi immagini da fiaba, selvagge e ruvide, contornate da una vita primitiva e di stenti. C’è tutta la lotta per la sopravvivenza in questa storia.
Ma i lupi arrivano, e proprio mentre Ricuccio amoreggia con Bianca, e uccidono una vacca; allora Ricuccio si presenta in paese con la carogna di un lupo, ricevendo le lodi dei paesani, ma sono Giovanni e il vecchio luparo del paese che si accorgono che si tratta di un cane, e così viene licenziato da don Pietro, il quale chiede a Giovanni di sostituire Ricuccio, promettendogli anche del denaro. Ma Giovanni preferisce lavorare senza padroni, e all’aria aperta. Ama essere libero in mezzo alla natura e agli animali, dei quali dice: “Gli animali non ti danno mai delusioni, non sono come gli uomini.”. Ma lo convince Teresa, e si trasferiscono da don Pietro, dove prima abitava Ricuccio. La loro speranza è di catturare un lupo, di riscuoterne la taglia di 20 mila lire e poi venderlo allo zoo per altre 60 mila lire. Garantirebbero a Pasqualino (“Cresce come una bestia”.) di poter studiare e aspirare a una vita migliore.
E il lupo arriva, anzi una lupa, cade nella trappola preparata da Giovanni. Si mette a nevicare. La moglie è corsa in paese a chiedere aiuto e ha pregato Giovanni di non scendere nella fossa dove il lupo sta agitandosi nel tentativo di salvarsi. Ma quando la moglie è partita, lui scende nella fossa e inizia la sua lotta con il lupo. Lo ha intrappolato in una rete e ora sono saliti in superficie, il lupo si agita, riesce a liberarsi dalla rete, e Giovanni lo abbranca e inizia una lotta furiosa. Il lupo manda lamenti. In lontananza lo sentono i lupi del suo branco, e accorrono numerosi. Intanto la moglie sta arrivando con molti paesani, tutti intabarrati per ripararsi dalla neve che ora scende abbondante. Ma quando giungono sul posto, non c’è il lupo, si guardano intorno e vedono Giovanni seduto e appoggiato ad un albero. Lo hanno sbranato i lupi.
Allora tutto il paese si muove ed inizia una poderosa caccia al branco. Si sono messi anche gli scii ai piedi per poterli inseguire. Hanno con sé i fucili. Ricuccio e il vecchio luparo li aspettano ad un varco, e i lupi arrivano correndo. Sparano, e Ricuccio ne uccide uno. Tornando in paese a Teresa dicono: “Hanno ammazzato un lupo, è quello della tagliola.”. Quando giunge con il lupo sulle spalle, Ricuccio precisa: “Non è quello della tagliola, è uno del branco che ha assalito Giovanni nel bosco.” Ne farà dono a Teresa.
Sono tra le scene più emozionanti e vigorose del film.
Di simili per fascino e bellezza, le ritroveremo alla fine del film, quando dei lupi, di sera, si dirigono verso il paese, messo in rilievo con le sue piccole luci lontane, corrono per le strade, smaniosi della preda, scavano sotto i portoni delle stalle e aggrediscono gli animali, alcuni dei quali escono e s’immettono nelle piccole strade, spaventati e furiosi a un tempo. Quando li scacceranno, la strage sarà compiuta. Resta, dentro una legnaia, un lupo: “Lo voglio prendere vivo.”, dice Ricuccio. Dopo un’impareggiabile lotta, l’avrà vinta lui.
La storia d’amore nata tra Ricuccio e Teresa, e l’amore geloso di Bianca per Ricuccio (riferendosi a Teresa, un giorno aveva detto: “S’è consolata subito.”) diventano marginali a confronto di tanta bravura e di tanta meraviglia.
“Amore tra le rovine” di George Cukor
Del 1975. Questi gli attori principali: Katharine Hepburn, nella parte di Jessica Medlicott, Laurence Olivier, nella parte di Sir Arthur Glanville-Jones, Colin Blakely, nella parte di J.F. Devine.
Difficile trovare un film dove la piacevole ironia tra i due protagonisti (entrambi autori di una grande interpretazione) possa raggiungere una tale qualità artistica. Siamo al livello di Maestri della recitazione, e George Cukor, che abbiamo ammirato nel suo film “Angoscia”, anche in questa occasione rivela le sue eccellenti qualità.
Londra, 1911. Sir Arthur Glanville-Jones è un avvocato famoso e da lui si reca, per chiederne l’assistenza in una causa col giovane fidanzato, Jessica Medlicott, anziana, ma ancora una grande attrice di bella presenza, e con la quale l’avvocato ha avuto un rapporto d’amore in gioventù. Lui, quando la vede entrare nel suo ufficio, subito lo ricorda e insinua nella donna il dubbio se si siano mai conosciuti. No, risponde risoluta lei. E l’avvocato, allora, non si capacita che questa dimenticanza sia stata possibile, visto che la loro storia d’amore, durata 3 giorni, fu molto appassionata. In realtà, l’attrice ricorda benissimo quei giorni e si diverte a tenere sulle spine, e ci riesce, il celebre avvocato.
Ma andiamo con ordine.
Si comincia con Sir Arthur che esce in fretta dal tribunale, non togliendosi mantella e parrucca, poiché crede di essere in ritardo per l’appuntamento con la sua cliente, la famosa attrice Jessica Medlicott. Arriva al suo studio tutto fradicio, ma la cliente non è ancora arrivata. Si affretta a cambiarsi e quando guarda giù dalla finestra la vede giungere su una lussuosa auto guidata dall’autista, che le apre la portiera.
Eccola ora nello studio. Tutto emozionato, l’avvocato compie una serie di gaffe e ogni tanto recita dei versi, suscitando il sorriso della cliente. Già qui le qualità recitative dei due interpreti divertono e attraggono lo spettatore.
A un certo punto, andando lui in confusione, lei gli domanda, guardandolo stupefatta: “È sicuro che stiamo parlando della stessa cosa?”.
E lui, ancora in attesa che lei lo riconosca: “Non ha null’altro da dirmi, signora Medlicott?”. E lo sguardo di lei ha ancora dello stupore.
“Eppure ho la sensazione che la signora stia per dirmi che mi conosceva.”, insiste lui.
“Ma se non ci siamo mai incontrati!”, “Forse mi confonde con qualche altra donna.”, risponde.
Le dà consigli su come deve comportarsi e su cosa deve evitare di dire in Tribunale, poiché parte sfavorita nei confronti della giuria, essendo famosa e ricca, e avendo sposato in gioventù un marito molto più anziano di lei, ma che le ha lasciato una cospicua eredità.
Lei ascolta e si difende dicendo che è nata povera, e ha meritato ciò che il destino ha voluto concederle.
Insomma, tiene una posizione rigida nei confronti dell’avvocato, che vorrebbe fosse più malleabile. Ma è sedotto da lei e dai ricordi ed è indulgente, sebbene non rinunci a farle cambiare atteggiamento.
La mette in guardia, avvertendola che lo scaltro avvocato del suo giovane fidanzato tenderà a metterla in difficoltà per questi trascorsi della sua vita. Lei accetta, infine, di farsi difendere da lui, che insiste nel corteggiarla e lei sorride dicendogli che non si arrende mai, ma quando Sir Arthur ricorda la città di Toronto ed una recita che lei vi tenne, Jessica ha un piccolo smarrimento, diventa pensierosa, come se qualcosa riaffiorasse alla sua mente.
Uscita dallo studio, Sir Arthur si sfoga con il collega George che l’aveva accompagnata e si lamenta che lei non abbia ricordato i 3 giorni trascorsi insieme: “Facemmo l’amore.”, aggiunge. Quell’incontro gli ha rovinato la vita, non si è mai sposato, pensando a lei, e “Dopo 50 anni di devozione, nemmeno si ricorda di me.”.
Contrariamente a quanto consigliatole dall’avvocato, quando si presenta in aula è sfolgorante (“Ancora più elegante del solito.”), e lo sarà sempre di più, e attira l’attenzione di tutti i presenti. Sir Arthur è sgomento, si parte male, pensa.
Invece sarà così bravo da vincere la causa, e Jessica abilmente gli darà una mano. Quella del processo è una parte psicologicamente importante del film. È grazie a quanto vi accade che Jessica si lascerà andare ad alcuni ricordi confidatigli a Toronto proprio dal giovane Arthur. Allora l’avvocato esulta, si ricorda, dice, e capisce che quella della donna era stata tutta una finzione. Sir Arthur, fuori di sé dalla gioia, concluderà con queste stupende parole: “Invecchia insieme con me. Il meglio deve ancora venire.”.
“Casablanca” di Michael Curtiz
Del 1942, tratto da un lavoro di Murray Burnett e Joan Alison. Questi gli attori principali: Humphrey Bogart, nella parte di Rick Blaine, Ingrid Bergman, nella parte di Ilsa Lund, Paul Henreid, nella parte di Victor Laszlo, Claude Rains, nella parte di Louis Renault, Conrad Veidt, nella parte di Heinrich Strasser, Sydney Greenstreet, nella parte di Ferraq, Peter Lorre, nella parte di Ugarte. Nel 1944 vinse 2 Oscar: per il miglior film e per la migliore regia.
La fama di Humphrey Bogart è molto legata a questo film che, ancora oggi, è conosciuto e apprezzato, reggendo all’usura del tempo.
Siamo a Casablanca, in Marocco, che è sotto il dominio del governo filonazista di Vichy.
Rick (Richard) Blaine, un americano espatriato, gestisce un rinomato locale nel quale si trovano un night club e una bisca. È molto frequentato da clienti di varie razze e nazioni. È diventato anche un rifugio per gli oppositori del regime, in attesa di poter espatriare in America.
Ugarte (Peter Lorre, un attore sempre bravo) traffica in tante cose, ma soprattutto in questa, procurando lettere di transito, necessarie per l’espatrio. Poiché teme di essere arrestato dalla polizia, che lo sospetta da tempo, consegna a Rick due di queste importanti lettere, che Rick andrà a nascondere nel pianoforte. In una incursione della polizia, verrà arrestato e morirà.
Il locale di Rick è frequentato anche da un grasso e ricco trafficante di borsa nera, Ferraq che, fra l’altro, cerca insistentemente ma vanamente di acquistare il locale (vi riuscirà nel finale), e da un capitano della gendarmeria del luogo, Louis Renault, che Rick ogni tanto fa vincere al gioco, per tenerselo caro. È quest’ultimo che lo avverte dell’arrivo nel suo locale di un alto ufficiale tedesco, il maggiore Heinrich Strasser, e anche dell’arrivo, con la propria consorte, di un alto esponente della Resistenza cecoslovacca, Victor Laszlo, ricercato in tutta Europa dalla Gestapo. Quando l’ufficiale tedesco gli chiederà per quale parte simpatizza, Renault risponderà: “Seguo il vento che tira.”.
Ed ecco che di lì a breve, nel locale entra Ilsa Lund, un’ex fiamma di Rick, accompagnata proprio da Victor Laszlo, suo marito. È arrivato da poco anche l’ufficiale tedesco, al quale il capitano comunica che. “Fra poco assisterete all’arresto dell’uccisore dei vostri corrieri.”. Infatti, quelle lettere consegnate da Ugarte a Rick sono state recuperate con l’assassinio di 2 corrieri tedeschi.
Ilsa riconosce Sam al pianoforte, suo vecchio amico e ora pianista nel locale, quando viveva a Parigi con Rick, e gli chiede di suonarle una canzone a lei cara, “Mentre il tempo passa”. Lui l’esegue, ma ha appena cominciato che Rick si precipita da lui, rimproverandolo aspramente, poiché gli ha proibito di suonare quella canzone. È allora che si accorge della presenza di Ilsa, rimanendone turbato. Era la loro canzone.
Rick, rimasto solo e con una bottiglia e un bicchiere davanti a sé, ricorda i tempi di Parigi, quando si amavano. Poi arrivarono i tedeschi e, siccome su Rick c’era una taglia, dovette fuggire. Doveva fuggire anche lei, ma alla stazione dove si erano dati appuntamento non si presentò, lasciando una lettera d’addio. Partì solo Sam con lui.
Mentre sta ricordando il passato, giunge nella sua stanza Ilsa e gli spiega perché non si presentò alla stazione. Lazslo era suo marito già quando lei e Rick si frequentavano a Parigi. A Ilsa era stato detto che il marito era morto, invece quella sera, dopo che aveva combinato l’appuntamento con Rick alla stazione di Parigi, le era arrivata la notizia che Laszlo era vivo e nascosto a Parigi. Ecco, dunque, la vera ragione di quel mancato appuntamento.
Succederà che, fingendo col capitano Renault di voler andarsene da Casablanca insieme con Ilsa, sfruttando le 2 lettere di transito in suo possesso, egli riuscirà a salvare la coppia, facendole prendere l’aereo per Lisbona, da dove partiranno per l’America. Il modo con il quale riesce nell’impresa, lo scoprirà, e felicemente, lo spettatore.
Non ci sono momenti in cui la tensione prodotta dalla trama abbia un attimo di sosta. Si è presi dagli avvenimenti che, in quel locale, si susseguono ad un ritmo frenetico, tale da suscitare, non solo l’ammirazione per i suoi 2 principali interpreti, ma anche per la regia abile e sapiente di George Cukor.
“La settima marea” di John Gray
Gli attori sono: Scott Glenn, Saffron Burrows, John Linch, Fiona Shaw.
Questo film è introvabile, anche su internet, almeno fino al momento della stesura di questo libro. Lo registrai tanti anni fa su Hallmark e, questa volta, so solo indicarvi gli attori e non le parti che interpretano, non conoscendoli. Guardando il film ho tratto i nomi dei personaggi, scrivendoli qui, spero, correttamente.
Siamo in Irlanda dove una leggenda vuole che le foche qualche volta si spoglino della loro pelle e si trasformino in esseri umani. Un pescatore, Tomas, ne sorprende una che ha lasciato su uno scoglio la sua pelle e ora è diventata una bella ragazza.
Non si presenta al lavoro, lo cercano e lui dice al padrone, Owen Quinn, e al vecchio che l’accompagna, Willy, che ora vuole andare per la sua strada e tentare la fortuna. Gli viene concesso, e addirittura rifiuta, ringraziando, i pochi denari che gli vengono offerti come liquidazione.
Owen una sera, uscendo dalla propria casa, vede seduta su uno scoglio una ragazza con un vestito nero, e attorno a lei molte foche. Spaventato, rientra subito a casa.
Qualche tempo dopo, vede quella stessa ragazza seduta sulla barca di Tomas, che sta rientrando dopo aver fatto una pesca abbondante. Nel villaggio tutti parlano del fatto che da quando è presente sull’isola quella ragazza, Thomas fa sempre un eccellente pesca. La verità è che Tomas si è impossessato della sua pelle, nascondendola in un rifugio sicuro, ed ora la ragazza è in suo potere e la sua presenza sulla barca gli consente ogni volta una pesca fortunata.
Owen torna a vedere la ragazza che si è affacciata alla finestra della sua casa, esce e la insegue in mezzo alla nebbia, ma non la raggiunge e lei sparisce.
Tomas, intanto, continua ad andare a pescare portando con sé la ragazza, ma il padre, che sa come sono andate le cose, rimprovera il figlio, dicendogli che deve liberare la giovane e farla tornare nel suo mondo. Ma il figlio si arrabbia con lui e gli dice che vuol fare a modo suo.
Owen è vedovo da qualche anno e Willy gli confessa di preoccuparsi della sua solitudine in mancanza di Josephine, la moglie defunta. Anche Helen, la padrona della bottega del villaggio, è preoccupata. Prova dell’amore per lui, ma non ha il coraggio di manifestarglielo.
Una sera, mentre Owen sta leggendo un libro proprio sulle foche, appare nella sua casa la ragazza col suo vestito nero. Gli dice che è una foca e che Thomas la costringe con la forza a restare sulla terra non restituendole la sua pelle. È arrivata nel villaggio con la settima marea e con la prossima, avuta la sua pelle, potrebbe ritornare nel suo mondo. Lo ricompenserà per questo, e lo farà diventare ricco.
Quando Owen chiede brutalmente a Tomas dove abbia nascosto la pelle, questi va sul posto e non ce la trova più. È stato il padre cieco a trovarla e a nasconderla in un altro posto, per liberare la ragazza dalla prepotenza del figlio.
La ragazza è ospitata da Owen nella sua casa; pensa a vestirla e a nutrirla. Le insegna anche a leggere, lui che passa le pause dal lavoro tra i libri della sua piccola biblioteca. Le dà il nome di Mainred.
Lei va in giro per il villaggio e tutti si voltano a guardarla. Va a trovare anche Helen, la padrona della bottega, e le chiede perché Owen sia così triste, e lei le racconta che lo è da che è morta Josephine, la moglie, una donna bella e straordinaria. Anche lei amava Owen ma non ha potuto niente contro la bellezza e il vivace carattere di Josephine. Ora il cuore di Owen si è chiuso, le dice con tristezza.
Il rapporto della ragazza con Owen si fa sempre più intenso. Lei cerca di capire, attraverso di lui, la natura umana, e scopre sentimenti a lei sconosciuti, Dirà: “Quante cose meravigliose provengono dal tuo cuore.”.
Questo appare come il tema centrale del film, la scoperta, ossia, attraverso un essere che viene dall’esterno, delle qualità positive dell’uomo, fondate sul sentimento.
Con il ritorno della settima marea, Mainred, con l’aiuto di Owen, che avrebbe voluto sposarla (anche lei lo ama) farà ritorno al mare e al suo mondo.
È una storia d’amore tenera e struggente, che si svolge in un villaggio costruito su di una costiera, dove la vita è spontanea e semplice. ed è un peccato che questo film sia introvabile, poiché meriterebbe di essere conosciuto.
“Via dalla pazza folla” di John Schlesinger
Del 1967, da non confondere con l’omonimo film, del 2015, di Thomas Vinterberg, entrambi tratti dal romanzo omonimo del grande Thomas Hardy.
Questi gli attori principali: Julie Christie, nella parte di Bathsheba Everdene, Terence Stamp, nella parte del sergente Francis ‘Frank’ Troy, Peter Finch, nella parte di William Boldwood, Alan Bates, nella parte di Gabriel Oak, Prunella Ransome, nella parte di Fanny Robin.
I romanzi del grande scrittore inglese, tra i miei preferiti, sono stati quasi tutti oggetto di una trasposizione cinematografica, tanto complesse, interessanti e suggestive sono le sue storie, pressoché tutte bersagliate dalla sfortuna. Il celebre regista Roman Polanski, ad esempio, ha tratto un suo splendido film, “Tess”, del 1979, dal romanzo “Tess dei d’Urberville”, con il quale vinse ben 3 Premi Oscar: alla scenografia, ai costumi e alla fotografia.
Perché, allora, non ho scelto “Tess”? Perché “Via dalla pazza folla”, pur triste, e un film meno triste degli altri.
È da annotare subito la colonna sonora di Richard Rodney Bennett, dolce e così ben connaturata allo splendido paesaggio, e l’antica canzone popolare cantata da Julie Christie (Betsabea) durante il pranzo all’aperto coi suoi contadini: “Bushes and Briars” (Cespugli e Rovi, nel film: Rose di bosco).
Betsabea Everdene vive, in una modesta casa, Gabriel Oak, invece, è un giovane e promettente massaro in possesso di un bel gregge e che è innamorato di lei.
Un giorno si presenta alla sua casa portando con sé un agnellino per fargliene dono, ma soprattutto per chiederla in sposa. Lei è nascosta ma, quando lui sta per andarsene, le corre dietro e allora Gabriel le rinnova la sua richiesta d’amore. Fra l’altro, mentre lei è tornata a mungere nella stalla, lui le rivolge dolci promesse e immagina il loro focolare domestico: “E a casa, presso il fuoco, se alzerò lo sguardo troverò voi, e se voi alzerete lo sguardo, troverete me.”.
E lei: “Mi dispiace, ma è solo un sogno. “, “Perché?”, “Perché io non vi amo.”. E lui, insistendo: “Aspetterò un po’, vi amo più di quanto sembri.”. Ma lei torna a ripetergli di non amarlo e allora lui promette che non glielo chiederà più.
Betsabea eredita una fattoria e si trasferisce non molto lontano.
Ma per Gabriel non è finita. Si presenta ora una tragedia. Le sue pecore cadono in un precipizio sul mare spintevi da un cane da guardia impazzito. Lo ucciderà. Dirà: “Grazie a Dio non ho una moglie da mantenere.”.
Rimasto senza un gregge, infatti, deve cercarsi un lavoro, che è difficile da trovare, poiché i padroni non assumono volentieri chi è stato padrone. Chiede perfino l’elemosina suonando il suo flauto.
Facciamo ora la breve conoscenza di 2 personaggi rilevanti in questa storia: un sergente di cavalleria, Frank Troy e la sua giovane fidanzata, Fanny Robin. Lei è molto innamorata di lui e aspetta che la sposi, e anche lui dichiara di amarla, ma non lo fa con il giusto entusiasmo. Lo spettatore immagina subito che tra i due, succederà qualcosa di spiacevole. E sarà così.
Ma intanto riprendiamo il filo della narrazione.
Mentre Gabriel ha chiesto un passaggio a due contadini che lo hanno fatto salire sul loro carro, in lontananza, durante il viaggio, si vedono i bagliori di un incendio. Gabriel scende dal carro e si precipita a dare aiuto. Sarà lui a prendere il comando della situazione e alla padrona che chiede chi sia quell’uomo, una donna le risponde che deve a quello sconosciuto se si sono salvati i suoi covoni. Quando Betsabea riunisce i suoi contadini per rinnovar loro il contratto, si presenta anche Gabriel e lei lo riconosce e subito lo assume come bracciante. C’è tra i suoi dipendenti anche Fanny, la giovane che abbiamo già incontrato.
Licenziato il massaro che non era presente al momento dell’incendio, bensì stava rubando merce nel magazzino, Betsabea dice ai suoi contadini che d’ora in poi farà lei da massaro e sarà di esempio a tutti per la sua dedizione al lavoro.
Fanny, di nascosto, va a sposarsi con Frank Troy, ma sfortunatamente sbaglia chiesa (va alla Chiesa di tutti i Morti, anziché alla chiesa di tutti i Santi); Frank l’attende con impazienza, insieme coi suoi testimoni, e quando lei arriva in ritardo, correndo e scarmigliata (lui se ne sta andando) la rimprovera per la vergogna che gli ha arrecato (“Tu mi hai reso ridicolo”) e fa capire che non la sposerà più.
È uno dei nodi tanto del romanzo quanto del film. La sfortuna o, se vogliamo, il destino crudele è sempre pronto a farci cadere nelle sue maligne tagliole, e ciò accade soprattutto con le anime innocenti.
Fanny ora è incinta e il regista ce la inquadra mentre, a fatica e sotto la pioggia, chiede aiuto all’ospizio dei poveri. La faranno entrare, ma ne uscirà dentro una bara, in cui è racchiuso anche il suo bambino. Troy, che l’ha incontrata la sera prima e le ha promesso del denaro, quando va all’appuntamento che ha fissato con lei al mercato del grano, vede passare davanti a sé un carro con una bara. Non sa che lì dentro c’è la sua Fanny con il bambino. La bara sarà portata nella fattoria di Betsabea, che l’apre per deporvi dei fiori. Arriva Troy e i due litigano, poiché Troy bacia la morta sulla bocca. E Troy, sempre rivolto alla stessa, le dirà, alla presenza di Betsabea: “Al cospetto del cielo, sei tu la mia vera moglie.”.
Betsabea ha un altro corteggiatore rimasto deluso, il ricco massaro William Boldwood, che si era illuso di sposarla, avendole lei inviato un “valentino” (“Marry me”), ossia un biglietto d’amore. Ma lo ha fatto per gioco e per burlarsi di lui, però Boldwood l’ha presa sul serio e non rinuncia alle sue attenzioni nei suoi confronti: “Dio solo sa che cosa rappresentate per me.”. Continuerà anche quando si sarà sposata con Troy. Troy, infatti, sta corteggiando Betsabea (“Una donna come voi fa più danno di quanto si possa immaginare.”; “Vi ho amata subito, di colpo, e vi amo ancora.”); lei se ne invaghisce e lo sposa. Belle le immagini di lei che gli dichiara il suo amore (non si odono le parole, ma si immaginano) sulla riva di un mare agitato, e significativo è lo sguardo di lui che sembra quello di una volpe che ha afferrato la sua preda. La loro unione non sarà felice, infatti; Troy è troppo preso dalla sua vanità e dalle piacevolezze del mondo; scommette, e perde, anche molto denaro nel combattimento dei galli.
Abbiamo un’altra tragedia da annotare.
Accadrà che Troy è dato per morto affogato (in realtà si è trovato un lavoro nel circo) e Boldwood sta per ottenere la promessa di matrimonio da Betsabea, quando nella casa già in festa, comparirà proprio lui, vivo! Sconvolto dall’ira Boldwood gli sparerà. Muore sul patibolo.
Betsabea, infine, sposa Gabriel, che ancora una volta gli aveva salvato la fattoria, mentre tutti facevano festa, dalla furia di un temporale.
Succede così: Gabriel si reca da Betsabea per dirle che se ne andrà in America, poiché in quel luogo non ha più interesse a restare. Si lasciano, ma tornata a casa, Betsabea ci ripensa e corre da lui, che si sta preparando a partire, e gli chiede di sposarla. Ad una condizione, risponde lui: che quando alzerò gli occhi, incontrerò voi, e quando alzerete i vostri, incontrerete me.
È un film all’altezza del grande romanzo, e ci offre anche vaste e possenti scenografie.
“La lettera scarlatta” di Roland Joffé
Del 1946. Questi gli attori principali: Rita Hayworth, nella parte di Gilda, Glenn Ford, nella parte di Johnny Farrell, George Macready, nella parte di Ballin Mundson, Joseph Calleia, nella parte di Obregon, Steven Geray, nella parte di zio Pio, Joe Sawyer, nella parte di Casey, Gerald Mohr, nella parte del capitano Delgado.
L’immagine di Rita Hayworth è legatissima a quella di Gilda. Pensando a lei, non è difficile che ci appaia qual era nel film di Charles Vidor, magari la vediamo mentre canta la canzone diventata, grazie anche a lei, celebre in tutto il mondo, “Amado mio”, oppure canta “Put the Blame on Mame” (Dà la colpa a Mame), anch’essa celebre, mentre si sfila i guanti.
“Gilda” è diventato, insomma un film cult.
Siamo a Buenos Aires subito dopo la guerra. Johnny Farrel è un giocatore di dadi; i suoi sono truccati e vince quasi sempre. Al momento, nessuno se n’è accorto. Fa una buona vincita, esce dal locale, ma è aggredito da un uomo che gli punta la pistola alla schiena e gli chiede i soldi. Non fa in tempo, però, a fare un’altra mossa che arriva Ballin Mundson, un ricco biscazziere, con una lunga cicatrice sulla guancia destra, che scaccia il ladro. Quando Johnny va nel suo locale, continuamente vince, sapendo giocare anche a carte, naturalmente a modo suo. Lo portano da Mundson, poiché sospettano che sia un baro; Mundson lo riconosce, discorre un po’ con lui e lo assume, convinto di fare la scelta giusta. Fa presto carriera, infatti, dipendendo solo dal padrone, il quale deve partire e quando ritorna ha una sorpresa per Johnny. Lo fa salire nella sua stanza e le presenta una donna meravigliosa (davvero eccezionale questa Rita Hayworth), è sua moglie; l’ha sposata durante la sua breve licenza. Johnny resta folgorato e stupito nel vederla. Lei è chinata leggermente, coi capelli che le coprono il viso, alza la testa e la spinge all’indietro per riordinare la pettinatura. Un gesto di potente sensualità.
Presto si scoprirà che Gilda e Johnny già si conoscevano e hanno avuto una relazione che poi si è interrotta.
Nasce già qui l’interesse dello spettatore, il quale resta in attesa che si chiariscano i rapporti tra i due ex amanti. Dai bisticci che continuamente corrono tra loro, si capisce che il sentimento che li ha tenuti legati non si è spento. E Ballin Mundson? Per il momento non sospetta nulla, ma ci sono alcuni suoi sguardi rivolti a Johnny e alla moglie che ci mettono in guardia.
È un film che gioca e insiste molto sugli sguardi.
Sono sempre più frequenti i momenti in cui Gilda e Johnny si trovano a parlare da soli e ciò che emerge è che non è affatto l’odio dell’uno verso l’altro che cercano di dare ad intendere, ma è un amore forzatamente interrotto e ancora tumultuoso e crudele.
Giocano duro, i due, con il cuore che si sta lacerando.
Mundson qualcosa sospetta, e ha già domandato a Gilda se conosceva da prima Johnny e lei ha risposto di no, ma lui è apparso incerto.
È un film tutto da godere, grazie a questi fili sottili che si intersecano e si alternano nell’anima dei tre.
Gilda è una fiamma che riscalda, che manda bagliori, ma non ha più un ceppo che l’alimenti. Come un abito stretto, così è diventato il suo sentimento, che anela ad espandersi e a riprendere lo spazio di una volta, che è stato smarrito.
Guardandolo oggi, a tanti anni di distanza dalla sua realizzazione, si capisce che, proprio per tali raffinatezze, è un film destinato a perpetuarsi e a durare nel tempo.
Scopriamo che Mundson, dietro la facciata della bisca, nasconde, insieme con altri soci, una fittissima e potente rete d’affari. Però ha dei nemici che lo tallonano, due tedeschi; ne uccide uno durante la chiassosa festa di carnevale data nella sua casa, poi fugge, ma non dopo aver visto che Gilda e Johnny si stavano baciando.
Sale sull’aeroplano che, mentre sta sorvolando il mare, esplode. Johnny e la polizia che erano arrivati insieme al piccolo aeroporto e hanno assistito all’esplosione, lo credono morto. Ma non è così. Mundson si è gettato in mare prima dell’esplosione e viene raccolto da una imbarcazione con la quale aveva convenuto il salvataggio.
Gilda eredita tutto e Johnny, nel testamento custodito nella cassaforte, di cui conosceva la combinazione, è nominato esecutore testamentario. Per semplificare la situazione resa complicata dai principali soci di Mundson, Johnny sposa Gilda. Lei è felice, crede di poter ricostruire il suo rapporto d’amore con Johnny, ma lui l’ha sposata per tenerla in gabbia, tant’è che affida ad un dipendente della bisca di tenerla sempre sotto controllo, e non torna più a casa, lasciandola sola.
Come Mundson subiva il ricatto dei tedeschi, ora il ricatto si è rivoltato contro Johnny che, proprio da un tedesco, apprende che Mundson aveva preso degli impegni (la restituzione di certi importanti brevetti), ma non li aveva mantenuti. Ora il suo gruppo pretende da lui il rispetto di quegli impegni. Ma Johnny indugia e cerca di rimandare.
Gilda va a trovarlo, poiché non si è più presentato a casa e conduce la sua vita sul posto di lavoro, e pretende delle spiegazioni. Johnny la tratta male, accusandola di avere avuto tanti amanti. Gilda vuole avviare la pratica di divorzio e decide di lasciare la città e si trasferisce a Montevideo, dove si mette a fare con successo la cantante: “Amado mio” e “Put the Blame on Mame” (che eseguirà ritornata a Buenos Aires) sono i suoi suadenti cavalli di battaglia.
Le inimitabili esecuzioni di queste 2 canzoni sono diventate ormai un’icona del cinema. ed è legata ad esse la memoria di questa meravigliosa attrice, la cui vita reale, purtroppo, non fu così fortunata (fu dipendente dagli alcolici e fu colpita dall’Alzheimer. Morì il 15 maggio 1987, a 68 anni).
Il clima di attesa dello spettatore per queste 2 canzoni, interpretate da lei, è spasmodica.
A Montevideo si accompagna ad un ricco avvocato conosciuto nel night, il quale la invita a ritornare a Buenos Aires e a chiedere, con la sua assistenza, l’annullamento del matrimonio, avendo Johnny abbandonato il tetto coniugale subito dopo la cerimonia di nozze. Ottenuto il divorzio, le promette, sarà lui a sposarla. Ma la sta ingannando, poiché è al servizio di Johnny che l’ha mandato a Montevideo affinché la riportasse a casa. Lui ha intenzione di tenerla ancora prigioniera e quando lei lo supplica di concederle il divorzio, Johnny risponde che in Argentina il divorzio non è permesso. Arrabbiata, esce dal suo ufficio (sta parlando con un poliziotto che gli sta alle calcagna da un pezzo, poiché lo sospetta, come è nella realtà, a capo di un gruppo che ha il monopolio del tungsteno) e scende nel night, dove esegue nientepopodimeno che “Put the Blame on Mame”, estasiando i presenti. Johnny la osserva dalla finestra del suo ufficio.
Odio e amore che si confondono, diventano tutt’uno: “Voi due vi amate disperatamente, non è così?.”, gli dirà il poliziotto, che ha assistito alla scena di lui che è sceso a prenderla e le ha dato uno schiaffo.
Gilda vuol partire, allontanarsi di nuovo da Buenos Aires. A Johnny lo dice il poliziotto (che intanto ha ottenuto da lui i documenti che cercava) che Gilda vuole andarsene, è giù sola, nel locale, in compagnia di un vecchio dipendente, zio Pio. Lui scende dal suo ufficio, le si avvicina, c’è tra loro un attimo di silenzio, poi la guarda negli occhi, e le dice: “Voglio venire con te, Gilda, partiamo insieme.”.
Ci sarà una sorpresa nel finale, ma qui basterà dire che non partiranno più.
Gilda gli dice: “Torniamo a casa.”.
“La seduzione del male” di Nicholas Hytner
Del 1996, tratto dall’opera di Arthur Miller “Il crogiuolo”. Questi gli attori principali: Daniel Day-Lewis, nella parte di John Proctor, Winona Ryder, nella parte di Abigail Williams, Paul Scofield, nella parte del Giudice Thomas Danforth, Joan Allen, nella parte di Elizabeth Proctor, Bruce Davison, nella parte del Reverendo Parris, Frances Conroy, nella parte di Ann Putnam, Rob Campbell, nella parte del Reverendo Hale, Jeffrey Jones, nella parte di Thomas Putnam, Peter Vaughan, nella parte di Giles Corey, Karron Graves, nella parte di Mary Warren, Charlayne Woodard, nella parte di Tituba, George Gaynes, nella parte del Giudice Samuel Sewall.
Questo film ha un attore eccezionale che vedremo ancora in due film di cui intendo scrivere: “Il mio piede sinistro”, del 1989, diretto da Jim Sheridan, e “L’ultimo dei Mohicani”, del 1992, diretto da Michael Mann.
Ricordo che famose quanto le streghe di Salem furono, e forse di più, quelle di Loudun, in Francia, oggetto di un romanzo di successo del 1952 di Aldous Huxley, tradotto in film da Ken Russell nel 1971 con il titolo “I diavoli”. I fatti di Loudun accaddero qualche tempo prima, nel 1634.
Siamo a Salem, un villaggio nello stato del Massachusetts, nel 1692, e abbiamo a che fare con una storia di streghe. Il processo alle streghe di Salem è un fatto storico, realmente accaduto, e il film cerca di ripercorrerlo.
Lo spettatore sarà preso dalle sue cupe atmosfere.
Una sera si riuniscono nel bosco per un sabba alcune ragazze. Le sorprende il reverendo del villaggio, Parris, ed esse fuggono. Di lì a poco, alcune persone sono colte da una malattia sconosciuta che pare incurabile.
Il reverendo Parris è lo zio di una di quelle ragazze, Abigail Williams, ed è anche il padre della bambina Betty, una delle persone colpite dal misterioso male.
Chiama per un aiuto uno specialista di stregoneria, il reverendo Hale, il quale dovrà decidere se quanto sta accadendo sia opera del demonio.
Intanto, scopriamo che Abigail ha una relazione con un influente agricoltore del villaggio, John Proctor (“possiede 300 acri”), sposato con Elisabeth, una donna di poca salute, e con 2 ragazzi già grandicelli da poterlo aiutare nel lavoro dei campi. Elisabeth attende un altro figlio.
In un incontro tra loro, John dice ad Abigail che non vuole più vederla e che il loro rapporto è finito. La ragazza, invaghita dell’uomo, bello e prestante, reagisce malamente scagliando contro di lui improperi e maledizioni.
Il reverendo Hale si mette al lavoro, ha con sé alcuni grossi libri che consulta spesso. L’influente Thomas Putnam già parla di streghe presenti nel villaggio.
Sarà, infine. della stessa opinione anche il reverendo Hale. Comincia la caccia alle streghe.
La prima ad essere ascoltata è la domestica nera del reverendo Parris, Tituba, la quale, dopo essere stata fustigata, confessa di avere invocato il diavolo e di averlo visto e fa il nome di persone del villaggio possedute dal diavolo. È lei la organizzatrice dei sabba nel bosco. Nell’ascoltarla, anche Abigail comincia ad accusare persone, e così pure le altre ragazze. Si fanno molti arresti e ora è stato convocato il giudice Thomas Danforth, che dovrà processarle per scoprire la verità.
Siamo nel cuore della storia. Le persone accusate, smarrite e incollerite, giurano di essere innocenti, ma le ragazze, presenti come testimoni, le segnano a dito, confermando le accuse.
Le immagini, di una tristezza infinita, ci dànno solo una piccola idea di ciò che, soprattutto in quel XVII secolo, avveniva nel mondo.
Ma allora, la gente era, per mancanza di istruzione, assai vulnerabile, e bastava che qualcuno accusasse il proprio nemico o rivale di stregoneria e subito era creduto.
È accusata anche Elisabeth, la moglie di John Proctor. Rivolta al marito, dirà: “Abigail mi vuole in prigione, tu lo sai.”. Era stata lei a cacciare di casa Abigail, sospettando una relazione col marito, e pensa che Abigail stia cercando di mandarla al patibolo per prendere il suo posto nel cuore di John.
Arrivano a casa di Proctor per arrestare sua moglie. Ne nasce un’accesa discussione: “Mi rifiuto di consegnare mia moglie alla vendetta.”, grida. Ma dovrà farlo ed Elisabeth viene caricata sul carro dove già ci sono molte donne arrestate. John dirà: “L’inferno e il paradiso sono in lotta.”.
È proprio questa l’atmosfera che viene a crearsi nel film, come se l’impalpabile stesse conducendo una lotta tra due opposti, non visibili, ma intensamente presenti.
Il reverendo Hale comincia a dubitare che le ragazze mentano (riferendosi ad Abigail dirà: “Questa ragazza è una bugiarda.”), ma il giudice Thomas afferma che sono le uniche che possono testimoniare la presenza del diavolo, avendolo visto.
Quando sono chiamate tutte insieme e interrogate dal tribunale, si crea una gran confusione; gridano come possedute e ossesse.
È a questo punto che John, per smascherare la farsa messa in atto da Abigail, rivela che è una sgualdrina e di avere avuto rapporti carnali con lei. Il giudice Thomas gli domanda se sua moglie fosse a conoscenza di tutto questo quando ha scacciato di casa Abigail, e John risponde di sì. Mandano a chiamare sua moglie, che giunge sotto la pioggia su un carro trainato da 2 buoi. Si presenta davanti al giudice che le domanda se fosse a conoscenza della relazione tra suo marito e Abigail (“Vostro marito è un adultero?”), e la poveretta, credendo di aiutare e salvare il marito, risponde di no.
Sono guai per John. Sarà accusato di avere contatti con l’Anticristo; si dispera e grida: “Dio è morto!”, aggravando la sua situazione. Sarà pure lui impiccato. La scritta finale ci ricorda che a Salem ci furono 19 esecuzioni.
“Il mio piede sinistro” di Jim Sheridan
Del 1989, tratto dall’omonimo romanzo di Christy Brown. Questi gli attori principali: Daniel Day-Lewis, nella parte di Christy Brown, Brenda Fricker, nella parte di Bridget Brown, la madre, Alison Whelan, nella parte di Sheila, Cyril Cusack, nella parte di Lord Castlewelland, Fiona Shaw, nella parte della dottoressa Eileen Cole, Ray McAnally, nella parte di Mister Brown, Ruth McCabe, nella parte di Mary Carr, Kirsten Sheridan, nella parte di Sharon.
Si tratta della storia vera di un irlandese, diventato scrittore e pittore, nato affetto da una paralisi cerebrale, a causa della quale l’unica parte del corpo funzionante era il piede sinistro.
Per la sua straordinaria interpretazione Daniel Day-Lewis, che ricopre la parte di Christy Brown (adulto), ricevette, nel 1990, il Premio Oscar come migliore attore protagonista. Non meno bravo, però, è l’attore Hugh O’Conor, che interpreta Christy da giovane.
È un film struggente e lo spettatore sarà catalizzato dal protagonista per un’interpretazione che, nel suo genere, ha pochi rivali.
Siamo in Irlanda, a Dublino, Christy, adulto e famoso, è invitato da Lord Castlewelland quale ospite d’onore in una villa lussuosa (Christy dirà sarcasticamente: “Un’umile dimora”). Nell’attesa della sua presentazione agli ospiti, è affidato ad un’infermiera, Mary Carr, che, mentre lo accudisce, legge il suo libro autobiografico (“Il mio piede sinistro”). Ciò ci consentirà di percorrere la vita di Christy sin da ragazzo.
Quando la moglie Bridget lo partorisce, il padre si reca all’ospedale e l’infermiera che l’accoglie, gli comunica che c’è stata una complicazione. Infatti, il bambino è nato affetto da paralisi cerebrale. Può muovere compiutamente solo il piede sinistro.
Subito dopo, vediamo Christy ragazzo coi suoi molti fratelli. Lui è rincantucciato nel suo angolo abituale, sotto una scala, e osserva tutto ciò che accade. I fratelli gli vogliono bene.
La mamma è di nuovo incinta e deve ricoverarsi in ospedale per partorire. Dice a Christy che starà fuori per pochi giorni, ma lui è dispiaciuto e glielo dimostra con l’espressione dolorante del suo viso, ma la madre gli dice: “Non puoi stare sempre attaccato alla mia gonna, Christy.”. Qualche volta è lei che la sera lo carica sulle spalle e lo porta nel suo letto al piano di sopra. I fratelli e gli amici si divertono con Christy spingendo in strada una carriola con lui sopra, contento.
Non lo ammettono alla Prima Comunione, ritenendolo non ancora pronto.
Un giorno, con il gessetto tra le dita del suo piede sinistro, lentamente e soffrendo, scrive la parola “MOTHER”. La madre va in lacrime e il padre lo abbraccia gridando che è un Brown, uno della sua razza e, caricatolo sulle spalle, lo porta in birreria e dice a tutti che quello è suo figlio.
Christy cresce ed ora è un giovanotto; riesce a spegnere, ma a fatica, le 17 candeline del suo compleanno.
In famiglia si susseguono vari avvenimenti, uno dei quali è più importante degli altri: la sorella è rimasta incita. Il padre è furioso. La figlia lascerà la casa dicendo a Christy che le mancherà molto.
A 19 anni Christy, che ora ha una sedia a rotelle, riceve la visita della dottoressa Eileen Cole che, d’intesa con i genitori, gli propone di trasferirsi in una clinica, dove sarà curato gratuitamente. Lei è specializzata, gli dice, proprio nella sua malattia, la paralisi cerebrale. Accetta e viene caricato sull’ambulanza dove trova altri malati. Ma in clinica non si trova bene, ci sono soprattutto bambini e lui è a disagio. Allora la dottoressa si impegna a curarlo a casa sua. Un giorno che è di cattivo umore e rifiuta di fare gli esercizi curativi, lei gli dice: “Dovresti smetterla di commiserarti, non vorrei fare fiasco con te.”.
Lo spettatore non può che immedesimarsi col personaggio, onde tentare di provarne emozioni, angosce, paure, contraddizioni. Vedendo il film, il regista ci fa entrare nella malattia e nella sofferenza di ogni essere colpito da handicap fisici e mentali. Basti pensare alla madre di Christy, alla quale il marito ha fatto notare i miglioramenti del figlio, che sta recitando l’Essere o non essere di Shakespeare: “C’è qualcosa in quella voce che mi disturba”, “Che vuoi dire?”, “Troppa speranza.”.
Eileen ha visto i suoi quadri, gli sono piaciuti e grazie a Peter, suo fidanzato e gallerista, viene organizzata una mostra, che ha successo.
Vanno a festeggiare in un ristorante, e Christy dichiara a Eileen che l’ama. Da qui nasce un malinteso, poiché la dottoressa gli comunica che fra poco sposerà il gallerista Peter, e ciò lo accende d’ira.
È il momento in cui l’interpretazione di Daniel Day-Lewis si fa maiuscola.
Per la delusione d’amore tenta perfino il suicidio. Non disegna più, si ubriaca e poltrisce nel letto.
La mamma, allora, decide di costruirgli, nel piccolo cortile, una stanza tutta per sé, in modo che possa ricominciare a dipingere in santa pace. La sorprende il marito, chiama i figli e insieme ultimano la camera, tutti felici della buona riuscita dell’impresa.
Purtroppo, forse per la fatica di quel lavoro, il padre muore. Lo vede sua moglie, è steso dietro la porta di cucina e lei non riesce ad aprire la porta; chiede aiuto a Christy che, seduto a terra, mette le sue spalle contro la porta e spinge forte, aiutato dalla madre. Entrati in cucina, ne constatano la morte.
Con la vendita dei suoi quadri alla mostra ha guadagnato 800 sterline, una cifra enorme per quella famiglia, e le dona alla madre come suo regalo; la madre dapprima rifiuta, infine l’accetta.
Ora torniamo alla lussuosa villa di Lord Castlewelland, dove, all’inizio, abbiamo lasciato Christy in attesa, con l’infermiera accanto, che giungesse il suo turno di essere presentato agli ospiti, ai quali saranno richieste delle donazioni in denaro a favore della categoria degli handicappati. Entra nel salone e viene applaudito dagli invitati, tutti in piedi.
Nel corso della cerimonia entra nella sala l’infermiera Mary, però vestita con un abito elegante. Si capisce che è venuta per lui. Finita la cerimonia, tutti se ne vanno e Christy resta solo sul prato. Arriva Mary, che è andata a prendere la bottiglia di champagne donata a Christy da Lord Castlewelland, e 2 bicchieri. Apre la bottiglia e dice: “Brindiamo a Dublino”; “A Dublino; perché?”, “Perché Christy Brown è nato là.”.
La scritta finale ci dice che Christy e Mary si sposarono il 5 ottobre del 1972.
“L’ultimo dei mohicani” di Michael Mann
Del 1992, tratto dal romanzo omonimo di James Fenimore Cooper. Questi gli attori principali: Daniel Day-Lewis, nella parte di Nathaniel “Occhio di Falco”, Madeleine Stowe, nella parte di Cora Munro, Russell Means, nella parte di Chingachgook, Eric Schweig, nella parte di Uncas, Jodhi May, nella parte di Alice Munro, Steven Waddington, nella parte del Maggiore Duncan Heyward, Wes Studi, nella parte di Magua, Terry Kinney, nella parte di John Cameron.
È un bel film, ma sapete perché l’ho scelto? Per la preghiera che il padre, il mohicano Chingachgook, fa in occasione della morte del figlio Uncas, ucciso da un altro indiano, un urone di nome Magua. La troverete al termine di questo scritto.
La storia è datata 1757 e concerne la guerra che i francesi, alleati con gli indiani, fanno agli inglesi.
Ci accompagna la bella musica di Trevor Jones e Randy Edelman, mentre Nathaniel “Occhio di Falco” (è stato allevato dal mohicano Chingachgook, quindi il figlio di costui, Uncas, è come un fratellastro) sta correndo nella foresta stringendo in mano un fucile. Anche Chingachgook e Uncas stanno correndo e presto si riuniranno. Stanno cacciando un cervo, che uccidono. Già queste sequenze sono grandiose e folgoranti.
Portano il cervo all’amico John Cameron, che vive da quelle parti in una casa fatta di tronchi d’albero, dove apprendono che gli inglesi cercano volontari per la guerra contro i francesi, con cui sono alleati gli uroni.
L’Inghilterra non ha alcuna intenzione di fare la pace. Il maggiore Duncan Heyward dirà: “La politica britannica è fare di tutto il mondo l’Inghilterra.” Duncan è venuto per condurre le 2 figlie del colonnello Edmund Munro, Cora e Alice, in un Forte più sicuro. Li guiderà Magua, un finto mohawk (in effetti un urone), messosi al servizio degli inglesi. Deve compiere una sua vendetta. Il maggiore è anche innamorato di Cora e vorrebbe sposarla. Ha già il consenso del colonnello, ma Cora gli dice che non può andare oltre l’amicizia.
La colonna parte, costituita da molti soldati inglesi, con le loro divise rosse e i neri stivali. Hanno tutti i fucili a tracolla. Magua, però, si rivela un traditore. Li ha condotti ad un agguato. Un gruppo di uroni sbuca dalla foresta e fa una strage dei soldati. Per fortuna arrivano a soccorrerli i nostri tre principali protagonisti, che uccidono gli uroni, salvo Magua, che riesce a fuggire. Di tutta la scorta è rimasto vivo solo il maggiore Duncan. Sono impaurite, soprattutto la minore, Alice, ma vive, anche le 2 sorelle.
I 3 si propongono di scortarli al Forte, dove le sorelle erano destinate a rifugiarsi.
Lungo il viaggio, scenari ampi e bellissimi si aprono davanti agli occhi dello spettatore.
Ad un certo punto, trovano che nella casa del loro amico John Cameron, gli indiani mohawk, un gruppo guerriero, hanno fatto una strage, uccidendo lui e sua moglie Alexandra.
Gli uroni li stanno cercando e i tre e le due sorelle devono continuamente mettersi al riparo nella foresta. Procedono guardinghi. Davanti a loro, nei pressi del Forte, vedono i bagliori del fuoco di un violento scontro in atto tra inglesi e francesi. I francesi dispongono di grossi cannoni in grado di demolire il Forte. Cosa che sta avvenendo. Il gruppo dei fuggiaschi riesce ad entrare nel Forte e le figlie abbracciano il padre, il colonnello Munroe, comandante del Forte.
All’interno del Forte, sboccia l’amore tra Nathan e Cora e Nathan le dice di stare vicino a suo padre, poiché i francesi risparmiano gli ufficiali, limitandosi a farli prigionieri. Lei non dovrà preoccuparsi di lui né seguirlo. Poco prima, il colonnello ha inviato un soldato a chiedere rinforzi, che si trovano a circa 20 miglia di distanza. Non arriveranno.
La situazione non è rosea affatto, né ci sono speranze di cavarsela. Infatti, si arrendono: una resa onorevole, poiché lasceranno liberi il Forte portando con sé le loro armi.
Di questa resa non è soddisfatto Magua, il quale è intenzionato a compiere la sua vendetta contro il colonnello Munro, il quale è responsabile della strage della sua famiglia.
Quando gli inglesi lasceranno il Forte, Managua li segue di nascosto con i suoi uroni. L’agguato ha successo, ma Magua riesce solo ad uccidere il colonnello, mentre le sue figlie sono salvate dai nostri 3 personaggi.
Comincia la loro fuga e comincia l’inseguimento di Magua e dei suoi uroni. È una caccia senza tregua, accanita e feroce. Alice, la più piccola delle sorelle, è spaventata, e Cora cerca di darle coraggio.
La loro fuga sta per finire, gli uroni di Magua sono vicini. Ormai non hanno scampo. Nathan dice a Cora di restare viva; gli uroni la cattureranno, la faranno sottomessa, ma lei è forte e saprà resistere. Lui, invece, si getterà nelle acque della cascata. Prima di farlo, le grida, disturbato dal rumore delle acque: “Io ti troverò, non importa quanto ci vorrà, fosse anche un secolo; io ti troverò.”.
Lui, Chingachgook e Uncas si tuffano, poco prima che arrivino gli uroni, i quali catturano le 2 sorelle e il maggiore Duncan. Li stanno portando via, ma i tre si sono già messi al loro inseguimento.
Le sequenze di questo inseguimento sono superlative.
Magua porta i suoi prigionieri (le 2 sorelle e il maggiore) nel villaggio degli uroni ove vuol farne dono al loro vecchio capo. Arriva Nathan, che si è fatto catturare, e chiede al capo di prendere lui al posto delle 2 ragazze. Ma Duncan, che fa da traduttore, sacrifica se stesso al posto di Nathan. La decisione del capotribù, di conseguenza, è che Cora sia liberata e consegnata a Nathan, Alice sia la donna di Magua e Duncan sia bruciato vivo (da lontano Nathan gli sparerà, ponendo fine alle sue sofferenze).
Magua si sta allontanando col suo gruppo di uroni, portando con sé Alice. Dal basso della collina, li scorgono Uncas e suo padre. Uncas si affretta a scalare la rocciosa collina per andare a salvare Alice, di cui è innamorato, ma raggiunto il gruppo sarà ucciso da Magua in uno scontro. Precipiterà dalla collina. Allora il padre, che ha visto tutto, corre, e dietro di lui Nathan, per raggiungere Magua, e quando gli è davanti lo uccide con rabbia e selvaggiamente. Gli altri uroni se ne vanno, sconfitti con la morte del loro capo, e Chingachgook alza al cielo la preghiera di cui avevo scritto all’inizio: “Grande Spirito, Creatore di tutta la vita. Un guerriero va da te, veloce e dritto come una freccia scoccata verso il sole. Dagli il benvenuto e fagli prendere posto al fuoco del consiglio del mio popolo. È Uncas, mio figlio. Di’ loro di essere pazienti e chiedi alla morte di essere veloce, perché sono tutti là, tranne uno. Io, Chingachgook, l’ultimo dei Mohicani.”.
“Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson
Del 2017. Questi gli attori principali: Daniel Day-Lewis, nella parte di Reynolds Woodcock, Vicky Krieps, nella parte di Alma Elson, Lesley Manville, nella parte di Cyril Woodcock, Camilla Rutherford, nella parte di Johanna, Gina McKee, nella parte della contessa Henrietta Harding, George Glasgow, nella parte di Nigel Cheddar-Goode, Brian Gleeson, nella parte del dott. Robert Hardy, Harriet Sansom Harris, nella parte di Barbara Rose.
Reynolds Woodcock è un sarto famoso, con clienti dell’alta società, tutto dedito al lavoro; è esigente e pignolo, e anche nei rapporti con le persone, se è affabile, ha sempre però un comportamento difficile e spigoloso. Al suo fianco ha la sorella Cyril, della quale non può fare a meno, poiché lo consiglia e non lo lascia mai, per un morboso attaccamento alla sua persona e al suo lavoro.
Un giorno che si è preso una vacanza, in un bar incontra una commessa, Alma, che lo serve e che subito capisce che ha a che fare con una persona singolare. Accetta il suo corteggiamento e, infine, diviene una sua modella.
Cyril, quando la conosce mentre il fratello le prende le misure, la crede una delle sue solite conquiste e ne resta distaccata. Sta a osservarla, mentre lui le fa provare i suoi abiti in preparazione, e prende nota delle sue misure. Cyril le dice solo che ha un fisico perfetto.
Alma e Reynolds passeggiano sulla spiaggia: “Mi sembra di averti cercata per moltissimo tempo.”, le dice. E lei “Ora mi hai trovata.”.
Si ha tutta l’impressione che stia nascendo un rapporto delicato tra i due, che non ha ancora il fuoco dell’amore, ma l’ammirazione reciproca e il rispetto.
Le fa indossare abiti molto eleganti e la conduce in giro per i locali di lusso. Lei un po’ stordita, si ritrova continuamente a pensare alla sua relazione. Sembrerebbe che sia felice di questo suo nuovo stato, che l’ha liberata da un lavoro umile e l’ha collocata ad un livello assai elevato ma, dagli occhi e dalle espressioni del viso, si percepisce una latente insoddisfazione, un piccolo inciampo nell’ingranaggio dell’amore. Lui le rivolge sempre parole dolci, ma è severo quando lei si permette di fargli delle osservazioni sul suo lavoro. Le sue scelte devono essere accettate e condivise, senza discussioni. Cyril si schiera sempre dalla sua parte. Ci sono 2 rapporti psicologicamente difficili e in formazione: quello di Reynolds con Alma, e quello di Cyril con la stessa Alma. Quest’ultima non pare mai la dominante, bensì la sottomessa, quella che ha meno volontà di resistenza.
A colazione, che fa sempre con Alma e la sorella, Reynolds è insofferente ai rumori che Alma provoca nel prepararsi il toast o nel versarsi il tè. Cyril le suggerisce di far colazione dopo che l’ha fatta lui, oppure di fare colazione in camera. Alma si adeguerà.
Ci si domanda perché questo rapporto riesca ad andare avanti. È il tema che il regista desidera affrontare, ponendocelo dinanzi.
Reynolds è così difficile e permaloso che arriva a far togliere un abito da lui cucito ad una ricca signora che si è ubriacata in pubblico e ha rovesciato la sua testa sul tavolo, svenuta. La ritiene non più degna di indossare le sue creazioni.
Alma ora fa un passo in avanti.
Parla con Cyril per comunicarle che desidera preparare una sorpresa per Reynolds: gli cucinerà una cena con le sue mani e vorrebbe che a tavola fossero loro due soltanto. Cyril non è d’accordo e le dice che il fratello detesta le sorprese e s’infurierebbe. Ma lei, questa volta, reagisce, sorprendendo Cyril: “Rispetto i tuoi consigli, Cyril, ma io devo poterlo conoscere a modo mio, e questo è ciò che voglio fare con lui.”. Sarà un fallimento, l’occasione di una lite terribile e maligna, in cui lui mostra tutta la distanza che c’è tra loro due. La rimprovererà di non aver cucinato gli asparagi al modo che piaceva a lui, e così di questo passo, finché lei dirà: “Non so perché sono ancora qui.”.
Quanto è crudele questo bisticcio, quanto riesce a far luce sulle sorprese e variabilità dell’animo umano! È impossibile non solo conoscere gli altri, ma perfino se stessi.
Alma s’inventa una soluzione mostruosa per conquistare e assoggettare Reynolds: per renderlo, ossia, da dominante a sottomesso. Gli metterà una leggera dose di veleno nel cibo, in modo da indebolire il suo stato di salute e costringerlo a ricorrere al suo aiuto. Renderlo più sensibile e vulnerabile, insomma.
Il veleno comincia a provocare i suoi effetti. Reynolds, mentre controlla la fase finale della preparazione di un abito da sposa, ha un capogiro, cade sul manichino e rovina l’abito. Alma comincerà ad accudirlo, lui consenziente e grato. Le dirà: “Ti amo, Alma, non voglio vivere senza di te.”. Sembra che il veleno si sia trasformato, per Reynolds, in un balsamo che ha sciolto tutte le sue interdizioni, pregiudizi, superstizioni, angosce e preoccupazioni. Dichiarerà ad Alma che vuole sposarla, e lei risponderà di sì.
Celebrate le nozze, a poco a poco tutto tornerà come prima, anzi le cose peggioreranno, poiché alcune importanti signore abbandonano la Maison. Reynolds attribuisce tutto ciò alla presenza di Alma e si confida con la sorella, se sia il caso di allontanarla. Entra nella stanza Alma, e ascolta tutto. Se ne va senza dire una parola.
Come aveva fatto prima, torna a somministrargli piccole dosi di veleno, e si accorge che Reynolds lo sa, e che lo sapeva anche per il passato, ma vuole assecondarla. Ha capito che è il modo di liberarsi del se stesso egoista e intransigente, incapace di amore, e così potersi dare a lei. Mentre lo sta accudendo, le dirà che l’ama.
E Alma, che sta riassumendo la sua vita, a conclusione dirà, lui sdraiato sul suo seno: “Amarlo, rende la vita tutt’altro che misteriosa.”, sicura che, dovunque andrà, qualunque strada percorrerà anche dopo la morte, lui arriverà, comunque, sempre da lei.
Da separati che erano, infatti, sono diventati, ormai, una cosa sola.
“Le ceneri di Angela” di Alan Parker
Del 1999, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Frank (Francis) McCourt. Questi gli attori principali: Emily Watson, nella parte di Angela Sheehan McCourt, Robert Carlyle, nella parte di Malachy McCourt adulto, Joe Breen, nella parte di Frank McCourt bambino; Ciaran Owens, nella parte di Frank McCourt ragazzo, Michael Legge, nella parte di Frank McCourt giovane, Ronnie Masterson, nella parte di nonna Sheehan, Pauline McLynn, nella parte di zia Aggie, Liam Carney, nella parte di zio Pa’ Keating, Eanna MacLiam, nella parte di zio Pat.
Siamo negli anni Trenta del secolo scorso; una famiglia che vive a Brooklin, per una cattiva sorte che la perseguita (ora è morta anche una neonata), decide di tornare in Irlanda, a Limerick (pensate, mia moglie Raffaella ed io a Limerick, che è nell’Irlanda del sud, ci siamo stati!). Un maestro dirà di Limerick: “La città più santa.”.
Ci troviamo in un’Irlanda povera, dove la miseria si raccoglie a piene mani.
Appena arrivato a Limerick, Malachy McCourt, il capofamiglia, va in cerca di lavoro, ma non lo trova. In America spesso si attaccava alla bottiglia o spariva di casa per qualche giorno, lasciando moglie e figli nell’abbandono.
I familiari che l’accolgono a Limerick fanno quello che possono, essendo poveri pure loro, e non mancano di criticare Angela perché fa troppi figli, e Malachy perché è un perdigiorno e un ubriacone. Anche qui a Limerick, qualche volta non torna a casa, e spesso proprio perché ha bevuto.
Intanto, un altro figlio muore, e poi un altro ancora. Angela è di nuovo incinta. Si reca presso la San Vincenzo de’ Paoli perché l’aiuti, ma le danno solo un letto e 2 sedie usati.
Assistiamo a sequenze di immagini in cui nelle stradine di Limerick vediamo donne, bambini, vecchi, rovinati dalla povertà più nera. Sono stradine miserabili, spesso sotto la pioggia. Pensate che dove i McCourt sono andati a vivere, c’è un gabinetto unico per tutti gli abitanti di quel vicolo.
Come ho scritto all’inizio, questo film è tratto da un romanzo autobiografico e si stringe il cuore a pensare che una tale povertà è esistita (ed esiste ancora oggi in tanti luoghi del mondo) e l’autore di quel libro, Frank McCourt, l’ha vissuta.
Quando piove, il piano terra resta tutto allagato e sono costretti a rifugiarsi al piano superiore, dove, a volte, specie nell’inverno, devono trattenersi per qualche mese.
Finalmente trova il lavoro, ci va vestito con camicia e cravatta, in famiglia tutti contenti. Ma torna a casa la sera tardi, ubriaco. Rimane a letto per la mattina del giorno dopo e non va al lavoro, quindi viene licenziato.
Frank ha assistito al suo ritorno a casa, insieme col fratello minore.
Viene il tempo in cui Frank va a scuola (una volta che ci va scalzo, riceve i severi rimproveri del maestro), e viene il tempo in cui fa la prima Comunione (il maestro ha fatto fare pratica ai suoi alunni mettendo sulla loro lingua pezzetti di giornale).
Gli irlandesi del sud sono fortemente cattolici e chiamano gli irlandesi del nord: “presbiteriani del nord”. È anche per questo che Malachy è messo alla porta allorché va a chiedere un lavoro. Lui, infatti, è nato a nord, a Belfast.
Quando dice alla moglie che è tutto difficile e che pare un inferno, lei risponde: “Non è questo l’inferno, Malachy?”.
E ha ragione, perché le prime fiamme dell’inferno sono proprio a casa sua, e le ha accese il marito.
Accade un fatto al limite del credibile: il nonno da Belfast gli invia 5 sterline come dono per la nascita di un nuovo figlio, e lui che fa? Si rinchiude nell’affollata birreria e si ubriaca. Frank è sconvolto da un tale abietto comportamento e, mentre torna a casa dalla birreria dove lo ha visto al banco ubriaco, dice a se stesso: “Ma un uomo che si è bevuto i soldi per un figlio appena nato, ha superato ogni limite possibile.”.
Il film vuol mostrarci anche quanto un’anima retta, quanto quella di Frank, sappia immergersi nel dolore e reagire.
Frank si ammala, deve ripetere la quinta classe, perché è stato assente per circa 2 mesi. Lui è triste, giacché, rimanendo in quinta, sarà in classe con suo fratello più piccolo di un anno. Prega San Francesco che gi faccia un miracolo: “Spesi il penny per un cero e pregai San Francesco perché mi tirasse fuori dalla classe di mio fratello minore.”. Ci riuscirà, poiché comporrà un tema lusinghiero che stupirà il maestro.
Il padre parte per andare a lavorare in Inghilterra, ma i suoi soldi non arrivano. Angela, che ha ancora un figlio piccolo, che tiene in braccio, è costretta a mendicare il cibo, sotto gli occhi di Frank, il quale dirà a se stesso: “C’era solo una cosa da fare: trovarmi un lavoro.”. Farà il carbonaio. Ma non dura molto, poiché, a causa della polvere, si ammala di congiuntivite e rischia la cecità.
Spesso Angela e i figli vanno alla stazione nella speranza che scenda dal treno Malachy, che non ha fatto sapere più nulla di sé.
Continuano a mendicare, finché un giorno nel vicolo vedono apparire Malachy, che è tornato a casa. Ma non ha con sé il becco di un quattrino. Siamo a Natale e proprio in quel giorno, dopo che hanno mangiato le poche cose ottenute dalla San Vincenzo de’ Paoli, Malachy se ne torna in Inghilterra. Una settimana dopo invierà 3 sterline, e poi di lui non si saprà più niente. Riceveranno anche lo sfratto dal padrone di casa. La nonna riuscirà a farli ospitare da un cugino di Angela, Laman Griffin, un grassone prepotente, che vive solo e che approfitta della miseria di Angela per chiederle favori sessuali, di cui, alla fine, si accorge Frank, divenuto un giovanotto.
La resistenza di Frank è messa a dura prova e ci si domanda quanto ancora possa resistere alla tentazione del male. Il regista ce lo mostra coraggioso, volenteroso e dal forte carattere, ma ci fa capire che la miseria nera è una caparbia messaggera e portatrice della cattiveria e del male.
Si tenga presente che ci troviamo in una Irlanda fortemente religiosa, ma i cui frutti del bene sono scarsi.
Litiga col cugino di sua madre e va ad abitare dallo zio Pat, e ha anche la fortuna di trovare la zia Aggie, che si affeziona a lui e lo tiene come un figlio; non solo ora mangia tutti i giorni, ma è ben vestito e con belle scarpe ai piedi. Trova lavoro come fattorino delle poste. Niente può andargli meglio. Perfino s’innamora con una ragazza, Teresa, che, però, è malata di tisi e morirà di lì a breve. Per arrotondare la paga, lavora anche per la strozzina Finucane, scrivendo e recapitando le sue lettere con le quali chiede duramente ai debitori di restituirle il dovuto.
Da Angela apprende che ha avuto notizia del padre, e che questi si è arruolato nell’esercito inglese come trombettiere.
Si sta mettendo da parte i suoi risparmi, poiché il suo progetto è di andare in America; sogna e vede come se l’avesse davanti ai suoi occhi la Statua della Libertà.
Ma ecco che il sangue del padre che gli scorre nelle vene, gli tende un trabocchetto. Lo zio Pat lo invita in birreria a bere la sua prima pinta di birra. Compie 16 anni. Si ubriacherà e, tornato a casa, insulterà sua madre e le rinfaccerà la relazione che ha avuto con il cugino Laman Griffin.
La madre, coprendosi il volto con le mani, gli dirà che sta assomigliando al padre.
Frank lo percepisce come un campanello di allarme. La sua vera natura si ribella e reagisce. Va in chiesa, e si inginocchia davanti alla statua di San Francesco e prega. Un padre francescano gli si avvicina, lo confesserà e gli dirà: “Perché solo quando tu ami Dio e te stesso, puoi amare tutte le creature di Dio.”.
La religione è molto presente in questo film, con 2 facce, quella della infatuazione e quella della misericordia. Si può anche dire che, oltre alla miseria, la fede in Dio è una protagonista continua e di rilievo.
Frank riuscirà ad andare in America.
“Aguirre, furore di Dio” di Werner Herzog
Del 1972, ispirato al diario del domenicano Gaspar de Carvajal. Questi gli attori principali: Klaus Kinski, nella parte di Lope de Aguirre, Helena Rojo, nella parte di Inez, Del Negro, nella parte del monaco Gaspar de Carvajal, Ruy Guerra, nella parte di Don Pedro de Ursúa, Peter Berling, nella parte di Don Fernando de Guzman, Alejandro Repulles, nella parte di Gonzalo Pizarro.
Due registi tedeschi che ammiro sono Rainer Werner Fassbinder e Werner Herzog.
Del primo il lettore ha già trovato all’inizio brevi cenni sui suoi film considerati da me più importanti. Di Herzog, invece, tratterò di un solo film, questo, però più ampiamente, secondo l’evoluzione contenutistica del mio libro.
E lo faccio anche perché vi è un’interpretazione formidabile di Klaus Kinski, nella parte di Aguirre (un personaggio gobbo e sbilenco). Kinski ha fatto altri film con Herzog, e ho letto che ci sono sempre stati forti battibecchi tra i due, giacché Kinski voleva fare a modo suo, arrivando anche ad abbandonare il set. Poi tutto si ricomponeva.
Siamo nel XVI secolo. Gonzalo Pizarro è a capo di una spedizione di conquistadores diretta in Amazzonia alla ricerca del mitico El Dorado, dove si dice si trovi tanto oro. La Spagna ne ha bisogno.
Si comincia con la data del 25 dicembre 1560, giorno di Natale. Le immagini che aprono il film sono straordinarie e già ci anticipano che siamo in presenza di un capolavoro. La spedizione sta scendendo una montagna (le Ande) percorrendo uno stretto e pericoloso sentiero. Ci sono soldati, animali, indios con i loro costumi e con sulle spalle sacchi ricolmi. Trasportano perfino un cannone. C’è anche il monaco Gaspar de Carvajal, a cui si deve la ricostruzione di questa spedizione dalla conclusione misteriosa. La discesa è lenta, centellinata. È inquadrato anche un tumultuoso torrente che trascina con sé sassi e fango. Seduta dentro una portantina sorretta dagli indios, c’è la moglie di Don Pedro de Ursúa, la nobildonna Inez. C’è anche Flores, la figlia di Aguirre.
Si arriva al primo giorno dell’anno nuovo, 1561, e Pizarro comunica a tutti che non è più possibile proseguire su un terreno insidioso ed è meglio continuare via fiume, il Rio delle Amazzoni, costruendo delle zattere su cui saliranno 40 uomini, tra i più valorosi. La missione avrà come comandante Don Pedro de Ursúa, che porterà con sé la moglie Inez, che ha richiesto di non essere separata dal marito, e vice comandante sarà Lope de Aguirre (Klaus Kinski), al quale anche è stato concesso di portare con sé la figlia Flores.
Il 4 gennaio le zattere partiranno con il loro carico di uomini. Lo scopo è quello di procurare cibo, di cui la spedizione ha bisogno, e scoprire questo luogo misterioso dove si nasconde tanto oro, l‘El Dorado. La missione ha una settimana di tempo.
Una delle zattere rimane prigioniera di un vortice del fiume, in quel tratto tumultuoso, e gli uomini che vi sono sopra lottano per liberarsene, ma non ci riescono, e nel frattempo, quando arriveranno i soccorsi, saranno trovati uccisi dai nativi. I quali non si mostrano, ma si crede che tengano sotto controllo le zattere. Subentra la paura.
Si accendono i primi bisticci tra Aguirre e il comandante Don Pedro de Ursúa su come dirigere la missione. Inez, la moglie, lo mette in guardia, dicendogli che deve essere accorto nei rapporti col suo vice. Ma lui risponde: “Aguirre non avrà mai il coraggio di ribellarsi alla corona di Spagna.”.
Ma si arriva al dunque quando don Pedro vuole rinunciare alla missione e lasciare il fiume insidioso per tornare da Pizarro attraverso la foresta. Aguirre non è d’accordo e, nel corso del diverbio, gli spara, ferendolo, come sparerà, uccidendolo, ad un altro soldato che intendeva difendere don Pedro. Viene costruita una nuova zattera, poiché le precedenti sono andate perdute con la piena del fiume.
Si riparte, ma prima Aguirre vuole che si elegga un nuovo capo, il nobiluomo Don Fernando de Guzman, un uomo di paglia, sottomesso alla volontà forte di Aguirre, che resta vice comandante. E di più ancora, proclama, con atto scritto, letto ai suoi uomini dal monaco Carvajal, che il loro gruppo non riconosce più l’imperatore Filippo II e si costituisce come regno indipendente, il regno di El Dorado, e elegge quale imperatore lo stesso nobile Don Fernando de Guzman.
Sembra una situazione pazza e irreale; invece sono fatti veramente accaduti e riportati dal monaco nel suo diario.
Le acque del fiume sono quiete e la grossa zattera procede lentamente. Trovano un villaggio incendiato dai nativi e corpi morti come se fossero stati mangiati dai cannibali. Ora li temono ancora di più. All’improvviso, un uomo della zattera è colpito al collo da una corta freccia avvelenata e muore. La paura, l’ansia dell’attesa si fanno consistenti e significative. Lo stesso Aguirre non è più sicuro e spavaldo come prima.
Sono atmosfere che Herzog sa rendere bene imprimendole, oltre che nei volti, nel paesaggio. Le sue inquadrature sono ampie e tali da alimentare lo sgomento. Un indio, con uno strano strumento da cui esce un suono flautato, è costretto da Aguirre a suonare. È una musica che rimbalza nella paura.
Affrontano i nativi che, dopo aver causato dei morti, svaniscono nella foresta. La nobildonna Inez, a cui hanno impiccato il marito per ordine di Aguirre, si infiltra nel bosco e non verrà più ritrovata.
In Aguirre si insinua a poco a poco la pazzia. I suoi soldati se ne rendono conto, ma tremano: “Se io, Aguirre, voglio che gli uccelli cadano fulminati, gli uccelli devono cadere stecchiti dagli alberi.”; “Sono il furore di Dio, la terra che io calpesto mi vede e trema.”.
Ricompaiono i nativi che, lanciando le loro frecce, causano altri morti. Non c’è cibo, ci si adatta a nutrirsi con le alghe del fiume. Il monaco si avvicina a Aguirre e gli dice: “I nostri muoiono senza mai vedere il nemico.”.
Si crea un’atmosfera, non solo di spavento, bensì anche di solitudine.
Solo Aguirre mantiene ostinatamente la volontà e la speranza di fondare un nuovo impero: “I miei uomini misurano tutto con loro, ma per me conta solo il potere; l’oro lo lascio ai servi.”.
La zattera non può più prendere terra, poiché il fiume ha straripato ed è entrato nella foresta; gli uomini si ammalano, soffrono di allucinazioni; un soldato ha bevuto l’inchiostro credendolo una medicina, e sono rimasti in pochi. Il monaco annota sul suo diario: “Giriamo a vuoto su noi stessi.”. È il 22 febbraio 1561 e, mancando l’inchiostro, il monaco ci informa che non scriverà più.
Herzog ci mostra la fine della storia in questo modo: Aguirre è rimasto solo sulla zattera, ridotta quasi in macerie, in mezzo ai morti, tra cui anche sua figlia Flores, uccisa da una freccia dei nativi. Sta delirando, sogna un impero e di divenirne il padrone.
La fine reale di quella missione resta ancora, però, un mistero.
“Lanterne rosse” di Zhāng Yìmóu
Del 1991, tratto dal romanzo “Mogli e concubine” di Su Tong.
Questi gli attori principali: Gong Li, nella parte di Songlian (quarta moglie), Caifei He, nella parte di Meishan (terza moglie), Cuifen Cao, nella parte di Zhuoyan (seconda moglie), Jin Shuyuan, nella parte di Yuru (prima moglie), Lin Kong, nella parte di Yan’er, Jingwu Ma, nella parte del padrone, Qi Zhao, nella parte della governante.
“Sarò una concubina; è questa la sorte di ogni donna.”, comincia con queste parole, già ricche di sofferenza, il film, che mostra una ragazza, Songlian, a cui scendono le lacrime dagli occhi nel rispondere alla madre che la sollecita a sposarsi.
Ci inoltriamo dentro un mondo tipicamente orientale, degli anni Venti del secolo scorso, e conosceremo abitudini e regole circa il matrimonio e il rapporto uomo-donna, che al tempo dell’uscita della pellicola non tutto il mondo conosceva. Fu uno dei primi film che portò alla ribalta la cinematografia cinese.
Lascia la sua casa a piedi e con una valigia in mano, e arriva nella lussuosa dimora del suo sposo. Sarà la quarta signora, le dirà con sprezzo una giovane serva, Yan’er, intenta, inginocchiata, a lavare dei panni. È introdotta in quella che d’ora in poi sarà la sua camera. Subito nota che dal soffitto calano tante lanterne rosse e chiede il perché. È per il suo matrimonio, le dice il vecchio maestro di palazzo. È lavata e vestita per l’occasione. Con 2 piccoli martelletti le battono ritmicamente le piante dei 2 piedi. Il marito le dirà che, grazie a quell’usanza, sentirà meglio il suo amore. L’atteggiamento di Songlian sembra impassibile e indifferente. In realtà, in lei c’è tanta tensione, soprattutto dopo che, mentre gli sposi erano ancora a letto, una voce dall’esterno avverte il padrone che la terza signora vuole vederlo subito; il padrone protesta, ma la voce risponde che la terza signora è incollerita. Il padrone se ne va e la lascia sola.
Songlian si rende conto che la sua nuova vita non sarà facile, poiché dovrà affrontare situazioni complesse legate specialmente alla gelosia delle altre signore (tra loro si chiamano sorelle).
Soprattutto la terza, che è stata una famosa cantante ed è una bella donna.
È usanza della casa, subito dopo il matrimonio, rendere omaggio alle altre tre signore. Cosa che farà, condottavi dal maestro della casa, di cui quest’ultimo conserva storia e tradizioni.
La prima sorella è già anziana e di poche parole; le raccomanda solo di far contento il marito; la seconda è più affabile e ha una figlia. È lei che le confida il carattere geloso e indisponente della terza sorella. E infatti, quest’ultima non la riceverà, rimandando l’incontro a un altro giorno. Conoscerà, invece, il suo bambino.
Le viene assegnata come cameriera proprio la giovane serva che Songlian ha incontrata al suo arrivo e che è stata indisponente con lei, Yan’er. Le comanderà, per una specie di rivincita, di lavarsi i capelli perché puzzano. Il comportamento di Yan’er deriva dal fatto che sperava di diventare lei la quarta signora.
Conoscerà la terza signora a tavola, quando le altre sono già pronte, insieme con il padrone, a consumare la colazione. Arriva in ritardo e con uno smagliante abito rosso. È bella come le aveva annunciato la seconda signora, ma si vede subito che è gelosa di Songlian, bella quanto lei e più giovane (ha 19 anni).
Durante la giornata, le mogli devono mettersi sulla soglia della porta della loro dimora, accompagnate dalle rispettive cameriere, poiché arriverà un inserviente portando con sé una lanterna rossa accesa. Dove la depositerà, lì il padrone consumerà la sua notte e tutto il cortile sarà illuminato da lanterne rosse.
Un giorno che il padrone, all’alba, è sempre a letto con Songlian, la terza signora, ovviamente per disturbare, si mette a cantare passeggiando su di una terrazza. Il padrone dice a Songlian di non farci caso e si volta su di un fianco per prendere sonno, ma Songlian non ci sta, è arrabbiata; scende dal letto e sale le scale per raggiungere la terrazza dove si trova la terza signora. Si fermerà a distanza davanti a lei con le braccia incrociate sul petto, risoluta e imbronciata, e aspetterà che la sua rivale finisca il canto. Quando saranno una di fronte all’altra, le chiederà, per sbeffeggiarla, di continuare a cantare, cosa che la terza signora non farà.
In un’occasione in cui si trova a giocare con lei e con due amici del padrone, s’accorge che la terza signora fa la corte ad uno dei due, il medico di famiglia.
Le schermaglie tra le due signore sono presentate dal regista con estrema raffinatezza e riescono a darci l’idea della complessità delle relazioni tra persone su cui non gravano le solite tribolazioni che affliggono i comuni mortali. Le loro esigenze, seppure toccano le loro anime nel profondo, appaiono distaccate dal mondo, e quella casa assomiglia sempre di più ad un’isola chiusa da una inespugnabile muraglia. Quando il padrone rientra nella sua dimora, non si ha mai la sensazione che egli provenga dall’esterno, ma l’esterno gli sia addirittura estraneo, del quale non porta con sé alcun segno.
Un giorno Songlian sente che qualcuno sta suonando il flauto. Scopre che è Feipu, il figlio già grande della prima signora, che è tornato a casa dopo una lunga assenza. Si conoscono. Ma il loro incontro ha breve durata.
Pure lei possiede un flauto, che apparteneva al suo defunto padre, e, tornata nella sua camera, lo cerca e non riesce a trovarlo. Chiama la cameriera Yan’er e l’accusa di averglielo rubato; lei nega (in realtà, gliel’ha bruciato il padrone temendo che si distraesse dai suoi doveri); ma, mentre Songlian sta mettendo a soqquadro la sua camera, trova una bambolina con molti aghi trafitti. Sulla veste della bambolina c’è scritto il suo nome. Poiché Yan’er non sa scrivere, le domanda chi lo ha fatto e, così, scopre che è stata la seconda signora a raccomandarle la fattura, quella, cioè, che le sembrava le volesse un gran bene. Per vendetta, un giorno che le taglia i capelli, la ferisce all’orecchio costringendola a tenere una fasciatura.
Le parti si stanno invertendo, dimostrando quanto sia difficile conoscere l’animo umano. La capricciosa terza moglie ora è pronta a confidarsi con lei, avendo anche capito che Songlian lo ha fatto apposta a ferire la seconda signora, e ne è contenta. Le consiglia di dare quanto prima un figlio al padrone, prima che si stanchi di lei. Songlian dirà, di lì a poco, di essere incinta e il padrone, secondo la tradizione, lascerà accese le lanterne rosse nella sua camera e nel cortile giorno e notte.
Ma Yan’er trova del sangue nella biancheria intima di Songlian e lo confida alla seconda moglie, con la quale è in combutta, e questa va dal padrone e gli dice che il fatto potrebbe indicare il pericolo di un aborto e che è prudente farla visitare dal medico di famiglia. Quando la visita sarà fatta, si constaterà che non è incinta e ha ingannato il padrone, il quale la tratta da svergognata e fa spegnere tutte le lanterne rosse e le fa ricoprire con dei lenzuoli neri. Songlian dirà poi che sperava di rimanere incinta per davvero nei successivi giorni.
Capisce che è stata Yan’er a fare la spia e si vendica su di lei gettando nel vicolo le lanterne rosse che la poveretta teneva nella sua stanza, a dispetto del divieto che una serva possa tenerle, e chiede che, assente il padrone, fosse la prima signora a sanzionare subito la colpa, così come è stato fatto con lei. Saranno bruciate nel vicolo le lanterne e, poiché non confessa il motivo per cui le teneva nella sua stanza, è condannata a restare in ginocchio fintanto che non renda la sua confessione. La poveretta, ore dopo, cadrà a terra svenuta e sarà trasferita in ospedale, dove morirà, gridando il nome di Songlian.
Dirà Songlian, in una conversazione con la terza sorella: “Quello che capisco è che in questa casa non ci sono esseri umani.”.
La tradizione, infatti, travolge ogni sentimento.
E le dirà pure che sa che lei se la intende col medico di famiglia. Allora la terza sorella la minaccia, nel caso dovesse fare la spia, e le dice sfrontatamente che ora sta andando dall’amante.
Il giorno del suo 20° compleanno Songlian si ubriaca. È sola, la nuova e vecchia serva le ha portato, a richiesta, una bottiglia di liquore. Quest’ultima, accorgendosi dello stato della sua padrona, corre a chiamare in aiuto le altre signore. Non c’è la terza signora e Songlian rivela che si è recata dal suo amante.
La coglie in flagrante la seconda signora, che si è recata in un albergo in città e l’ha sorpresa con il medico di famiglia. Nel palazzo, proprio in cima ai bellissimi tetti dall’architettura mirabile, e che danno un alone di magia quando sono ricoperti di neve, c’è una casupola con una porta di ferro arrugginita. Lì dentro, secondo la tradizione, sono rinchiuse fino alla loro morte le mogli adultere. Ed è lì che finisce la terza signora. Vede tutto Songlian che, quando gli uomini se ne sono andati, si avvicina alla porta e comincia a gridare: “Assassini, assassini”.
Poi, tornata nella sua stanza, toglie i lenzuoli neri alle lanterne rosse, e li toglie anche a quelle che si trovano nel cortile. Di nuovo la camera e il vicolo sono illuminati dalle lanterne rosse.
Dentro la camera ha messo anche un disco che spande nell’aria la voce della terza signora che canta una delle sue canzoni.
È trascorso un anno; di nuovo siamo in estate, e arriva la quinta signora, quasi una bambina. Si ripetono i riti della prima notte di nozze; mentre le massaggiano i piedi coi due soliti martelletti, la bambina vede Scioglian scarmigliata e smarrita girare a vuoto nel cortile e domanda alla serva chi sia quella donna. Le risponde: “Era la nostra quarta signora; è diventata pazza.”.
“L’angelo azzurro” di Josef von Sternberg
Del 1930, tratto dal romanzo “Professor Unrat” di Heinrich Mann. Questi gli attori principali: Emil Jannings, nella parte di Immanuel Rath, Marlene Dietrich, nella parte di Lola Froehlich, Kurt Gerron, nella parte di Kiepert, Rosa Valetti, nella parte di Guste, Hans Albers, nella parte di Hans Adalbert Mazeppa.
Ecco un film e un romanzo che devono essere visto e letto da ogni amante dell’arte. Heinrich Mann è il fratello maggiore del più famoso Thomas, ma dimostra quanto la fama possa arridere non solo a chi, come Thomas, ha scritto più di un romanzo immortale, ma pure a chi è riuscito a comporne uno soltanto. Per ogni grande artista brilla una sola stella e la sua luminosità non è affatto data dal numero dei capolavori che è riuscito a comporre, ma ne basta uno soltanto per vederla brillare. Così è nella poesia: una sola poesia, tra le tante che un poeta compone, può bastare per accendere per sempre una stella.
Per quanto riguarda il film, esso è ottimamente reso e se ha dato fama a Marlene Dietrich, l’ha data anche all’interprete meraviglioso del personaggio del professor Rath, ossia Emil Jannings.
Il professore vive in un appartamento tenuto non troppo in ordine; i libri sono ammucchiati e anche un po’ ricoperti di polvere. Fischia all’uccellino che tiene chiuso in una gabbia ma, quando non risponde come al solito, si alza e va a vedere. Lo trova morto; lo mostra alla domestica che lo getta nelle fiamme della stufa.
Ora è a scuola, nella sua classe, dove gli scolari non sono troppo ubbidienti. Lui è severo con loro, ma non riesce a domarli. Pensano alle ragazze e spesso hanno la testa sulle nuvole.
Dà loro un tema: “Giulio Cesare. Cosa sarebbe accaduto se Marcantonio non avesse fatto il discorso funebre.”. Tutti si chinano e cominciano a scrivere, alcuno indugia. Il professore gira tra i banchi e osserva. Ad un certo punto, vede uno studente che guarda una fotografia: è la foto di Lola, una ballerina di night club, interpretata da Marlene Dietrich.
Si rende conto, presto, che anche il più bravo della classe ha alcune foto della stessa ballerina; lo convoca a casa sua e lo rimprovera. Lo studente confesserà che quelle foto gliele hanno messe nella cartella i suoi compagni di classe, poiché lui non va con loro dalle donnacce. Il professore inarca le sopracciglia. Le donnacce? E dove? All’Angelo azzurro, risponde lo studente, piangendo.
Al professore casca il mondo addosso.
Di nascosto, si reca nel locale per sorprendere i suoi alunni, che però lo vedono a tempo e si nascondono. Ne scorge uno, che fugge; lo insegue e capita nel camerino di Lola che, appena rientrata dal fare il suo numero, lo vede e gli domanda cosa ci faccia lì. Si presenta. Lola gli fa notare che non si è tolto il cappello; il professore esegue, poi dice: “Lei corrompe i miei scolari.”; Lola risponde: “Può darsi, ma questo non è un asilo infantile.”.
Comincia così la storia di come il professor Rath sia cascato nella rete della suadente e bella ballerina, che sa di aver colpito la fantasia dell’uomo, già anziano, e vuole approfittarne.
Si cambia d’abito in sua presenza (non usa il paravento, poiché ci si è nascosto lo studente) e alimenta, allo scopo di sedurlo, la conversazione: “Se non fa i capricci e sta buono, può rimanere.”. Dalla scaletta a chiocciola, gli getta la sua piccola gonna di pizzo che, finita sul pavimento, è raccolta dallo studente, il quale, senza farsene accorgere, la infila nella tasca della mantella del professore. Quest’ultimo, tornato a casa, cercando il suo fazzoletto per soffiarsi, come fa spesso, il naso, trova la piccola gonna. Convinto di averla presa per sbaglio, torna da Lola, la quale lo accoglie, dicendo: “Sapevo che sarebbe tornato; da me ritornano tutti.”; “Lo sa di essere adorabile?”.
La seduzione sta avvolgendo la sua vittima. Non sa, però, che nascosti nel camerino, sotto una botola che porta nella cantina, ci sono 3 suoi studenti che stanno ascoltando la conversazione.
Nel camerino entra un capitano di mare che ha ordinato dello champagne per stare in compagnia di Lola; un cameriere lo versa nel bicchiere, quando Lola invita l’intruso ad andarsene. Lui non se ne va, allora il professore si alza dalla sedia e lo insulta spingendolo fuori della porta: “Pago tutto io” dice, riferendosi alla bottiglia di champagne.
Viene presentato al pubblico del cabaret, lui seduto e compiaciuto nel palco d’onore; lo applaudono; china il capo da una parte e dall’altra quasi commosso, mentre Lola sta cantando, in modo suadente e delicato, “Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt” (in italiano: “Da capo a piedi sono orientata all’amore”), che farà conoscere Marlene Dietrich in tutto il mondo. Devo aggiungere che la canzone s’intona superbamente all’ambiente un po’ tenebroso in cui si svolge la storia, case e vicoli compresi.
Trascorre la notte, pacificamente, nel letto di lei. Al mattino, Lola gli prepara la colazione e chiede se il tè che gli ha servito gli sia piaciuto; lui risponde che è eccellente. E allora Lola dice: “Se vuoi, puoi berlo anche tutti i giorni.” E lui: “Nessuno può impedirmelo, sono scapolo.”.
Si ricorda che deve andare a scuola. Quando arriva, gli studenti gli fanno trovare sulle due lavagne disegni che rappresentano con sarcasmo ed ironia i suoi rapporti con Lola. Lui li sgrida e combina un tale fracasso che gli altri insegnanti escono dalle rispettive aule e si raggruppano nel corridoio, dove li raggiunge il direttore, il quale entra nell’aula e, vedendo i disegni spiritosi, fa uscire gli studenti e rimprovera il professore, dicendogli che non è dignitoso per lui frequentare certe donne. Il professore si risente, facendo notare al direttore di fare attenzione a come parla, poiché: “Lei allude alla mia futura sposa. “, “E non ammetto apprezzamenti.”.
Sarà estromesso dalla scuola, sposerà davvero Lola che, quando ha ricevuto la richiesta di matrimonio, si è messa a ridere, ma ha accettato. A poco a poco diventerà lo zimbello di tutti, rimasto anche senza denaro.
Durante gli spettacoli di Lola vende le sue cartoline, ma l’incasso è magro. Si lamenta e Lola gli dice che se non è contento può anche andarsene. Lui risponde: “Meglio crepare solo come un cane che questa vita.”.
Il suo abbrutimento sta raggiungendo il livello di non ritorno.
Il regista sa sfruttare la bravura dell’attore che dall’orgoglio, la baldanza, la sicurezza e la severità iniziali, ora si è fatto umile e sottomesso, non badando più nemmeno al suo aspetto esteriore. Lola gli dirà di farsi almeno la barba.
È un film triste, poiché ci mostra quanto forze occulte e incontrollabili, fuori e dentro di noi, possano umiliare e rovinare una vita.
Lola non è sfiorata da questo decadimento, ma ne è il pervasivo veicolo, forse anche consapevole.
Passano gli anni, arriviamo al 1929. Il professore è diventato un clown e, insieme con il prestigiatore (che è anche l’impresario della compagnia), esibisce un numero in cui fa ridere il pubblico. Ha recitato in molti teatri. Ora deve eseguire il suo numero all’Angelo azzurro; si vergogna, non vuole andare. Sa che tutti verranno a vederlo, anche i suoi ex colleghi e alunni, ma l’impresario lo costringe ad esibirsi. Si veste da clown e vede che Lola, mentre lui si appresta ad entrare in scena, amoreggia con un corteggiatore. Non vorrebbe andare sul palcoscenico; si volta continuamente a guardare Lola, poi entra. Il numero è umiliante per lui, ma sollecita grasse risate del pubblico. Il partner del numero (l’impresario prestigiatore), gli chiede di urlare, come al solito, chicchirichì, e lui lo fa con rabbia e dolore, mentre il pubblico sghignazza e lo irride. Finito lo spettacolo si scaglia contro Lola, poiché lo tradisce, ma viene fermato. Lola entra in scena e canta la sua famosa canzone e il professore, non visto, esce dal teatro e si avvia per raggiungere la sua vecchia scuola. È notte, le strade sono imbiancate di neve, qualche lampione emette una fioca luce. Suona al portone e il custode gli aprirà, sorpreso di vederlo; lui ascende le scale, entra nella sua vecchia aula, e sale sulla sua cattedra. Quando il custode, lo raggiungerà e nel buio lo illuminerà con una torcia elettrica, non potrà che constatarne la morte.
“Viridiana” di Luis Buñuel
Del 1961. Questi gli attori principali: Silvia Pinal, nella parte di Viridiana, Fernando Rey, nella parte di Don Jaime, Francisco Rabal, nella parte di Jorge, Margarita Lozano, nella parte di Ramona, Victoria Zinny, nella parte di Lucía, Teresa Rabal, nella parte di Rita, Lola Gaos, nella parte di Enedina, José Calvo, nella parte di Don Amalio.
Nello stesso anno della sua uscita vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes, ex aequo con il film “L’inverno ti farà tornare” di Henri Colpi.
Ci saranno delle scene nel film che resteranno per sempre nella memoria dello spettatore, per crudezza e bellezza, e non mi pare che nessun altro regista sia riuscito a fare altrettanto. Si tratta del banchetto che i poveri ospitati da Viridiana faranno in assenza di lei, riducendo il salone in una catastrofe. In quella occasione, caratteri e azioni costituiscono un amalgama inseparabile.
Viridiana sta per farsi monaca; l’avvicina la superiora che le comunica che lo zio, Don Jaime, vedovo, vuole che vada a passare qualche giorno da lui; Viridiana non vorrebbe (ha visto lo zio rare volte), ma la superiora insiste e lei va. Arriva nella villa, che appare trascurata. Lo zio è contento che sia venuta e le dice che assomiglia tanto a sua moglie, anche nella voce.
Nella casa vive una domestica, Ramona, che ha una figlia.
Viridiana stende un tappeto sul pavimento e un rudimentale cuscino; dormirà lì, anziché sul letto. Ha portato con sé il crocifisso, la corona di spine, i chiodi ed altro che ricordano la passione di Cristo. Un giorno, Don Jaime scopre che è anche sonnambula e, raccolta della cenere nel caminetto acceso, Viridiana la va a deporre sul letto dello zio. Quando lo zio le rivelerà il fatto, si dirà che la cenere significa morte.
Si è già creata un’atmosfera di morbosità, alimentata da certe lente inquadrature. Don Jaime chiede a Viridiana un piacere, quello di indossare l’abito da sposa che fu di sua moglie. Sua moglie, le rivela, morì la stessa notte delle nozze con indosso quell’abito.
A poco a poco, lo zio è sedotto dalla bellezza di Viridiana (arriverà a chiederle di sposarlo), ne spia le mosse, ne scruta le belle gambe, le parla con dolcezza.
Le farà mettere da Ramona un sonnifero nel tè, e quando Viridiana si addormenta la porterà sul letto e, rimasto solo, la bacerà, le palperà il seno e resterà a guardarla.
Quando Viridiana si sveglia, le dirà, mentendo e allo scopo da trattenerla per sempre a casa sua, che, mentre era addormentata, l’ha posseduta. Viridiana è inorridita e lascia la casa, ma mentre sta per salire sul bus che la riporterà al convento, un ispettore di polizia la raggiunge per dirle che non può più partire, poiché lo zio si è impiccato.
Viridiana non torna più al convento, ha deciso di restare presso la proprietà dello zio e di accogliervi i poveri, dar loro cibo e un posto per dormire. Li va a cercare, e raccoglierà tanti poveri, di tutte le specie, di tutte le personalità.
Alla villa è giunto con la sua ragazza anche il figlio naturale di Don Jaime, Jorge. Entrambi vedono dalla finestra arrivare l’insolita comitiva. Lasciano che Viridiana li accudisca.
Quando il regista inquadra una lunga tavola dove i poveri si sono seduti e mangiano, la loro conversazione vivacizza la scena. Non rinunciano a bisticciare, usando un linguaggio colorito. Sono diventati loro i protagonisti. Avremo a che fare con i loro capricci, il loro egoismo, la loro ignoranza, la loro sfacciataggine. La personalità che hanno acquisito nel loro primitivo stato di miseria, pare che abbia trovato nuovo ossigeno e stia esplodendo, anziché correggersi. La nuova condizione, il non aver più bisogno di mendicare, fa emergere una natura che nella miseria ha tribolato ed ora si ribella, priva di ogni controllo, e perfino di umanità.
Il buono e il bene offerti loro da Viridiana appaiono scatenanti una cattiveria ancora più grande di quella che li ha accompagnati finora. Una specie di rocciosa resistenza al mutamento che la nuova condizione tenta di lievitare in loro.
Ai poveri ha assegnato un lavoro da fare, affinché non ozino e all’Angelus li riunisce per pregare. Intanto, Jorge (la sua ragazza lo ha lasciato) vuole fare dei lavori per rendere i campi fecondi, dopo che per anni sono stati abbandonati. Da donnaiolo qual è s’è messo a corteggiare la prosperosa domestica Ramona, che è ancora una bella donna. Vorrebbe, ma non va più in là di tanto, corteggiare anche Viridiana.
Giunge il giorno che devono andare dal notaio per sistemare l’eredità. Quando è arrivata l’auto su cui devono salire, Viridiana si avvicina ai poveri che si sono radunati per salutarla e raccomanda loro di comportarsi bene. Il più vecchio del gruppo, che pare anche il più saggio, promette.
Ma sarà proprio in quell’occasione che accadrà quanto ho scritto in principio. Dapprima tutto sembra andare liscio, ma poi si comincia a visitare la casa e si vedono cose belle, che aizzano la curiosità e che sollecitano il loro godimento. Aprono cassetti, sportelli, credenze e non fanno che meravigliarsi di tanta bellezza. Avevano deciso di prepararsi un succoso pranzo; ebbene, lo consumeranno sulla bella tavola che hanno trovato; vi mettono sopra un’elegante tovaglia, e quando il pranzo è pronto, si siedono e mangiano con cupidigia. Sporcano non solo la tovaglia (rovesciano un bicchiere di vino) ma anche in terra qua e là, creando un gran disordine. Una donna non si preoccupa e dice agli altri: “Non ve la prendete; prima che tornino sarà tutto pulito e lucido come uno specchio.”. Scolano bottiglie di vino e di liquori, sono ubriachi, dei bambini ancora in fasce cominciano a piangere, qualcuno canta, due donne bisticciano tirandosi i capelli, un uomo indossa un velo da sposa, mettono un disco e ballano, compiono scene lascive (“Cercano funghi dietro il divano.”), un cieco, violento per natura e geloso di una delle donne, agita il suo bastone e frantuma tutte le stoviglie sulla tavola. Una baraonda.
È sera tardi e arrivano, prima del previsto, Jorge, Viridiana, e anche Ramona con la figlia (che aveva bisogno di un dentista). Jorge si rende subito conto che qualcosa di brutto è successo; allorché entra nel salone, i poveri lo salutano e se ne vanno un po’ alla volta, come se nulla fosse accaduto. Quando Jorge si accorge che uno è nascosto dietro la tenda, gli intima di uscire e questi lo minaccia col coltello, mentre un altro gli dà una botta sulla testa, facendolo cadere e svenire. Arriva Viridiana e corre subito da Jorge, ma l’uomo col coltello l’abbraccia e vuole violentarla. Lei si dibatte, sgomenta. L’altro uomo, lì vicino, invece di aiutarla, le dice: “State tranquilla, signorina, siamo tutta gente per bene.”.
Queste scene sono la testimonianza di una grande bravura e anche di una solida sicurezza nell’interpretarne la sequenza e l’evoluzione.
Verrà la polizia e li arresterà.
Viridiana ha un cambiamento, ora avverte un’attrazione, ancora vaga, per Jorge; va da lui e lo trova con Ramona. Jorge capisce e la fa entrare, poi la invita a sedersi a un tavolo e a giocare a carte. Invita anche Ramona a farlo. Mentre dà le carte, dirà: “Non mi crederete, ma la prima volta che vi ho vista mi sono detto: mia cugina Viridiana finirà per giocare a carte con me.”.
“Il promontorio della paura” di John Lee Thompson
Del 1962, tratto dal romanzo “The Executioners” di John D. MacDonald. Questi gli attori principali: Robert Mitchum, nella parte di Max Cady, Gregory Peck, nella parte di Sam Bowden, Martin Balsam, nella parte dell’ispettore Mark Dutton, Telly Savalas, nella parte del detective Charles Sievers.
Max Cady è un maniaco sessuale; ha scontato più di 8 anni di carcere, per aver tentato di violentare una donna; l’avvocato si trovava a passare di lì e glielo ha impedito. Al processo, ha testimoniato contro Max, determinandone la condanna.
Uscito dal carcere, Max cerca la sua vendetta; va a trovarlo in tribunale e si fa riconoscere. È sprezzante e baldanzoso. Lasciandolo gli dice: “Mi hanno detto che hai una bella moglie e una figlia che viene su come lei.”.
Vanno a giocare al bowling, lui, la moglie Peggy e la figlia Nancy.
Ci va anche Max, siede al bar, beve una birra, poi si avvicina all’avvocato, gli batte una mano sulla spalla, lui si volta, Max gli dice; “Non ti preoccupare di me; volevo solo dare un’occhiata alla famigliola.”.
Sono, entrambe le volte, minacce chiare e l’avvocato ora comincia a preoccuparsi. Telefona all’amico ispettore Mark Dutton e gli racconta che cosa gli sta succedendo. Max è convocato, ma non si trova nulla a suo carico. È presente anche Sam, l’avvocato, il quale lo avverte: “Ti voglio dare un consiglio: stai lontano da casa mia, di giorno e di notte.”. Max si fa una bella risata.
Si comincia con l’avvelenamento del cane, che muore. Sam, a quel punto, rivela a moglie e figlia, poiché non ne aveva mai parlato con loro, perché è successo e le mette in guardia.
L’amico ispettore gli consiglia di assumere un detective privato e gli dà il nome di Charles Sievers. Questi pedina Max e lo vede entrare in un hotel con una prostituta; avverte la polizia, temendo per la ragazza, ma quando arriva, quest’ultima è seduta sul pavimento e appoggiata alla sponda del letto tutta ammaccata dalle percosse ricevute. Le chiedono di fare denuncia e testimoniare contro l’aggressore. Giunto sul posto, anche Sam glielo chiede, ma la ragazza è troppo spaventata e si rifiuta dicendo che il suo aggressore è una bestia, e se ne va.
Questo film vanta un invidiabile cast di attori famosi per la loro bravura, e lo si vede nel modo come la loro recitazione riesce a creare, sotto la guida del bravo regista, un’atmosfera di paura e di suspence eccellenti.
Un giorno che la figlia è uscita da scuola e si è recata presso l’auto della mamma, la trova vuota (la mamma è andata in un negozio lì vicino, sicura di fare in tempo a tornare); si siede, ma vede avvicinarsi Max, che ha conosciuto in un’altra circostanza. Lo vede avvicinarsi e si spaventa; esce di macchina, ma finisce nelle braccia del maniaco; atterrita, si divincola e riesce a immettersi in strada, ma un’auto passa e la investe; solo ferite lievi, ma bastano per far infuriare Sam che prende una pistola, deciso ad ucciderlo. È la moglie a farlo desistere e gli suggerisce di offrirgli del denaro. Ci prova, ma Max lo deride. Non c’è cifra che possa ripagargli gli 8 anni trascorsi in carcere: ha avuto una famiglia distrutta, la moglie lo ha lasciato e si è risposata, e un figlio non ha più preso contatti con lui. Capito che non può convincerlo ad accettare i suoi soldi, Sam si alza dal tavolo del bar in cui si sono dati appuntamento e gli dice: “Ne ho vista tanta di feccia in vita mia, ma tu li batti tutti, mi fa schifo respirare l’aria che respiri tu.”. Max sghignazza, come al solito.
Non gli resta che assoldare degli scaricatori di porto per organizzare un pestaggio. Lo fa, ma l’esito è negativo e Max si fa ancora più minaccioso. Gli telefona e gli dice che gli costerà caro, che gli porterà via tutto quanto possiede andando per vie legali (ha già un avvocato che lo assiste, bravo e astuto). Questo avvocato denuncia all’ordine professionale quanto di illegale ha organizzato Sam, il quale dovrà recarsi ad Atlanta per subire un interrogatorio.
Approfitta del fatto che sarà assente (e Max lo sa) per trasferire la moglie e la figlia in una casa galleggiante seminascosta che si trova su di un lago, nel luogo chiamato Il promontorio della paura. Questa è la trappola: Max, sempre attento e vigile, non potrà non sapere che moglie e figlia sono sole nella solitaria casa sul lago e che lui è partito per Atlanta, ma Sam (qui sta la trappola) tornerà immediatamente indietro la sera stessa per sorprendere Max. La trappola, sebbene ci saranno complicazioni, riuscirà.
Epica la lotta tra Max e Sam.
“La morte corre sul fiume” di Charles Laughton
Del 1955, tratto dal romanzo di Davis Grubb. Questi gli attori principali: Robert Mitchum, nella parte di Harry Powell, Shelley Winters, nella parte di Willa Harper, Lillian Gish, nella parte di Rachel Cooper, James Gleason, nella parte di Birdie Steptoe, Peter Graves, nella parte di Ben Harper, Don Beddoe, nella parte di Walt Spoon, Billy Chapin, nella parte di John Harper, Evelyn Varden, nella parte di Icey Spoon, Sally Jane Bruce, nella parte di Pearl Harper, Gloria Castillo, nella parte di Ruby.
Avete letto bene, la regia è di quel grande attore che fu Charles Laughton, e questa è la sua prima e unica regia.
Un maniaco sessuale, Harry Powell, vestito da falso prete, ha ucciso delle vedove, ma non è stato ancora scoperto. Viene arrestato invece per un reato minore e condannato a 30 giorni di carcere. Ha sulle dita della mano sinistra impressa la scritta Odio e su quelle della mano destra Amore.
Un altro uomo, Ben Harper, ha compiuto una rapina e rubato 10 mila dollari. Fa in tempo ad arrivare a casa sua e vedere i suoi due figli, John e Pearl. In presenza della sorellina, al bambino consegna il denaro, chiedendogli di nasconderlo e di non dire mai niente a nessuno; gli servirà da grande. Arriva la polizia e lo arresta. Sarà condannato a morte, e intanto viene chiuso nella cella dove si trova anche Powell. Nel sonno Ben fa capire della sua rapina e Powell, che è ancora vestito da pastore, cerca di convincerlo a rivelargli il nascondiglio del denaro, onde poter fare delle opere di bene. Ma inutilmente.
La sentenza di morte è eseguita senza che Powell sia riuscito a farsi rivelare il nascondiglio del denaro. Powell ha scontato la pena e ora esce di prigione. È deciso ad impossessarsi di quei 10 mila dollari e si reca nel villaggio dove vive la famiglia di Harper, sempre vestito da pastore; conosce la vedova Harper, Willa, e i suoi due figli, e a poco a poco conquista la simpatia di tutti; passa per un pastore buono e altruista.
Willa è incantata dal suo modo di fare e i due si sposano. John, indispettito, gli dirà che per lui non sostituirà mai suo padre.
Ma la prima notte di matrimonio, ecco la sorpresa. Willa si fa seducente per il marito che, invece, le dice, rimproverandola per come si è abbellita: “Lo scopo del nostro matrimonio è quello di allevare i due che hai già, non procrearne altri.”. Willa non se l’aspettava.
Il regista ha voluto che intorno al personaggio di Powell aleggiasse sempre un’atmosfera di subdola, ma anche dolorosa, ambiguità. Essa si diffonde dovunque egli si presenti. Del resto è maniaco e misogino.
Ucciderà la moglie e fingerà che si sia allontanata da casa. Resta solo con i bambini e spera che prima o poi parleranno. Il regista ci ha già fatto sapere che il denaro è stato nascosto nella bambola di Pearl.
Harry continua il suo sforzo per riuscire a carpire ai ragazzi il segreto e ora si fa più violento. I bambini continuamente si nascondono: “Ho perso la pazienza, ora vengo giù a prendervi.”. Pearl, per impedire che di nuovo Harry maltratti il fratello, rivela il nascondiglio del denaro. È compiaciuto di essere riuscito nell’intento, ma i bambini fuggono; hanno deciso di prendere la barca e scappare attraverso il fiume. Salgono sulla barca e si lasciano trascinare dalla corrente. Harry li insegue in sella ad un cavallo che ha rubato, uccidendone il padrone.
La barca si arena vicino ad una casa. L’anziana padrona, Rachel Cooper, li accoglie, aggiungendoli ad altri bambini che ha adottato. Arriva Harry che si dice loro padre, ma Rachel, che ha esperienza della vita, capisce che c’è sotto qualcosa di poco pulito e, quando John dice che quello non è suo padre, prende il fucile e lo scaccia. Però Harry non abbandona la preda. La notte stessa è già di fronte alla casa. Rachel lo tiene d’occhio seduta sulla poltrona davanti alla finestra, col fucile spianato. Quando cerca di entrare in casa, gli spara e lui fugge. Chiama la polizia e viene arrestato con l’accusa di avere ucciso Willa, trovata nel fiume seduta sulla sua auto e con la gola squarciata. Il regista fa intendere che sarà giustiziato.
Intanto Rachel ha cura di tutti i suoi ragazzi adottati, compresi John e Pearl. Per Natale (un Natale nevoso), fa ad ognuno di loro un regalo. A John toccherà un orologio che “spacca il secondo”. E lui dirà che è il regalo più bello che abbia mai avuto.
Il regista ha voluto che il bene prevalesse sul male.
“Quarto potere” di Orson Welles
Del 1941. Questi gli attori principali: Orson Welles, nella parte di Charles Foster Kane, Joseph Cotten, nella parte di Jonathan Leland, Dorothy Comingore, nella parte di Susan Alexander Kane, Everett Sloane, nella parte del signor Bernstein, Ray Collins, nella parte di James W. Gettys, George Coulouris, nella parte di Walter Parks Thatcher, Agnes Moorehead, nella parte di Mary Kane, Paul Stewart, nella parte di Raymond, Ruth Warrick, nella parte di Emily Monroe Norton Kane, Erskine Sanford, nella parte di Herbert Carter, William Alland, nella parte di Jerry Thompson.
In questo caso siamo di fronte ad un caposaldo della cinematografia mondiale e ad un attore di eccelse qualità. Orson Welles, per ragioni di necessità economiche, si è prestato anche a interpretare personaggi minori, ma sempre ha mostrato le sue eccezionali doti.
L’opera, composta in poco tempo, dal al 29 giugno 1940 al 23 ottobre 1940, è stata giudicata il migliore film statunitense di sempre. Alla sua uscita al botteghino non ebbe molto successo; lo ebbe invece da tutta la critica. Il film, infatti, è un pezzo di grande letteratura, poiché il cinema è la forma di letteratura più avanzata. Per quanto la letteratura tradizionale si sforzi nell’innovazione, che spesso si traduce in un’involuzione, soprattutto allorché si perde il gusto della narrazione per soddisfare operazioni di mutamenti stilistici e spesso anche di contenuto, la letteratura cinematografica, non appena è comparsa, ai primi del Novecento del secolo scorso, ha subito preso il volo, dimostrando di poter affrontare, grazie all’evoluzione costante ed incessante della tecnologia, di cui ha bisogno come materia prima, ogni possibile mutamento, arrivando a risultati che per la letteratura tradizionale sono proibitivi. Si pensi alle scenografie senza alcun limite e già pronte per l’occhio e il sentimento del lettore; si pensi al connubio tra musica e fotografia; si pensi alla voce dei protagonisti, e così via. Verrà il tempo in cui la letteratura tradizionale avrà compiuto tutto il ciclo che, seppure ampio, ha un limite implicito, e convoglierà nella letteratura cinematografica che, non solo non ha un limite, ma si può volgere tranquillamente verso l’infinito.
Torniamo al film.
Le cupe immagini iniziali ci inoltrano dentro un ambiente quasi magico e stregonesco, facendoci pensare che lassù, in quel castello nero, alberghi qualcuno con poteri sovrumani. In realtà, è proprio così: c’è la morte. Il protagonista, il grande editore Charles Foster Kane, è sdraiato sul letto, le braccia aperte, da una delle quali cade una di quelle palle di vetro in cui c’è un paesaggio e vi cade la neve, mentre l’uomo, già anziano, pronuncia un nome: Rosabella. Un’infermiera entra e ne constata la dipartita, ricoprendone il corpo con un lenzuolo bianco.
Si approntano i funerali e il cronista di un cinegiornale sta preparando un servizio in cui narra delle sue gesta e delle straordinarie ricchezze contenute nel castello di Candalù, da lui costruito e residenza del defunto, uno degli uomini più potenti di quel tempo.
Kane ha costruito la sua fortuna divenendo proprietario di molte attività industriali, e quindi è diventato personaggio di rilievo non solo in America, bensì in tutto il mondo, grazie all’eredità trasmessale da sua madre, una modesta affittacamere, che aveva ricevuto da un derelitto pensionante, Fred Levis, in eredità, nel 1868, una miniera abbandonata, diventata poi la terza nel mondo per produzione di oro. Grazie a ciò, Kane aveva ricevuto un’educazione sopraffina. La sua ascesa, comunque, fu molto contrastata: chi lo reputava un comunista, chi un nazista, ma lui rispondeva a tutti dicendo che era una cosa sola: un Americano. Nel corso del cinegiornale che si sta approntando è inquadrato anche in compagnia di influenti uomini politici, tra cui pure Hitler.
Con la famosa e terribile crisi finanziaria ed economica del 1929 la smisurata fortuna di Kane si disintegra. Nessuno lo ascolta più.
Il cinegiornale che si sta preparando non convince tutti. Qualcuno fa notare che manca qualcosa, e che ciò che si è detto è già su tutti i giornali. Bisogna aspettare e aggiungere qualcosa di nuovo prima di mandarlo in onda. Un giornalista ricorda che al momento della morte, Kane ha pronunciato un nome: Rosabella. Chi è, una persona?, una cosa?, un’astrazione? Si deve indagare tra tutti coloro che lo hanno conosciuto, amici e nemici, e interrogare anche la sua seconda moglie, Susan Alexander Kane, ora proprietaria di un night club, El Rancho.
Come il lettore avrà già notato, ci troviamo dinanzi ad un avvio potente della storia. Si avverte il fulgore del successo e della gloria, ma anche la solitudine di una disfatta. C’è però quel piccolo, eppure grande, mistero che ci tiene col fiato sospeso: il nome di Rosabella.
Il giornalista Jerry Tomphson è incaricato delle ricerche e, dopo aver tentato inutilmente di parlare con la seconda moglie di Kane, Susan Alexander, una donna diventata alcolizzata e che l’ha messo alla porta brutalmente, si reca a consultare l’archivio del banchiere Walter Parks Thatcher, colui che comunicò alla madre di Kane l’eredità della miniera abbandonata e che amministrò la sua fortuna.
Nel diario del banchiere ci sono molte pagine sulla vita di Charles Foster Kane, dal momento in cui, giocando con uno slittino sulla neve vide arrivare a casa sua il signor Thatcher.
Il giornalista cerca di scoprire se nel documento vi siano tracce del nome di Rosabella.
Apprende che è previsto che, quando Kane raggiungerà i 25 anni, potrà disporre della sua fortuna, che passerà nelle sue mani. Quando ciò accadrà, la meraviglia di chi gliel’ha amministrata finora sarà che Kane ha un’ambizione superiore alle altre, quella di acquistare e dirigere un piccolo giornale di provincia The Inquirer. L’amministratore si aspettava di più. Presto, però, il giornale diventerà importante e molto influente sotto la sua direzione. Tra i suoi assidui lettori vi è il suo ex tutore, Thatcher, il quale si lamenta che egli scriva contro la classe dirigente del paese, ma Kane è risoluto. Poiché è ricco, è nelle condizioni di poter difendere la classe più debole, avendone i mezzi. A Thatcher risponde: “Se non difendo io gli interessi dei meno abbienti, qualcun altro lo farà.”.
Thatcher gli fa notare che il suo giornale perde un milione di dollari all’anno, e lui risponde che, continuando a perdere un milione di dollari all’anno, il suo giornale resterà in vita per almeno altri 60 anni.
È, dunque, deciso, a compiere la missione che si è data, noncurante che la classe benestante del paese gli sia contraria.
Quando prende possesso dell’Inquirer, si porta con sé l’amico Jonathan Leland, che sarà il critico drammatico del giornale. È il suo migliore amico. Nel primo numero sotto la sua direzione, Kane fa stampare una dichiarazione d’impegno, ossia che il giornale sarà sempre a disposizione degli interessi dei cittadini e della verità. L’amico Jonathan chiede di poter avere in dono il manoscritto contenente quella dichiarazione: “Ci tengo a conservare personalmente quel pezzo di carta. Ho idea che un giorno potrà essere molto importante. Un documento.”. E infatti, allorché Kane tradirà i suoi propositi, gliel’ho restituirà dentro una busta.
Il giornale furoreggia. Kane toglie al concorrente The Chronicle i suoi migliori giornalisti, che lavoreranno d’ora in poi per il suo giornale, che è arrivato a vendere ben 684.132 copie giornaliere.
The inquirer diventa sempre più influente.
Kane si sposerà 2 volte, ma entrambi i matrimoni saranno un fallimento. Il primo riguarda la nipote del Presidente degli Stati Uniti, Emily Norton, il secondo la cantante che già abbiamo conosciuto, Susan Alexander, la quale, quando l’incontrò fortunosamente, non sapeva nemmeno chi fosse.
Il giornalista continua la sua ricerca. Ha già interrogato i principali personaggi che hanno accompagnato la vita di Kane, compreso il suo braccio destro signor Bernstein, il quale gli consiglia di ricorrere a Jonathan Leland, che è stato il più importante e fidato amico di Kane. Si reca da lui. È ricoverato in una casa di risposo. Fa la storia dei 2 matrimoni, e ricorda che la relazione con Susan iniziò quando ancora era sposato con Emily, e allorché divenne di dominio pubblico causò la fine della sua carriera politica (si era candidato a governatore di New York e, contrariamente alle previsioni della vigilia, fu sonoramente battuto dal rivale, proprio a causa dello scandalo). Questa parte che racconta la storia dei 2 matrimoni è ben condotta e coinvolgente.
Jonathan dirà anche: “È morto senza credere a niente; dev’essere stata una cosa spiacevole.”.
Finalmente Susan Alexander riceve il giornalista per rilasciargli un’intervista, nella quale sottolinea l’ostinazione di Kane di farla cantare opere liriche, sebbene non ne avesse le qualità e il maestro la rimproverasse continuamente. Ma Kane contava sulla forza di persuasione dei suoi giornali e dei suoi giornalisti, e la incoraggiava a insistere. Aveva comprato addirittura il Teatro dell’Opera, nel caso non avesse trovato disponibili altri palcoscenici.
Credo di poter dire che è la parte più tragica del film, in cui la personalità violenta e dominante di Kane balza in evidenza nei confronti di una donna che non riesce a far valere la sua volontà, ed è costretta a intraprendere l’unica soluzione possibile, quella di lasciarlo. In quel momento, Kane appare debole, ma si tratta soltanto della reazione di un uomo potente che sta usando uno stratagemma per dominare ancora. Susanne, comunque lo lascia. Al giornalista che ha concluso l’intervista con lei, consiglia di interrogare il maggiordomo di Kane, e lui vi si reca. Il maggiordomo si rende disponibile contro il pagamento di una somma di 1.000 dollari. È stato alle dipendenze di Kane per 11 anni. Il giornalista gli chiede se ha mai sentito parlare di Rosabella.
Lui racconta che quando Susanne lasciò il castello, Kane sfasciò ogni cosa della camera di lei. Poi trovò la palla di vetro con dentro la neve che cadeva, e, contemplandola, pronunciò la parola Rosabella; poi si mise la palla di vetro nella tasca della giacca; aveva le lacrime agli occhi. S’era radunata, per il gran fracasso, tutta la servitù.
In quel momento che il maggiordomo racconta, nel salone stanno catalogando le opere che Kane ha raccolto nei suoi giri per il mondo. Uno di loro chiede al giornalista se sia riuscito a risolvere il mistero. No, risponde, e aggiunge che forse è il nome di una donna che Kane non è riuscito a conquistare. Aggiunge: “Non basta una sola parola per spiegare la vita di un uomo.”. E anche: “Secondo me, Rosabella non è che un pezzo di un rompicapo.”.
Quando appaiono le immagini finali e vediamo che gli inservienti bruciano nell’ampio camino le cose inutili della casa, uno di essi vi getta uno slittino, sulla tela del quale c’è scritto “Rosebud”, Rosabella.
Ossia, tanto la palla di vetro che la parola Rosabella hanno ricordato, con rimpianto, a Kane, la sua fanciullezza, alla quale avrebbe voluto tornare, e che la sua vita è stata, invece, un inganno, una trappola, un tradimento.
“Rosemary’s baby” di Roman Polaski
Del 1968, tratto dall’omonimo romanzo di Ira Levin. Questi gli attori principali: Mia Farrow, nella parte di Rosemary Woodhouse, John Cassavetes, nella parte di Guy Woodhouse, Ruth Gordon, nella parte di Minnie Castevet, Sidney Blackmer, nella parte di Roman Castevet, Maurice Evans, nella parte di Hutch, Ralph Bellamy, nella parte del dottor Sapirstein, Angela Dorian, nella parte di Terry.
Il film, per le profondità demoniache che va esplorando, assai più che nell’”Esorcista”, ad esempio, del 1973 diretto da William Friedkin, è inquietante. La Chiesa cattolica lo criticò aspramente, ma è un film di ottimo livello artistico, come, del resto, tutti i film di Polanski, e, dunque, intendo scriverne.
Rosemary e Guy Woodhouse si sono sposati e cercano un appartamento da prendere in affitto. Ne visitano uno all’interno di un grande palazzo, e piace loro. Da un amico vengono a sapere che nel palazzo sono accaduti nel tempo strani accadimenti, tra cui quello di un neonato trovato morto. Lo prendono lo stesso e vanno ad abitarci. Prima era un appartamento molto grande; in seguito era stato diviso in due. Dalla parete divisoria, sentono provenire delle voci continuamente. La parete è sottile. Rosemary conosce nella lavanderia del palazzo una ragazza molto spigliata che dice di vivere con i coniugi Minnie e Roman Castevet, che l’hanno adottata. Porta al collo un ciondolo che i Castevet le hanno regalato. Di lì a poco la ragazza si getta dalla finestra e muore.
È in questa occasione che i coniugi Castevet e i Woodhouse s’incontrano.
Un giorno Minnie bussa alla porta di Rosemary, la saluta e dice che le fa piacere di conoscerla; gira per la casa, tocca qua e là, chiede il prezzo di una poltrona, e continua a curiosare, poi, alla fine, dopo un po’ di conversazione, invita Rosemary e suo marito a cena quella sera. La morte della ragazza li ha messi a disagio e vogliono dimenticare. Quando Guy giunge a casa e la moglie gli dice dell’invito a cena, lui rimane infastidito, osserva che se vanno dai Castevet una volta, poi non se ne libereranno più. Su insistenza della moglie, i coniugi accettano l’invito. I Castevet sono molti ospitali e soprattutto Roman meraviglia Guy per la sua cultura. Fra l’altro, ha girato il mondo in lungo e in largo. Dice: nominate un posto ed io ci sono stato. Non sono religiosi. Guy rivela di essere un attore e che sta cercando una parte. Ha fatto un provino, ma hanno preferito un altro al posto suo.
Minnie è diventata invadente. Un giorno suona alla loro porta e ha condotto con sé un’amica. Rosemary, un po’ infastidita, le fa entrare e loro si mettono sedute e fanno capire che si tratterranno per un po’. Minnie continua a fare domande e a curiosare per la casa. A Rosemary regala una collana simile a quella che indossava la ragazza che si era gettata dalla finestra.
Un giorno giunge una telefonata e Guy alza il ricevitore a apprende che l’attore che era stato prescelto al posto suo è diventato improvvisamente cieco, e ora la parte è sua. Dispiaciuto per come l’ha avuta, tuttavia è contento, poiché guadagnerà dei soldi, di cui c’è bisogno. Hanno appena arredato l’appartamento con un certo gusto e una discreta eleganza.
Da quel momento Guy riceve molte offerte di lavoro: “Tutto ad un tratto lo vogliono tutti. “.
Minnie bussa alla porta, mentre i due stanno pranzando e dà a Guy due coppe di dessert da consumare a fine pasto. Quello che Guy consegna a Rosemary ha uno strano sapore, e lei ne mangia solo un po’. Tuttavia, poco dopo, ha dei capogiri, Guy la porta a letto e da quel momento ha strane visioni e allucinazioni. Gli compaiono davanti tanti personaggi che la stanno osservando, e tra questi anche i coniugi Castevet. Poi compare un mostro, una specie di diavolo che fa all’amore con lei. Quando si sveglia ha sul corpo dei graffi; Guy le dice che l’ha posseduta mentre dormiva, per avere, come erano d’accordo, il figlio desiderato. E lei, strofinandosi gli occhi: “Nel sogno qualcuno mi violentava, ma non un uomo: un essere non umano.”.
Di lì a poco il suo ginecologo le dice che è incinta.
Lo comunica anche ai Castevet, i quali, felici, gli consigliano di farsi assistere dal dottor Abraham Sapirstein, loro amico personale. Lei accetta, e così pure Guy.
Lo spettatore ha già avuto modo di capire che Guy è stato attratto dai coniugi Castevet e ne subisce l’influenza, accettando senza discutere tutti i loro consigli, e che si è già creata una malefica situazione di suspence. Si pensa subito al sogno avuto da Rosemary e si pensa al fatto che ora è incinta. Ci si domanda: È vero il sogno e Guy ha mentito? E se ha mentito, chi ha fatto all’amore con lei? Chi è quel mostro del sogno?
Rosemary avverte dei lancinanti dolori al ventre. Il ginecologo Sapirstein, quello consigliatole dai Castevet, le dice di non preoccuparsi; succede così i primi tempi. Le ha ordinato di bere ogni giorno un preparato di erbe che lui sa utili per una ottima gravidanza. L’amico Hutch va a trovarla e non è contento di come sta andando questa gravidanza. L’ha trova molto dimagrita. Rosemary porta al collo il ciondolo regalatole dai Castevet. Hutch annusa l’erba che vi è contenuta nella piccola sfera (un amuleto) e ne è nauseato, come lo era stata la stessa Rosemary in principio, poi fattasi convincere a tenerlo al collo da Minnie. In questa occasione, Hutch conosce Roman che è venuto a far visita a Rosemary per sapere se ha bisogno di qualcosa. Rosemary nota per la prima volta che ha le orecchie forate e domanda ad Hutch se anche lui l’abbia notato. Sì, e ha notato anche che ha “gli occhi perforanti”. Quando Hutch si congeda, non si riesce più a trovare un suo guanto. Se ne va senza. Qualche tempo dopo, telefona a Rosemary; deve comunicarle cose importanti che non vuole anticipare al telefono; si danno appuntamento per l’indomani mattina alle ore 11, ma ecco che non si presenta. Rosemary telefona a casa sua e apprende che è stato ricoverato in ospedale ed è in coma.
Siamo al 1 gennaio del 1966. Si festeggia l’anno nuovo con tutti gli inquilini del palazzo. Le cose, però, per Rosemary non vanno affatto bene, nonostante che il ginecologo le dica continuamente che non deve preoccuparsi.
Viene a sapere che Hutch è morto. Al funerale un’amica di Hutch consegna a Rosemary un libro che le ha lasciato negli ultimi momenti in cui si era risvegliato dal coma per consegnarlo a lei, grazie al quale apprende che il nome Roman Castevet altro non è che l’anagramma di Steven Marcato, il figlio di un famoso stregone, Adrian Marcato.
Quando Guy torna a casa, gli rivela ciò che ha scoperto, ossia, che gli abitanti del palazzo che si riuniscono ogni tanto con i Castevet sono tutti stregoni, e si spiega ora che cosa fossero tutti quei canti e rumori che sentiva provenire dall’appartamento dei Castevet: erano sabba, tregende, manifestazioni in cui si evocava il diavolo.
Guy non ci crede e invita Rosemary a smetterla con quelle fantasie e di lasciar perdere il libro che le è stato regalato. Guy ha successo ora in teatro e, senza che lo esprima apertamente alla moglie, sa che quel successo lo deve proprio ai Castevet. Quindi intende che le cose procedano come al solito. Non vuole mutamenti e interruzioni. Ma Rosemary si rende conto, consultando altri libri, che i malefici erano possibili solo se gli stregoni potevano disporre di un oggetto della vittima. Allora ricorda il ciondolo della ragazza caduta dalla terrazza, dell’attore diventato cieco, il quale aveva scambiato la sua cravatta con quella di Guy, e finita nelle mani dei Castevet, il guanto perduto di Hutch. Subito si libera del ciondolo e lo getta in un tombino della strada. Saprà poi che anche il dottor Sapirstein aveva quel ciondolo.
Allarmata cerca il suo precedente ginecologo, il dottor Hill, che la riceve subito e ascolta lo strano e convulso racconto di Rosemary, poi la fa accomodare in una piccola stanza affinché si riposi su di un lettino, mentre lui va a telefonare per cercarle un posto in clinica. Deve, infatti, partorire da un momento all’altro. Lei tira un sospiro di sollievo. Si sente liberata da un’ossessione. E invece non si è liberata proprio per nulla. Di lì a poco arrivano a prelevarla il dottor Sapirstein e il marito, avvertiti dal dottor Hill. Cerca di fuggire, ma non ci riesce. L’afferrano e la sdraiano sul letto, poiché è giunto il momento del parto. Le fanno una puntura per sedarla. Attorno ci sono gli inquilini, uomini e donne, degli altri appartamenti. Sono tutti accorsi allorché hanno sentito il gran chiasso.
Quando Rosemary si sveglia chiede del figlio; in principio Guy le dice che è un maschio e sta bene; poco dopo ritorna con Sapirstein, il quale le dice che ci sono state complicazioni e il neonato è morto. Non ci crede e grida contro il marito accusandolo di aver stipulato un patto con gli stregoni: lui regala loro il figlio e loro gli garantiscono la prosecuzione del successo in teatro.
Mentre sta guardando la Tv, di là dalla parete che divide il suo appartamento da quello dei Castevet sente provenire gli strilli di un neonato. Guy le inventa che è arrivata una nuova coppia di giovani inquilini.
Il lettore si sarà reso conto dei numerosi intrecci ed interrogativi che pone e crea una trama del genere, in cui normalità, follia, superstizione, stregoneria e satanismo si mescolano continuamente. È un via vai di sorprese.
Rosemary riesce, armata di coltello, ad entrare nell’appartamento dei Castevet. Nel salone ci sono tutti gli inquilini del palazzo, compreso Guy. C’è una culla in disparte tutta in nero. Rosemary scosta le tendine e si ritrae inorridita. Roman le dice che ha partorito l’anticristo, il nuovo padrone del mondo: “Dio è morto. Solo Satana vive nel mondo.”. Rivela il patto stipulato con Guy. Lei sputa in faccia a Guy, che si stava compiacendo di aver raggiunto fama e ricchezza. Poi sente che il bimbo piange. Una delle donne va a cullarlo, ma non ci sa fare e il bimbo continua a piangere. Rosemary le dice che deve fare più piano, per farlo smettere di piangere. Interviene Roman che dice alla donna di lasciare il posto a Rosemary, che risponde: “Volete convincermi a fargli da madre.”; E Roman, con dolcezza: “Tu sei sua madre.”.
Rosemary si avvicina alla culla e guarda sorridendo il bambino.
Che cosa avrà voluto dire Polanski con questa conclusione? Che l’avvento di Satana, come padrone del mondo, è possibile? Può anche essere, ma io trovo invece che abbia voluto sottolineare la forza d’amore intrinseca alla donna e alla sua maternità.
“L’esorcista” di William Friedkin
Del 1973, tratto dall’omonimo romanzo di William Peter Blatty. Questi gli attori principali: Ellen Burstyn, nella parte di Chris MacNeil, Linda Blair, nella parte di Regan MacNeil, Jason Miller, nella parte di padre Damien Karras, Lee J. Cobb, nella parte del tenente William F. Kinderman, Max von Sydow, nella parte di padre Lankester Merrin, Kitty Winn, nella parte di Sharon Spencer, Jack MacGowran, nella parte di Burke Dennings.
Questo film, del genere demoniaco, ha avuto vari sequel, grazie al successo internazionale del capostipite. Non ci pone interrogativi importanti e non ci lascia perplessi sugli obiettivi del film, come è successo, ad esempio con “Rosemary’s baby” di Roman Polanski, del 1968; tuttavia ci sono talune raccapriccianti sequenze che ci interrogano e ci fanno riflettere, come quelle che riguardano la possessione demoniaca della dodicenne Regan MacNeil.
Ancora ai nostri tempi la Chiesa cattolica educa nel suo seno dei sacerdoti ad essere esorcisti, poiché nel mondo sono tutt’oggi segnalati casi che richiamano la possessione demoniaca.
C’è chi accetta e c’è chi nega la presenza di Satana nel mondo. Sta di fatto che nelle cose concrete della vita, l’uomo è in grado di distinguere quelle buone dalle cattive, il bene dal male. Ha ciò un significato?
Veniamo al film.
Siamo nel Nord dell’Iraq. Padre Lankester Merrin è anche un archeologo e partecipa a degli scavi, dove vengono ritrovati vari oggetti del passato, tra cui una statuetta rappresentante il volto di un demone assiro; sotto la statuetta c’è anche una medaglietta rappresentante San Giuseppe di epoca più recente. Il padre rimane colpito da questa scoperta e lo sarà ancora di più quando, recandosi in un vicino sito di scavi, si troverà di fronte, issata su di una roccia, una statua raffigurante un angelo demoniaco.
Passiamo ora in America, a Georgetown, dove sosteremo per tutta la durata del film. Qui si trova in tournée un’attrice di nome Chris MacNeil, che ha una figlia, Reagan, la quale le dice che ha un amico con cui parla spesso; gli fa delle domande e lui le risponde; si chiama Capitan Gaio.
La mamma crede che sia uno scherzo. Qualche giorno prima, però, aveva sentito dei rumori provenienti dalla soffitta e aveva comandato ad un domestico di andarci a mettere delle trappole per topi. Ma i rumori non sono cessati, nonostante le trappole.
Nella stessa città, vive un gesuita di nome Damien Karras, consulente psichiatrico, il quale va in giro con una valigetta visitando i quartieri poveri; in uno di questi vive sua madre, anziana e bisognosa di assistenza. Per quello che può, vi provvede lui. Ma lo zio decide che è meglio metterla in una casa di riposo e Damien accetta. Quando va a trovare la madre, questa gli dice, piangendo: “Perché hai fatto questo a me, Damien, perché?”.
Il regista sta procedendo per quadri. Una preparazione alla storia. Un cominciare a mettere le carte in tavola. Al momento, i personaggi finora presentati hanno tutti un problema e tanta inquietudine.
Vi è un forte rapporto affettivo tra Chris e la figlia Reagan. La mamma ha divorziato dal marito ed è arrabbiata con lui e lo cerca al telefono, poiché non si è fatto vivo nemmeno nel giorno del compleanno di Reagan.
Alla festa di compleanno intervengono amiche e amici di Chris, tutti dell’ambiente del cinema. Compare anche padre Dyer, una personalità positiva e allegra, che dice a Chris che padre Damien, di cui è amico, sta attraversando un brutto momento, poiché sua madre è morta. Mentre padre Dyer sta suonando il piano e gli ospiti cantano, si presenta nel salone Reagan col volto sconvolto e abbattuto. In piedi, fa la pipì sul pavimento, meravigliando tutti, e soprattutto la madre, che la giustifica dicendo che negli ultimi giorni la bambina è stata male. La porta a letto e riesce a farla addormentare.
Siamo arrivati agli inizi della possessione da parte del demonio.
Mentre sta scendendo le scale, Chris sente la figlia gridare; torna indietro, apre la porta della camera e le si para innanzi uno spettacolo devastante: il letto, scuotendosi in qua e in là, costringe la figlia a violenti sbalzi e a grida ossessive. In ospedale, attribuiscono tutto ciò ad una lesione cerebrale. Ma Chris non ci crede. E infatti, gli ulteriori accertamenti eseguiti non rivelano nessuna anomalia. Anche i medici, recatisi a casa dell’attrice, hanno potuto assistere ad una scena peggiore di quella che già si era verificata agli occhi di Chris. Questa volta Reagan grida parole oscene e colpisce pure con un pugno uno dei due medici. A questo punto, viene dato un consiglio a Chris: “Credo sia ora di cominciare a cercare uno psichiatra.”.
Intanto si sono verificati altri episodi che hanno reso necessario l’intervento del tenente Kinderman: si tratta della profanazione di una statua della Madonna e la morte del regista del film che Chris stava girando. È precipitato dalla finestra di casa MacNeil e si è rotto l’osso del collo. L’ispettore avvicina padre Damien per consultarlo e chiedergli aiuto, ma lui si nega. A casa di Chris, le cose peggiorano. Quando apre la porta della camera di Reagan, l’attrice si trova davanti gli oggetti che volano per la casa agitati da uno strano vento; si muovono i mobili e un armadio va in direzione di Chris e sta per schiacciarla; Reagan gira la testa, portando il viso dietro e la nuca davanti; avvicinatasi Chris alla figlia, questa le dà un pugno violento che la fa cadere a terra. Ne porterà i segni nell’incontro che ha deciso di fare con l’esorcista Damien.
S’incontrano su di un ponte e Chris le racconta il suo dramma.
Padre Damien visita Reagan e si rende conto che si tratta di una possessione demoniaca. Per proseguire, però, deve avere l’autorizzazione ecclesiastica. Quando va a chiederla, i superiori decidono che sia padre Lankester Merrin, che abbiamo già incontrato all’inizio ed è ritornato dagli scavi, a condurre l’esorcismo e padre Damien lo assisterà come psichiatra.
Reagan, sdraiata e legata al letto, li riceve con insulti e sputi, agitandosi. I 2 sacerdoti si inginocchiano e pregano tenendo davanti a sé i libri sacri, e leggendoli a voce alta. Ad un tratto, il letto comincia ad alzarsi verso il soffitto. Padre Merrin fa in tempo a passarle la stola benedetta sulla fronte e Reagan, tornata a terra, vomita una materia verdastra, la stessa con la quale gli ha già sputato al momento del suo ingresso nella camera.
Ora Reagan si libera dei lacci e di nuovo lievita nell’aria fino quasi a toccare il soffitto, mentre i due sacerdoti continuano ad aspergerla di acqua santa, gridando: “Il potere di Cristo ti espelle.”.
Indubbiamente il regista ha saputo creare scene orripilanti, con le quali la possessione mostra tutta la sua aberrazione, ostinata e feroce. Reagan volta a girotondo il capo, lasciando stupefatti i due esorcisti. La potenza del demonio appare come una forza distruttrice contro la quale quella del bene, seppure prevarrà, fa fatica a vincere.
Lo spettatore ha la sensazione di assistere alla lotta che deve esserci stata all’inizio della Creazione tra il Bene e il Male, tra Dio e il suo angelo prediletto, Satana, che voleva farsi come Lui.
Padre Merrin, già malato di cuore, morirà nel corso dell’esorcismo, e padre Damien, rimasto solo, griderà al demone di liberare la bambina e di impossessarsi di lui. I suoi occhi indicheranno che così sarà. Si getterà dalla finestra.
Il male, sconfitto, ha ottenuto la sua vendetta.
“Shining” di Stanley Kubrick
Del 1980, tratto dall’omonimo e famoso romanzo di Stephen King. Questi gli attori principali: Jack Nicholson, nella parte di Jack Torrance, Shelley Duvall, nella parte di Wendy Torrance, Danny Lloyd, nella parte di Danny Torrance, Scatman Crothers, nella parte di Dick Hallorann, Barry Nelson, nella parte di Stuart Ullman, Philip Stone, nella parte di Delbert Grady, Joe Turkel, nella parte di Lloyd, Barry Dennen, nella parte di Bill Watson.
Il regista ebbe un successo e una fama mondiali con il film “2001: Odissea nello spazio”, del 1968, ma un altro grande successo lo ottenne con il film di cui scriverò, in cui la mutazione psicologica del protagonista e la sovrapposizione tra passato e presente creano nello spettatore più smarrimento che paura.
Si sa che King non rimase soddisfatto dell’operazione filmica di Kubrick compiuta sul suo romanzo, ma ho sempre sostenuto che un film, anche quando è ispirato ad un romanzo, diventa un’opera creativa a se stante, e per tale deve essere osservata e analizzata. Ciò che tenterò di fare.
La lunga sequenza iniziale riprende un’auto che percorre una strada di montagna. Alla guida c’è Jack Torrance, che è stato chiamato dall’amministratore di un albergo, il quale cerca una famiglia che per tutto l’inverno, circa 5 mesi, quando la stagione è chiusa, resti lì per la gestione e il controllo, onde evitare che la mancanza di manutenzione e qualche imprevisto possa recare danno alle strutture dell’albergo.
Gli rivela, però, che lì, 10 anni prima, è accaduta una tragedia; un padre ha ucciso con l’accetta la moglie e le sue 2 bambine, e poi si è suicidato. Si è pensato che la lunga solitudine, e il fatto di non avere avuto, così a lungo, contatti con altre persone, abbia prodotto un esaurimento nervoso e sconvolto il cervello dell’omicida. Jack risponde che non è un problema. Anzi, per lui la solitudine sarà benefica, poiché sta progettando un romanzo, essendo uno scrittore. Tornato a casa, prende con sé la moglie Wendy e il figlio Danny e parte per raggiungere il nuovo posto di lavoro.
Prima di partire abbiamo visto Danny che, guardandosi allo specchio e flettendo il dito di una mano, parlava con qualcuno, il quale gli rispondeva.
Arrivati sul posto, mentre l’amministratore mostra ai coniugi le stanze dell’albergo, Danny gioca con le freccette, si volta e vede due bambine; queste sostano un po’, lo guardano, poi se ne vanno. Arriva Dick Hallorann, il capocuoco afroamericano, il quale prende per mano Danny e gli fa vedere la grossa quantità di provviste in dotazione all’albergo, dicendogli, ridendo, che non morirà mai di fame. Parlando con lui lo chiama Doc, e la moglie, quando arriva dalla visita alle stanze dell’albergo, lo nota e gli domanda come fa a sapere quel nome, con cui lo chiamano in famiglia. Sapremo che il capocuoco possiede la “luccicanza” (shining), un potere di conoscenza e di preveggenza. Ne parla con Denny, poiché s’accorge che anche lui possiede la luccicanza. Ecco perché Danny ha visto le 2 bambine; ecco perché, non conoscendo ancora l’albergo, domanda al capocuoco di raccontargli della camera 237, dove è avvenuta la tragedia, a cui si è accennato. Dick, sorpreso, gli raccomanda di non avvicinarsi mai a quella stanza.
Danny gli rivela anche di essere in contatto con Tony, una figura invisibile, il quale parla con lui.
Ma basta che siano passati pochi giorni e il quadro muta. Jack sta cambiando, si arrabbia quando la moglie gli si avvicina mentre sta battendo a macchina; è crudele con lei, usa parole offensive, terribili, che impietriscono la povera donna. Di lì a poco, vediamo anche dagli occhi di Jack che in lui è penetrato qualcosa di insano, di delirante.
È caduta la neve; è l’occasione per madre e figlio di uscire a giocare all’aperto. Qualche giorno prima erano stati nell’enorme labirinto del parco e quasi si erano smarriti.
La tempesta di neve ha messo fuori uso la centralina dell’albergo. Allora Wendy usa la ricetrasmettente per mettersi in contatto con una postazione di soccorso e chiedere quanto tempo ci vorrà prima che le linee interrotte siano ripristinate. Non prima della primavera, le risponde l’operatore di servizio, che la invita a tenere sempre accesa la ricetrasmittente per facilitare i contatti, vista la situazione delicata.
Danny continua a girare per i corridoi con la sua biciclettina. Un giorno, sceso per aprire la porta della camera 237, che però è chiusa a chiave, vede apparire davanti a sé le due bambine uccise. Le rivedrà un’altra volta, ma vedrà anche, in alternanza, le 2 poverine stese sul pavimento coperte di sangue.
La situazione sta precipitando. Danny chiede al padre se deve temere che lui gli faccia del male; il padre lo rassicura e gli dice che gli vuole molto bene, ma, poco dopo, mentre è col marito, Wendy vede arrivare il suo bambino; gli si avvicina; ha uno sguardo assente e porta dei graffi sul collo. Urla a Jack: “Sei stato tu!”, “Come hai potuto!”. Wendy si era recata nel salone, da Jack, poiché aveva sentito, mentre era a controllare le caldaie, dei suoi forti lamenti. Jack aveva gli occhi allucinati; farfugliava di avere fatto un brutto sogno. Il bambino era arrivato in quel momento, silenzioso e con passo lento. Muto alle domande della madre.
Jack si alza e va al banco del grande bar. Vuol bere qualcosa, ma non trova niente, quando, all’improvviso, appare il barman che gli chiede che cosa voglia bere: “una bottiglia di bourbon con del ghiaccio e un bicchierino.”. Non ha i soldi per pagare, ma il barman risponde che non ci sono problemi.
Anche il barman ci appare come uomo di un passato che questa volta non conosciamo. Ci si domanda se Jack viva una esperienza reale o allucinata.
La storia, merito di King e di Kubrick, sovrappone passato e presente, ma col significato che il passato non è mai passato, ma sempre presente, e solo con la luccicanza possiamo distinguere l’uno dall’altro.
Danny ha trovato aperta la porta della camera 237: ora lo vediamo seduto e tramortito con la bava alla bocca. Wendy corre al bar a chiedere aiuto a Jack, poiché Danny le ha detto che nella camera 237 c’è qualcuno.
Intanto dalla sua casa, il capocuoco Dick, che sta ascoltando il telegiornale che dà notizie anche sulla grossa nevicata, disteso sul letto, spalanca gli occhi come se avvertisse, grazie ai suoi poteri, un pericolo.
Jack, intanto, è giunto nella camera 237 e vede davanti a sé una donna immersa nella vasca da bagno. Si alza e gli va incontro. È nuda e seducente. Si baciano, ma Jack si accorge che la carne di lei si sta sfacendo e invecchiando. Diventerà una vecchia nuda che, quando lui fugge, gli va dietro sghignazzando.
Ad un tratto, mentre sta percorrendo il corridoio, Jack entra nel salone per bere il suo solito bourbon e lo trova affollato di gente, in piedi oppure seduta sulle ampie poltrone e sugli ampi divani. A servirlo è il solito barista. Ha, poi, una conversazione con un cameriere che, urtandolo, gli ha versato del liquido sulla giacca. Si recano nell’elegante toilette per tentare di smacchiarla e hanno una conversazione molto interessante, da cui si apprende che il cameriere è il famoso custode che assassinò la moglie e le 2 figlie. Jack l’aveva subito identificato, ma il cameriere lo aveva smentito.
Ormai ci stiamo abituando a scoprire continuamente nell’albergo fantasmi che sono appartenuti al passato e si muovono investiti da un presente allucinato.
Dick, il capocuoco, non avendo potuto mettersi in contatto telefonico, è partito per raggiungere l’albergo, che immagina isolato a causa della tempesta di neve, e la famiglia bisognosa di aiuto.
Wendy sta girando per le stanze con in mano una mazza da baseball, impaurita dai misteri della casa, e soprattutto da Jack, che sta rapidamente mutando. Scopre che il manoscritto che sta componendo è costituito da tanti fogli che ripetono un’unica frase: “Il mattino ha l’oro in bocca.”.
Arriva Jack e comincia ad insultarla, lei scappa e si rifugia quando in una quando in un‘altra stanza; lui ne sfonda sempre la porta con la sua accetta, con la quale colpisce al petto Dick che era giunto col gatto delle nevi per aiutarli, presentendo il pericolo. Di nuovo continua l’inseguimento, ora tocca a Danny, che fugge all’aperto, tra la neve. Si rifugia nel labirinto; Jack vi entra pure lui e ne segue le tracce, finché Danny riesce ad uscirne, mentre lui, stanco e affannato, si mette una mano sul cuore. Wendy e Danny fuggiranno col gatto delle nevi. Al mattino, Jack sarà trovato seduto, appoggiato ad una siepe del labirinto, congelato. Morto.
Il regista ci fa vedere, a chiusura, delle foto; ne inquadra una in particolare in cui compare la data del 4 luglio 1921, anni prima, cioè. C’è Jack, che è attorniato da molti che lo festeggiano; tra di essi, qualcuno che abbiamo incontrato nel film.
Dunque, il Jack e gli altri personaggi che abbiamo visto nel corso della storia altro non erano che ectoplasmi, ma in carne e ossa. Ossia: il passato fuso con il presente.
“Risvegli” di Penny Marshall
Del 1990, tratto dall’omonimo romanzo di Oliver Sacks. Questi gli attori principali: Robin Williams, nella parte del dott. Malcolm Sayer, Robert De Niro, nella parte di Leonard Lowe, Penelope Ann Miller, nella parte di Paula, John Heard, nella parte del dott. Kaufman, Julie Kavner, nella parte di Eleanor Costello, Ruth Nelson, nella parte della signora Lowe, Max von Sydow, nella parte del dott. Peter Ingham.
Appare la scritta che i fatti sono realmente accaduti.
Ci viene mostrato un bambino, Leonard Lowe, che gioca felicemente coi suoi amici. Fuori c’è la neve. Nei giorni successivi, nasce nel bimbo un tremore alla mano destra, finché, a scuola, quando scrive, non riesce ad andare dritto e la sua riga ad un certo punto inclina verso il basso. Viene ricoverato in un ospedale specializzato. All’ospedale, un cronicario, capita in cerca di lavoro il dottor Malcolm Sayer. È assunto.
Lo accompagnano in visita nei vari reparti e constata lo stato pietoso in cui si trovano i malati, in pratica tutti dementi. Alcuni sono afflitti da un immobilismo ebete (“incorporei come fantasmi.”).
Il dottor Sayer, che è un appassionato studioso di erbe curative, si accorge che questi pazienti in realtà manifestano piccoli segni di reazione. Per esempio, ad una donna seduta sulla sua poltrona e immobile, lancia una pallina e questa l’afferra con la mano. Riprova e il risultato è lo stesso. A un altro, che sta apparentemente guardando la tv, cambia i programmi e si accorge che muove gli occhi. Ora incontra Leonard. Sono passati tanti anni dal suo ricovero ed è diventato adulto. Sta seduto sulla sua poltroncina e la madre lo accudisce. Le domanda se il figlio le dà un riscontro, e lei risponde che una madre è sempre in grado di comprendere suo figlio.
Si accanisce per questi casi, ne legge le varie cartelle cliniche, guarda anche quelle del passato e ad un certo punto trova una cartella in cui il medico del tempo fa una diagnosi precisa: encefalite letargica. È quella la malattia di quei pazienti. La studia e incontra il medico, ormai anziano, il dott. Peter Ingham, che formulò quella diagnosi. Ne apprende cause e segreti, l’insorgenza graduale, l’impossibilità di una guarigione. Un’infermiera, Eleaonor, crede nelle sue ricerche e l’aiuta con entusiasmo.
Vuole scoprire il modo di risvegliarli, un progetto entusiasmante.
I suoi esperimenti sui malati sono incessanti e vari. Ogni volta riesce a capire qualcosa in più: ci sono azioni, suoni, rumori che avviano in loro una situazione, seppure ancora non ben coordinata, di movimento. L’entusiasmo è a mille.
Partecipa ad una conferenza medica, dove l’oratore, un chimico, spiega che è stato scoperto un nuovo farmaco che può portare sollievo ai sofferenti del morbo di Parkinson.
Sayer vuol sperimentarlo sui suoi pazienti, ma l’ospedale lo autorizza per uno solo di essi. Sceglie Leonard e, dopo aver ottenuto il consenso dell’anziana madre, comincia la cura.
Un mattino, non vede più Leonard nel suo letto, lo cerca e lo trova seduto davanti ad un tavolino vicino alla finestra. Sta scrivendo il suo nome su di un foglio di carta, e parla con Sayer, il quale sorride insieme a lui, stupefatto. L’esperimento è riuscito! Giunti alla sera, è aiutato a coricarsi nel letto, e lui dice che ha paura di dormire, ma vicino ha sua madre, che l’aiuta cantandogli a bassa voce una ninna nanna. Al mattino, Leonard è in grado di usare da sé il rasoio elettrico per farsi la barba. I progressi continuano, incontrando l’ammirazione dei dottori e degli infermieri dell’ospedale.
Sayer lo porta in giro per la città, e Leonard è incuriosito dalle novità che incontra. Ora Sayer vuole fare lo stesso esperimento con gli altri suoi pazienti, ma l’ospedale fa notare che il trattamento complessivo ha costi troppo elevati. Saranno le donazioni del personale e dei soci dell’ospedale a fornire i fondi necessari.
Succederà che tutti i suoi pazienti si risveglieranno e ciascuno svelerà la propria natura. Li porta fuori in visita ad un orto botanico, ma si annoiano e l’infermiera Eleanor suggerisce al dottore di portarli in una sala da ballo, dove si scateneranno. Non è andato con loro Leonard, poiché, quando sono scesi dall’ascensore nel salone dell’ospedale, ha visto una bella ragazza, Paula; la raggiunge nella sala mensa e scopre che il padre è ricoverato lì, a causa dal morbo di Parkinson, e quando la ragazza gli chiede che cosa ci faccia lui in ospedale, Leonard le rivela la sua malattia e che è sotto cura, senza la quale ora sarebbe come suo padre. Dice anche alla ragazza che suo padre lo sa, capisce, che va a trovarlo.
Ora vuole uscire in strada da solo, ma non gli danno l’autorizzazione. Va su tutte le furie; convoca gli altri pazienti per dire loro che i medici sono dispotici e non favoriscono le loro necessità. Mentre parla, comincia ad avere dei tic, sempre più pronunciati. Sayer lo vede e si preoccupa; gli dice che sta peggiorando, e che, se ha intenzione di ribellarsi, l’ospedale gli negherà il farmaco e tornerà come prima. Dirà Leonard a Sayer: “Non può fermare questo tic?”; “Non lo so; ci sto provando.”; “Non mi abbandona mai.”.
Il regista ci ha fatto godere della guarigione da questa brutta malattia, che rende l’uomo simile ad un vegetale e, come il dottor Sayer, vorremmo pure noi che gli effetti benefici durassero per sempre. L’apparizione di questi tic, che si fanno sempre più pronunciati, ci mette in ansia e ci addolora.
Sono le qualità del regista che ci sollecitano tali emozioni.
Le sequenze che registrano il peggioramento di Leonard sono commoventi: “Non sono più io.” dice a Sayer e gli tende la mano e il dottor Sayer gliela stringe per fargli capire che gli è vicino e non l’abbandona.
Tutto il corpo di Leonard vibra; vibra la testa, vibrano le mani, sta in piedi a fatica.
Si ha la sensazione di un’inarrestabile ricaduta, come se la malattia stesse prendendosi la sua rivincita, apparentemente sconfitta, ma mai morta.
Ci si rende conto della fragilità dell’uomo e di come le incognite numerose, ancora fluttuanti nell’universo, siano presenti, sia pure diversamente e forse in numero maggiore, anche nel corpo umano.
È questa la tesi del film? Credo di sì.
A Paula, della quale è palesemente innamorato, Leonard chiederà di non vedersi più e Paula, commossa, l’abbraccerà e ballerà con lui, davanti agli altri pazienti.
Dalla finestra, la vedrà, piangendo, allontanarsi nella strada e salire sul bus. È un addio doloroso e coinvolgente. Ma Paula tornerà da lui, quando si ritroverà ridotto allo stato catatonico precedente, e gli leggerà sempre qualcosa, ricordandosi di quanto lui le aveva detto del padre di lei, che, cioè, capiva e sapeva ogni volta che andava a trovarlo.
Al termine, in mezzo a tanto dolore, avremo anche un barlume di felicità. Sarà quando, scendendo in strada, il dottor Sayer si unirà a Eleanor, che aveva finito il suo turno, e le chiederà di andare insieme a prendere un caffè. Lei, felicissima (ne è stata sempre innamorata) risponderà di sì.
“Rebecca. La prima moglie” di Alfred Hitchcock
Del 1940, tratto dal romanzo “Rebecca, la prima moglie” di Daphne du Maurier. Questi gli attori principali: Joan Fontaine, nella parte della seconda signora de Winter, Laurence Olivier, nella parte di Massimo de Winter, George Sanders, nella parte di Jack Favell, Judith Anderson, nella parte di Dennie Danvers, la governante, Gladys Cooper, nella parte di Beatrice Lacy, Nigel Bruce, nella parte del maggiore Giles Lacy, Reginald Denny, nella parte di Frank Crawley, C. Aubrey Smith, nella parte del colonnello Julyan, Melville Cooper, nella parte del medico legale, Florence Bates, nella parte di Judytta Van Hopper.
Famoso e specializzato nei film gialli, Hitchcock ha sempre saputo dare un’impronta letteraria ai suoi lavori. Questo vinse il Premio Oscar nel 1941, come miglior film.
A poco a poco, l’inquadratura arriva a mostrarci un castello in rovina. È il castello di Manderley, di proprietà dell’aristocratico inglese Massimo de Winter.
Ce ne viene fatta la storia.
A Montecarlo, Massimo de Winter incontra una vecchia amica, Judytta Van Hopper, che ha come dama di compagnia una giovane, la stessa che un giorno, durante una passeggiata, aveva visto Massimo de Winter tentare il suicidio dall’alto di una rupe sul mare. Aveva gridato e l’uomo l’aveva rimproverata di voler ficcare il naso nelle faccende degli altri e che non aveva affatto intenzione di suicidarsi, come le era erroneamente sembrato.
In realtà, all’aristocratico poco tempo prima era morta la moglie in una circostanza tragica. Era da sola su uno yatch che ad un tratto è affondato, causandone la morte.
Massimo, sia pure in modi rudi secondo il suo carattere, comincia un corteggiamento rivolto alla giovane (nel film non sapremo mai il suo nome), la quale, in principio, è un po’ stupita, ma felice. E, infatti, di lì a poco, mentre sta per partire con la sua padrona, Massimo la trattiene e la chiede in sposa, lasciando esterrefatta la signora Van Hopper, la quale non avrebbe mai potuto ammettere che una semplice ragazza, pressoché povera, potesse salire così in alto nella classe sociale. Ne resta indispettita, e non la vedremo più.
Gli sposi lasciano Montecarlo per far ritorno in Inghilterra. Sotto una pioggia torrenziale giungono al castello. La sposa non crede ai suoi occhi quando si sta avvicinando alla sua nuova dimora. È un castello immenso e di grande bellezza. Ad attenderli c’è tutta la servitù schierata sotto il comando della governante signora Danvers, la quale, quando saluta la nuova signora de Winter, non manca di assumere un comportamento di rigetto. Era affezionata maniacalmente alla prima signora de Winter.
La nuova de Winter fa fatica a prendere dimestichezza con la casa. Ad ogni passo, c’è un domestico pronto a servirla in qualunque cosa di cui abbia bisogno. Gira per le stanze e dovunque trova le tracce della prima moglie: una R incisa su stoviglie, carta da lettere e altro. Conosce l’amministratore del padrone, Frank Crawley.
Lo sposo l’avverte che la sera stessa verrà a trovarli sua sorella Beatrice con il marito, il maggiore Giles Lacy, al fine di conoscerla.
La sposa non ha ancora preso coscienza che il suo stato sociale è cambiato e che ora non le è consentito di condurre una vita umile e servizievole come prima, e che per ogni cosa di cui ha bisogno c’è sempre la servitù a soddisfarla.
È molto impacciata e si comporta come se non fosse lei la padrona. Ad esempio, rompe involontariamente una statuetta e la nasconde in un cassetto della scrivania, per paura di essere scoperta e forse anche rimproverata. Confesserà l’incidente solo più tardi, quando starà per andarne di mezzo uno della servitù, accusato di averlo rubato, essendo un pezzo raro. Lui la rimprovererà di comportarsi più come una dipendente che come la padrona.
Il regista comincia a farci capire che in Massimo c’è una celata inquietudine, un disagio, una paura.
Sono a passeggio in riva al mare; con loro hanno il cane che, ad un tratto, li lascia per correre verso un capanno. Lei lo rincorre e lo trova accucciato e guardingo davanti alla porta. Si affaccia un vecchio; lei entra e s’avvede subito che quel capanno abbandonato era un luogo di rifugio per cercare forse un po’ di solitudine e di pace. Vede i segni della presenza della prima signora de Winter. Il vecchio mormora che la signora riposa in fondo al mare. Tornata dal marito, che l’ha lasciata andare malvolentieri in visita al capanno, lo trova indispettito e di malumore. Poi le chiede scusa: “A volte sembra che io perda la testa senza una ragione.”, le dice. E perché si asciughi gli occhi dalle lacrime del pianto, le porge un fazzoletto su cui è incisa la lettera R. Lei ne rimane sconvolta, ma tace.
Incontrando l’amministratore Frank Crawley, gli domanda: “È vero che Rebecca era tanto bella?”; e lui: “Credo che Rebecca sia stata la creatura più bella che io abbia mai visto.”.
Domanda al marito se sia felice con lei, e il marito non è più sicuro come una volta. Cerca di farsi bella per lui, cambiando pettinatura e indossando un abito nuovo. Il marito invece si assenterà per una settimana.
È in questa occasione che, accorgendosi che nell’ala della casa che apparteneva a Rebecca vi è qualcuno, si avvicina alla grande scalinata che conduce agli appartamenti e ode delle voci. La governante sta parlando con un signore. Scopre così che quel signore altri non è che Jack Favell, “il cugino preferito di Rebecca”.
Si intuisce che ne è stato l’amante.
Hitchcock snoda la trama a poco a poco, avvicinandoci alle vere ragioni della morte di Rebecca, con mano leggera e sapiente.
Decide di salire la grande scalinata e di visitare la camera che fu della prima signora de Winter. Sta tremando, è insicura, apre la porta e comincia a osservare, quando da dietro una tenda spunta la governante. Le dice che tiene in ordine la stanza, così come la voleva la prima moglie. della quale comincia a descrivere i pregi. Le mostra il suo ricco guardaroba, tutto cucito dai migliori sarti del mondo apposta per lei; ne tesse le lodi con toni enfatizzati e maniaci. La padrona ascolta, stupefatta ed anche impaurita. La governante arriva a domandarle, lasciandola sgomenta: “Non credete che i morti tornino a visitare i vivi?”.
La signora vuole organizzare un ballo in maschera e il marito l’accontenta. Quale abito indossare? Ed ecco che la governante le tende un tranello; le consiglia di disegnare un modello tale e quale (le fa vedere il quadro) all’abito bianco indossato da un’antenata della famiglia, Carolina de Winter. Lei accoglie il suggerimento con entusiasmo e gratitudine.
Si arriva al giorno del ballo. Lei indossa il bellissimo abito e scende le scale sorridendo, contenta della sorpresa che farà al marito. Invece, quando lui si volta e la vede, fa una espressione indignata rimproverandola e costringendola a risalire la scalinata. Trova la governante e capisce che quel modello era stato indossato anche da Rebecca. Da ciò lo stupore e lo sdegno del marito. Inoltre, la governante, felice del risultato del suo tranello, le dice: “Ma lei è troppo forte; voi non potrete vincerla.”.
Le consiglia di abbandonare il marito, a cui basta solo il ricordo di Rebecca, e più ancora le consiglia di uccidersi: “Non avete ragione di vivere, voi.”.
Qui il film raggiunge l’acme del parossismo e della crudeltà. Da questo momento, la salute mentale della signora de Winter è a rischio. Hitchcock ce lo fa percepire, abilmente, come una soluzione possibile.
E invece succede che tutto volge in un’altra direzione. Per circostanze fortuite, viene trovato sul fondo del mare il relitto dello yatch su cui era Rebecca, e dentro una cabina il suo corpo. È l’amministratore che le rivela ciò che è accaduto, e allora lei va da Massimo per consolarlo, e lui le racconta la verità. Ossia, il corpo della donna seppellita nella cappella di famiglia non è quello di Rebecca, ma di un’altra donna rinvenuta poco più lontano che lui scientemente ha voluto riconoscere come quello di Rebecca, pur sapendo che non lo era. Perché? Perché lui aveva ucciso Rebecca e l’aveva rinchiusa nella cabina, facendo poi affondare l’imbarcazione: “Ma può restare sano di mente chi ha vissuto col diavolo?”.
Rivela che Rebecca aveva degli amanti, era una donna bella, ma spudorata, finché non lo aveva costretto all’omicidio. E quando la moglie gli chiede di riversare su di lei tutto l’amore che aveva provato per Rebecca, lui risponde, meravigliandola, che la odiava. “Credevi che amassi Rebecca?”; “Era una donna incapace d’amore, di tenerezza, di decoro.”. Sorpresa e felice, con un leggero sorriso sulle labbra, lei ripete più volte a bassa voce che allora lui non l’amava. È il momento in cui lui le rivela di amarla e di averla sempre amata, ma che è troppo tardi, la verità avrebbe finito per emergere: “Ho sempre saputo che Rebecca avrebbe finito per vincere.”. Lei risponde che non ha vinto ancora.
Il conestabile della contea lo manda a chiamare per sentire se vi sia stato un errore nell’identificare l’altro corpo. Lui lo ammette, gli viene preannunciato che avrà un po’ di noie, ci sarà un’inchiesta, ma – lo assicurano – la soluzione è come già scritta: sarà deciso che a seguito della tempesta il panfilo è affondato.
La verità è un’altra, però: è Rebecca ad aver voluto la propria morte. Massimo ne è stato solo lo strumento. La governante, saputolo, brucerà il castello.
Una curiosità: il film finisce con il riprendere, restringendo il campo a poco a poco, un cuscino tra le fiamme, in cui è ricamata la lettera R: Rebecca, così come è stato in “Quarto potere” di Orson Welles, che si chiude con il nome “Rosebud” (Rosabella) impresso nello slittino in fiamme. Orson Welles girò il film nel 1941, Hitchcock nel 1940.
“La casa del terrore” di Roy William Neill
Del 1945, fa parte della serie dedicata alla figura di Sherlock Holmes creata dal grande Arthur Conan Doyle. Questi gli attori principali: Basil Rathbone, nella parte di Sherlock Holmes, Nigel Bruce, nella parte del dottor John Watson, Dennis Hoey, nella parte dell’ispettore Lestrade.
Ho scelto questo film, poiché credo che l’altra grande scrittrice di gialli, Agatha Christie, abbia avuto presente il racconto di Conan Doyle del 1891 “I cinque semi d’arancio” nello scrivere, nel 1939, uno dei suoi capolavori: “Dieci piccoli indiani”.
Sette amici, già anziani, appartenenti ad un’associazione detta “Il club dei buoni camerati”, trascorrono alcuni giorni in un sinistro castello posto su di un dirupo che dà sul mare. Siamo in Scozia. Una sera, mentre sono a tavola, la governante Monteith reca una busta chiusa ad uno dei commensali, il quale sorride quando scopre che dentro vi sono soltanto 7 semi di arancio. Poi succede che precipita con la sua auto lungo il precipizio e muore. La stessa cosa si ripete con un altro commensale, che ha ricevuto pure lui una busta chiusa con dentro, questa volta, 6 semi d’arancio. Verrà trovato annegato in mare.
Queste notizie le dà a Holmes e a Watson un agente assicurativo che chiede il loro intervento per far luce sugli avvenimenti. Racconta che i buoni camerati hanno stipulato ciascuno una polizza di assicurazione sulla vita di 100 mila sterline, e qualche giorno prima, non avendo parenti, avevano aggiunto una clausola, su suggerimento di uno di loro, Alan Cosgrave, che prevedeva che in caso di morte le 100 mila sterline andassero divise tra i restanti camerati. L’agente sospetta che tra di essi vi sia qualcuno che, a poco a poco, eliminandoli uno alla volta, abbia programmato di rimanere l’unico sopravvissuto, con in dote una somma notevole, accumulata grazie alla morte dei compagni.
Ritenendolo un caso degno della sua attenzione, Holmes decide di assumere l’incarico e, insieme con Watson, raggiunge il castello. Durante il viaggio in carrozza per compiere l’ultimo tratto, Holmes dice all’amico: “Il crimine è molto insidioso, Watson; una volta che un uomo si è bagnato le mani di sangue, prima o poi proverà l’impulso di uccidere ancora.”. Ha conosciuto, grazie ad una foto mostratagli dall’assicuratore, uno dei buoni camerati, un medico, il dottor Simon Merrivale, che era riuscito ad essere assolto dall’aver ucciso la moglie, benché Holmes lo ritenesse colpevole. Di primo acchito, sospetta di lui. Arrivati alla locanda del villaggio, dove intendono alloggiare per alcuni giorni (saranno poi ospitati nel castello), al bar Holmes vede il medico di cui sospetta, il quale, pure lui, ha visto Sherlock Holmes, che conosce di fama. Il medico se ne va e porta la notizia agli altri buoni camerati. Holmes e Watson sono rimasti a chiacchierare con un ubriacone che sta raccontando delle sue fantasie, quando la governante Monteith entra per dire ad un poliziotto di salire al castello, poiché vi è stato un altro morto. Il poliziotto invita Holmes e Watson ad andare con lui. Apre il portone Bruce Alastair, che è il proprietario del castello, e li fa accomodare. È il medico Merrivale che ha trovato il cadavere, tutto carbonizzato e li accompagna al grande forno dove il fatto è accaduto e dove giace la salma, pressoché irriconoscibile, se non grazie ai gemelli che usava indossare.
Interrogando la governante, Holmes apprende che nessuno le consegna personalmente le buste, che trova sempre infilate sotto la porta e, riguardo ai semi di arancia, Bruce Alastair gli rivela che presso alcune tribù primitive sono simbolo di morte.
Li ha raggiunti anche l’ispettore Lestrade di Scotland Yard, ma le morti si susseguono.
Un negoziante del villaggio, Alec MacGregor, fa arrivare, attraverso la governante, un biglietto a Lestrade in cui sta scritto che ha urgenza di vederlo, ma quando Lestrade, accompagnato da Holmes, giunge in negozio, il commerciante è stato ucciso. Holmes rivela all’ispettore che quella busta era stata aperta e poi richiusa, quindi qualcuno era venuto a conoscenza dell’invito, ed era subito corso ad uccidere McGregor.
Dei 7 buoni camerati sono rimasti soltanto in due: il padrone del castello Bruce Alastair, e il dottor Simon Merrivale.
Però, anche il dottore verrà trovato morto. E allora? Il colpevole è forse Bruce Alastair?
No. Tanto nel libro quanto nel film, i 6 buoni camerati scomparsi non saranno affatto morti, ma avranno combinato un piano per fuggire su un battello già pronto a riceverli, portando con sé tutto il denaro accumulato. Ma lascio i dettagli allo spettatore, che farà bene a godersi questo film che ha in Basil Rathbone e in Nigel Bruce i migliori interpreti di Sherlock Holmes e di John Watson, fra i tanti che hanno rivestito i panni della coppia di investigatori più celebre al mondo.
“Maigret e il caso Saint-Fiacre” di Jean Delannoy
Del 1959, fa parte della serie che riguarda il commissario Maigret, scritta da George Simenon. Questi gli attori principali: Jean Gabin, nella parte di Jules Maigret, Michel Auclair, nella parte di Maurice de Saint-Fiacre, Valentine Tessier, nella parte della contessa de Saint-Fiacre, Jacques Morel, nella parte di Maître Mauléon, Michel Vitold, nella parte dell’abate Jodet, Gabrielle Fontan, nella parte di Marie Tatin.
Sebbene si dica che Simenon abbia dichiarato che il vero Maigret è quello interpretato da Gino Cervi, in una bella serie che lo ha visto protagonista, amo molto il film di cui sto per scrivere, interpretato da un grande Jean Gabin.
Saint-Fiacre è il piccolo villaggio in cui è cresciuto Maigret. Qui il padre è stato amministratore della tenuta della contessa di Saint-Fiacre, la quale ha scritto a Maigret di temere per la sua vita e che la raggiunga al più presto al suo castello.
Vi giunge; si sono dati appuntamento in un locale del villaggio. Maigret ha portato con sé il biglietto in cui, in stampatello, è scritta la minaccia di morte ricevuta dalla contessa. C’è scritto che morirà il giorno delle Ceneri, che è il giorno seguente. Arrivano al castello, e Maigret incontra persone che non gli fanno buona impressione, perfino l’abate Jodet.
La contessa lo ha presentato come antiquario, e allora il suo segretario, che è anche un critico d’arte, Luciano Sabatier, si presenta e lo guida per le stanze del castello. Maigret, con amarezza, constata che le pareti sono vuote, e le stesse stanze sono rimaste senza mobilia, salvo alcuni pezzi, che Sabatier propone al commissario.
Si arriva al mattino delle Ceneri. Quando il commissario si sveglia, la contessa è andata già alla Messa. Allora si precipita, entra in chiesa e la vede seduta al suo posto. Sta pregando, si alza e va a fare la Comunione. Dunque, è ancora viva; poi apre il libro delle preghiere. Passa un po’ di tempo, e il commissario si accorge che ora è immobile. Le si avvicina e ne constata la morte.
Il medico di famiglia dichiara che è morta per una sincope e, a domanda di Maigret, dice che fra le cause ci può essere anche quella di una forte emozione.
Arriva il figlio, che ancora non sa nulla. Scende di macchina furioso e con un giornale in mano. Apprende della morte della mamma e allora urla ai presenti che la madre è morta per aver letto l’articolo del giornale che annuncia la morte di lui, Maurizio de Saint-Fiacre. Il commissario legge l’articolo e dice al medico che la morte della contessa è la conseguenza di un omicidio, provocato da quella notizia.
Sospetta di tutti e inizia le indagini.
L’intendente lo aggiorna sulla situazione economica e finanziaria del castello, che è gravissima. Oltre ai quadri e alla mobilia, sono stati venduti anche molti terreni, e praticamente non è rimasto più nulla.
Il figlio Maurizio, che ha bisogno di 800 mila franchi, dichiara al commissario che non è lui l’assassino. E rivela che era anche sua madre a sperperare il denaro, avendo bisogno di circondarsi di persone che mitigassero la sua solitudine.
Le indagini riguardano anche il segretario Sabatier, che Maigret scopre in un night in compagnia di una soubrette, la quale, non sapendo di avere di fronte un commissario di polizia, svela che stanno cercando un appartamento, poiché vogliono sposarsi.
Ma Maigret punta soprattutto ad un altro obiettivo: trovare il libro di preghiere che quella mattina aveva la contessa. Va dall’abate Jodet che gli dice di averlo deposto in sagrestia; non lo trova più, e Maigret immagina che il chierichetto ne sappia qualcosa. Infatti, è così. Quando ha in mano il libro di preghiere chiede all’abate di aprirlo dove si trovano le preghiere che si recitano dopo la comunione. E lì scopre il ritaglio di giornale, in cui è scritto della morte di Maurizio.
Il cerchio si stringe. Chi può aver avuto il tempo di inserire quel trafiletto nel libro a quell’ora presta del mattino, quando ancora il giornale non è arrivato in paese (vi arriva intorno alle ore 11)?
Maigret si reca pure in banca e parla con Emilio, che lì lavora, il figlio dell’intendente, il quale gli rivela una cosa interessante, e cioè che poco prima il conte Maurizio si è presentato al direttore e ha coperto l’assegno a vuoto di 800 mila franchi. Si saprà che è stato il curato a trovare i soldi, facendoseli prestare da una parrocchiana.
È giunto il momento della verità. D’accordo con l’abate Jodet, il commissario combinerà una trappola in cui cadrà l’assassino. Il libro di preghiere è ancora in mano del curato. Maigret gli dice di portarlo di nuovo al castello per restituirlo al conte. Così succede. Ha convocato tutti i sospettati. Il curato porta il libro al piano di sopra dove sul letto giace la contessa defunta. Si unisce poi agli altri a tavola e il commissario comincia un incessante e snervante interrogatorio, in cui mette alcuni invitati con le spalle al muro. In qualche modo hanno tutti una colpa nei confronti della defunta. Ad un certo punto, il libro di preghiere viene riportato a Maigret; il ritaglio di giornale non c’è più. Dov’è finito? Nella tasca di uno degli invitati, che si rivelerà, però, solo un complice; l’assassino vero, colui che ha messo il trafiletto nel libro, è un altro.
“La sagra del delitto” di Tom Vaugham
Del 2013. Fa parte di una serie televisiva che ha l’attore David Suchet come interprete del famoso personaggio di Agatha Christie, Hercule Poirot.
Anche il grande Peter Ustinov ha interpretato magnificamente questo personaggio (uno su tutti: “Assassinio sul Nilo”), ma, a mio avviso, il vero Hercule Poirot è David Suchet, coi suoi tic, i suoi baffi a punta, la sua maniacale eleganza, il suo perfezionismo, la camminatura, il suo bastone, e così via. L’interpretazione di questo personaggio, gli ha dato una fama mondiale.
La scrittrice di libri gialli Ariadne Oliver ha avuto l’incarico di organizzare un finto delitto in occasione di una festa che si terrà presso Nasse House, nel Devon. Nel corso dei preparativi si accorge, però, che c’è qualcosa di inconsueto e di pericoloso. Fanno continui cambiamenti. Così chiama ad assisterla l’amico Hercule Poirot, il quale arriva trafelato, avendo percorso a piedi l’enorme parco della villa. Incontra la scrittrice che gli riassume il suo progetto.
I proprietari sono i coniugi George e Hattie Stubbs. Quando Poirot conosce la signora Stubbs, un tipo eccentrico, lei, fra l’altro, gli dice: “Com’è bello essere ricchi.”.
Nella villa vive anche la vecchia padrona, Amy Folliat, che ha dovuto vendere per difficoltà economiche sopraggiunte con la morte del marito e dei figli. Gli Stubbs l’hanno accolta riservandole la vecchia portineria. A questo proposito Merdell, un vecchio marinaio seduto su una barca in riva al fiume (sarà poi trovato morto), a Poirot che lo interroga, dice qualcosa di sibillino: “Ci sono sempre stati i Folliat a Nasse House, Monsieur.”; “La vecchia madre sarà sempre qui.”. E racconta che nel corso di una tempesta, cadde un grosso albero, proprio nel punto dove ora gli Stubbs hanno costruito un tempietto.
La sagra ha inizio. C’è tanta gente, tanto chiasso e tanta confusione. Lady Stubbs si allontana e non si trova più. Il marito chiede a tutti se l’hanno vista. No, nessuno l’ha vista. La scrittrice suggerisce a Poirot di andarla a cercare nella casa galleggiante. Quando aprono la porta, vedono distesa a terra e con il cappio al collo, la ragazza che doveva fare l’impiccata, Marlene Tucker. È morta. Qualcuno l’ha assassinata.
Arriva la polizia e cominciano le indagini.
Alla villa poco prima era giunto con il suo yatch a vela il cugino di Hattie Stubbs, Etienne de Sousa, non gradito dalla donna, che lo giudica molto cattivo. Non si incontreranno.
Il film è intrigante e la sua conclusione un vero labirinto che, però, percorrendolo, ci porterà alla soluzione finale. Posso solo dire al mio lettore di ricordare la frase che il vecchio marinaio Merdell aveva detto a Poirot, e per facilitare ancora la risoluzione del giallo posso aggiungere che la vecchia proprietaria di Nasse House, Amy Folliat, ha uno stretto legame con George Stubbs (questa non è la sua vera identità), come Hattie Stubbs non è lei, ma la prima moglie del finto George. E allora dov’è finita la vera Hattie Stubbs? C’è il tempietto nel parco, ricordate? La polizia sta scavando le sue fondamenta.
“La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati
Del 1976. Questi gli attori principali: Lino Capolicchio, nella parte di Stefano, Francesca Marciano, nella parte di Francesca, Gianni Cavina, nella parte di Coppola, Giulio Pizzirani, nella parte di Antonio Mazza, Vanna Busoni, nella parte della maestra, Ferdinando Orlandi, nella parte del maresciallo.
Siamo nella bassa padana, intorno a Ferrara. Il protagonista, Stefano, è restauratore e l’amico Antonio lo ha raccomandato presso il sindaco Solmi per un lavoro in una chiesa un po’ fuori mano, di cui è parroco don Orsi, e dove un pittore considerato folle, Buono Legnani, chiamato anche “il pittore delle agonie” e morto da 20 anni, il 4 giugno 1931, ha dipinto un San Sebastiano, un affresco ridotto in cattive condizioni. Conosce anche la maestra del paese, una donna ninfomane che non ci pensa due volte a fare all’amore con chiunque. Anche con lui.
Il dipinto è terribile; raffigura un San Sebastiano urlante e con un coltello infilato sotto la spalla sinistra.
Poppi, ristoratore del paese, racconta a Stefano che nessuna donna voleva fare da modella a Legnani, malato di sifilide, e allora lui si metteva nudo davanti allo specchio, si spalmava i colori sul braccio e dipingeva. Racconta questo poiché tra i quadri che possiede in casa (precisa che la proprietaria è sua moglie che vive al piano di sopra, separata da lui) ce n’è uno che ha il corpo femminile, ma un viso da maschio.
A Stefano arrivano minacce di non toccare l’affresco, e di lasciarlo così com’è.
Riceve da Antonio una telefonata con la quale, agitato, gli dice di correre subito da lui, poiché ha fatto una scoperta importante. Qualcuno, nascosto dietro la tenda, ascolta la telefonata.
Antonio morirà, caduto da una terrazza e sfracellatosi sull’asfalto. Stefano ha visto un’ombra ritirarsi nella stanza, e pensa ad un omicidio. Ne parla col maresciallo, che lo convince ad abbandonare il sospetto.
Sta di fatto che, poco dopo, la padrona dell’albergo in cui aveva trovato posto, gli dice che deve andarsene, poiché è la stagione dei turisti e le servono tutte le stanze.
Il giovane Lidio, una specie di sagrestano un po’ pazzerello che Stefano ha conosciuto in chiesa, gli trova una camera presso un malandato casolare in mezzo alla campagna. Ci vive un’anziana donna immobilizzata a letto, contenta di avere finalmente qualcuno che le faccia compagnia.
In certi luoghi che frequenta, ad esempio la camera della vecchia paralitica, ma anche sotto l’affresco che sta restaurando, trova sempre un mazzo di fiori, e sembra che nessuno l’abbia portato. Potrebbe portarceli – ci lascia intendere il regista – la donna silenziosa che ogni tanto appare sullo schermo: la moglie del ristoratore.
Nella nuova casa ci sono dei rumori e Stefano va in perlustrazione e trova un vecchio registratore, che avvia e ascolta una voce rauca che si lamenta e dice che sta morendo. Potrebbe essere la voce di Legnani.
Il lavoro di restauro procede e ora sono comparse nel dipinto 2 donne, una per lato al San Sebastiano, il quale è trafitto da un’altra coltellata sulla spalla destra.
Conosce Francesca, la giovane maestra che ha sostituito la precedente, espulsa per il suo comportamento amorale. Fanno amicizia, lei va trovarlo nella sua stanza e pranzano insieme. Stefano si accorge che ha un accendino con incise le lettere BL. Sono quelle di Bono Legnani? E come ha fatto a conoscerlo se è morto 20 anni fa? Oppure, come lo ha avuto?
Il regista sta seminando degli indizi, ma lo fa in modo che nello spettatore sorgano dubbi e interrogativi ai quali sembra impossibile dare una risposta.
Ciò, se complica il percorso del film, ne diffonde l’ansia, l’inquietudine, la paura e il mistero.
Pupi Avati, scomparsi i grandi maestri, è uno dei registi più sensibili che abbiamo in Italia, capace di realizzare film di alto spessore e di poesia.
In paese vive anche un tassista, Coppola, litigioso e ubriacone, che spesso, quando è alterato dall’ira o dal vino, fa degli ambigui riferimenti alla storia del dipinto.
Stefano trova un casolare e proprio in quel momento c’è, con la sua auto rossa, anche Coppola. Gli chiede se sia la casa del pittore, e lui risponde di sì. Stefano si accorge che ha le finestre che ridono, grazie alla pittura che vi ha fatto Legnani. Raccoglieranno tutto il materiale che riescono a trovare sul pittore e lo portano via dentro un baule. Per terra era finita una foto di 2 ragazze, è stata fatta a Buenos Aires. Stefano la raccoglie, sospettando che siano le sorelle del pittore. Va in chiesa con la foto e vede la rassomiglianza con le 2 donne del dipinto, il cui restauro va avanti, mostrando altri pugnali che trafiggono il Santo.
Arriva don Orsi e gli domanda che cosa stia facendo. L’indomani Stefano trova l’affresco deturpato e ormai irrecuperabile.
Ci saranno altre sorprese nel film, altre morti terribili; si saprà che Legnani dipingeva i cadaveri che gli procuravano le sorelle. Sapremo anche da Coppola (morirà pure lui) che le 2 sorelle sono ancora vive, e Stefano ne scoprirà presto l’identità, ma gli costerà la vita.
“La neve nel bicchiere” di Florestano Vancini
Del 1984, tratto dal romanzo omonimo di Nerino Rossi. Questi gli attori principali: Bruno Minniti, nella parte di Ligio, Massimo Ghini, nella parte di Venanzio, Anna Teresa Rossini, nella parte di Mariena, Anna Lelio, nella parte di Argia, Calogero Buttà, nella parte del disertore, Peter Chatel, nella parte di don Angelo, Marne Maitland, nella parte di Nullo, Teresa Ricci, nella parte della vedova, Antonia Piazza, nella parte di Medea, Armando Traverso, nella parte di Strafognetto.
Quando lessi il romanzo, ammirai la scrittura semplice e nitida di Nerino Rossi. Chissà se qualcuno lo ricorda ancora o lo conosce.
Non poteva essere che un bravo regista a trasformare quel romanzo in film. Così è stato con Florestano Vancini.
Nullo, la moglie Argia e i suoi figli, 2 maschi e 1 femmina (Venanzio, Ligio e Medea) da scariolanti (i maschi con la carretta scaricavano terra), passano a mezzadria, grazie al fatto che si è liberato il posto presso il parroco don Angelo.
La loro condizione migliora tanto da renderli felici della nuova casa, che è grande.
Per festeggiare, oltre alla polenta, mangeranno l’aringa che, come è usanza, appendono alla lampada e ci strusciano a turno la fetta di polenta. Questa volta la tagliano a fette e se la mangiano. Bevono anche il vino buono.
Venanzio non è soddisfatto del lavoro di contadino e trova l’occasione di acquistare un cavallo e un biroccio e fare il carrettiere, trasportando merce da un paese all’altro. È il vecchio trasportatore, stanco di quel lavoro e con la malaria addosso, che glieli vende. Li pagherà un po’ alla volta, un tanto per ogni viaggio.
Alla fattoria, li aiuta un giovane contadino, sempre allegro, Eneo, che si è innamorato di Medea, ma lei, ridendo, lo ammonisce di non scherzare su queste cose. La mamma, Argia, osserva questo corteggiamento e dice a Nullo, il marito: “Mia nonna diceva che una donna si innamora quando ride.”.
Ma, di lì a poco, la povera Argia morirà di pellagra. Dirà a Venanzio don Angelo, che l’assiste al capezzale: “Per la pellagra non c’è niente. Dicono che viene a mangiare troppa polenta. Lei ha mangiato solo quella, tutta la vita.”.
Mentre faticava nei campi a sistemare i covoni di canapa, si è sentita male, le girava la testa, non stava in piedi, e allora il figlio Ligio l’aveva caricata sulla carriola e portata a casa.
Il regista ci sta dando l’idea di come era la vita nei campi tra fine Ottocento e i primi anni del secolo scorso. Il contadino era solo coi suoi problemi, nessun aiuto, il suo rapporto con la natura era di odio-amore.
I lamenti di Argia toccano il cuore. Borbotta qualcosa, chiede un’arancia; Venanzio le promette che col prossimo viaggio gliela porterà, ma la mamma muore. La voce narrante è quella di Angiolino-Nerino (l’autore del romanzo, e figlio di Venanzio); ci racconta che la nonna un giorno aveva visto un bambino sbucciare e mangiare un’arancia e ne aveva sempre avuto desiderio per tutta la vita, senza poterlo esaudire.
Eneo lascia la fattoria per cercare un nuovo lavoro. È a piedi e giunge Venanzio col suo biroccio; chiede di salire e quando è a cassetta dice che per cambiare le cose nel mondo bisogna unirsi, stare insieme, lottare insieme. Sono le idee socialiste che si stanno diffondendo nelle campagne. Eneo ora fa il calzolaio e nell’osteria continuamente parla della Lega dei contadini che, se avrà tanti aderenti, potrà mutare le cose.
Venanzio, intanto, si è sposato con Mariena. L’ha conosciuta ad una vendemmia. Lei, insieme con altre ragazze, pigiava coi piedi scalzi l’uva per estrarne il succo, che poi diventerà vino.
Se ne innamora subito, e anche lei. Mentre la porta, con indosso ancora il suo abito da sposa, alla fattoria, su sollecitazione di lei, fanno l’amore sul biroccio. Il cavallo conosce la strada e procede senza più la guida.
Queste atmosfere di disagio, di fatica e di lotta per migliorare il proprio stato, le abbiamo trovate ottimamente espresse anche in un film di Bernardo Bertolucci, “Novecento”, del 1976. Perché ho scelto, invece, “La neve nel bicchiere”? Perché è un omaggio che ho voluto fare ad uno scrittore dalla prosa umile e ricca di poesia.
Pensate alla figura di Strafognetto, alla sua allegria, alla sua voglia di scherzare e di cantare, che il regista ha saputo ben raccogliere e tradurre in cinema.
La lega è costituita; si chiama “Lega dei Due Ponti”, secondo la località dove è nata e opera. Eneo è il capolega. Per la prima volta viene festeggiato il 1 maggio. Adelina, la sorella di don Angelo, considera quella festa un’aberrazione. Non così don Angelo, che va a parlare coi contadini affinché non esagerino e siano prudenti. Succede che viene indetto in tutta la Romagna uno sciopero. Ligio non vi aderisce e di notte va a raccogliere delle pannocchie per le sue bestie, a cui si sente legato; non può vederle soffrire. Viene assalito da alcuni lavoratori, e uno di questi lo accoltella al ventre. Arriva a casa quasi moribondo. Le donne lo accudiscono e Adelina, la sorella del parroco, gli fa le medicazioni, che lo portano alla guarigione. Ma una volta guarito, Ligio vuole prendersi la sua vendetta. Ha riconosciuto l’aggressore e in piazza lo prende a pugni.
Venanzio ha ora 3 figli: Giovanni, Giuseppe e Edvige, la più piccola. Quest’ultima, purtroppo, sarà vittima di una disgrazia. Al lavatoio gioca con le foglie di una pannocchia e finisce per cascarci dentro e affoga. Le donne erano a zappare un po’ più lontano.
È anche questo un segno della dura vita dei campi.
Poi c’è la solitudine dell’uomo che non è sposato e che nessuna donna vuole prendere per marito. Succede che uno di questi, entrato in casa per una visita di cortesia e trovata Mariena sola, l’aggredisce per violentarla. Poi sarà trovato impiccato ad un albero.
Nullo, il vecchio, è un’altra figura di rilievo nel film. Magrolino, la sua camminatura, un po’ gobbo per il tanto duro lavoro, porta i segni di una vita di stenti, di fatica e di rinunce.
Al funerale della nipotina Edvige, la sua tristezza ha il sapore dello sconforto, dell’impotenza e della sopportazione fino agli estremi.
Ai Due Ponti, Venanzio è diventato il capolega. Ha chiamato un maestro per un corso serale, al quale vuole che partecipino i contadini, adulti e ragazzi, che ancora non sanno scrivere. Spiega che, se sapranno scrivere, potranno andare a votare ed eleggere chi vogliono loro. Uno di questi si meraviglia e domanda: “Facciamo la rivoluzione con la firma?”. Proprio così, spiega Venanzio.
Il 9 giugno 1914, tutta la Romagna dichiara la Repubblica e la destituzione della Monarchia. Ai Due Ponti c’è entusiasmo. Alla storia, quel breve periodo passerà col nome de La settimana rossa.
È proclamato lo sciopero generale. Venanzio accenna a qualche divergenza ed è scambiato per una spia dei padroni e malmenato. Dice la voce narrante: “Mio padre riportò delle ferite ad un braccio e al petto, ma se ne fece una ragione: conosceva la rabbia e la disperazione dei poveri.”.
Scoppia la guerra; Ligio è chiamato a prestare servizio militare (morirà). Anche Strafognetto è chiamato. Quando la vedova, padrona del negozio di alimentari, esce dalla bottega con in braccio un bambino in fasce, lui va a baciarla e poi dice ad alta voce a tutti i presenti che quel bambino è suo, e le promette che, finita la guerra, la sposerà. Morirà pure lui, il giorno prima della firma dell’armistizio.
Venanzio è stato esonerato per via dei figli, due dei quali, Giovanni e Giuseppe, già grandicelli, lo aiutano nel lavoro dei campi. Un giorno, mentre cammina sull’argine del fiume, si accorge che sotto delle frasche è nascosto un uomo, è un disertore siciliano. Racconta che al Fronte tutti fuggivano, e lo ha fatto pure lui. È un contadino e Venanzio lo prende come garzone.
Finisce la guerra. Il garzone li lascia per raggiungere il suo paese. Si torna a parlare di rivoluzione, e ancora una volta Venanzio è considerato un moderato e deve dimettersi da capolega. Dirà a Eneo, che gli assicura che tutti gli vogliono bene: “La guerra ne ha ingoiati tanti; adesso è cambiato tutto.”.
Muore Nullo. Lo trova Giuseppe sull’argine del fiume con il capo appoggiato al manico della frullana. Il fratello Giovanni è partito per il servizio di leva. Quando tornerà, mentre sono a tavola a festeggiare, ricorderanno la saba, uno sciroppo che si fa versando in un bicchiere della neve e del vino cotto (“Un gelato povero, da contadini.”).
Alla prima nevicata, Mariena mostrerà al figlio Angiolino (Nerino) come si fa. Lei è l’ultima della famiglia a saper fare la saba, che è una usanza riservata solo alle donne, e lei ha solo figli maschi. Ricorda con malinconia Edvige, che è morta.
Hanno cambiato masseria. Venanzio non è più carrettiere ed ora lavora la terra coi figli. La masseria è più grande ed ha un terreno molto fertile. Ci si trovano bene. Sono a pochi chilometri da Bologna. Il fattore, però, è esigente ed egoista. Venanzio si è comprata una bicicletta.
Giuseppe si fidanza con Dolores. Qualche tempo dopo, Giovanni si fidanza con Adalgisa.
Alla Casa del Popolo si parla di fare uno sciopero dei contadini e dei mezzadri (come Venanzio), per esigere di più dai padroni che vogliono il 50% dei guadagni della terra.
Tira una brutta aria, perché in giro ci sono i fascisti, che hanno cominciato ad usare le maniere forti.
I figli di Venanzio vanno continuamente a Bologna, usando a turno la bicicletta. Venanzio chiede alla moglie e a Medea che cosa ci vanno a fare. Medea gli risponde: “Li hai già persi i tuoi figli, Venanzio; non te ne accorgi?”. Infatti, di lì a poco andranno a lavorare a Bologna; lasceranno la terra per sempre. Giovanni andrà a fare il portiere “in una casa di signori” e Giuseppe lo stradino. Ogni mese hanno il guadagno sicuro, e senza fare troppa fatica, dice la Mariena, che aggiunge: “Perché ve la prendete tanto; loro fanno quello che volevate fare voi: di cambiare.”.
I fascisti danno fuoco alla Camera del Lavoro, picchiano il capolega. Venanzio avverte un senso di impotenza, un pericolo a cui è difficile far fronte.
Il regista ci sa dare il dramma di questo crescendo di violenza (“A Eneo i fascisti di Argenta gli hanno dato l’olio di ricino.”), nel quale inserisce venature di grande poesia, come quando Mariena fa vedere al figlio, sotto la neve, come si fa la saba.
Anche Venanzio lascia la terra, secondo la innata voglia di cambiamento. Ora fa il portalettere a Bologna e si incontra ogni tanto coi figli.
Dirà Medea a Mariena: “Qui ci saranno le comodità, ma nella campagna mi piaceva di più.”.
Il film chiude con le immagini di Venanzio, vestito da portalettere, che, con la sua bicicletta, porta Angiolino a scuola. Angiolino diventerà lo scrittore Nerino Rossi.
“L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi
Del 1978. Questi gli attori principali (sono molti, tutti non professionisti; ne indico solo alcuni): Luigi Ornaghi, nella parte di Batistì, Francesca Moriggi, nella parte di Batistìna, Omar Brignoli, nella parte di Mènech, Antonio Ferrari, nella parte di Tunì, Teresa Brescianini, nella parte della vedova Runch, Giuseppe Brignoli, nella parte di nonno Anselmo, Carlo Rota, nella parte di Peppino.
Vinse nel 1978 la Palma d’Oro per il miglior film.
Siamo nella bergamasca alla fine dell’Ottocento. In una cascina vivono 4 famiglie di contadini, che lavorano insieme, per amicizia e solidarietà. Olmi ce ne narra le vicende, portando sullo schermo una vita che ha sentito raccontare dalla nonna Elisabetta, e che è stata anche la sua.
L’importanza della Chiesa: questo ci fanno vedere le prime immagini. A quel tempo, il contadino per ogni dubbio, per ogni consiglio, spesso si rivolgeva al parroco del paese. Faceva anche tanta strada sterrata a piedi per raggiungerlo, insieme con la moglie. Nella civiltà contadina marito e moglie erano solidali tra loro, e la moglie, sia pure sottomessa, non mancava di contribuire ai desideri del marito. Nel corso del film udiremo spesso i rintocchi della campana della vicina chiesa che, in pratica, scandisce i tempi del lavoro.
La vita del contadino non era facile. Al padrone si dovevano dare i 2/3 del raccolto.
Le musiche di Bach che ornano e arricchiscono il film sono eseguite dal celebre organista Fernando Germani (una volta lo ascoltai nella bella Cattedrale di Lucca).
Quando nasce un puledrino, o quando si raduna il fieno nel fienile, o quando gli animali starnazzano nell’aia (oche, galline, anatre), è sempre una gran festa per i bambini della cascina. È, il loro, un entusiasmo contagioso. Così è anche quando, tutte e quattro le famiglie riunite, si ritrovano nella stalla e spannocchiano il granturco, cantando e raccontandosi storie.
Come si capisce, è una vita che non esiste più e si deve all’entusiasmo, alla nostalgia e alla volontà del sensibile regista, se quel tempo lontano ci sembra che sia ancora davanti a noi, vivo e presente.
Nel film non ci vengono presentati in rilievo singoli personaggi, bensì la comunione delle azioni, dei bisogni, delle aspirazioni.
È la coralità la protagonista della storia.
La sera si andava a letto facendosi prima il segno della Croce.
Ci sono accenni alla furbizia contadina. Per esempio, quando si portavano i sacchi di granturco alla pesatura, qualcuno nascondeva nel carro dei sassi, per aumentarne il peso.
Il padrone vive nell’agio, invece (si è comprato un grammofono, cosa di lusso a quei tempi), e al fattore chiede sempre di portargli i conti della spesa per un controllo.
Il contadino aveva sempre il fiato del fattore sulle spalle.
Abbiamo anche un povero mendicante del villaggio; quando entra in una casa tutti si mettono a pregare. Sempre gli fanno buona accoglienza offrendogli del cibo.
Succede anche questo: scappa un cavallo e fanno fatica a riportarlo nella stalla.
Le bambine della cascina, con la carriola, vanno in cerca di panni da lavare.
Si ha la sensazione di una vita, oltre che faticosa, anche frenetica, nell’intento di riuscire a sbarcare il lunario. Nella cascina è di casa la voglia di lavorare, e di lavorare alacremente. Nessuno si tira indietro. I bambini, appena un poco cresciuti, hanno subito il loro daffare. La scuola è per pochi privilegiati.
Prendendo a ispirazione la vita di una cascina, il regista compie la rivalutazione storica di un periodo, scomparso, di cui ormai è impossibile il ritorno.
Gli si deve gratitudine. C’è differenza con il bellissimo “La neve nel bicchiere” di Florestano Vancini, del 1984, dove con la storia di una famiglia si ha contezza della vita sociale. Qui, invece, è la vita sociale che viene posta alla ribalta, come protagonista assoluta del film. Da ciò, la coralità, cui ho fatto cenno.
Il corteggiamento di una ragazza non era mai baldanzoso, piuttosto era timido, impacciato. Dai campi, i genitori tenevano d’occhio le figlie. Una figlia che si sposava e andava nella casa del marito, per la famiglia era una perdita secca di braccia da lavoro.
Si lavavano i bimbi mettendoli a sedere in un piccolo catino di legno, pieno di acqua calda. La mamma li accudiva e non li perdeva d’occhio, soprattutto quando era il marito a occcuparsene.
Si avvicina il Natale. Mentre sono nella stalla, riuniti a lavorare come al solito (tutto finiva sempre con la recita del rosario), sentono il suono delle zampogne ed escono tutti fuori ad ascoltare. Poi verrà la neve. Uno degli anziani si alza la notte e dice alla moglie, che si meraviglia per l’ora presta, che va a mettere il concime di gallina sui pomodori, in modo che in primavera maturino prima di quelli degli altri, così da farci un buon guadagno.
Che dire della mattanza dei maiali, durata fino a non molto tempo fa in quel modo feroce e senza sentimento. Olmi ci fa assistere ad una macellazione, che vede il maiale, sventrato e svuotato, il quale, ancora vivo, urla di dolore. Poi ad un tratto, chiude gli occhi e muore.
Pur essendo famiglie religiose e devote (non mancano mai di pregare soprattutto la Madonna), le disgrazie per i poveri son sempre dietro l’angolo. Una famiglia non ce la fa più a tirare avanti; il parroco consiglia di liberarsi di una figlia mandandola dalle suore (destinata perciò a monacarsi). Il figlio più grande si oppone. Piuttosto è meglio, anche se ha ancora 11 anni, mandarla a lavorare nella filanda. La madre lo ascolterà. Ma alla stessa famiglia di lì a poco si ammala la vacca, l’unica di loro proprietà; le altre appartengono al padrone. Il veterinario dice che non c’è niente da fare e consiglia di macellarla prima che si aggravi, in modo da prenderci un po’ di soldi.
La madre si recherà in chiesa e si inginocchierà davanti all’affresco con dipinto Gesù crocifisso. Ha con sé un fiasco pieno di acqua che chiede al crocifisso di benedire e che farà bere alla vacca: “Fatemela questa grazia, Signore, non potete rifiutarmela.”. La vacca guarirà.
Ogni tanto alla cascina arriva il venditore ambulante di stoffe. Le donne si fanno intorno al carretto, toccano le stoffe, le dispiegano, le rigirano tra le mani. Il venditore ne loda la qualità. Dice che sono scampoli che vengono da Parigi, e che li offre a buon prezzo.
Quando arriva la Fiera, il paese è sottosopra; si canta, si balla; in mezzo è ben piantata la giostra coi cavallini a dondolo. Più in là, c’è la baracchetta coi barattoli ordinati perché li si abbatta tirando una palla; ci sono clown, giocolieri, chi suona la fisarmonica, e così via. Tanta gioia, tanta spensieratezza. Il modesto compenso al duro lavoro.
Le idee socialiste si stanno diffondendo. Viene chiesto ai lavoratori di non stare inermi a subire le angherie dei padroni, ma di unirsi per lottare insieme e acquisire nuovi diritti. Uno della cascina assiste ad un comizio, e vede per terra una moneta; si guarda intorno, poi ci mette il piede sopra e, non visto, finisce per raccoglierla. Infine, fugge a casa, con la paura che qualcuno l’abbia visto e stia inseguendolo. La nasconderà, senza dire nulla a nessuno, nemmeno alla moglie, nello zoccolo di un cavallo.
Nasce un bambino nella cascina e tutte le donne aiutano nel parto. Per andare in camera, bisogna salire una scala a pioli e passare attraverso una botola. È un maschio. Quando il padre torna dai campi, dove sono andati a chiamarlo, chiede alla moglie perché non ha fatto venire la levatrice, visto che il parto è sempre rischioso, ma la donna risponde, serena e felice, che i bambini nascono da sé.
Al fratellino del neonato, uscendo da scuola, si rompe uno zoccolo; lo lega con lo spago della cintura, ma non dura molto; allora se lo toglie e cammina zoppicando con un piede dentro lo zoccolo sano e con l’altro piede nudo. Il padre lo attende e si preoccupa del ritardo; gli tiene in caldo sulla cenere del camineo il piatto di minestra. Quando arriva il figlio, si rende conto dello zoccolo rotto. È sera tardi; poca gente è in giro; allora esce con la mantella nera indosso e va sull’argine del fosso dove sono piantati, sulle due sponde, molti alberi, ne sceglie uno piccolo (l’albero degli zoccoli) e lo abbatte, portandosi a casa un piccolo tronco. Il resto lo nasconde, ma malamente. Giunto a casa, apre con l’accetta il tronco e si mette a fabbricare lo zoccolo. Ci riuscirà (il regista ci fa vedere tutto il lavoro).
Ricordate l’uomo che ha nascosto la moneta nello zoccolo del cavallo? Ebbene, quando va a cercarla non c’è più, e se la prende con la bestia, la quale reagisce e per poco non l’investe. L’uomo, dall’ira, va fuori di testa, e allora mandano a chiamare la segnatrice (“la donna del segno”), la quale, con certi riti e giaculatorie, lo guarirà.
Il giovane e la giovane che si sono voluti bene, ora convolano a nozze; la sposa deve arrivare in chiesa dopo lo sposo. La fanno salire su di un carretto, dove hanno messo una sedia apposta per lei, per non affaticarla durante il viaggio. Il prete ricorderà loro che: “Il Paradiso incomincia dall’amore.”.
Degne di nota per bellezza e per poesia le sequenze che accompagnano gli sposi verso la loro destinazione: Milano, e precisamente il convento (si prende cura dei bambini abbandonati) dove vive la sorella della mamma di lei, Suor Maria. Vi arrivano su di un barcone che naviga il fiume col suo carico di merci e di passeggeri, e in certi momenti si coglie, nell’espressione della sposa, tutta la poesia che conosciamo nell’Addio ai monti di Lucia, il noto brano de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Durante il trasferimento al convento vedono tanti rivoltosi in catene, scortati dai carabinieri (si tratta dei moti del maggio 1898 repressi dal generale Fiorenzo Bava Beccaris).
Suor Maria propone ai novelli sposi, prima che lascino il convento e ritornino al paese, di adottare un maschietto di 12 mesi, di ottima salute, al quale è assegnata una dote fino al compimento dei 15 anni. Accettano e, quando arrivano a casa, tutti approvano e sono felici.
Ma ecco che, come nei romanzi di Thomas Hardy, bussa alla porta la sventura, il cattivo destino. Il fattore, passando col calesse sull’argine del fosso, si accorge che un albero è stato abbattuto (noi sappiamo da chi e il perché). Indaga con rabbia, con la volontà di far pagare caro l’oltraggio alla proprietà.
E infatti la famiglia di Batistì (così si chiama l’uomo) viene sfrattata dalla cascina. Il fattore viene a prendersi, come ammenda, la loro mucca e il loro vitello. Poi si vede Batistì che carica sul carretto la propria mobilia, i figli e la moglie con in braccio il neonato. Hanno le lacrime agli occhi. Le altre 3 famiglie stanno dietro ai vetri della finestra a guardare, impotenti. Pregano. Quando Batistì, col suo carretto stracarico, ha oltrepassato il confine della cascina, tutti escono fuori. Si sente il vuoto. Batistì col suo carico di infelicità è già lontano.
“Still Life” di Uberto Pasolini
Del 2013. Questi gli attori principali: Eddie Marsan, nella parte di John May, Joanne Froggatt, nella parte di Kelly Stoke, Karen Drury, nella parte di Mary, Andrew Buchan, nella parte di Mr. Pratchett, Neil D’Souza, nella parte di Shakthi.
Nello stesso anno della sua uscita, ha vinto il premio per la miglior regia nella sezione Orizzonti al Festival di Venezia.
John May è un funzionario di un Comune del distretto di Londra. Il suo incarico, che svolge in un modesto ufficio, è quello di rintracciare i parenti delle persone morte in completa solitudine, affinché apprendano la notizia e partecipino al funerale. Ma nessuno si presenta. In questo caso, i defunti vengono o seppelliti o cremati. In quest’ultimo caso, dopo un po’ di tempo, le ceneri sono sparse in un parco, ai piedi di un albero.
Nel suo lavoro è estremamente meticoloso. Quando ispeziona l’appartamento del defunto, raccoglie ogni indizio, ogni oggetto che possa essergli utile per la ricerca. Spesso succede che qualche familiare gli telefoni e, sebbene lui insista affinché venga al funerale (le spese sono tutte a carico del Comune), si nega per una ragione o per l’altra. Allora sul fascicolo, lui scrive “Caso chiuso”. Tiene un album dove conserva le fotografie dei defunti di cui si è interessato. Sfoglia le pagine lentamente, indugia su ciascuna foto; cerca di carpirne i segreti nascosti. È palese, in lui, la ricerca della vita, del suo mistero. Il regista ci offre in più immagini l’occasione di percepirne il desiderio, la forte volontà. È un uomo solitario, ma la vita prorompe in lui coi suoi interrogativi. Ne è esaltata la personale solitudine. Partecipa, solitario, alla messa funebre di ogni defunto e segue, sempre solitario, il carro funebre.
Vive in un modesto appartamento che tiene con un ordine pignolesco. Cucina da sé. Anche quando si apparecchia il piccolo tavolo, lo fa con gesti accurati. È estremamente metodico. Non è sposato. Sorride raramente.
Un giorno lo chiamano perché è morto un certo William (Billy) Stoke. Va nell’appartamento, raccoglie gli indizi utili, e trova anche la sua foto.
Torna in ufficio e, ad un certo punto, arriva il suo superiore (nominato da appena 2 mesi), lo convoca e gli dice che è licenziato. Il suo ufficio è soppresso per un taglio di spese che il Comune ha deciso di fare. Fra l’altro, lo rimprovera poiché preferisce i funerali, più costosi, alle cremazioni. John ricorda al superiore il caso del defunto Stoke, avviato quella mattina stessa, e gli viene risposto che ha 3 giorni per concludere le sue indagini. Quello è il suo ultimo caso, gli viene ribadito.
Scopre che il defunto ha una figlia, si sposta in varie località alla sua ricerca, finché la trova. Si chiama Kelly Stoke; lavora in un canile. Non vede il padre da molti anni; aveva abbandonato la famiglia; alla comunicazione della sua morte, rimane fredda, lascia intendere che non ha alcun interesse a partecipare al funerale. Poiché Kelly gli ha parlato di un amico che ha fatto la guerra delle Falkland con lui, gli dice dove trovarlo. E lui va, poiché vuole conoscere la personalità di Billy. Arriva anche ad incontrare 2 vagabondi che l’hanno conosciuto anni prima e che da allora non lo hanno più visto. Si ubriacavano insieme.
Riceve una telefonata. È Kelly che vuole incontrarlo; si dànno appuntamento. Quando s’incontrano, Kelly rimane commossa da come John le parla prima della musica in Chiesa, poi della tomba che consentirà al defunto di avere davanti a sé una visuale molto ampia e bella; ne parla come se il morto avesse ancora vita, in qualche modo. Nel film ora aleggia, infatti, la convinzione di una morte che non spegnerà mai l’uomo che sei stato.
È un film triste, con dentro, però, il seme della speranza.
Si dànno appuntamento per il giorno del funerale, un venerdì. Dopo il funerale andranno a bere qualcosa insieme. Si avverte che fra i due è nato un tenero sentimento. Ma succede che, dopo che John è uscito da un negozio dove ha acquistato un regalo per Kelly, un bus lo investe e muore. In chiesa c’è solo la cassa da morto; nessuna presenza se non quella del sacerdote. Sulla cassa c’è scritto il suo nome e la data della morte, il 21 giugno 2011, all’età di 44 anni. Il suo funerale è previsto nello stesso giorno in cui si tiene quello di Billy. Kelly si meraviglia della sua assenza (sono presenti alcuni amici di Billy con lei), e non sa che il carro funebre che le sta passando vicino trasporta la bara di John.
Viene calato nella fossa, solo, nessuno presente, salvo il personale del servizio funebre, ma all’improvviso ecco venire verso la sua tomba uno stuolo di fantasmi. Sono quelli delle persone di cui si è occupato nel suo lavoro, e che ha amato.
Sono tanti.
“Cristo di è fermato a Eboli” di Francesco Rosi
Del 1979, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Levi. Questi gli attori principali: Gian Maria Volonté, nella parte di Carlo Levi, Lea Massari, nella parte di Luisa Levi, Alain Cuny, nella parte del Barone Rotundo, Irene Papas, nella parte di Giulia, Carmelo Lauria, nella parte di Carmelino, Paolo Bonacelli, nella parte del Podestà, François Simon, nella parte di Don Trajella.
Nello stesso anno della sua uscita vinse il David di Donatello come miglior film e miglior regista.
Il romanzo è celebre; quando penso a “Cristo si è fermato a Eboli”, penso sempre all’altro Levi, Primo, e soprattutto al suo romanzo “Se questo è un uomo”. Forse è per lo stesso cognome, ma penso che sia soprattutto per l’alta qualità dei loro scritti. Carlo Levi, laureato in medicina, non ha mai praticato, ma si è dedicato alla pittura, con uno stile tutto suo.
Il libro è autobiografico e il film ci racconta la sua storia come confinato politico per un periodo (così la condanna) di 3 anni, essendo un antifascista.
Le immagini iniziali ci illustrano il viaggio che Levi intraprende, scortato da 2 carabinieri, per raggiungere il paese di Aliano, in Lucania (Basilicata), dove deve scontare la pena.
La Lucania è una terra meravigliosa per la nitidezza e asciuttezza dei suoi panorami, con il sapore dell’antico, ed anzi, e meglio, del primitivo. Levi si trova immerso, all’improvviso, in un mondo del tutto sconosciuto ma che, al suo primo contatto, gli entra subito nell’anima.
Osserva i volti, i costumi, il linguaggio e sorride alle novità, a lui estranee quale uomo del Nord.
Ha trovato un cane randagio di nome Barone, chiede al Podestà del luogo di poterlo tenere con sé. Ottiene l’autorizzazione. Nei paesi vicini ci sono altri confinati, gli spiega il podestà, ma non devono assolutamente venire a contatto tra loro; la sera deve passare dal segretario comunale a firmare il registro. Apprende, poi, e li vede, che in paese ci sono altri 2 confinati, entrambi comunisti.
Il segretario comunale gli ha trovato un posto per dormire presso una parente. L’arredamento è modesto, costituito dall’essenziale. Ha una finestrella dalla quale osserva, incantato, il panorama. Quando esce di casa col suo Barone, va nella piazza dove trova riunita molta gente, a gruppi, che discutono del più e del meno. Conosce i due medici del posto, i quali si lamentano con lui per il fatto che quando consigliano delle medicine ai pazienti, questi non le assumono. C’è la malaria, ma non ne vogliono sapere di curarsi col chinino.
Nella sua camera ci sono due letti. Levi occupa quello vicino alla finestra, e l’altro è riservato a occasionali inquilini. Uno di questi è l’ufficiale esattore che una sera, mentre Levi sta cenando, bussa alla porta; gli vanno ad aprire; deposita la sua borsa sulla tavola, si leva il mantello, si avvicina al caminetto per riscaldarsi un po’; poi si siede vicino a Levi, apre un sacchetto dove ha il suo pranzo: un mezzo pane e del formaggio, e si mette a raccontare che il suo è un mestiere difficile, la gente lo odia, ma lui non ne ha colpa; è comandato, ma ugualmente a volte lo inseguono con una mazza o col fucile. Quella sera dorme con Levi. Al mattino non c’è più, partito per il suo lavoro. Più in là, verrà a dormire lì un mezzo folle, un fanatico della religione, che benedirà Levi, il quale sorriderà sotto i baffi. Levi va in giro per il paese; si ferma a parlare con qualcuno, oppure lo salutano. Nota che alcuni usano parole americane, e allora capisce che sono emigrati tornati alla propria casa. Ad Aliano non c’è lavoro; solo povertà.
Un altoparlante trasmette ogni tanto dei proclami fascisti. Siamo alla vigilia della guerra di Abissinia. Il duce ha promesso le terre ai contadini.
Incontra il prete del paese, don Trajella (grande interpretazione di François Simon), alto e magro, aggredito dai ragazzini, che gli tirano sassi. La gente lo considera un ubriacone e a Levi è stato detto che si trova a Aliano per punizione. Levi interviene a scacciare i ragazzini e il prete gli racconta che il paese sta morendo. A poco a poco, per la mancanza di alberi e di rocce dure, tutto sta franando. Anche la chiesa principale non è più utilizzabile e esercita le sue funzioni in una piccola chiesa vicina. Sapremo poi, nel corso di una visita che gli farà Levi, che è una persona di cultura e ha letto e possiede libri importanti, anche antichi.
Certe inquadrature del regista che ci mostrano dall’alto il paese antico con la sua piazza centrale e sullo sfondo colline e montagne, oppure il volo solitario di un rapace sopra quell’immensità, dànno l’idea di un tempo che si è fermato, e che non potrà cambiare. Tutto vi è incastonato alla perfezione, in sintonia con una umanità ostinata e resistente.
Si sparge la voce che Levi è laureato in medicina e che, quindi, è un medico. Si trova, un giorno, la casa che lo ospita piena di mamme, tutte vestite di nero, che hanno portato i loro bambini malati, anche di pochi mesi. Levi insiste a dire che non è un medico, ma è inutile. Continueranno a chiedere il suo aiuto. Anche il Podestà avrà bisogno della sua assistenza per la figlia malata.
La sorella Luisa viene a trovarlo; parlano anche di politica, e quando lei gli dice se può fare qualcosa per avvicinarlo a Torino, lui risponde: “La verità è che ho l’impressione di essere sempre vissuto qui.”.
Sappiamo che Aliano è sempre rimasto nel cuore di Levi che, in quel soggiorno obbligato, che avrebbe dovuto tormentarlo e fiaccarlo, ha, invece, trovato la forza e il coraggio di vivere e di agire.
Si è trasferito in una casa più confortevole, dove ha ripreso a dipingere, e ha assunto una domestica, Giulia, che ha un bambino, Carmelino (il padre l’ha lasciata ed è andato in America). Nel mentre fa le pulizie, Levi la osserva, pone delle domande e riceve come risposta la narrazione di antiche superstizioni, come quella del monachicchio, uno spiritello dispettoso, o dei 3 angeli che stanno intorno alla casa, per cui non di può gettare in strada la spazzatura, finché non se ne vanno con l’arrivo del sole. Quando Levi fa il bagno nella tinozza, è lei che lo lava, secondo le usanze del luogo. Levi è affascinato dalla donna e le promette che le farà un ritratto, ma lei si oppone rispondendogli che col ritratto le porterebbe via l’anima. Lascerà la casa e troverà per lui un’altra donna.
Ci sono delle inquadrature panoramiche, di uomini e di bestie che mi ricordano il pittore livornese Giovanni Fattori, uno dei maggiori esponenti del movimento dei Macchiaioli. Come pure le donne vestite di nero intorno ad un morente, mi ricordano certi quadri del viareggino Lorenzo Viani.
A Levi, tutti vogliono bene, dai ragazzini che, quando è in strada, gli corrono dietro gioiosi (insegnerà loro anche a disegnare), agli anziani che, riunitisi intorno ad una tavola, gli raccontano dei loro trascorsi in America. Lo chiamano don Carlo.
È soprattutto questo il modo attraverso il quale la Lucania entrerà nel cuore e nell’anima di Levi.
Le sue lettere vengono controllate, prima di essere spedite, dal Podestà (un eccellente Paolo Bonacelli). Un giorno lo manda a chiamare, poiché vi ha trovato scritte delle cose che mettono in risalto il contrasto tra lo Stato e la povera gente. Anche la guerra d’Abissinia, appena cominciata, giustificata dal Fascismo con la promessa di distribuire ai cittadini nuove terre, non è ben vista dai contadini, così è scritto nella lettera. Si aprirà un confronto tra i due che metterà in risalto una visione diversa dello Stato, tra quella autoritaria che si serve della povera gente e la sfrutta, e la visione democratica che ne vuole migliorare lo stato ed anche il potere.
La notte di Natale nevica e il paese è un presepio, tanto è suggestivo. Alla Messa di Mezzanotte don Trajella arriva in ritardo e al momento dell’omelia parla contro la guerra e in favore della pace. Il Podestà e i fascisti presenti non accettano e se ne vanno indignati.
Finita la guerra ci sarà l’amnistia, di cui usufruirà anche Levi (ma non i 2 comunisti). Quando in auto lascerà Aliano, sotto una pioggia torrenziale, tutto il paese sarà lì, a salutarlo.
“Riso amaro” di Giuseppe De Santis
Del 1949. Questi gli attori principali: Silvana Mangano, nella parte di Silvana Meliga, Doris Dowling, nella parte di Francesca, Vittorio Gassman, nella parte di Walter Granata, Raf Vallone, nella parte del sergente Marco Galli, Checco Rissone, nella parte di Aristide, Carlo Mazzarella, nella parte di Mascheroni.
Fate attenzione. In questo film vedrete una Silvana Mangano che più bella di così non si vedrà più nei molti film di cui sarà protagonista. E non solo la bellezza, ma anche la sua recitazione è degna di nota.
Siamo subito dopo la guerra, nel 1948, e a Vercelli è arrivata la stagione della semina del riso. È maggio. Da tutta l’Italia vengono le mondine, per questa grande occasione di lavoro.
Sono in movimento per salire sul treno che le porterà all’ultima destinazione. Si è mescolato tra loro Walter Granata (Vittorio Gassmann) ricercato dalla polizia per aver rubato, insieme con la complice Francesca (Doris Dowling), 5 milioni di gioielli al Grand Hotel.
Un poliziotto in abiti civili lo bracca. Tra le ragazze ce n’è una che ha acceso un giradischi portatile e si è messa a ballare. Si chiama Silvana Meliga, ed è interpretata da una bellissima Silvana Mangano. Walter la sta a guardare, poi la raggiunge e danza con lei. Ha preso un largo cappello di paglia per nascondere il suo volto, ma in una mossa del ballo, gli salta dalla testa e il poliziotto lo riconosce e lo insegue.
Anche Francesca si è unita alle mondine. I gioielli li ha lei, avvolti in un fazzoletto. Sul treno, Silvana l’avvicina, poiché l’ha vista mentre abbracciava Walter e le chiede dove lui sia. Risponde che non lo conosceva e che si è abbracciato a lei perché fuggiva dalla polizia, e che ora ha bisogno di lavorare; è disoccupata da 6 mesi. Silvana riesce a farla assumere come clandestina (deve però dare una percentuale della paga a chi le ha garantito il posto). Il lavoro durerà 40 giorni. Arrivano nel capannone di una cascina dove sono pronti i loro letti per dormire.
Silvana si è accorta che Francesca nasconde nel fazzoletto qualcosa che non vuol far vedere, e glielo ruba. Francesca sospetta di lei, ma non è sicura.
Succede che le clandestine vengono respinte dai padroni; così decidono che devono dimostrare di essere più veloci delle altre assunte regolarmente; fanno a gara e si sfottono con delle canzoncine, finché si azzuffano. Alla fine sarà Marco Galli, un sergente dell’esercito (i soldati sono accampati lì vicino), a sedarle e a farle discutere tra loro. Finiranno per accordarsi: le regolari chiederanno al padrone di assumere anche le clandestine, altrimenti se ne andranno via. È in quel tafferuglio che Silvana accusa Francesca di essere una ladra e, in presenza di Marco, le mostra il gioiello che le ha sottratto. Francesca teme che Marco la denunci ai carabinieri, ma lui la rassicura; non lo farà e dice a Silvana di restituire il gioiello a Francesca. Le due diventano amiche, e Francesca le racconterà della sua vita avventurosa. Con Walter era rimasta incinta, ma lui non ha voluto che portasse a termine la gravidanza.
Sul muro che circonda il cortile dove le donne si radunano al termine del lavoro, tanti uomini le spiano e le corteggiano. La notte, molte di loro vengono aiutate dai maschi a superare il muro e ad andare nei campi.
Arriva il momento della scena più bella del film. Siamo in una pausa di lavoro. Silvana mette un disco e balla; un ballo seducente che fa pensare alla Gilda interpretata da Rita Hayworth nel film omonimo del 1946, diretto da Charles Vidor.
La vede Walter che da qualche tempo gira intorno al campo; lei lo riconosce e gli fa segno di ballare; il ballo è frenetico e sensuale da parte di lei. Il sergente Marco, invaghito di Silvana, li interromperà e farà una cazzotta con lui, del quale è invaghita, invece, Francesca, che ha saputo da Walter che la collana è falsa.
L’ultimo giorno è destinato alla festa delle mondine, ma non sarà, alla fine, una festa, bensì una tragedia in cui perderanno la vita, in modi diversi, tanto Walter che Silvana, sul cadavere della quale, le mondine, in partenza per far ritorno al proprio paese, getteranno, come pietoso omaggio, estraendolo dal proprio sacco che portano sulle spalle, una manciata di riso.
“La strada” di Federico Fellini
Del 1954. Questi gli attori principali: Giulietta Masina, nella parte di Gelsomina Di Costanzo, Anthony Quinn, nella parte di Zampanò, Richard Basehart, nella parte del Matto, Aldo Silvani, nella parte del signor Giraffa, Marcella Rovere, nella parte della vedova, Livia Venturini, nella parte della suora.
Nel 1957 vinse il Premio Oscar per il miglior film straniero.
Fellini si distingue dai tanti ottimi registi per la sua genialità. Ci sono film importanti che ne sono testimoni.
Qui prendo ad esempio uno dei primi film in cui non è difficile comprendere che si tratta dell’opera geniale di un grande maestro.
Zampanò è un artista di strada: si lega al petto una catena di ferro, si gonfia e la spezza. Ha anche altri numeri nel suo repertorio. I passanti gli fanno l’elemosina. Aveva con sé, come aiutante, una ragazzina, Rosa, che, però, è morta. Allora si presenta alla stessa famiglia (povera gente che fa la fame) e alla vedova, sua madre, chiede di affidargli per lo stesso lavoro la sorella, Gelsomina, una sempliciotta (che darà l’occasione a Giulietta Masina di esibirsi in una grande interpretazione). La bambina non sa decidersi ed è la madre a metterla nelle mani di Zampanò. Ha ricevuto da lui 10 mila lire, che l’aiuteranno a tirare avanti con gli altri figli rimasti in casa.
Zampanò le insegna il mestiere; è severo; quando non fa come le dice, dà una frustatina alle gambe della ragazza, la quale, suonando un tamburo, dovrà dire, giungendo in una piazza: “È arrivato Zampanò”.
Gelsomina impara il mestiere e ad ogni spettacolo l’incasso è soddisfacente, tanto è vero che la ragazzina per la prima volta mangia in una trattoria, stupefatta e felice.
Alla fine della cena, però, Zampanò si allontana con il motocarro con una prostituta e lascia in strada Gelsomina, che l’aspetterà fino al mattino. Verrà a sapere dove si trova Zampanò e correrà da lui. Gli domanda se è uno che va con le donne e se con Rosa faceva lo stesso.
La sua innocenza è coinvolgente e ci porta a credere ad una natura migliore di tante altre.
Ad un certo punto, Gelsomina si presenta davanti a Zampanò che, come al solito, è piuttosto alticcio, e gli dice che se ne va, e non perché non le piaccia il lavoro, bensì perché non le piace lui, di come si comporta e di come la tratta. Va in giro, solitaria, con la sua mantellina indosso, e capita in un luogo dove si celebra una processione. Guarda stupefatta tutta quella folla e ammira le immagini sacre. Un funambolo si esibisce su di una corda sospesa tra due edifici; si mette perfino a sedere su di una sedia. Gelsomina sta scoprendo il mondo con gli occhi di una ragazzina che vede con la propria anima, che si nutre del mondo, lo assapora e si lascia trascinare dallo stupore e dalla bellezza.
Non avremo nel cinema interpretazioni tanto delicate e di una spontaneità così rara.
Zampanò la ritrova e la rimprovera, la fa salire sul motocarro e trova lavoro in un circo. Un artista (è il funambolo che abbiamo già incontrato, un po’ pazzerello) lo prende in giro, perché gli viene voglia di farlo ogni volta che lo vede. Zampanò s’infuria e lo minaccia col coltello, ma vengono i carabinieri in tempo e lo arrestano. Gelsomina resta sola; le viene proposto di unirsi ai circensi, e lei è indecisa. Si lamenta della sua vita. Ad un tratto dice: “Che ci sto a fare io a questo mondo.”; e il funambolo, invece, dopo un lungo discorso sull’importanza di ogni cosa che è nel mondo, le risponde: “Anche tu servi a qualcosa con la tua testa di carciofo.”.
Questa parte dedicata al circo, ossia al grande amore di Fellini, è importante; ci fa uscire dalla realtà di miseria in cui la vita ci ha costretti e, attraverso delle persone che hanno saputo sfidarla, ci rende giustizia. Ci restituisce l’importanza che ogni essere ha al mondo.
Una sera che hanno poca benzina, sono ospitati in un monastero, che mette a loro disposizione il granaio. Da una finestrella munita di inferriata, Zampanò scorge degli ex voto d’argento, ma con le sue grosse mani non arriva a rubarli. Chiede di farlo a Gelsomina, che non verrebbe e si mette a piangere. Ma è costretta e ne avrà rimorso. Cominciano da lì i suoi più profondi mutamenti. Che si accelerano quando Zampanò incontra il funambolo (detto anche “Il Matto”) a cui si è forata una ruota della macchina. Zampanò approfitta dell’incontro per prenderlo a pugni e, senza volerlo, lo uccide; poi nasconde il cadavere e butta in un fossato l’auto che si incendia. Gelsomina piange a dirotto. A forza, Zampanò la fa salire sul motocarro, ma ora Gelsomina ha paura di lui.
Si fermano per mangiare; lui accende il fuoco per cuocere la ministra, e sente che Gelsomina vaneggia, ancora scossa dal delitto a cui ha assistito. Allora Zampanò decide di abbandonarla sul posto. Mentre sta dormendo riscaldata da un tiepido sole, le mette vicino le sue cose, la copre con una coperta e quando sta per partire, vedendo la tromba, gliela porta, pensando che possa servirle per chiedere l’elemosina. Sarà così, infatti.
Sono trascorsi 5 anni e passando davanti ad una casa, Zampanò sente una donna che sta stendendo i panni intonare la musica che tanto lui quanto Gelsomina suonavano con la tromba nel corso delle loro esibizioni. Domanda da chi l’ha imparata, e la donna risponde che la suonava una ragazza con la sua tromba. Dov’è, domanda, e la donna risponde che è morta da qualche anno.
Da quel momento Zampanò non avrà più pace, distrutto dal rimorso.
“Senso” di Luchino Visconti
Del 1954, tratto da una novella di Arrigo Boito. Questi gli attori principali: Alida Valli, nella parte della contessa Livia Serpieri, Farley Granger, nella parte del tenente Franz Mahler, Massimo Girotti, nella parte del marchese Roberto Ussoni, Heinz Moog, nella parte del conte Serpieri, Rina Morelli, nella parte di Laura, Sergio Fantoni, nella parte di Luca.
Quando si pensa al grande Luchino Visconti, vengono in mente i suoi film più celebri e forse i più conosciuti al mondo (un titolo per tutti: “Il gattopardo”, del 1963).
Si trascura, invece, “Senso”, che è un film di grande spessore, ricco di un sentimento forte e di un conseguente smarrimento totale che conduce ad una specie di follia in una donna che si è sentita tradita.
Siamo nel 1866 a Venezia. Sono gli ultimi mesi della dominazione austriaca del Veneto. L’Italia si è accordata con la Prussia ed è imminente la guerra di liberazione.
Al Teatro La Fenice si dà “Il Trovatore” di Giuseppe Verdi, un’opera che offre l’occasione ai patrioti italiani di manifestare, con volantini lanciati dai palchi, la loro avversione nei confronti degli occupanti. Con le loro raffinate divise bianche, gli ufficiali austriaci occupano numerosi posti e ascoltano partecipi e in silenzio, allorché su di loro cadono mazzetti di fiori con dipinto il tricolore e manifestini inneggianti alla indipendenza. Su di un palco è presente, e assiste soddisfatta, la contessa Livia Serpieri (una bellissima Alida Valli), sposata con un alto funzionario filoaustriaco, alla quale il cugino, marchese Roberto Ussoni, getta uno di quei mazzolini. Di lì a poco, una frase offensiva nei confronti degli italiani, pronunciata dal tenente austriaco Franz Mahler, provocherà uno scontro tra lui e il marchese, che lo sfiderà a duello.
La contessa teme per il cugino, poiché non ha dimestichezza con le armi come può averla un militare e, dunque, incontra Mahler per convincerlo a desistere. Il cugino, in realtà, è arrestato e inviato in esilio per un certo periodo.
IL superiore di Mahler le aveva detto, prima di presentarglielo, che tutte le donne di Venezia desiderano conoscerlo.
È sera, Franz e Livia passeggiano solitari per le antiche e suggestive calli, accompagnati dal rumore dell’acqua che scorre nei canali. Tutto sa di consumato e di antico. Le pareti delle case sono incrostate di umidità. Franz trova un frammento di vetro e ci si specchia. La contessa gli domanda se ama guardarsi allo specchio e lui risponde: “Non passo mai davanti a uno specchio senza guardarmi.”.
Passano 4 giorni senza vedersi; lei non resiste e va a trovarlo nella sua camera. Lui, un attimo prima di alzarle il velo e di baciarla, le dice: “Non ci curiamo di Paradiso e di Inferno.”. La donna, invaghita di lui, è ora nelle sue mani. Sente di non essere più padrona dei suoi sentimenti.
Ma non così il tenente, che comincia a saltare gli appuntamenti. Va a cercarlo nel suo alloggio e non lo trova, gli altri ufficiali ne ridono, prendendosi gioco di lei. Le dicono: “È sempre in giro, senza regola fissa.”. Gli aveva regalato un prezioso medaglione con dentro un ciuffo dei suoi capelli, ma sul tavolo della sua camera trova solo quelli. Il medaglione è sparito.
La sua spasmodica ricerca dell’amante che continua a negarsi è penosa.
La guerra è scoppiata. Il marito vuole lasciare la casa di Venezia e trasferirsi fuori città, in una villa che possiedono. Dopo i primi rifiuti, Livia accetta. Il cugino Roberto è fuggito dall’esilio e ora sta organizzando con altri la resistenza. Si fida di Livia e le consegna una cassetta con dentro 3 mila fiorini.
Ma ecco che nella villa di campagna si sentono i cani abbaiare. Si avvicina alla porta-finestra ed è Franz che entra, chiedendo rifugio. Ha disertato. Le inventa che è venuto per lei. Lo accoglie e lo nasconde. Poi le racconta che un ufficiale suo amico è riuscito a farsi esonerare dal servizio militare pagando una grossa somma al medico che lo ha visitato. Lei ci crede e già pensa a come aiutarlo.
Visconti ha creato con Franz una delle figure più subdole che si possano incontrare nel cinema. La sua bellezza è messa al servizio della vanità e dell’inganno, che si respirano a pieni polmoni, nonostante l’eleganza estrema degli ambienti e degli arredi.
Luca, un incaricato del marchese Ussoni, viene a portarle buone notizie sui preparativi rivoluzionari e le dice che il marchese le chiede di restituire la cassetta con il denaro. Ma quel denaro è finito nelle mani di Franz, che è riuscito a impietosirla con la storia dell’amico riformato. Lei, scioccamente, gli dirà anche: “Scrivimi appena puoi, mi raccomando.”. Franz riuscirà ad ottenere l’esonero e le scriverà che si è stabilito a Verona.
Come Franz è un riuscito esempio di spudoratezza e di ambiguità, così Livia rappresenta l’entusiasmo irragionevole di una passione disturbata e violenta, guidata e sempre più sollecitata da una torbida follia, dalla quale non si libererà più.
La guerra infuria e Visconti ce ne dà ampie sequenze. Gli italiani si avvicinano a Verona. Allora lei lascia la casa per andare da lui, che crede in pericolo (“Ho lasciato tutto per te.”), e lo trova in una nauseante camera, ubriaco e abbrutito. Ha con sé una prostituta (“La pago coi tuoi soldi.”) e, davanti a lei, la irride. Le dice di non amarla più e che voleva solo i suoi soldi. Le dice anche: “Non mi piace essere guardato così.”; “Cerca di vedermi come veramente sono, e non come mi hai creato con la tua immaginazione.”; “Sono un disertore perché sono un vigliacco.”; “L’Austria fra pochi anni sarà finita, e un intero mondo sparirà, quello a cui apparteniamo tu ed io.”, e si confessa, oltre che vile, anche baro al gioco. E fu lui a denunciare il cugino Ussoni alle autorità austriache che lo condannarono all’esilio.
Esasperata, lo denuncia come disertore.
“L’opera sua è un assassinio” le grida il generale austriaco, che l’accusa di essere un’amante tradita che cerca la sua vendetta.
Mentre sta tornando a casa (è tarda sera), barcollante e scarmigliata, rasentando i muri, poco lontano Franz è fucilato.
“Accattone” di Pier Paolo Pasolini
Del 1961. Questi gli attori principali: Franco Citti, nella parte di Vittorio Cataldi detto Accattone, Franca Pasut, nella parte di Stella, Silvana Corsini, nella parte di Maddalena, Paola Guidi, nella parte di Ascenza, Adriana Asti, nella parte di Amore.
Questo film rappresenta l’esordio di Pasolini nella regia. Come è noto, seguiranno altri film che continueranno ad interessare pubblico e critica.
I personaggi parlano il dialetto romano, abbastanza comprensibile.
Siamo a Roma e Accattone (il suo nome è Vittorio) si tuffa nel Tevere per vincere una scommessa e per dimostrare che si può fare il bagno anche dopo mangiato. Di un loro amico, che era morto nel fiume, si diceva che era successo perché aveva mangiato da poco. Accattone appartiene ad un gruppo di borgatari ai quali parlare di lavoro è come bestemmiare. Passano il tempo a non far niente, seduti al bar. Accattone è un magnaccio (“pappone”) e Maddalena è la sua donna. Si è fatta male ad una gamba e ora è a letto e non può lavorare. Ma Accattone non ne vuol sapere e la manda a battere il marciapiede al solito posto, dove la raggiungono dei ragazzi che la prendono in giro e la insultano. La conoscono, sanno chi è e che è la donna di Accattone. Ma si divertono così, riversando la loro frustrazione su altri frustrati come loro.
Ma questo è il meno che le capita. Da Napoli è arrivata una banda di magnacci, comandati da Salvatore, un uomo prestante e dalla sicumera di stampo mafioso, che vogliono vendicarsi del fatto che Maddalena ha denunciato un loro amico, Ciccio. Si presentano a Accattone e conoscono Maddalena. Detto fatto. Vanno a trovarla dove lavora di sera, la caricano in macchina, e la scaricano in un lurido posto lontano, dopo averla massacrata di botte.
Ora Maddalena è dalla polizia per riconoscere i suoi aggressori. Si vendica coi ragazzini che la sfottevano dicendo che sono stati loro a maltrattarla, provocando le ire di costoro che si proclamano innocenti. Il commissario avverte Maddalena che se ha accusato degli innocenti, andrà incontro a grossi guai.
Nel giro di pochi minuti Pasolini ci ha presentato il decadimento prodotto non solo dalla miseria, ma anche da una vita in cui pietà e amore sono assenti.
Il paesaggio arido e logoro accompagna un tale degrado.
Scoprono che Maddalena ha mentito e la condannano a 2 anni di carcere, liberando quelli che aveva accusati. Accattone non può più contare sulle sue entrare e cerca di vendere l’anello che possiede, ma nessuno lo compra. Uno dei compagni, detto il Profeta, gli preconizza che fra “77 giorni” non avrà più nemmeno gli occhi per piangere. Un altro gli dice che non è nato per fare il magnaccio, ma l’accattone.
Va a trovare la moglie, Ascenza, che vive in una baracca con il padre e il fratello, più due figli di Accattone. Lavora in un’azienda dove si lavano e si rimettono in circolazione le bottiglie di vetro usate. Non ne vuole più sapere di lui. Accattone litiga col fratello di lei e fanno a pugni (“Correte, si ammazzano.”).
Ha conosciuto Stella, una lavorante che ha incontrato quando è andato a cercare sua moglie in fabbrica. È una ragazza ingenua e innocente. Accattone la corteggia e le fa dei regali con il fine di portarla a prostituirsi.
Ci riesce, ma quando Stella è in macchina si rifiuta di fare all’amore. Da quel momento il rapporto tra Accattone e Stella sembra cambiare. La conduce nella casa dove prima abitava Maddalena, che è in carcere, e le trova un letto per dormire. Anche lui dorme lì. Prova ad andare a lavorare, ma è troppo faticoso e in casa si lamenta con Stella, che allora gli dice che è pronta a prostituirsi per non farlo lavorare. Lui si rifiuta e si arrabbia. O il mondo spezza me o io spezzo il mondo, le risponde.
È un raggio di luce che si affaccia in questa pellicola tremendamente triste, dove la miseria si è mescolata con l’amoralità diventando un veleno contagioso e distruttivo.
Ma dura poco. Se si può dire che Stella è salva, non altrettanto si può per Accattone. Si è messo a lavorare con l’amico ladro. Rubano del prosciutto e del salame, ma sono fermati dalla polizia. Accattone vede una motocicletta parcheggiata, la mette in moto e fugge a grande velocità; sbanda e muore battendo la testa sul marciapiede. Queste le sue ultime parole: “Ora sto bene.”.
“Una vita difficile” di Dino Risi
Del 1961. Questi gli attori principali: Alberto Sordi, nella parte di Silvio Magnozzi, Lea Massari, nella parte di Elena Pavinato, Franco Fabrizi, nella parte di Franco Simonini, Lina Volonghi, nella parte di Amalia Pavinato, madre di Elena.
Siamo nei pressi del lago di Como nell’autunno del 1944. L’armistizio dell’8 settembre è stato appena firmato e l’esercito italiano è nel caos: gli ufficiali non comandano più in mancanza di ordini superiori, e i soldati fuggono per tornare alle loro case. Silvio era sottotenente, e ora è impegnato come partigiano e stampa un giornale, “La Scintilla”, che lui scrive quasi da solo, essendo i compagni quasi tutti analfabeti.
Nella sua tipografia fa irruzione una pattuglia di soldati tedeschi e Silvio, con altri 5, è costretto a fuggire. Si ferma in una locanda, il Leon d’Oro, e chiede un rifugio per sé e i compagni, ma la padrona non ne vuol sapere. In realtà, nella locanda il Leon d’Oro albergano dei soldati tedeschi; uno di questi lo sorprende mentre sta parlando con la padrona e, e udita la parola partigiano, lo condduce nel cortile per ucciderlo. C’è però, lì vicino, la figlia più grande della padrona, Elena, la quale sta stirando. È di spalle al tedesco che ha già spianato il mitra, quando lo colpisce col ferro da stiro e l’uccide. Elena lo conduce ad un vecchio mulino dove può nascondersi al sicuro. Silvio non pensa più ai compagni e avvia una relazione con Silvia.
Sono trascorsi circa 3 mesi e passano di lì i partigiani, tra cui i suoi vecchi compagni. Hanno compiuto degli attentati e ora si trovano vicino al mulino. Silvio si riunisce a loro, caricandoli di provviste.
Ora siamo a Roma e sono arrivati gli americani. Silvio lavora al giornale “Il Lavoratore”, quando giunge la notizia che stanno cercando nel lago di Como il famoso tesoro di Dongo, che i fascisti in ritirata vi hanno gettato. Il direttore decide di inviare uno dei giornalisti, Franco Simonini, ma Silvio insiste perché vada anche lui, che conosce bene la zona, avendoci militato come partigiano. Il direttore acconsente.
Quando arriva, chiama Elena; bisticciano un po’, infine si riconciliano e Elena ha già pronta la valigia per andare con lui a Roma.
Il lavoro di giornalista rende poco, in trattoria non fanno più credito ai due. Uno di questi giorni sfortunati, Elena incontra il marchese Capperoni, cliente del Leon d’Oro quando sale al Nord, che li invita a pranzo presso degli aristocratici, i principi Rustichelli (sapremo che l’invito è dovuto al fatto che gli ospiti erano soltanto in 13 a tavola e, secondo una vecchia superstizione, il 13 porta male).
Gli ospiti, vecchi e meno anziani, sono tutti degli accaniti monarchici e sperano che i risultati, che saranno dati di lì a poco sul referendum del 2 giugno 1946 per la scelta tra Monarchia e Repubblica, confermino la Monarchia. Delusi e irritati per la vittoria della Repubblica, abbandonano la tavola, dove restano soltanto, felici e contenti, Elena e Silvio, che ne approfittano per farsi una grande abbuffata.
Il film è anche un excursus sulla storia politica d’Italia.
Siamo al 18 aprile 1948. Il regista ci fa vedere 3 esponenti di allora che tengono i propri comizi; Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti e Pietro Nenni. Come è noto vincerà la Democrazia Cristiana.
Silvio su il giornale “Il Lavoratore” minaccia di fare i nomi degli industriali che, per timore della vittoria del Partito Comunista Italiano, hanno trasferito all’estero i propri capitali. Uno di questi, il commendatore Bracci, lo convoca nella sua bella villa e gli promette mare e monti se non farà uscire l’articolo. Contrariamente a Elena, che vorrebbe che accettasse le promesse di Bracci, stanca di condurre una vita grama (è anche in attesa di un figlio), Silvio le rifiuta e fa uscire l’articolo, che gli causerà una condanna con la condizionale.
Intanto, siamo arrivato al 14 luglio del 1948, a pochi mesi dalle elezioni svoltesi il 14 aprile. Elena e Silvio si sposano in Comune. Mentre escono, vedono tanta gente che, come impazzita (“Elena vai a casa, chiuditi dentro.”), corre verso un punto della città di Roma. Si viene a sapere che hanno attentato alla vita di Palmiro Togliatti mentre usciva da Montecitorio insieme a Nilde Iotti. Togliatti sarà ferito gravemente, ma, appena in grado, dall’ospedale inviterà i cittadini a non reagire, evitando così una rivoluzione quasi certa. Si saprà che l’attentatore è stato Antonio Pallante, un giovane universitario anticomunista aderente al Fronte dell’Uomo Qualunque.
Movimenti di piazza ci saranno comunque, ai quali prende parte Silvio, che simpatizza per il P.C.I.; e per questa partecipazione (lui e i rivoltosi hanno alzato le barricate e volevano occupare la R.A.I.) è condannato complessivamente a 2 anni e 2 mesi di reclusione.
In carcere, comincia a scrivere il suo romanzo (lo voleva fare da tempo), cui ha già dato il titolo di “Una vita difficile”, ma Elena vorrebbe invece che si mettesse a studiare e laurearsi, poiché la mamma gli potrebbe trovare un buon lavoro. Elena, in questo tempo, è tornata da sua madre. Quando scende dal pullman, la gente che è in piazza la guarda con curiosità, poiché è incinta e vicina a partorire. L’accolgono la sorella più piccola, Ines (ormai diventata una signorina), e la madre Amalia.
Gli sposi si scambiano numerose lettere. Da una di esse, Silvio viene a sapere che gli è nato un bambino, al quale è stato dato il nome di Paolo.
Gli anni della pena sono stati scontati e Silvio esce di prigione. Fuori l’attende Elena con in braccio il piccolo Paolo. Di lì a poco, arriva l’amico Franco Simonini, che guida una lussuosa auto.
Gli spiega che ha trovato un buon lavoro presso il commendatore Bacci, quello che aveva promesso mari e monti a Silvio. E lo invita ad accettare pure lui di mettersi al servizio del suo padrone.
Ma Silvio ha promesso a Elena e alla madre di lei di prendere la laurea in architettura, che gli consentirà di sistemarsi bene e fare onore alla famiglia.
I primi esami saranno un disastro. Suda davanti ai professori (“Mi hanno fatto bere anche una marsala.”), e non sa rispondere nemmeno alle prime domande semplici. Insomma, non ce la farà a continuare gli studi.
Litiga con Elena e si lasciano. Lui ha finito il suo romanzo e va in cerca di un editore, ma tutti lo rifiutano. Gli consigliano di rivolgersi al Cinema, sarà più facile e guadagnerà meglio. A Cinecittà incontra Silvana Mangano e Vittorio Gassman, che fanno di tutto per evitarlo, essendo stati seccati da lui più volte. La Mangano gli consiglia di rivolgersi a Blasetti, che sta girando alcune scene. Blasetti gli risponde di attenderlo al Bar. Mentre attende, incontra il marchese Capperoni, quello che lo aveva invitato a pranzo in casa dei principi Rustichelli. Fa la comparsa nel film e deve recitare la parte di San Matteo. Parlando, gli racconta della nuova vita che conduce Elena. Lavora in un negozio di moda a Viareggio, e non vuole più saperne di lui. La dimentichi, gli dice.
Ma Silvio desidera rivederla, abbandona tutto; vuole andare a Viareggio e si fa prestare 25 mila lire dal marchese, il quale gli dice che suo padre è morto e non dispone più di molto denaro.
Arriva a Viareggio. Vestito di scuro e con un giornale in mano per ripararsi dal sole cocente, si trova in mezzo a un nugolo di bagnanti. La spiaggia è stracolma.
Viareggio, negli anni Cinquanta, era la località marina più celebre d’Italia, e tutti ambivano passare le vacanze estive lì, nella bella Versilia. Oggi è Forte dei Marmi, nei pressi, che ha preso quel posto.
Nel film, possiamo ammirare “La nave dei Pirati”, che una volta faceva da ristorante presso il molo di Viareggio e che oggi non c’è più.
Trova Elena e ottiene di tenere per qualche ora Paolino con sé. Il bimbo gli rivela, a domanda, che la madre dice di lui che è sfortunato, e allora Silvio risponde che non è sfortunato, bensì: “Io sono uno che non ha mai cercato la fortuna.”.
Con queste parole, si rivela la natura semplice di Silvio, una persona indifesa di fronte alle prepotenze del mondo e soprattutto della ricchezza. È povero, ma le sue idee sono pulite, e ha in quel momento una sola ambizione, quella di rimanere tale. La sua è una lotta persa in partenza, ci fa capire il regista.
Sarà così? Ci sta ingannando?
Domanda a Paolino che cosa fa la mamma la sera. Esce il sabato e va a ballare con un signore di Lucca, che possiede una Mercedes bianca. La vede parcheggiata alla Costa dei Barbari, un locale lussuoso (ancora oggi), e vi entra. Va a salutare Elena, che è infastidita, e lo è anche l’accompagnatore, di nome Carlo, che ha promesso a Elena una sistemazione per lei e per il figlio. Si trasferiscono al ristorante Oliviero, ma Silvio, ora un po’ alticcio, li insegue anche lì; passa vicino al loro tavolo e dice, continuando la sua camminata: “Perché fuggire, non sono un lebbroso.”.
Si respira aria di un naufragio e di una fuga dalla speranza. Il film si fa malinconico e il personaggio di Sordi ispira rassegnazione e pietà. Lo spettatore non vorrebbe quella fine. Lo accontenterà, il regista?
Ormai preso da un delirio reso tale dalla sconfitta, Silvio arriva a dirle: “Fammi un fischio, Elena, e io ti darò tutto ciò che desideri.”. Ha le scarpe bucate.
Amalia, la madre di Elena, muore, e Silvio si presenta al funerale con una lussuosa automobile. Dice a Elena che ora è cambiato. Lavora presso il commendatore Bacci (sempre quello che gli aveva offerto mari e monti), e Elena si riconcilia con lui.
Succede che il commendatore organizza una grande festa, alla quale partecipa anche Elena. Silvio la presenta al commendatore che le stringe la mano con un solo dito, quasi annoiato e indifferente. Silvio, insieme con l’amico Franco Simonini, espleta l’incarico di seguire gli ospiti e servirli in ogni loro necessità. Elena si accorge che Silvio è tutto preso dal suo lavoro ed è diventato come un robot che ubbidisce meccanicamente e freneticamente agli ordini che gli vengono dati. Comincia a provare disagio. Che diventa indignazione, allorché il commendatore, stizzito da una mancanza di Silvio, gli spruzza in faccia del seltz. Silvio si accorge che Elena ha visto la scena. Preso da un senso di orgoglio, va dal commendatore, che si trova ai bordi di una piscina e sta parlando con un Monsignore; scansa da una parte il Monsignore, si avvicina al commendatore e gli dà uno schiaffo che lo fa cadere nella piscina. L’amico Franco si meraviglia, e lui gli dice di andare a raccoglierlo. Poi si avvicina a sua moglie, la prende a braccetto e se ne va tutto impettito. Elena, ora, è contenta di lui. Uscendo, il portiere gli domanda se vuole la macchina e lui risponde: “Andiamo a piedi; prendiamo una bella boccata d’aria.”.
Si è detto che Sordi, in questo film, fa il solito Sordi che conosciamo, ma ce ne fossero tante di interpretazioni così impegnative e sincere.
“Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica
Del 1948, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini. Questi gli attori principali: Lamberto Maggiorani, nella parte di Antonio Ricci, Enzo Staiola, nella parte di Bruno Ricci, Lianella Carell, nella parte di Maria Ricci, Gino Saltamerenda, nella parte di Baiocco, Vittorio Antonucci, nella parte di Alfredo Catelli, il ladro, Giulio Chiari, nella parte del vecchio mendicante.
È un film che ha vinto molti importanti premi tra cui, in primis, il Premio Oscar nel 1950 per il miglior film straniero.
È un caposaldo del neo-realismo.
Dopo 2 anni di attesa, finalmente a Antonio Ricci viene assegnato un posto di lavoro come attacchino presso il Comune di Roma. Ma c’è un problema: ci vuole la bicicletta, e lui, la biciletta, l’ha impegnata al Monte di Pietà. Senza la bicicletta non gli dànno il posto. È sgomento; dice alla moglie che è un disgraziato e che era meglio non fosse mai venuto al mondo. Ma la moglie, Maria, ha subito l’idea di impegnare i lenzuoli; possiamo dormire anche senza lenzuoli, dice al marito. Al Monte di Pietà le danno 7.500 lire, più che sufficienti per disimpegnare la bicicletta. Se la carica sulla spalla e torna a casa felice. L’indomani può cominciare il lavoro.
Bruno, il figlio, un ragazzino, gli pulisce la bicicletta e il mattino dopo vanno a lavorare entrambi: Bruno presso un distributore di benzina, e Antonio si accompagna ad un collega che gli insegna il mestiere. Prosegue a lavorare da solo, ma mentre attacca il manifesto in cui è ritratta Rita Hayworth, due ladri (uno fa da palo) gli rubano la bicicletta. Fa l’inseguimento e poi gira per la città, ma è tutto inutile.
Così ha perso il lavoro. Sembrano inezie quelle di rubare piccole cose, ma esse possono causare un dramma importante come sta accadendo a Antonio: “Non è mica una notizia di tutti i giorni”, gli dice la moglie.
Padre e figlio girano per Roma; li aiuta un amico che lavora nella nettezza urbana, Dovunque si vedono biciclette; Antonio, Bruno e l’amico, aiutato anche da alcuni colleghi netturbini, scrutano, toccano, guardano. C’è uno che sta verniciando una bicicletta usata; Antonio gli chiede di dirgli il numero di matricola della bicicletta e quello si rifiuta; allora chiama la guardia, ma il numero non è quello giusto. Anche nelle giornate piovose vanno in giro, tornando a casa inzuppati d’acqua. Cominciano a perdere le speranze.
Invece lo vedono il ladro, è sulla bicicletta rubata e sta parlando con un vecchio. Antonio e Bruno corrono, ma il ladro li vede e fugge; Antonio lo insegue, chiede aiuto alla gente perché lo fermi, ma niente: il ladro è presto scomparso. Allora Antonio torna indietro per cercare il vecchio; lo trova, ma il vecchio fa finta di non conoscere il ladro; Antonio, seguito da Bruno (che si guadagna la simpatia dello spettatore), lo pedina finché lui entra in una congregazione religiosa che assiste i poveri. Ma alla fine gli sfugge di mano e non sarà più in grado di ritrovarlo. Ora sono stanchi; Antonio domanda a Bruno se ha fame. Sì; e lo porta in una trattoria piena di gente e ordinano una mozzarella in carrozza per ciascuno. A Bruno pare di essere in Paradiso.
Quella che ci presenta il regista è, a mio avviso, una Roma disperata, triste, rassegnata, dove la ruberia, il sotterfugio, la furbizia sono strumenti necessari per sopravvivere.
Bruno la riscatta un po’ con la sua innocenza e la cieca fede nel suo papà. Nel corso della ricerca, non fa altro che guardare in su la faccia del suo babbo, per cogliere e partecipare alla sua disperazione. Il piccolo Bruno è la luce in una Roma naufragata e tenebrosa.
Trova il ladro; lo insegue; questi si rifugia in una casa di prostituzione; lo raggiunge; litigano; la padrona li caccia fuori e il ladro, un giovane, tenta di entrare a casa sua, ma Antonio lo bracca; subito i compagni del quartiere corrono in aiuto del ladro; dicono che è incensurato ed è una persona per bene. Si affaccia anche la madre e insulta Antonio; arriva un carabiniere, fa l’ispezione nella misera casa del ladro, ma non trova la bicicletta, e allora dice ad Antonio che se non ci sono prove non può fare nulla. Antonio e Bruno se ne vanno, Poi, Antonio vede appoggiata al muro di un’abitazione una bicicletta; ci pensa su, suda; infine si decide a rubarla, ma è sfortunato, poiché il padrone lo vede e grida “Al ladro”; tutti lo rincorrono e, infine, lo raggiungono; il padrone riprende la sua bicicletta; gli altri dicono di portare Antonio dai carabinieri, ma il padrone guarda Bruno che stringe la mano al suo papà. Decide di lasciar perdere. Antonio e Bruno tornano a casa, sconfitti.
“Dracula, il principe della notte” di Werner Herzog
Del 1979. Questi gli attori principali: Klaus Kinski, nella parte del Conte Dracula, Isabelle Adjani, nella parte di Lucy Harker, Bruno Ganz, nella parte di Jonathan Harker, Roland Topor, nella parte di Renfield, Walter Ladengast, nella parte del Dottor Van Helsing, Carsten Bodinus, nella parte di Schrader, Martje Grohmann, nella parte di Mina, Jacques Dufilho, nella parte del Capitano.
Perché ho scelto questo film? Non solo perché è di un regista che amo, ma anche perché, secondo me, è tra i più bei film che hanno per protagonista questo personaggio leggendario, creato dalla fantasia di Bram Stoker.
C’è un solo film che per bellezza può stargli a paragone, ed è “Dracula il vampiro”, del 1922, diretto da Friedrich Wilhelm Murnau.
Eccellenti, comunque, sono le interpretazioni che ne hanno dato la coppia Christopher Lee e Terence Fisher.
Le prime immagini ci mostrano un cimitero di scheletri dalle espressioni terrificanti, quasi una overture. Il regista vi indugia. Ricordano le Catacombe dei Cappuccini di Palermo.
Infine, ecco presentarsi uno dei protagonisti, Jonathan Harker, che viene convocato dal superiore Renfield (uno strano individuo che ogni tanto fa una risatina come fosse un tic; finirà poi alle dipendenze di Dracula), affinché parta per la Transilvania e incontri il conte Dracula, il quale vuole acquistare una casa nei pressi del Mare Baltico, e mostrargli la mappa dell’abitazione che hanno scelto per lui, proprio a Wismar, non lontana da quella di Jonathan.
Sua moglie Lucy è preoccupata, poiché avverte una sensazione di paura, ma Jonathan la rassicura. Deve partire subito; saluta la moglie e i parenti; sale a cavallo e inizia quello che sarà un viaggio misterioso e allucinante, sovrastato da superstizioni e magie.
Assisteremo a scene di grande suggestione, con paesaggi e villaggi che sanno di una immobilità perenne e funesta.
Arriva ad una locanda, e quando sollecita l’oste a servirlo dicendo che deve recarsi al castello del conte Dracula, tutti i presenti si voltano verso di lui e l’oste, avvicinandosi, gli consiglia di non andare, poiché “A mezzanotte là si scatenano tutti gli spiriti maligni.”; “Un viaggiatore che entra in quella terra di fantasmi è perduto e non farà più ritorno.”.
Gli zingari che sostano vicino alla locanda, tutti radunati la sera intorno al fuoco, narrano di rupi altissime e di abissi profondi.
Ritiratosi in camera, lo raggiunge l’ostessa che lo benedice con l’acqua santa, gli mette al collo una catenina con il crocifisso e gli dona un libro su cui è scritta la storia dei vampiri. Uscendo, la donna si fa il segno della croce.
Jonathan decide, comunque, di andare, e il paesaggio che gli si presenta, salendo la montagna, è di una primitiva e sconvolgente bellezza. Sembra di essere entrati in un altro mondo, governato da regole non umane. Herzog vi esprime tutta la sua potenza narrativa e scenografica.
Nessuno ha voluto condurlo con la carrozza al castello, e procede a piedi.
Con la sua bisaccia in spalla, passa da gole buie e profonde, incontra cascate d’acqua e torrenti che scendono dal monte con movimenti impetuosi, tra rocce segnate dai millenni; le nuvole nere e una densa foschia, a volte, gli ostacolano il cammino. E poi c’è il silenzio e il senso di una solitudine immersa nell’infinito.
Sembra interminabile il viaggio, e irraggiungibile il castello, che qualche zingaro ha detto che non esiste; è solo frutto di fantasia.
Sono i momenti più belli e significativi del film. Vi si svolge un incontro magico tra l’uomo e la natura selvaggia e primitiva, ma anche minacciosa e potente.
Arriva in un punto da cui scorge le rovine del castello. Di lì a poco, su una stradina che costeggia un torrente, compare una tetra carrozza trainata da 6 cavalli e con, a cassetta, un cocchiere che gli fa cenno di salire. La carrozza si ferma a pochi passi dal portone d’ingresso del castello. Jonathan sale i pochi gradini e vede spalancarsi da sé le ante del grande portone, e davanti a lui, ecco che compare Dracula, dal volto ceruleo, gli incisivi fini e sporgenti, la magrezza cadaverica, le dita lunghe e ossute. L’aspettava e lo fa entrare. È imbandita la tavola e Dracula gli siede accanto e lo serve. Non ha domestici in quella tarda ora della notte. Lo fissa con intensità e interesse. Fuori, si sentono gli ululati dei lupi.
Nell’usare il coltello, Jonathan si fa un piccolo taglio al pollice della mano sinistra; Dracula vede e si precipita a afferrargli la mano e ne succhia il sangue. Poi, pare voler aggredire Jonathan, che è spaventato e fa alcuni passi indietro, finché, con un tono divenuto calmo, Dracula lo invita a rimanere con lui accanto al fuoco del caminetto. La notte è ancora lunga, gli dice.
Al mattino, Jonathan si ritrova solo. Intanto da Lucy, nella stessa notte, è comparso un vampiro, sbattendo le grandi ali unghiate e arrampicandosi sulle tende della finestra, da cui è entrato.
Si è stabilito un misterioso collegamento tra Lucy e il vampiro. Lucy passeggerà nella casa come una sonnambula.
La sera, Jonathan è raggiunto da Dracula, che gli dice di preferire la notte al giorno e di discendere da un’antica famiglia, e che ci sono cose più terribili della morte.
Poi lo va a trovare in camera sua, lui disteso sul letto, e lo aggredisce, addentandogli, coi suoi appuntiti canini, la parte sinistra del collo, e lasciandoci 2 piccoli fori.
Prima dell’alba, Jonathan vede dalla finestra un carro con tante bare, e vede anche che in una di quelle si rinchiude Dracula. Jonathan prova a raggiungerlo, ma tutte le porte del castello sono sprangate. Allora si cala con la corda ricavata dalle lenzuola. Teme che Dracula stia andando da Lucy, di cui ha visto la fotografia in un medaglione di Jonathan, rimanendone impressionato.
Le bare, su una chiatta che naviga il fiume, raggiungono il porto da dove partirà il veliero diretto alla nuova casa di Dracula, che si trova, così gli ha detto Jonathan, a due passi da quella dove vivono lui e Lucy. A quella notizia, Dracula ha firmato subito il contratto di acquisto, a qualunque cifra scritta da Jonathan.
Nel veliero, ispezionando una delle casse, sono trovati dei topi e presto si diffonde la peste. Quando la nave sarà avvistata, a bordo sono tutti i morti. Sono presenti soltanto i topi, a centinaia.
Jonathan, fuggito dal castello, si è ammalato ed è stato curato da una suora e dagli zingari. Appena ha potuto riacquistare le forze, è partito per raggiungere Wismar, e la sua casa, dove Lucy è in pericolo. Dirà alla suora, prima di partire: “Il male è già in viaggio.”.
Quando arriverà a destinazione, non riconoscerà né Lucy né i suoi familiari. Ha la febbre. Van Helsing, il medico di famiglia, nota i due piccoli fori sul collo; è pensieroso, cerca di capire, consultando dei libri.
Dracula è sceso dal veliero e ha trasportato tutte le casse nel vicino camposanto. Poi, una notte si presenta da Lucy e cerca di convincerla a vivere con lui. Le dice: “La mancanza di amore è la più crudele e abbietta delle pene.”.
Herzog ci sta presentando un Dracula sofferente per mancanza di amore, e il suo assomiglia ad un corteggiamento tale e quale a quello degli umani.
La peste si diffonde nella città. Sfilano nella piazza centinaia di bare. Lucy si trova lì e grida: “Io conosco la ragione di tutto questo male.”. Ma nessuno l’ascolta, anzi, le suggeriscono di rinchiudersi in casa per sfuggire al contagio.
Jonathan si aggrava sempre più. Dice a Lucy, farneticando: “Nobile donna come sono arrivato a fare la sua conoscenza?”.
Lucy scende nella piazza, invasa dai topi. Ci sono fuochi accesi e la gente balla. Intorno ad una tavola, alcuni stanno consumando un pasto. Lucy passa vicino a loro e un commensale, alzandosi, le offre un bicchiere di vino, dicendo: “È la nostra ultima cena. Abbiamo tutti la peste e ogni giorno che ci rimane deve essere una festa.”.
Il regista crea un’atmosfera da fine del mondo. Lucy prosegue, intontita. Poi si convince che c’è una sola cosa da fare: sedurre Dracula e trattenerlo fino al canto del gallo, quando sarà giorno e non potrà resistere alla luce. Farà così.
Il risultato sarà che Lucy muore, senza più sangue nelle vene, e Dracula cadrà a terra, rantolando e contorcendosi, sconfitto dalla luce, finché arriverà il dottor Van Helsing e gli pianterà un paolo nel petto, togliendogli definitivamente la vita. Verrà arrestato per omicidio del conte Dracula.
Nessuno arriva a pensare che sia stato il conte la causa di tutto il male capitato nella città, e nessuno può credere che il conte sia un vampiro.
Sembra tutto finito?
No, Jonathan prenderà il suo posto; sarà il nuovo Dracula.
Irraggiungibile Klaus Kinski.
“La tomba di Ligeia” di Roger Corman
Del 1964, tratto da un racconto di Edgar Allan Poe. Questi gli attori principali: Vincent Price, nella parte di Verden Fell, Elizabeth Shepherd, nella parte di Lady Rowena / Lady Ligeia, John Westbrook, nella parte di Christopher Gough, Derek Francis, nella parte di Lord Trevanion.
È un omaggio che desidero fare a Roger Corman il quale, disponendo sempre di pochi mezzi, è riuscito a realizzare ottimi film. Vincent Price, che vediamo qui, è stato uno degli attori da lui preferiti.
Siamo in Inghilterra alla fine dell’Ottocento. Ligeia, la moglie di sir Verden Fell, è morta e viene seppellita tra le rovine dell’abbazia vicina castello. C’è stata una discussione tra Verden e il prete, il quale vuole che la donna sia seppellita in terra sconsacrata, ma l’uomo fa valere il fatto che è seppellita nella sua proprietà. C’è un gatto nero sdraiato in cima alla lapide dove sono scritte le generalità della defunta. Verden porta degli occhiali neri, poiché è fortemente disturbato dalla luce.
Qualche tempo dopo, si svolge una caccia alla volpe organizzata da Lord Trevanion. Vi partecipa anche lady Rowena con l’amico Christopher Gough, nobiluomo e avvocato.
Ad un certo punto, la giovane si allontana e vaga, incuriosita, intorno alle rovine dell’abbazia e si ferma, in sella al suo cavallo, davanti alla tomba di Ligeia, ma il cavallo s’imbizzarrisce e Rowena cade a terra semisvenuta. Arriva Verden, che l’assiste e la conduce al castello. È rude con lei e la rimprovera quando la ragazza cerca di togliergli gli occhiali. Chiude gli occhi al contatto della luce, spaventato, anzi, quasi terrorizzato.
Christopher Gough, nelle sue vesti di avvocato, va a trovarlo per discutere della vendita dell’abbazia e Verden gli dice che dalla tomba di Ligeia è scomparsa la data della morte. Lo conduce sulla tomba e Christopher nota che manca anche la data di nascita e Verden gli risponde che non l’ha mai saputa. Racconta, inoltre, all’avvocato che Ligeia amava fortemente la vita: “Non mi farò vincere dalla morte.”, gli aveva detto un giorno. E anche: “Io sarò sempre tua moglie, la tua unica moglie, perché questo io voglio.”.
I presupposti della storia ci sono tutti. Manca solo da dire che Verden e Rowena si sposano, continuando a vivere al castello, dove cominciano ad accadere cose strane, che spaventano la donna. Fra l’altro, il marito spesso scompare di casa. In una seduta di ipnotismo con la quale Verden intende dimostrare ai suoi ospiti i poteri di questa nuova pratica medica, alla voce di Rowena si è sostituita all’improvviso quella di Ligeia, spaventando lo stesso ipnotizzatore.
È da annotare che il gatto nero è sempre presente in queste scene di terrore e aggredisce, o tenta di farlo, soprattutto la donna (lo farà anche con Verden, alla fine) e poi fugge con un miagolio feroce e scompare.
Il regista sta amalgamando le due personalità, di Ligeia e di Rowena, così da creare la sensazione di una possessione demoniaca.
L’amico di Rowena comincia a sospettare che ci sia qualcosa di losco in tutto quanto succede e promette alla donna di andare fino in fondo per chiarire la situazione. Va alla tomba di Ligea e comincia a scavare, e scopre che non è Ligeia quella che è stata seppellita, ma un’altra persona. E Ligeia? Mi fermo qui. Lo spettatore avrà modo di chiarire il mistero.
Il film finisce riportando queste significative parole di Edgar Allan Poe: “Vaghi e indistinti sono i confini che dividono la vita dalla morte. Chi può dire dove la prima finisca e la seconda abbia inizio?”.
“Lo scudo dei Falworth” di Rudolph Maté
Del 1954, tratto dal romanzo di Howard Pyle. Questi gli attori principali: Tony Curtis, nella parte di Myles Falworth, Janet Leigh, nella parte di lady Anne di Mackworth, David Farrar, nella parte di Gilbert Blunt, conte di Alban, Barbara Rush, nella parte di Meg Falworth, Herbert Marshall, nella parte di William, conte di Mackworth.
Siamo in Inghilterra al tempo di Enrico IV (XV secolo). Myles Falworth e la sorella Meg sono stati affidati ad un vecchio arciere di nome Diccon Bowman. Vivono in una modesta casa dove, nella pausa di una caccia, arriva il prepotente conte di Alban, Gilbert Blunt, con alcuni cavalieri. Uno di questi vede Meg e la insegue dentro casa per farle violenza, ma il fratello Myles interviene e costringe alla resa l’intruso. Ma deve fuggire, poiché intervengono gli altri, e tutti si metteranno alla sua caccia. Si rifugerà presso frate Edward il quale, interrogato dagli inseguitori, li svierà. Giungono anche Diccon e Meg e il frate mostra ai 3 un anello su cui è impresso uno scudo nero con sopra un grifone rosso, che era appartenuto al loro padre. Non vuole consegnarlo a Myles, poiché mostrare quell’anello significherebbe mettersi in pericolo, ma Myles lo pretende e il frate glielo consegna insieme ad una lettera del loro padre indirizzata al conte William Mackworth, in cui chiede di aiutare i propri figli in caso di bisogno.
S’incamminano verso il castello. Lungo la strada una donna a cavallo sta fuggendo da un inseguitore e grida aiuto. Myles riesce nell’impresa, ma i due stavano giocando. Li ritroverà al castello, lei è lady Anne, figlia del conte e lui è Walter Blunt, capo delle guardie, ma anche fratello del potente conte di Alban.
Il vecchio Mackworth sta ricevendo il principe di Galles, il quale si finge un ubriacone, poiché così può tenere quieto il conte di Alban che mira al trono in attesa della morte del re, che soffre di cuore.
Myles e Meg si inginocchiano davanti a Mackworth, e Myles gli consegna la lettera del padre. Quando la legge, capisce chi sono, lo tiene nascosto al principe di Galles e ordina che siano sistemati: Meg come dama di compagnia della figlia Anne e Myles inviato alla scuola degli scudieri. Ve lo conduce uno di questi, Francis Gascoyne, con cui fa amicizia.
Presto Meg si innamorerà di Francis e Myles di Anne. L’amore sarà corrisposto.
Intanto, Myles è venuto a sapere che la sua nobile famiglia, i Falworth, sono stati privati dei loro beni con l’accusa di alto tradimento, e che il padre è stato ucciso da Gilbert Brunt, al quale sono andati i beni che spettavano a Myles.
Divenuto cavaliere e scontratisi davanti al re con il conte Brunt, che pretende che sia carcerato e giustiziato in quanto figlio di un traditore, si dà luogo ad una sfida tra i due.
Ma il torneo è una trappola. Gilbert Brunt ha fatto circondare dai soldati a lui fedeli tutto il castello. Vuole uccidere il re, approfittando della confusione che ci sarà. Comincia il torneo e subito dopo scatta la trappola. Per fortuna, Myles aveva provveduto, avendo sospettato questa intenzione, di allertare i numerosi scudieri, che intervengono a difesa del re, avendo la meglio. Durante il combattimento Gilbert Brunt è ucciso da Myles e il fratello Walter da Francis.
L’onore e i diritti dei Falworth saranno ripristinati e le coppie Myles e lady Anne e Francis e Meg convoleranno a nozze.
Questo genere di film cavalleresco visse i suoi momenti di gloria presso il pubblico negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.
Sebbene non evidenzino particolari qualità, sono ancora godibili.
Presenterò, dopo aver già scritto su “Ivanhoe”, altri 2 film della specie: “Scaramouche” e “I cavalieri della tavola rotonda”.
“Scaramouche” di George Sidney
Del 1952, tratto dal romanzo di Rafael Sabatini. Questi gli attori principali: Stewart Granger, nella parte di André Moreau, Eleanor Parker, nella parte di Léonore, Janet Leigh, nella parte di Aline De Gavrillac de Bourbon, Mel Ferrer, nella parte di Noël, Marchese De Maynes, Henry Wilcoxon, nella parte del Cavaliere De Chabrillaine, Nina Foch, nella parte di Marie Antoinette, Richard Anderson, nella parte di Philippe de Valmorin (Marcus Brutus).
Siamo in Francia alla fine del XVIII secolo, alla vigilia della Rivoluzione francese.
Il regista ci presenta subito i 2 principali protagonisti maschili con 2 siparietti distinti. Il primo riguarda il cugino della regina Maria Antonietta, Noël, Marchese De Maynes (Mel Ferrer), a cui la regina esprime il desiderio che si sposi affinché non si estingua la sua illustre e antica casata, e gli presenta, al riguardo, Aline De Gavrillac de Bourbon (Janet Leigh). Il secondo riguarda André Moreau (Stewart Granger), un esuberante e donnaiolo giovane che va in cerca, in una compagnia di teatranti, di una delle sue conquiste, l’attrice Léonore (Eleanor Parker), la quale sta andando a sposarsi; ma lui intercetta la carrozza e se la porta via.
Il marchese De Maynes è anche lo spadaccino più famoso di Francia, e passa molta parte del suo tempo in duelli con questo o quel nobile, dal quale crede di aver ricevuto un’offesa. Non perde. Li uccide o li ferisce. La regina vuole da lui che scopra l’autore di alcuni opuscoli intitolati “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”, firmati da un certo Marcus Brutus, che altri non è che Philippe de Valmorin, un amico di André.
De Maynes va a caccia di lui.
André riesce a conoscere il nome di suo padre, il conte di Gavrillac. Per 30 anni ha ricevuto dal notaio Fabian un assegno di mantenimento, ma ora è arrivato il tempo di conoscerlo, visto che lo ha sospeso.
Va a cercarlo in compagnia dell’amico Philippe de Valmorin (Marcus Brutus). Durante il viaggio, incontrano Aline De Gavrillac de Bourbon. La sua carrozza si è guastata e il cocchiere la sta riparando. Lei non sa che lui è il suo fratellastro e lui non sa che lei e la sorellastra. Lo scoprirà André quando, salito in carrozza, fingerà di leggere la mano alla ragazza e, spiando tra le sue cose, troverà scritto il nome Gavrillac. Allora smette di corteggiarla. Quando arriveranno al castello, troveranno che il loro padre è morto, ma André manterrà il segreto.
André e Philippe, fermatisi a una locanda, incontrano lo spadaccino De Maynes che, intuito che Philippe è il Marcus Brutus che cerca, fa in modo, insultandolo, che si sveli. Così sarà, e Philippe morirà in duello. André, presente al fatto, corre a soccorrere l’amico, ma questi è morto; allora afferra per terra la sua spada e si avventa contro De Maynes, che si diverte con le sue schermaglie, finché André non si avvicina a un cavallo e estrae da una sacca la pistola. Non spara al marchese, ma gli promette di ucciderlo con la spada, come ha fatto lui con Philippe. Detto questo, fugge a cavallo. Lo inseguono. In un villaggio trova la compagnia Binet dove recita Léonore e si rifugia dietro le quinte. Incontra un attore ubriaco, che indossa una curiosa maschera dal lungo naso e di color rossastro, come la parrucca. Si presenta a André e gli mostra il perché porta quella maschera: ha il volto sfigurato. Cade e si addormenta. È il momento in cui André decide di sostituirlo nella recitazione per sfuggire alle guardie che sono, pure loro, entrate nel teatro ambulante e lo stanno cercando.
Poiché è stato bravo, la parte gli resterà assegnata, e diventerà il personaggio fisso e di rilievo nella compagnia.
Intanto, prende lezioni di scherma da Doutreval de Dijon (lo stesso maestro di De Mayns), il quale era amico di Philippe, di cui condivideva le idee. Per questo ha accettato di dargli lezioni in segreto.
Li sorprende De Mayns, che rimprovera il suo maestro e sfida André a duello. Sta per sconfiggerlo, ma Doutreval gli indica la porticina da cui André può fuggire e, nel congedarsi da lui, gli suggerisce di andare a Parigi e prendere lezioni da quello che è considerato il maestro dei maestri di scherma, di nome Périgord.
La compagnia, di cui ormai André, nella figura di Scaramouche, è un influente personaggio, si trasferisce a Parigi, e così André può prendere lezioni fino a diventare un eccellente spadaccino, da poter stare alla pari con De Mayns.
La compagnia Binetti è ormai celebre. Il teatro che li ospita non è più una baracchetta da pochi soldi, ma un elegante e celebrato teatro frequentato dall’aristocrazia e dai maggiorenti di Parigi.
Scaramouche ha reso piacevole ed elegante la sua maschera. Non ha più la sua parrucca rossa e arruffata.
Sta ora recitando la sua parte comica insieme all’amica Léonore, quando sul palco scorge De Mayns, seduto accanto a Aline. Interrompe la sua recitazione e lo sfida, e si avrà uno dei duelli più appassionanti della storia del cinema.
Ma quando si arriva al momento in cui, vincitore, André sta per uccidere l’avversario, si ferma, indugia e infine rinuncia ad ucciderlo.
C’è un motivo. E qui lo accenno brevemente: André non è il figlio del defunto Gavrillac (glielo rivelerà il padre di Philippe, che lo adottò), ma è il figlio naturale del padre nientemeno che di De Mayns. I due sono fratellastri. Ecco perché, dentro di sé, André ha sentito qualcosa, un sentimento che gli ha impedito di ucciderlo. Ne consegue che Aline non è la sua sorellastra, e, dunque, potranno coronare il loro amore. Quando la carrozza scoperta degli sposi passerà sotto il balcone di Léonore, la donna gli getterà un bouquet di fiori, di quelli che si usano nelle scene comiche di teatro: un bouquet di fiori che spruzza, odorandolo, una polvere nera. Con il viso imbrattato, André riderà, alzando il capo verso di lei. E Léonore? Non c’è da preoccuparsene. Ha già trovato chi sostituirà André: nientepopodimeno che il giovane Napoleone Bonaparte!
“I cavalieri della Tavola Rotonda” di Richard Thorpe
Del 1953, ispirato al libro “La morte di Artù” di Sir Thomas Malory. Questi gli attori principali: Robert Taylor, nella parte di Lancillotto, Ava Gardner, nella parte di Ginevra, Mel Ferrer, nella parte di re Artù, Stanley Baker, nella parte di Mordred, Anne Crawford, nella parte della fata Morgana, Felix Aylmer, nella parte del mago Merlino, Gabriel Woolf, nella parte di Parsifal, Maureen Swanson, nella parte di Elaine.
Lo spirito cortese e cavalleresco presente in questa storia che si rifà alle leggende arturiane, ha influenzato molti film del genere. Questo, lo si guarda volentieri ancora oggi.
Il mago Merlino ha convocato per un incontro di pace e per nominare un nuovo re d’Inghilterra Artù da una parte e la sorellastra Morgana dall’altra, la quale è venuta insieme con il marito, Mordred. Morgana è la figlia legittima del precedente re, mentre Artù ne è figlio naturale, per cui Morgana reclama il trono. Ma chi sarà il nuovo re deve superare una prova, estrarre la spada Excalibur dalla sua guaina rappresentata da una roccia. Ci prova Mordred e non ci riesce, mentre ci riesce Artù. Ma Morgana non accetta il verdetto e allora Merlino rimanda la decisione ad una riunione di re che si terrà presso l’Anello di pietra, che altro non è che il famoso Stonehenge, con le su misteriose e antiche pietre, adattato allo scopo.
Merlino e Artù cavalcano insieme per raggiungere la meta; ad un tratto si dividono temendo un agguato di Mordred, nelle cui terre sono entrati. Così facendo, almeno uno dei due sopravviverà. Artù s’inoltra nella foresta, più insidiosa. Intanto, Lancillotto, che va cercando Artù (non si conoscono) per mettersi al suo servizio, sta anche lui attraversando in senso opposto la foresta; incontra una ragazza, Elaine (diventerà sua moglie e la dama di compagnia della regina Ginevra), e la prende con sé, quando compaiono i soldati di Mordred i quali, saputo che simpatizza per Artù, cercano di ucciderlo, ma non riusciranno nell’impresa, poiché interviene in aiuto un altro cavaliere, e questi è Artù. I due hanno un piccolo diverbio e iniziano a scontrarsi in un combattimento estenuante, finché prevarrà Artù. Quando si presenteranno l’uno all’altro, Lancillotto distruggerà la spada con cui ha combattuto Artù, e si inginocchierà davanti a lui, mettendosi al suo servizio. Arriva anche Parsifal, il cui obiettivo è quello di trovare il Sacro Graal, “simbolo di pace tra gli uomini”, ma ora sta cercando sua sorella Elaine; la vede e si abbracciano.
All’anello di pietra si tiene la riunione dei re per decretare chi governerà l’Inghilterra. La discussione va per le lunghe, finché Artù vi pone fine dicendo: “È decretato che sia io il legittimo re”, e aggiunge che lo sarà con la pace o, se necessario, con la guerra.
Sarà la guerra e la vincerà Artù, che, tornato all’Anello di pietra, estrarrà la spada Excalibur e sarà proclamato re. Affinché regni la pace in Inghilterra perdona i suoi nemici, anche Mordred. Ma Lancillotto è contrario, poiché lo considera infido e, dunque, pericoloso. Artù non è d’accordo e lo richiama all’ubbidienza, ma Lancillotto non arretra e abbandona la riunione. Artù lo vede allontanarsi e se ne rammarica.
Lancillotto con alcuni suoi seguaci giunge ad un castello dove, viene a sapere, è tenuta prigioniera una giovane. Si dirige da solo davanti al castello, dove trova ad attenderlo il feudatario già in sella al suo cavallo e con la lancia in resta. Gli domanda se è lui che tiene prigioniera la donna e alla risposta affermativa lo sfida a duello, che vincerà. Poi si avvicina alla finestra dove è affacciata la donna con la sua ancella. Questa lo ringrazia e gli chiede di scortarla a Camelot per le nozze di Re Artù. Si nega, poiché il suo nome è caduto in disgrazia presso il re, ma le dice che sarà il feudatario stesso, che lo ha promesso, a condurla sin là.
Assistiamo ora alle nozze. Finita la cerimonia, tutti si inginocchiano per rendere omaggio al sovrano e alla nuova regina. Il primo di essi è Lancillotto, che si è fatto annunciare e dà una grande gioia ad Artù, che lo ha sempre tenuto nel cuore. Quando rende onore alla regina, si avvede che è la ragazza che ha liberato al castello. Lei è contenta di questa sorpresa che ha fatto al suo salvatore.
Il film continua a offrirci modi e situazioni di grande cavalleria e di una cortesia quasi senza limiti (“Sarò indulgente verso gli uomini.”) che non credo abbiano mai avuto precedenti nella storia dell’umanità, e lo spettatore di oggi stenta a credere che una tale epoca sia veramente esistita, e se i cantori dell’epoca abbiano reso giustizia alla verità, o il loro sia stato il frutto di un’aspirazione e di un sogno.
Di lì a poco, tutti i cavalieri scelti da Artù, tra cui Lancillotto (nominato anche Campione della regina), sono riuniti davanti a una tavola rotonda (da cui il titolo), e Artù annuncia loro ciò che vuole innovare in Inghilterra sotto le insegne dell’amicizia e della pace. Chiede loro di giurare, e lo faranno.
I continui e teneri rapporti tra Ginevra e Lancillotto sono notati da Morgana e Mordred, i quali si propongono di fare tutto il possibile per creare un sospetto presso il re.
Merlino è vigile e si accorge di tutto. Va dalla regina e le parla con schiettezza, avvertendola che ormai a corte ci sono pericolosi mormorii sui suoi rapporti con Lancillotto e che sarebbe bene che quest’ultimo si sposasse per porre fine al pettegolezzo. Così Ginevra, dandogli ascolto, suggerisce a Lancillotto di sposare Elaine. Lui promette e la sposerà, facendo la felicità della ragazza, che corona così il suo sogno. Chiede, però, al re di essere trasferito al Nord dove una popolazione di barbari mette in pericolo i confini del regno.
Sebbene a malincuore, sarà accontentato.
Lancillotto subirà molti assalti da quella popolazione, che vuole conquistarsi la libertà. Avrà sempre la meglio.
A Camelot la regina avverte la mancanza di Lancillotto; conserva il medaglione che le regalò un giorno; lo tiene stretto nella sua mano e Artù se ne accorge e la comprende. Non è geloso; anche lui sente la mancanza del suo fidato cavaliere, il primo tra tutti.
Più lontano, anche Elaine e Lancillotto vivono nel silenzio e nella solitudine.
Mordred e Morgana non hanno pace finché non riusciranno a conquistare il trono. Progettano di far rientrare a Camelot Lancillotto in modo da esporlo alla tentazione di fare la corte alla regina. Merlino intuisce il disegno e respinge la proposta. I due fedifraghi lo avveleneranno. Artù riceve due emissari di Lancillotto che portano un bambino appena nato. È Galaad, il figlio di Lancillotto e di Elaine, la quale è morta nel darlo alla luce.
Artù decide di far rientrare a corte Lancillotto che, quando arriva, sarà onorato con 12 giorni di festa. Ma Mordred e Morgana avevano ragione. Sarà la regina, gelosa di un bacio che Lancillotto ha dato ad un’ancella del palazzo, ad andarlo a trovare. Saranno scoperti e denunciati al re. La pena prevista è: per l’uomo il taglio della testa e lo smembramento del suo corpo; per la donna il rogo.
I cavalieri della tavola rotonda lo condanneranno, salvo Parsifal, che è giunto in ritardo. Ma arriva, inaspettato, anche Lancillotto, il quale giura che tra lui e la regina (dichiara di amarla) non c’è stato nulla di peccaminoso e si rimette alla sua decisione. Re Artù commuterà la pena, che sarà: per Ginevra la chiusura a vita in un monastero; per Lancillotto l’esilio.
Mordred si ribella, e accusa Artù di violare la legge ad uso proprio, e tra i due schieramenti scoppia la guerra, nel corso della quale Arthur morirà, dicendo a Lancillotto, che è giunto a dare aiuto, ma troppo tardi, di gettare in mare Exscalibur, poiché si è macchiata del sangue del suo popolo e di andare a trovare Ginevra per dirle che l’ha perdonata. Ciò sarà fatto. Infine Lancillotto troverà Mordred e l’ucciderà. Nella sala della tavola rotonda, dove si reca insieme con Parsifal, a quest’ultimo appare il Sacro Graal accompagnato dalle parole di perdono per le colpe di Lancillotto, il cui figlio Galaad sarà destinato a diventare uno dei cavalieri della tavola rotonda.
“La grande fuga” di John Sturges
Del 1963, ispirato al libro di Paul Brickhill. Si tratta di una storia vera.
Mia moglie Raffaella ha amato e ama 2 attori del cinema: Daniel Day-Lewis e Steve McQueen, il quale è il protagonista dominante di questo film. Non citerò, questa volta, altri attori (ce ne sono di celebri), poiché quanto scriverò è un omaggio che rendo a mia moglie e a uno dei suoi due attori preferiti. Di Daniel Day-Lewis, ho già scritto quando mi sono interessato a 2 film di cui è protagonista: “L’ultimo dei mohicani” e “Il mio piede sinistro”. Anche a lui, per far contenta mia moglie, rendo ora omaggio.
Siamo nel 1942 e i soldati tedeschi della Germania del Terzo Reich di Hitler hanno catturato un gruppo di prigionieri, quasi tutti inglesi, che sono condotti al campo di prigionia di Stalag Luft III, gestito dalla Luftwaffe.
Tra questi c’è il nostro Steve McQueen nella parte del capitano Virgil Hilts (della USAAF, la forza aerea americana).
Appena arrivato al campo, Hilts comincia a perlustrare la zona per fare un nuovo tentativo di fuga (ne ha fatti già 17) nel nuovo campo. Vuole scoprirne i punti deboli, ossia quelli fuori dalla portata delle mitragliatrici delle vedette. Incappa nella prima punizione: di 10 giorni, subito raddoppiata, da parte del colonnello von Luger, comandante del campo, di fronte alla sfrontatezza dimostrata dall’americano. Ha un guantone e una palla da baseball con la quale cerca di trascorrere il tempo, anche in cella. I prigionieri sono sotto il comando dell’ufficiale inglese, maggiore Ramsey, il più elevato in grado, che ne ha la responsabilità.
Nella stessa giornata arriva come prigioniero un ufficiale inglese, il capitano Roger Bartlett, che la Gestapo e le SS raccomandano di tenere sotto controllo, poiché è considerato un esperto organizzatore di fughe. Infatti, si mette subito all’opera, con il consenso di Ramsey. Ha intenzione di scavare 3 tunnel e far fuggire almeno 250 prigionieri. Si comincia a lavorare per la grande fuga. Con sotterfugi, alcuni esperti prigionieri si appropriano degli attrezzi necessari.
Sono tutti molto efficienti e il colonnello von Luger li ha denominati “mele marce”.
Sono passati i 20 giorni e Virgil Hilts esce di cella, insieme ad un altro, che era stato condannato alla stessa pena. Entrano nella baracca dove sono il maggiore e il capitano e li mettono al corrente che la sera stessa hanno intenzione di fuggire, scavando una buca e un breve tunnel sotto la rete di recinzione. I 2 ufficiali, dopo qualche esitazione, acconsentono. Ma la fuga fallisce e i due tornano in cella a scontare una pena più severa.
Intanto, gli altri prigionieri si sono messi al lavoro, usando la massima cautela; chi è esperto di una cosa, chi di un’altra. Fuori alcuni prigionieri cantano in gruppo per attutire i rumori. Il lavoro procede abbastanza alacremente, nonostante che siano controllati, anche con frequenti ispezioni nelle baracche e fuori, al punto che, se non fosse una storia veramente accaduta, si stenterebbe a crederla.
Il 4 luglio gli americani (hanno prodotto con le patate una discreta quantità di alcol) invitano gli inglesi a festeggiare con loro la Festa dell’Indipendenza. Sorpresi, gli inglesi, tuttavia, accettano.
Approfittando che le baracche sono vuote, essendo i prigionieri nel cortile a festeggiare, una pattuglia ispeziona qualche baracca e, in una, scoprono che si sta scavando una galleria.
Hilts si decide, allora, onde accelerare i tempi della fuga, a compiere la sera stessa la missione che avrebbe voluto affidargli il capitano e che, in un primo tempo, aveva rifiutato: scoprire cosa c’è al di là della foresta che è davanti al campo, e poi farsi riprendere al fine di fornire i risultati della sua perlustrazione. Così viene fatto. Hilts fugge, e poi ritorna prigioniero, e va a scontare, ancora una volta, la pena. Un compagno gli passa il guantone e la palla da baseball.
La fuga riesce in parte, poiché, a operazione in corso, saranno scoperti. Riusciranno a fuggire 76 prigionieri, di cui 50 saranno presi e uccisi in gruppo a colpi di mitragliatrice, 11 ritorneranno al campo, e ci ritornerà anche Hilts, dopo aver tentato di fuggire con la moto ad un inseguimento delle guardie tedesche. Una fuga spettacolare attraverso il verde dei campi e delle basse colline, con giravolte rocambolesche e uno Steve McQueen che non ha voluto controfigure. Ha fatto tutto da sé.
Il film è dedicato ai 50 prigionieri uccisi.
“Pietà” di Kim Ki-duk,
Del 2012. Questi gli attori principali: Lee Jung-jin, nella parte di Lee Gang-do, Cho Min-soo, nella parte di Jang Mi-seon, Gang Eun-jin, nella parte di Myeong-ja, Jo Jae-ryong, nella parte di Tae-seung, Lee Myeong-ja, nella parte della Vecchia Donna, Heo Jun-seok, nella parte di Gang-cheol, Gwon Se-in, nella parte del Chitarrista.
Vinse nello stesso anno della sua uscita il Leone d’Oro alla Mostra cinematografica di Venezia.
È un film che ci trascina nello squallore più orripilante. Siamo a Seul, in Corea. Gang-do è un giovane di 30 anni che lavora per uno strozzino. Va in giro per riscuotere quanto è stato oggetto di usura. Il suo padrone prende il 1.000% per ogni somma prestata. Quando il debitore non riesce a saldare il debito, lo rende invalido in vari modi, così da poter riscuotere il premio dell’assicurazione e chiudere il debito. Manca assolutamente di pietà, e non ascolta i lamenti del debitore, né della moglie se è un uomo. Quando esce dalla bottega il debitore è già invalido.
Un giorno è seguito da una donna; la scaccia, ma lei insiste, lo chiama per nome, e anche nei giorni successivi si presenta alla porta della sua casa. Lui la insulta e anche la violenterà, trattandola da prostituta, nonostante lei gli abbia detto di essere sua madre, che lo ha abbandonato quando era ancora in fasce.
Insistendo ancora, la donna riuscirà a farsi prendere in casa. Da questo momento il regista ci dà 2 segnali: il primo riguarda la donna, che compie alcune azioni che paiono irragionevoli: libera e manda in strada un coniglio appartenente a Gang-do; il coniglio sarà schiacciato da un’auto, e uccide il grosso pesce che teneva nella vaschetta e lo cucina per sé e per Gang-do. Il secondo è che Gang-do risparmia un debitore che attende un figlio, commosso dal fatto che sia disposto a rinunciare non solo ad una mano ma a tutte e due per pagare il debito e ottenere per sé la differenza che gli servirà a crescere il figlio.
Il rapporto con la madre lo sta intenerendo.
Gang-do ora le fa anche qualche regalo. Uno dei suoi debitori, reso zoppo e costretto a mendicare, lo riconosce in piazza, quand’è con sua madre. Un giorno che lei ritorna a casa dopo aver fatto la spesa, l’attende sulle scale, e quando Gang-do apre la porta vede sua madre minacciata con il coltello alla gola dallo zoppo. Lo ucciderà. Ora si sente ancora di più legato a sua madre. Le domanda: “Che cosa sono i soldi?” e lei risponde: I soldi sono l’inizio e la fine di tutte le cose.”. Arriva a temere per lei: “Se dovesse venire qualcuno, non aprire la porta; chiamami subito.”. La madre sparisce, e ne va in cerca; convinto che sia una vendetta, fa visita a tutti gli uomini che ha mutilato, domandando di lei. Ad uno che gli chiede i soldi per una birra, e lui glieli getta per terra, la moglie risponde: “Non ci servono i soldi del diavolo.”.
L’affetto per la madre, lo ha reso disperato.
La madre si getterà da un palazzo in costruzione, fingendo che sia qualcuno a spingerla, e il figlio, sconvolto, la terrà tra le braccia, piangendo. Si suiciderà atrocemente per questa morte.
Ma il regista ha già fatto sapere allo spettatore che quella creduta sua madre, non lo è affatto, bensì è la moglie di una delle sue vittime, che ha voluto, con la sua morte, far provare a Gang-do il dolore che ci provoca la perdita di una persona che si ama.
“Departures” di Yōjirō Takita
Del 2008, ispirato dall’autobiografia di Aoki Shinmon. Questi gli attori principali: Masahiro Motoki, nella parte di Daigo Kobayashi, Tsutomu Yamazaki, nella parte di Ikuei Sasaki, l’impresario funebre, Ryōko Hirosue, nella parte di Mika Kobayashi, moglie di Daigo.
Nel 2009 vinse il Premio Oscar per il miglior film straniero.
Daigo Kobayashi è un violoncellista che vive a Tokio. Lavora in un’orchestra, ma il teatro è quasi sempre vuoto e gli affari per il suo imprenditore non vanno bene, per cui decide di scioglierla. Alla moglie Mika comunica il desiderio di ritornare nella sua casa natale, posta su di un’isola e cercare lavoro lì. La moglie acconsente. Mika è una giovane sempre di buon umore e ottimista. È sicura che Daigo troverà lavoro. Leggendo gli annunci dei giornali, ne trova uno molto curioso, non viene detto che cosa si debba fare ma si assicura che la paga sarà molto soddisfacente, e che si assume anche chi non ha alcuna esperienza di lavoro. Potrebbe essere un’occasione buona, dice alla moglie, e va a sentire. Scopre, con un po’ di dispiacere, che il lavoro consiste nel preparare i morti e acconciarli perché sembrino ancora vivi, prima di essere deposti nella bara. Il cadavere sarà poi bruciato, nonostante che si tratti di bare ben fatte e con ornamenti delicati.
Comincia l’apprendimento, per diventare tanatoesteta Gli tocca subito una vecchia che è morta da 2 mesi. Il corpo manda un odore nauseabondo e lui vomita. Ciò nonostante, il padrone è soddisfatto e gli dà un buon compenso. In pullman, delle ragazze si domandano da dove venga quel cattivo odore che avvertono, e guardano a lui. Quando scende dal pullman, si ferma ad un bagno pubblico per lavarsi. La padrona lo ha riconosciuto; l’ha visto che era ancora un bambino, ed ha un figlio, Yamashita, che è sempre stato amico di lui, ora entrambi diventati grandi.
Credono che faccia il violoncellista in una grande orchestra; lui non smentisce.
A casa, la moglie Mika è contenta (non sa, però, che lavoro faccia Daigo); ora con la nuova paga, non le manca nulla e può accontentare in cucina suo marito, ma quando gli presenta nel vassoio un pollo crudo e gli dice che si può mangiare anche così, lui corre subito al bagno e vomita. Pensa che quel lavoro sia una punizione mandatagli dal Cielo, poiché ha mancato di assistere sua madre negli ultimi giorni di vita. Ha nostalgia del violoncello, e si mette a suonarlo, sperando che gli cancelli malinconia e pessimismo. La moglie, sdraiata nel letto della sua camera, l’ascolta e sorride.
Incontra di nuovo l’amico Yamashita, che è accompagnato dalla moglie e dalla figlia; li fa andare avanti e resta solo con Daigo per dirgli che le voci si diffondono a riguardo del brutto lavoro che fa e si allontana facendogli capire che non gradisce più essergli amico. Anche Mika è venuta a sapere del lavoro del marito, e lo rimprovera di non averla informata quando era il momento di decidere, e ora lo supplica di licenziarsi. Daigo indugia nel risponderle, ma infine decide di continuare, e allora la moglie lo abbandona.
Quello di sistemare i morti, possibilmente per renderli belli e dare l’impressione che siano ancora vivi, è un lavoro importante, almeno in Giappone. In Italia e in tutto l’Occidente non ne esiste uno altrettanto raffinato, esercitato da persone di grande sensibilità e talento. Non è un mestiere facile, anche se il compenso è buono.
Il film ci presenta una situazione di disagio di costoro per il macabro lavoro, e ci fa capire che è sbagliato denigrarlo, poiché è, anch’esso, un tentativo, anche se illusorio, di contrastare la morte.
Dirà l’addetto all’incenerimento che li si aiuta a passare il cancello dell’Aldilà.
Arrivato a casa dal lavoro, trova una sorpresa; la moglie è tornata ed è incinta. È felice, e anche Mika; ma di lì a poco gli giunge una telefonata con la quale la segretaria del principale gli comunica che la padrona del Bagno, di cui lui e la moglie sono clienti, è morta a causa di una caduta. Va lui a ricomporne il cadavere e Mika l’accompagna. Si renderà conto della importanza di questo lavoro e della bravura del marito. Anche l’amico Yamashita (figlio della defunta) si ricrede sull’importanza del tanatoesteta e ringrazierà Daigo per quanto ha fatto per la madre.
Passano pochi giorni e un telegramma l’avverte che è morto suo padre, con cui non ha contatti da 30 anni. Non vuole andare a vederlo, ma tanto la segretaria che la moglie lo convincono a partire. Lo accompagnerà Mika. Quando si troverà davanti al cadavere, non lo riconoscerà, tanto è cambiato. Una persona del luogo gli rivela che era un uomo taciturno e che ha vissuto sempre solo. Più volte Daigo ha ricordato a se stesso e a sua moglie, la storia dei sassi raccolti al fiume, che ha scambiato col padre. Lo fece una volta sola, poiché subito dopo il padre abbandonò la casa, lui ancora bambino.
Degli incaricati vengono a portarlo via, senza fare cerimonie, sbrigativi, ma lui li ferma e si oppone; vuole prepararlo alla sua maniera, come ha fatto per gli altri defunti. Si mette all’opera, ma quando arriva ad aprirgli il pugno della mano destra, ne esce il piccolo sasso che lui bambino gli aveva donato nel gioco dei sassi che aveva fatto sul fiume. Il padre lo ha sempre ricordato, dunque, pure nel momento della morte.
Piange, anche Mika piange.
“Lontano da lei” di Sarah Polley
Del 2006, tratto da un racconto di Alice Munro. Questi gli attori principali: Julie Christie, nella parte di Fiona Anderson, Gordon Pinsent, nella parte di Grant Anderson, Olympia Dukakis, nella parte di Marian, Michael Murphy, nella parte di Aubrey, Stacey LaBerge, nella parte di Fiona giovane.
È un film triste, che tratta di una delle malattie più terribili, l’Alzheimer, che ancora oggi, nonostante alcuni progressi, la scienza medica non è riuscita a sconfiggere. La persona che ne è colpita si estranea dal mondo e vive in universo tutto suo, ancora misterioso.
È quanto sta succedendo a Fiona, il cui marito, Grant Anderson, comincia a preoccuparsi per certi strani discorsi della moglie.
Passeggiando insieme, sulla neve, ancora il contatto tra loro è fervido e dolce, pieno di amore. Ricordano la gioventù, ma ogni tanto Fiona si smarrisce, si ferma, fruga nella memoria. Un giorno dirà: “Chissà, forse sto cominciando a scomparire.”. È una frase molto significativa che apre le porte all’indagine di un processo di degenerazione della mente, il cui sbocco potrebbe anche essere una rinascita legata ad un mondo nuovo.
La diagnosi dello specialista è proprio quella di un avvio della crudele malattia. Fiona si mette a leggere i libri che la trattano e ne legge a voce alta alcune pagine al marito, il quale non può credere che una simile malattia aggredisca una persona ancora abbastanza giovane.
L’Alzheimer progredisce, aggressivo e implacabile. Non c’è luce in fondo al tunnel.
Un giorno che sta pattinando da sola con gli scii in mezzo a un bosco, non riesce più a ritrovare la strada del ritorno, e il marito andrà a cercarla e la troverà distesa sulla neve con gli scii al suo fianco.
Una sera non ritorna a casa; il marito sale in auto e la trova ferma su una strada, e quasi non lo riconosce. Al ritorno, seduti entrambi davanti al fuoco del caminetto, ad un Grant, silenzioso, Fiona dice: “È arrivato il momento, Grant, credo che ci siamo.”.
Il male mostra tutta la sua cattiveria, tutta la sua spietatezza. Si stenta a credere ad un destino così feroce ed inesorabile.
Grant accetta di ricoverarla in una clinica specializzata, ma a patto che sia una situazione momentanea e che si sottoponga a dei trattamenti innovativi. Lei accetta. Durante il viaggio che li porta alla clinica, Fiona ricorda tante cose al marito e ne loda il carattere buono e generoso e la fedeltà. Pare che avverta che presto non potrà più dirgliele quelle parole, perduta nel nulla. È un tentativo disperato di appigliarsi a quella cara vita che sta lasciando e che ha amato fino ad allora.
Fermatisi davanti alla clinica, Grant le dice di non andare, ma lei risponde: “Che altro posso fare per quello che mi sta succedendo.”.
Il regista sta tracciando una linea di confine, superata la quale, non c’è più possibilità di ritorno.
Così succederà.
La clinica ha 2 piani distinti: nel primo sono tenuti i pazienti meno gravi, come Fiona, che sono all’inizio della malattia; al secondo piano quelli che sono diventati malati irreversibili.
Per il tempo in cui starà al primo piano, Fiona dedicherà più attenzione ad un ricoverato che al marito, il quale conoscerà la moglie dell’uomo e intreccerà con lei un buon rapporto, dal sapore malinconico e disperato. Poi Fiona sarà traferita al piano di sopra. Ha il tempo di dire le ultime affettuose parole al marito, poi sappiamo che entrerà nel vuoto.
“Il cardinale” di Otto Preminger
Del 1963, tratto dall’omonimo romanzo di Henry Morton Robinson. Questi gli attori principali: Tom Tryon, nella parte di Stephen Fermoyle, Carol Lynley, nella parte di Mona Fermoyle / Regina Fermoyle, Dorothy Gish, nella parte di Celia Fermoyle, Maggie McNamara, nella parte di Florrie Fermoyle, Bill Hayes, nella parte di Frank Fermoyle, Romy Schneider, nella parte di Anne-Marie Hartmann, Peter Weck, nella parte di Kurt Von Hartmann, John Huston, nella parte del Cardinale Glennon, Raf Vallone, nella parte del Cardinale Quarenghi, Burgess Meredith, nella parte di Padre Halley, Tullio Carminati, nella parte del Cardinale Giacobbi.
Siamo a Roma, anno 1917. Il cardinale Quarenghi presiede la cerimonia di consacrazione dei nuovi sacerdoti, tra i quali c’è un suo prediletto, Stephen (Steve) Fermoyle, destinato alla Chiesa di Boston come vice parroco. Ha tanta stima di lui che gli dona l’anello che fu di suo fratello, vescovo, da mettere al dito quando anche Steve lo diventerà.
Steve arriva a Boston. Sono ad attenderlo i suoi familiari, tra cui un fratello, Frank, e una sorella, Mona. Sul bus che li conduce a casa incontreranno il padre che fa il tramviere.
Mona adora il fratello, anche perché è innamorata di un ebreo, Benny Rampell, e la famiglia non vede di buon occhio quel rapporto. Lei spera nell’aiuto di Steve, che è molto considerato dai suoi. Rimane incinta e si confessa presso il fratello dicendogli la verità e che Benny non vuole farsi cattolico; allora lui le dice che deve lasciarlo e Mona, stizzita, lascia il confessionale. L’amore con Benny finisce qui, e Mona non avrà il figlio.
Intanto, Steve è convocato dal cardinale Glennon, prelato di Boston, al quale ha inviato il manoscritto che ha appena finito sulla Riforma protestante e la Controriforma per ottenere da lui l’imprimatur alla stampa. Il cardinale vi ha letto segnali di vanità da parte dell’autore, e glielo nega, osservando che è meglio per lui far pratica di sacerdozio in una piccola chiesa, dove troverà un prete semplice, padre Halley, che gli insegnerà l’umiltà.
È un paese povero; le entrate della chiesa sono misere, ma Steve ci si trova bene e padre Halley è un uomo buono. È malato, però, affetto da sclerosi multipla, e di li a poco muore. IL cardinale, lo viene a sapere da Steve e va a trovarlo e fa in tempo a dargli l’estrema unzione.
Intanto, Mona fa la ballerina in un teatro e rimane incinta un’altra volta, ma morirà nel corso del parto e il bambino sarà preso e cresciuto dalla sua famiglia
Il cardinale Glennon ha cominciato ad apprezzare le qualità di Steve e lo nomina suo segretario, ma non solo, di lì a poco gli comunica che sarà presto vescovo; ed è a questo punto che si presenta un grosso problema: Steve non si sente più di fare il prete. A farlo decidere è la convinzione che non ha il diritto di giudicare gli altri, e ripensa alla sorella, alla quale non seppe dare il perdono.
IL cardinale è stupefatto, ma gli concede un periodo di tempo per riflettere. Steve accetta e parte per Vienna. Fa l’insegnante, e tra i suoi studenti c’è Anne-Marie, che si innamora di lui e gli fa la corte. Le confessa che è un sacerdote e che si trova a vivere un momento di verifica della sua vocazione. Anne-Marie gli dirà che sarà felice se lo convincerà ad abbandonare il sacerdozio. Steve partecipa con lei ad un ballo elegante, ma, tornato a casa, entra in crisi. Il giorno dopo va all’appuntamento con Anne-Marie vestito da prete, e lei se ne andrà, rifiutando di entrare nel locale dove lui la stava attendendo.
Appare evidente che la tesi principale del film è quella di mostrare la difficoltà di una vocazione come quella del sacerdote, soprattutto se cattolico, privo, ossia, della compagnia di una donna. La vocazione è messa a dura prova. L’anima è travagliata e percorsa da desideri e da rimorsi. Ci si batte tra l’obbedienza a Dio e l’amore profano.
Ora Steve è nel Palazzo Vaticano con funzioni di segretario. La sua crisi è stata risolta. Sta adoperandosi affinché un prete di colore, padre Gillis, ottenga l’aiuto del Vaticano in una situazione in cui i negri americani sono discriminati dalla chiesa locale, che non li vuole far assistere alle funzioni sacre. Le sue ragioni non sono accolte dal cardinale Giacobbi, segretario del Papa, il quale consiglia a padre Gillis prudenza e armonia col potere politico. Ma il cardinale Quarenghi non è d’accordo, come non è d’accordo Steve, il quale, con l’aiuto di quest’ultimo, riesce ad avere l’autorizzazione a partire per recarsi nella parrocchia di padre Gillis.
La critica alle alte gerarchie ecclesiastiche è qui evidente, anche se, alla fine, Steve l’avrà vinta.
Quando arriva a destinazione, padre Gillis è sorpreso e stupito, ed insieme si mettono all’opera.
Dovranno affrontare la violenta reazione dei membri miscredenti del Ku Klux Klan, ma alla fine, anche con l’esempio di sopportazione alle loro angherie, avranno ragione. Quando verrà nominato vescovo, alla cerimonia assisterà anche padre Gillis. Steve lo noterà tra i presenti e si avvicinerà a lui per benedirlo.
Ma è arrivato il tempo in cui la barbarie è di nuovo destinata a vincere. Il 13 marzo 1938 Hitler, ormai padrone assoluto della Germania, invade l’Austria ed occupa la sua capitale, Vienna.
È indetto il plebiscito per unire l’Austria alla Germania. Il cardinale di Vienna, Innitzer, legge alla televisione un messaggio in cui invita gli austriaci a votare Sì. A Roma non si è d’accordo e Steve è inviato a Vienna per incontrare il cardinale austriaco e comunicargli la posizione assai più prudente della Santa Sede. Steve gli fa capire che a Roma non si vuole più che il prelato austriaco intervenga in materia politica. Ma il prelato non risponde né sì né no e mantiene una posizione ambigua, convinto che austriaci e tedeschi hanno lo stesso sangue. Del resto, dice, Hitler è nato in Austria e ha sangue tedesco.
La sera stessa il cardinale conduce Steve ad una festa organizzata dai tedeschi invasori.
Lo presenta ai gerarchi. Alla festa incontra Anne-Marie con suo marito, Kurt von Hartmann. Annie-Marie lo invita a casa sua ma, mentre sono a pranzo, bussano ed entrano gli uomini della Gestapo. Il marito li scorge nell’ingresso mentre parlano con il domestico. Chiede scusa a Steve e alla moglie e si getta dalla finestra. Aveva sangue ebreo.
Il nazismo ormai si sta diffondendo a macchia d’olio e fa le sue vittime tra persone che non hanno nessuna colpa. Il cardinale Innitzer non oppone alcuna resistenza e, anzi, simpatizza apertamente col nuovo regime. Ha disposto che in tutte le chiese austriache i parroci sollecitino i fedeli a votare Sì.
Il plebiscito rivelerà che il 99,73% è favorevole a Hitler e all’unione con la Germania.
La vita di Anne-Marie è in pericolo per essere stata la moglie complice di un ebreo. La Gestapo la sta cercando. Steve le dà protezione, ospitandola nella Nunziatura, ma sarà inutile, poiché Anne-Marie si consegnerà volontariamente alla polizia e ringrazierà Steve, che è andata a trovarla in cella, per l’amore che ha provato per lui e per nessun altro.
Il cardinale Innitzer si renderà conto, finalmente, che le promesse di pace di Hitler erano solo menzogne, ma sarà troppo tardi.
“Le balene d’agosto” di Lindsay Anderson
Del 1987, tratto da un lavoro di David Berry. Questi gli attori principali: Bette Davis, nella parte di Libby Strong Webber, Lillian Gish, nella parte di Sarah Webber, Vincent Price, nella parte di Nicholas Maranov, Ann Sothern, nella parte di Tisha Doughty, Harry Carey Jr., nella parte di Joshua Brackett, Frank Grimes, nella parte del signor Beckwith, Mary Steenburgen, nella parte di Sarah da giovane, Tisha Sterling, nella parte di Tisha da giovane.
Scriverò di 2 sorelle anziane che hanno deciso di vivere insieme. Una, Libby, è cieca; l’altra, Sarah, è la proprietaria della casa; l’ha presa con sé e l’accudisce. Vivono in un’isola del Maine, in America.
Una breve sequenza ce le mostra quando, ancora giovani, vedono dalla loro casa, posta su una scogliera sul mare, le balene, che ogni agosto si presentano nella fascia di mare davanti a loro.
Poi, eccole, anziane. Sarah ha preparato la colazione per Libby e la chiama. Nel frattempo, si reca fuori in giardino a cogliere delle rose. Un loro caro amico, Nicholas Maranov, un nobile russo, che ogni tanto viene a trovarle, l’avvicina ed ha in mano la canna da pesca. Le chiede se può pescare davanti alla loro casa, dove si trovano dei pesci eccezionali. Sarah, felice, acconsente. Mentre avviene tutto questo, Libby è giunta dalla sua camera per fare colazione e subito si irrita nel non trovare la sorella a servirla. Si rifiuta di mangiare e beve soltanto una tazza di tè. La sorella rientra e insiste perché mangi. E lei, dando sfogo al suo risentimento, le dice che vorrebbe tanto essere a casa sua.
Si capisce subito che, dato il carattere difficile di Libby, questi non sono altro che abitudinari bisticci quotidiani.
Abbiamo a che fare con 2 brave attrici che ci coinvolgono nella vita solitaria dei loro personaggi, fatta di piccole cose, tra dispiaceri, voglia di vivere, malinconie e risentimenti.
Da quelle parti, a cogliere more selvatiche, capita anche un’altra signora, un po’ meno anziana delle due sorelle, Tisha Doughty, un po’ impicciona. Incontra il nostro pescatore e gli dice che è molto dispiaciuta che la moglie sia morta così all’improvviso, ma che spera che lui non rimanga a lungo solo.
Il luogo in cui vivono è solitario. Il regista ci mostra un paesaggio ampio e ancora primitivo, dove, sullo sfondo, non c’è segno di vita umana. Ciò mette in risalto l’eccezionalità dell’esistenza delle 2 protagoniste, una delle quali, Sarah, gioisce di quella visione, mentre l’altra, cieca, vive il presente con acidità e risentimento, sacrificando in un ricordo malevolo e maligno perfino la sua giovinezza. Pensa spesso alla morte e dice a Sarah che loro sono diventate più vecchie della mamma, che morì ad un’età più giovane.
Joshua, un vicino dai tanti mestieri, è un altro personaggio, tra i pochi della storia. Ripara loro delle perdite d’acqua ed è pronto a costruire una bella vetrata, che consenta una visione panoramica sul mare e l’ingresso, di notte, della tiepida luce della luna piena. La costruirà a buon prezzo. Ma Libby non vuole. Dice che sono troppo vecchie per fare cambiamenti. Più volte Sarah rivendica che quella è casa sua, e può fare tutto ciò che l’aggrada, e allora Libby le rinfaccia i 15 anni che Sarah è stata sua ospite dopo la morte del marito. E Sarah: allora siamo pari.
Un giorno che il nobile, ma ormai ridotto a vivere con gli ultimi risparmi, Nicholas Maranov, dona loro i pesci della pesca, le sorelle lo invitano a cena. Il nobile racconterà dei suoi trascorsi a Pietroburgo e poi, in esilio, a Parigi, creando l’atmosfera di una serata deliziosa, finché Libby non sciupa tutto con la sua cattiveria. Siccome la moglie di Maranov è morta da poco, lei gli dice che deve trovare un’altra sistemazione, ma non da loro. Maranov è dispiaciuto, ma, da gentiluomo qual è, non ne fa sentire il peso.
Augura la buonanotte a Sarah, che si dice triste per quanto è avvenuto, e le raccomanda di non fare attendere le balene d’agosto, che fra poco arriveranno, puntuali come sempre.
Libby si sveglia e non trova Sarah nel suo letto, dove dormono insieme. La cerca spaventata (Sarah è seduta alla tavola davanti alla fotografia del marito Philip) e, quando la trova, le racconta di aver sognato che la morte stava per far precipitare Sarah dalla scogliera. Dice che sente la morte vicina, ma Sarah le risponde che lei pensa alla vita.
Il film ci racconta, attraverso le 2 sorelle, anche una sfida: quella tra la vita e la morte.
Sarà Libby a ordinare a Joshua la vetrata desiderata da Sarah, poi andranno a fare una passeggiata fino alla cima della scogliera. Dirà Sarah: “Le balene non verranno più da noi.”, ma proprio Libby, questa volta positiva e piena di speranza, le risponderà: “Non si può mai dire.”.
“Shine” di Scott Hicks
Del 1996, tratto da un’opera dello stesso regista. Questi gli attori principali: Geoffrey Rush, nella parte di David Helfgott, Noah Taylor, nella parte di David adolescente, Armin Mueller-Stahl, nella parte di Peter Helfgott, Lynn Redgrave, nella parte di Gillian, Googie Withers, nella parte di Katharine Susannah Prichard, John Gielgud, nella parte di Cecil Parkes.
Il film inizia con un giovane pazzoide, David Helfgott, che gira sotto una pioggia battente. Vede un bar, che è già chiuso, ma le luci sono sempre accese, e dentro ci sono gli inservienti. Bussa e riesce a farsi aprire. Il suo è un farneticare continuo che li diverte.
Subito dopo, ne veniamo a conoscere la storia.
David (siamo in Australia) era un ragazzo a cui il padre, Peter, insegnava a suonare il pianoforte. Insegnava musica anche ai suoi figli. Quando David partecipa ad un concorso porta un brano difficile, ma lo esegue molto bene, e un professore della giuria, Ben Rosen, va a trovarlo a casa per proporgli di prendere lezioni da lui, poiché ha talento. Ma il padre risponde che il maestro di David e dei suoi figli è soltanto lui.
Non passa molto tempo che si rende conto che la proposta di Ben Rosen era importante; bussa alla sua porta e gli consegna il figlio, avvertendolo, però, che non può pagarlo. Non fa nulla.
Il ragazzo ora è chiamato a tenere dei concerti; è sempre applaudito; i giornali parlano di lui; il padre colleziona con soddisfazione gli articoli che lo riguardano.
Si parla di mandarlo a studiare in America. Un’associazione raccoglie i fondi per sostenere le spese di viaggio, e una famiglia americana gli scrive che è disposta ad accoglierlo in casa propria. Sembra, dunque, che la ruota della fortuna stia girando dalla sua parte.
Ma è proprio il padre a fermarla. Non vuole mandarcelo; dice che non può dividere la famiglia. È un padre severo; non manca di picchiare il figlio quando cerca di far valere le proprie ragioni. Il maestro Ben Rosen bussa alla sua porta, ma Peter non apre e sente solo che gli dice che deve mandarlo in America, non deve fare questo torto al figlio. Di là dalla porta, senza rispondere, Peter, che ha sentito tutto, non demorde.
Non demorde neanche quando David riceve da Londra una borsa di studio per frequentare una scuola di musica di alto prestigio. Con subdole parole, ritorna a dire al figlio che non ce lo manderà per tenere unita la famiglia. Una anziana e famosa scrittrice, ha voluto che ogni tanto lo andasse a trovare per suonare qualcosa al suo piano. Quando David le mostra la lettera ricevuta da Londra, si commuove ed è felice. Gli regala un paio di guanti, perché, gli dice, a Londra fa sempre freddo.
Ma il padre è irremovibile: “Se ci vai, non rimetterai più piede in questa casa.”.
Difficile spiegare una tale mania di fronte ad un figlio che è in grado di dargli le soddisfazioni che ogni padre vorrebbe. È una figura tragica, di cui il figlio non riuscirà mai a liberarsi.
La potenza del film sta proprio nella tragica lotta di David per sopraffare una violenza diventata tossica e maniacale. Non sono tanto le qualità musicali di David a segnare il film, ma questa folle e inumana, quasi demoniaca, prepotenza. Il padre arriva perfino a bruciare tutti gli articoli sul figlio che aveva conservati in un album.
Ma David questa volta lascia la casa, va a Londra. Ha come maestro Cecil Parkes, che è stato un celebre pianista, ora menomato nel braccio sinistro. David vuol suonare un pezzo di Sergei Rachmaninoff di estrema difficoltà e Cecil, insegnante nel college inglese che ha dato la borsa di studio a David, è la sola persona che possa aiutarlo. Una volta, Rachmaninoff in vita, lo eseguì alla sua presenza ed ebbe i complimenti del musicista, che definì la sua esecuzione la migliore a cui avesse assistito. Quando, davanti a un folto e qualificato pubblico, anche David eseguirà la composizione di Rachmaninoff, il teatro esploderà in un’ovazione di grande entusiasmo e di grande gioia.
Ma pochi istanti dopo, David avrà una crisi di nervi e sverrà.
Sarà ricoverato in un ospedale psichiatrico, e ne uscirà con la mente ormai compromessa.
Le persone, però, che incontra, e con cui straparla con frasi senza capo né coda, gli vogliono bene, poiché è sempre allegro e sembra non ricordare il suo triste passato. Quando, nel suo pellegrinaggio, trova un pianoforte e si mette a suonare, tutti restano incantati. Comincerà a lavorare in qualche locale. Dorme in una stanza in affitto, dove ha un vecchio pianoforte a disposizione; il proprietario gli è affezionato.
Un giorno, il padre viene a trovarlo, gli consegna una delle medaglie che David ha vinto in uno dei tanti concorsi a cui ha partecipato. Ma non si intendono; David è freddo con lui. Il padre se ne andrà in silenzio, lui dalla finestra lo guarderà mentre si allontana.
Sposatosi con una donna conosciuta in ospedale, con lei andrà a visitare la tomba del padre, ma non riuscirà a perdonarlo.
Nel 1997, Geoffrey Rush (David) vinse, meritatamente, il Premio Oscar come miglior attore protagonista.
“Il destino nel nome – The Namesake” di Mira Nair
Del 2006, tratto dal romanzo di Jhumpa Lahiri. Questi gli attori principali: Tabu, nella parte di Ashima Ganguli, Irrfan Khan, nella parte di Ashoke Ganguli, Kal Penn, nella parte di Gogol Ganguli, Jacinda Barrett, nella parte di Maxine Ratlif, Zuleikha Robinson, nella parte di Moushumi Mazoomdar, Glenne Headly, nella parte di Lydia Ratlif, Daniel Gerroll, nella parte di Gerald Ratliff.
Calcutta. Ashoke Ganguli e Ashima si sposano e vanno a vivere a New York. Ashoke ha già esperienza della vita in Occidente e conosce le comodità che mancano in India, e ne insegna l’uso alla sposa Ashima, la quale si trova in evidente difficoltà e avverte una forte nostalgia per la sua terra, dove studiava canto.
Le sembra di essere caduta in una rete che la immobilizza e la rende insicura. Nelle sue mansioni di donna di casa, fa degli errori e Ashoke, non controllandosi, spesso la rimprovera; poi chiede perdono, ma non colma i momenti di tristezza che invadono l’anima di Ashima.
Hanno un primo figlio (poi nascerà la sorella Sonali) a cui danno il nome di Gogol, lo scrittore amato da Ashoke.
Quando è grandicello, Gogol domanda al padre del perché gli abbia dato il nome di una persona un po’ squilibrata, che poi si è lasciata morire, e il padre gli ripeterà una frase di Dostoevskij: “Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol.”.
Gogol si è ambientato a New York, sta assimilando tutti gli usi occidentali e si trova molto bene, come, del resto, la sorella; ha qualche controversia col padre che nutre delle riserve su quel modo di vivere.
Tornano a Calcutta a trovare i familiari e Gogol stupisce per le sue abitudini; per esempio pratica il footing per le vie della città e la nonna gli manda dietro un amico affinché controlli cosa stia facendo.
Vanno a visitare il celebre Taj Mahal fatto costruire dall’imperatore Shah Jahan nel XVII secolo, in ricordo della moglie.
Gogol ne è affascinato.
La breve visita gli ha fatto conoscere una vita diversa, con un fascino millenario.
Tornati a New York, il padre gli spiegherà la vera ragione per la quale gli ha dato quel nome.
Tanti anni prima, il treno su cui viaggiava era deragliato e c’erano stati molti morti. Lui era rimasto incastrato sotto le macerie; aveva in mano il libro di Gogol, ridotto a pezzi. Prima dell’incidente, un passeggero che stava seduto davanti a lui gli aveva suggerito di andare in America, dove avrebbe potuto realizzare qualsiasi tipo di sogni.
Ecco, quell’incontro e le pagine strappate di quel libro, hanno costituito per lui l’inizio di una nuova vita. Quindi il nome non rappresenta soltanto la storia di uno scrittore un po’ pazzoide e morto di inedia, ma la sua storia personale e la divisione tra il prima e il dopo.
Ma Gogol ha cambiato il suo nome. È diventato architetto e si fa chiamare Gerald (Nicki); ha una ragazza di nome Lydia (si lasceranno; poi lui sposerà una della sua razza, che lo tradirà).
Sia lui che la sorella Sonali (Sonia) vivono in città diverse e ormai i familiari s’incontrano sempre più di rado.
Lydia, quando ha conosciuto i genitori di Gogol, ha detto: “Neanche sembrano i tuoi genitori; tu sei così diverso.”.
Si ha la sensazione che la trasformazione di Gogol si sia completata e che la sua ferma volontà di sradicarsi dal mondo che fu dei suoi genitori e dei suoi avi abbia vinto ogni resistenza.
Ma non sarà così; la morte del padre cambierà le cose. Troverà il libro di Gogol che il padre gli regalò un giorno, e capirà l’importanza del suo nome. La madre tornerà a Calcutta a riprendere le sue lezioni di canto.
È un film di alta poesia, che si apre a molte interpretazioni, tutte suggestive, e ci dà l’idea che, nonostante lo si voglia, certe nostre radici sono immerse nella nostra anima e non si possono cancellare.
“Le regole della casa del sidro” di Lasse Hallström
Del 1999, tratto dall’omonimo romanzo di John Irving. Questi gli attori principali: Tobey Maguire, nella parte di Homer Wells, Charlize Theron, nella parte di Candy Kendall, Michael Caine, nella parte del dottor Wilbur Larch, Paul Rudd, nella parte del Tenente Wally Worthington, Delroy Lindo, nella parte di Arthur Rose, Erykah Badu, nella parte di Rose Rose.
Nessuno ha voluto adottare Homer, a causa di una leggera malattia al cuore (non sarà vero, lo sapremo alla fine del film), e così è cresciuto nell’orfanotrofio, dove lavora il dottor Wilbur Larch, che gli ha insegnato a fare il suo assistente. All’orfanotrofio ricorrono le donne che vogliono abortire e quelle che, pur avendolo fatto nascere, desiderano abbandonare il loro neonato. Il dottor Larch e le infermiere fanno di tutto per allietare la vita dei loro futuri “principi del Maine e re della nuova Inghilterra”, come li chiama il dottor Larch.
Arriva il giorno che Homer sente il bisogno di lasciare quel lavoro e l’orfanotrofio. Larch è dispiaciuto e non va a salutarlo; gli altri lo guardano partire con tanta tristezza. Non sanno dove andrà.
Andrà a fare il raccoglitore stagionale di mele, insieme a una squadra di negri. Scriviamo la storia, dice il capo, poiché non si è mai visto da quelle parti un bianco alle dipendenze di un nero.
Nella baracca dove dormono, e che chiamano “La casa del sidro”, è appeso un foglio in cui sono scritte le regole di comportamento che tutti devono rispettare. Dirà il capo dei braccianti: “Quelle regole le ha scritte qualcuno che non vive qui dentro.”. Homer staccherà il foglio dal muro e lo getterà nel fuoco della stufa.
L’azienda è specializzata nella produzione del sidro, e appartiene alla famiglia di un giovane tenente, Wally Worthington, che aveva portato la propria fidanzata, Candy Kendall, ad abortire presso l’orfanotrofio. (gli aborti li praticava Larch, mentre Homer non si opponeva, ma era contrario). Candy lo invita un giorno a casa sua per fargli assaggiare l’aragosta, che il padre pesca, e che lui non ha mai mangiato. Addirittura è grazie a Candy e al tenente Wally che ha potuto vedere per la prima volta l’oceano.
Wally parte volontario per la Birmania e Candy, a poco a poco, intreccia una relazione con Homer.
Finita la stagione delle mele, i negri lasciano la fattoria, e Homer si trasferisce dai familiari di Candy, che aiuta nella pesca delle aragoste.
Il dottore Larch sta per essere dimesso dal suo incarico e il consiglio direttivo gli chiede si suggerire un bravo medico che lo sostituisca. Larch pensa a Homer. Fabbrica per lui documenti falsi che provino che è un medico e che vanta ottime referenze. Tra lui e Homer si apre una corrispondenza nel corso della quale Larch gli scrive che è nato per fare il medico. Ma Homer si nega più volte, finché Larch perde ogni speranza e alle infermiere dice con amarezza: “Credo che il mondo ce l’abbia rubato.”.
Passa un anno e si torna a raccogliere le mele. Arriva il solito gruppo di neri (manca il più litigioso) e Homer si unisce di nuovo a loro. Ma si accorge che in Rose, la figlia del capo, c’è qualcosa che non va; è sempre triste e appartata, ma non gli ci vuole molto a capire: è incinta. E avrà una scioccante sorpresa, scoprendo che chi l’ha messa in cinta è suo padre, il capo del gruppo dei lavoranti. Era solito andare a letto con la figlia, imponendosi su di lei. Homer va sotto l’albero dove sta lavorando e glielo dice, e l’uomo risponde che non si deve occupare dei fatti degli altri. Ma resta preoccupato. C’è un’altra notizia che turba la comunità: il fidanzato di Candy, Wally, ha contratto in Birmania una malattia causata dalla puntura di una zanzara, l’encefalite B, ed è rimasto paralizzato dal busto in giù; ossia, non è più in grado di camminare e si muove stando seduto su di una carrozzella.
Quando Candy e Homer si troveranno in macchina soli, in procinto di lasciarsi, Homer le dirà: “Almeno non c’è più da aspettare e vedere… almeno ho visto l’oceano.”.
È Homer che farà abortire Rose, sebbene sia stato sempre contrario a questo tipo di intervento. Probabilmente la brutta situazione che si sarebbe creata, lo ha spinto ad assumersi una tale responsabilità.
Rose fugge di casa, la stanno cercando; Homer entra nella baracca e trova il padre di Rose sdraiato nel letto con una ferita all’addome. Gliel’ha fatta Rose, mentre lui cercava di toccarle teneramente la mano, lasciandola libera di andare. Morirà. Finita la stagione i braccianti partiranno; vorrebbero che Homer li seguisse, ma a lui il destino ha riservato altro: tornare all’orfanotrofio. Larch è morto e lui prenderà il suo posto.
“Il velo dipinto” di John Curran
Del 2006, tratto dall’omonimo romanzo di William Somerset Maugham. Questi gli attori principali: Naomi Watts, nella parte di Kitty Garstin Fane, Edward Norton, nella parte di Walter Fane, Liev Schreiber, nella parte di Charlie Townsend, Toby Jones, nella parte di Waddington, Diana Rigg, nella parte della madre superiora, Anthony Wong Chau-sang, nella parte del colonnello Yu.
Shanghai, 1925.
Walter e Kitty, marito e moglie, giungono a Shanghai. Lui è un batteriologo. Si sono conosciuti a Londra 2 anni prima. Lui è innamorato di lei, ma Kitty sembra più tollerarlo che amarlo. Sono stati i suoi genitori a gettarla nelle braccia del timido Walter.
Ricevono un invito dai coniugi Townsend per andare a teatro. Charlie Townsend è il vice console inglese di Shanghai; la corteggia e presto inizia una relazione adulterina con lui. Un giorno che sono chiusi a chiave in camera di lei, si sente il rumore di qualcuno che gira la maniglia della porta per entrare, poi vi rinuncia. Capirà dopo che era il marito che veniva a consegnarle un pacco speditole dal padre.
Dunque, il marito sa, e per il momento fa finta di nulla.
Non per molto, però, poiché le comunica che andrà volontario in una località dove è scoppiata un’epidemia di colera e nessuno sa come porne fine. Lui è un medico e batteriologo ed intende portare soccorso. Vuole che vada anche la moglie, la quale respinge l’idea. Allora, le risponde che chiederà il divorzio, e le rivela che conosce i suoi tradimenti col vice console. O va con lui, o crea lo scandalo. Pone anche queste ulteriori condizioni: concederà il divorzio se Charlie chiederà pure lui il divorzio dalla moglie, e poi la sposerà.
Kitty va da Charlie per dirle che il marito sa tutto e gli riferisce le condizioni poste da lui. Come Walter aveva previsto astutamente, Charlie rifiuterà di chiedere il divorzio. Allora Kitty decide di partire con il marito, il quale sta preparando la sua vendetta.
Arrivati a destinazione, vanno ad abitare in un modesto bungalow, dove dormiranno in letti separati. Sappiamo dal vice intendente Waddington, rimasto superstite sul posto, che il viaggio che ha intrapreso per giungere lì, era il più lungo e il più faticoso.
Il regista sta creando una suspence di notevole livello; una schermaglia sottile tra i due coniugi; opponendo tra loro 2 caratteri forti, il primo che non reggerà la sfida, sarà distrutto.
Visitando il convento, la madre superiora le dirà quante cose buone sta facendo il marito e come sia affezionato ai ragazzi. Tornata a casa, domanda a Walter fino a quando vorrà disprezzarla per il suo tradimento; e lui risponderà: “Io disprezzo me stesso per averti amato così tanto in passato.”.
Kitty sembra cedere, rendersi conto della sua colpa; Walter non riesce a nascondere la sua disperazione e il suo rimorso. Le dice di averla sposata sapendo che non era amato, ma sperava che con il tempo, ciò sarebbe stato possibile. Le dice di essersi, purtroppo, sbagliato.
Ma quella che doveva essere una sfida con il perdente che finisce a terra distrutto, si trasforma in una rivincita dell’amore e del perdono.
Kitty aiuterà nel lazzaretto, si metterà a disposizione dei bambini, e Walter la sorprenderà in queste sue inattese funzioni e s’intenerirà. Faranno l’amore, riconciliandosi.
Ci sarà una sorpresa, anzi, anche più di una, a badare bene. Kitty si sente male e si scopre che è incinta. Di quanti mesi? Non è sicura; forse 2, forse 3. È mio il bambino? le domanda Walter. Mi dispiace, ma non lo so, risponde lei. È poco tempo che sono arrivati al villaggio ed è poco tempo che hanno fatto l’amore; dunque, il bambino, ci lascia capire il regista, è di Charlie Townsend, il vice console di cui era stata l’amante fino al giorno della partenza. Walter non la rimprovera, ma accetta il fatto compiuto. Morirà, però, a causa del colera. Kitty, tornata a Londra, ora ha un figlio, a cui ha dato il nome di Walter, che porta con sé a fare spese; è un bel bambino. Incontra Charlie, che si volta a salutarla; guarda il bambino, si complimenta con lei, poi le dice che si trova a Londra per 3 settimane e se… Ma Kitty lo interrompe bruscamente e, salutandolo in fretta, si allontana. Il bambino gli domanderà chi fosse quel signore. Non era una persona importante, risponde lei.
“Il giardino di limoni” di Eran Riklis
Del 2008, ricavato da una storia vera. Questi gli attori principali: Hiam Abbass, nella parte di Salma Zidane, Doron Tavory, nella parte del Ministro della Difesa Israel Navon, Ali Suliman, nella parte di Ziad Daud, Rona Lipaz-Michael, nella parte di Mira Navon, Hili Yalon, nella parte di Sigi Navon, Tarik Kopty, nella parte di Abu Hussam.
Questo film vede contrapposti palestinesi e ebrei, mentre ancora oggi infuria una guerra tra le 2 parti. Sono anni che si fronteggiano, e sono anni che l’odio imperversa in questa disgraziata area che, per i cristiani, ha visto vivere un uomo pacifico come Cristo, figlio di Dio.
Finirà mai la guerra? Mi auguro che pretese, rancori e velleità lascino presto il posto al desiderio di una vita che risparmi tragedie e vendette e assicuri a tutti una esistenza ordinata e ispirata alla pace tra gli uomini.
Salma Zidane è vedova e ha ereditato dal padre un bellissimo limoneto; vive al confine con Israele e ha proprio di fronte una casa nella quale viene ad abitare il nuovo ministro della difesa israeliano. I servizi di sicurezza, nell’ispezionare l’area, individuano nel limoneto un pericolo, poiché potrebbe essere utile per organizzare un attentato, essendo facile l’accesso. Decidono di sradicare il frutteto, offrendo alla donna un risarcimento.
La donna fa ricorso, assistita da un avvocato, ma esso è respinto. Mira, la moglie del ministro, non è d’accordo con quanto si sta facendo, ma il marito le risponde che non dipende da lui, ma da coloro che sono addetti alla difesa della sua persona. Lui non può fare nulla; comunque condivide quella decisione e, infatti, i lavori continueranno. Comincia una lunga battaglia legale.
Intanto, il frutteto è stato recintato, e alla donna il Tribunale militare ha proibito di accedervi. È stata innalzata una torretta di controllo, onde sorvegliare che la sentenza del tribunale sia rispettata.
I limoni cominciano a soffrire, cadono a terra; le foglie inaridiscono; Salma non può assistere senza fare nulla. Di nascosto, entra nel limoneto. La prima volta la scorge la sentinella della torretta che, forse comprendendo la situazione della donna, la invita a uscire dal limoneto. Interverrà, però, crudamente un agente dei servizi segreti. La seconda volta, sta raccogliendo a terra dei limoni quando Mira la vede; la osserva, ma non dice nulla; la lascia fare.
Lei la guarda, taciturna, come a ringraziare.
Corre tra le 2 donne un sentimento di comprensione e di condivisione.
Il ministro dà una festa. Mancano dei limoni, e si mandano dei soldati a raccoglierli nel limoneto di Salma, la quale li vede e corre a riprendersi i suoi limoni. Mira, osserva la scena e chiede scusa, dicendo che volevano soltanto raccogliere alcuni limoni. Si sentono degli spari. I servizi di sicurezza si muovono e il fatto porta acqua alle ragioni dei servizi segreti.
Ma Mira, in un’intervista, farà intendere che Salma ha ragione e che ciò che le sta succedendo è una violenza ai suoi diritti. Il ministro è infuriato con la moglie. Telefona dappertutto per dire che la moglie è stata fraintesa. L’avvocato di Salma va a trovare la sua cliente per dirle che quella è un’occasione buona per la loro causa. La bacia, ma lei resta fredda.
Si deve dire che era iniziato un rapporto sentimentale tra Salma e l’avvocato, ma un capo arabo era andata a trovarla per chiedere di interrompere la relazione per rispetto al marito defunto, minacciandola di costringerla con la forza, se non ubbidirà.
Il ministro chiede alla moglie se la giornalista ha frainteso le sue parole nell’intervista che le ha rilasciato, e Mira risponde che ha riportato esattamente le sue parole.
Il caso diventa di interesse internazionale. Israele è sotto pressione. Molti Stati si schierano a favore di Salma; la stessa Mira va a trovarla e la scorge dalla finestra che sta piangendo; vorrebbe entrare, ma glielo impedisce un agente della sicurezza.
Mira è costretta a firmare una lettera con la quale ritratta il contenuto dell’intervista, ma in lei matura un conflitto interiore difficile da arrestare.
È un film spietato ma che contiene una immarcescibile tenerezza costituita dal sentimento che unisce le 2 donne nel respingere sopraffazione e violenza.
Mira entra in crisi. Soffre quanto, e forse più, di Salma. Al telefono dice alla figlia: “Quegli stupidi limoni, come dici tu, mi hanno sconvolto la vita.”.
La Corte Suprema ordinerà a Salma di tagliare, fin quasi alle radici, i 150 limoni più vicini alla casa del ministro. Sarà uno spettacolo orrendo, se paragonato alla bellezza che è stata distrutta.
Mira abbandonerà il marito, manifestando così in modo irrevocabile il suo dissenso. Davanti alla casa sarà eretto un altissimo muro per cui il limoneto scomparirà dalla vista del ministro, assicurandone, forse, l’incolumità.
“L’ultimo inquisitore” di Miloš Forman
Del 2006. Questi gli attori principali: Javier Bardem, nella parte di Lorenzo Casamares, Natalie Portman, nella parte di Inés Bilbatua / Alicia, Stellan Skarsgård, nella parte di Francisco Goya, Randy Quaid, nella parte di Carlo IV di Spagna, Blanca Portillo, nella parte della Regina Maria Luisa, Michael Lonsdale, nella parte di Padre Gregorio, José Luis Gómez, nella parte di Tomás Bilbatúa, Mabel Rivera, nella parte di María Isabel Bilbatúa.
La storia si svolge tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento.
Padre Lorenzo Casamares ha ordinato un proprio ritratto al pittore più famoso di Spagna in quel tempo, Francisco Goya. Di lui stanno parlando al Santo Uffizio dell’Inquisizione, e esaminano alcune sue litografie, raffiguranti vecchie streghe e cose simili. Viene riferito che questi ritratti demoniaci si stanno diffondendo nel Paese e si domandano come padre Lorenzo abbia potuto commissionare un suo ritratto a questo pittore malefico. Ma padre Lorenzo ha la risposta pronta: dice che anche le loro Maestà si sono fatte dipingere un ritratto da lui, e che ciò che dipinge il pittore in quei disegni altro non è che la realtà che solo la sua arte riesce a cogliere. L’inquisitore presidente del comitato, padre Gregorio, chiede, allora, se si devono rincrudire le pene stabilite contro i detrattori della Chiesa. Sì, risponde lui, e si rende disponibile a comandare un’operazione del genere.
Assistiamo ad alcune scene che ci mostrano Goya che sta facendo ritratti: ad una giovane e bella ragazza, a padre Lorenzo e alla regina Maria Luisa. Poi si passa a padre Lorenzo che dà istruzioni ai ministri di Dio al suo servizio affinché annotino segni e comportamenti blasfemi e li denuncino al Santo Uffizio.
Comincia una spietata caccia ai sospettati nemici della Chiesa. Ines, la modella di Goya, appartenente a una ricca famiglia, viene sorpresa a rifiutare di farsi servire carne di maiale, mentre in una trattoria sta mangiando con degli amici. Per le spie è la prova che è una giudea. Viene convocata (l’accompagna il padre) e interrogata. Lei dice la verità, ossia che non è ebrea, ma l’Inquisitore non le crede e la sottopone alla “tortura della corda”.
Il padre della ragazza, Tomás Bilbatúa, non sa più niente, e sono trascorse delle ore senza che abbia più rivisto la figlia; allora si reca da Goya affinché gli ottenga un’udienza presso padre Lorenzo, al quale sta facendo il ritratto: “È entrata stamattina e non abbiamo avuto più notizie.”, dice Tomás a Goya.
Quando padre Lorenzo si reca a ritirare il suo ritratto finito, Goya gli rivela che è stato già pagato, e che il donatore si è già impegnato a sostenere le spese di certi costosi lavori della Chiesa. E il motivo?, chiede padre Lorenzo. Gli è stata imprigionata la figlia, che è anche la sua modella, la quale è senza dubbio innocente.
Padre Lorenzo va a visitarla in prigione, dove sono tenuti incatenati, in condizioni pietose, molti miscredenti. Anche Ines, che trova sdraiata su di un pagliericcio e legata alle catene, tutta nuda. Le dirà che è venuto per aiutarla e ne approfitterà per stringerla tra le sue braccia.
Padre Lorenzo è invitato a pranzare nel proprio palazzo dal padre di Ines, il quale gli mostra un cofanetto pieno di monete d’oro, che ha intenzione di donare alla Chiesa per restaurare un convento in pessime condizioni. Chiede notizie della figlia e il monaco domenicano risponde che ha confessato di essere una giudea. Un fratello della ragazza domanda se è stata torturata. Sì, risponde; è stata sottoposta alla “tortura della corda”, considerata dalla Chiesa in grado di far dire la verità ai colpevoli. Si apre una discussione, nel corso della quale da tutti, salvo il monaco, è considerata la confessione sotto tortura una crudeltà inutile, poiché, sotto tortura, tutti confesserebbero, anche i presenti a tavola. Pure Goya dichiara, senza esitazione, che confesserebbe una bugia, se sottoposto alla “tortura della corda”. Padre Lorenzo sostiene, al contrario, che chi è protetto dalla Fede non potrà mai confessare una menzogna.
Il padre di Ines sorride, poiché ha intenzione di mettere alla prova padre Lorenzo. Chiede il permesso di allontanarsi. Tutti restano in attesa del suo ritorno.
Quando arriva, ha in mano un documento che contiene delle blasfemie e chiede a padre Lorenzo di firmarlo; insiste più volte, ma il monaco rifiuta; allora fa portare dai figli una corda; fa uscire nel frattempo Goya, che cercava di difendere il domenicano, e quest’ultimo viene legato e issato quasi fino al soffitto, a testa in giù. Le sue grida sono atroci, finché decide di firmare; allora è liberato e il ricco mercante, Tomás, padre di Ines, gli dice: “Brucerò questo documento il giorno in cui mia figlia tornerà da me.”.
Affinché sia facilitata la liberazione della figlia, consegna ugualmente lo scrigno pieno di monete d’oro, perché siano consegnate al Santo Uffizio.
Infatti, il presidente del Santo Uffizio, padre Gregorio, a cui viene consegnato lo scrigno da padre Lorenzo, rimane stupefatto da una così ricca donazione e ne chiede il motivo. Il monaco gli esprime la richiesta del mercante affinché sua figlia, prigioniera dell’Inquisizione, sia liberata. Padre Gregorio domanda se la ragazza abbia confessato. Sì, è la risposta; e allora il presidente risponde che non è più possibile liberarla, poiché la Chiesa non può ammettere che la “tortura della corda” non ottenga la verità dalla vittima. Il padre di Ines, saputo questo, fa pervenire allo stesso padre Gregorio il documento blasfemo firmato da padre Lorenzo sotto la “tortura della corda”. Scandalizzato, lo fa cercare, ma non si riesce a sapere dove si sia nascosto. Si recano da Goya e requisiscono il ritratto del domenicano e lo bruciano sulla pubblica piazza, ordinando al popolo di non pronunciare mai più il nome di padre Lorenzo Casamares.
Intanto, si viene a sapere che in Francia è scoppiata la Rivoluzione e il re Luigi XVI è stato decapitato.
Passano 15 anni.
Napoleone ha occupato la Spagna e destituito il suo re, Carlo IV. Ha assegnato il suo posto al fratello Giuseppe. L’Inquisizione viene sciolta e tutti i suoi detenuti sono dichiarati liberi. Escono dalla prigione in condizioni disumane; tra essi, anche Ines. Esce in strada vestita di logori stracci con le gambe piagate e la bocca distorta. Ha l’aspetto di una deficiente, ma non lo è del tutto; qualcosa ricorda. Dopo essere passata dal palazzo dei suoi genitori e averli trovati morti, si reca a casa di Goya, di cui fu modella. Lì per lì, Goya, che nel frattempo è diventato sordo, non la riconosce, ma lei si fa capire e allora Goya, guardando il ritratto che le fece, ancora presente nel suo studio, la ricorda. Poiché è sordo, dice alla ragazza di scrivere tutto ciò che ha passato, e leggendo lo scritto, apprende che Ines ha una figlia, e vuole ritrovarla. Ricordate Padre Lorenzo? Condannato dall’Inquisizione, scappò in Francia, ecco perché nessuno riuscì a trovarlo, e ora è diventato un influente personaggio della Rivoluzione. A lui si rivolge Goya, andandolo a trovare in un elegante e ampio ufficio. Padre Lorenzo (ma da ora si deve scrivere solo Lorenzo), nonostante i voti, si è sposato e ha 3 figli. Chiede a Goya di fare il ritratto di tutta la sua famiglia: ora è ricco e ha soldi da spendere. Poi gli dice di fare entrare la ragazza. Non la riconosce, ma lei gli corre incontro, e s’inginocchia davanti a lui e gli domanda: “Che è successo a nostra figlia?”; “Sta con te, adesso?”.
Si capisce, dunque, che il monaco, quando andava a incontrarla in prigione, faceva sesso con la sventurata.
Lorenzo la fa rinchiudere in un manicomio, all’insaputa di Goya, il quale è partito per fare ricerche sulla figlia di Ines, e la trova; si chiama Alicia, è bella come la madre, e fa la prostituta. Lorenzo precorre i tempi e precede Goya; va ad incontrarla e le propone di darle molto denaro se si trasferirà in America. La ragazza lo respinge atterrita, e scende dalla carrozza su cui lui l’aveva fatta salire e si dà alla fuga. Succede, però, che, venuto a sapere circa gli ambienti che frequenta, la fa arrestare, insieme con altre prostitute, in una locanda equivoca, e le fa caricare tutte su di una carretta con destinazione l’America. Intanto, in quella locanda un neonato è rimasto a terra, abbandonato da una donna, nel vano tentativo di sfuggire alle guardie; entra Ines e la raccoglie, credendola sua figlia. Ines, ormai, ha perso la ragione.
Il film assume toni tragici e la storia di Ines e sua figlia diventa dominante. Il regista ha saputo intessere con acutezza e bravura una trama che, pur complessa, si snoda agevolmente.
Arriva la notizia che l’armata inglese di Wellington ha passato il Portogallo e sta per entrare in Spagna e che il re Giuseppe Bonaparte è praticamente fuggito. Lorenzo si affretta a fare altrettanto, portando con sé la famiglia.
Ma gli inglesi, non solo liberano le prostitute caricate sulla carretta, uccidendo la scorta, ma fanno prigioniero anche Lorenzo, il quale viene condotto, per essere giudicato, davanti a padre Gregorio, essendo stato il Santo Uffizio ripristinato. Padre Gregorio gli chiede di pentirsi e di ritornare in grembo alla Santa Madre Chiesa, ma Lorenzo rifiuta. Sarà giustiziato alla garrota, mentre Goya disegna su di un taccuino la sua morte. A fianco del carro che trasporta la sua salma, c’è Ines, che gli tiene la mano, e porta in collo quella che crede sua figlia, trovata alla locanda. Con questa sequenza desolata si chiude il film, che ha inseguito la storia, ma soprattutto la follia.
“La ragazza con l’orecchino di perla” di Peter Webber
Del 2003, tratto dal romanzo omonimo di Tracy Chevalier. Questi gli attori principali: Colin Firth, nella parte di Johannes Vermeer, Scarlett Johansson, nella parte di Griet, Tom Wilkinson, nella parte di Van Ruijven, Judy Parfitt, nella parte di Maria Thins, Cillian Murphy, nella parte di Pieter, Essie Davis, nella parte di Catharina Vermeer, Joanna Scanlan, nella parte di Tanneke.
Questa scelta rappresenta un omaggio che desidero fare in questa mia opera ad un pittore che ho amato e amo tanto, Johannes Vermeer. Quando visitai Delft, la sua città per la quale ha dipinto il magnifico quadro intitolato “Veduta di Delft”, cercai di individuare il punto in cui si era seduto a dipingere, e credetti, e credo, di averlo trovato. Ho visto Delft, ossia, come la vide in quel lontano 1661/1662 il grande Johannes Vermeer!
Veniamo al film, il cui romanzo che l’ha ispirato si riferisce ad un altro famoso e stupendo quadro di questo pittore: “La ragazza con l’orecchino di perla” (noto anche col titolo “La ragazza col turbante”), del 1665/1666. Devo aggiungere che un altro grande pittore che amo è Pieter Bruegel il Vecchio e il suo straordinario e fascinoso dipinto “I cacciatori nella neve”, del 1565, che ho potuto avere davanti agli occhi e ammirare, stupefatto, al Museo di Vienna.
Siamo nella Delft del XVII secolo. Una famiglia povera manda una figlia, Griet, a fare la domestica in casa del pittore Vermeer. Le donne di casa, tra cui la moglie del pittore, sono severe con lei, molto burbere. La tengono in prova e la ragazza è sottoposta a lavori faticosi, ma si dimostra brava e obbediente. Va al mercato insieme con la domestica più anziana e si accorge che la carne servita dal macellaio non è fresca, meravigliando la compagna che si era sempre fidata del venditore, il quale annusa la carne e la getta via, sostituendola con carne fresca, come Griet ha modo di verificare. Non ha ancora visto il pittore; è entrata nel suo studio con l’ordine perentorio di non toccare alcuna cosa che si trovi lì dentro. Lo studio ha, per gli abitanti di quella casa, il valore di un tempio.
Le condizioni economiche di Vermeer non sono floride. Grazie ad un suo ricco mecenate, Van Ruijven, che gli commissiona dei quadri (non più di 2 o 3 all’anno, date la meticolosità e la pignoleria del pittore fiammingo) riesce a tirare avanti, poiché ha molti figli da mantenere (tra questi, Cornelia si accanirà a fare dispetti a Griet), oltre la suocera Maria Thins e la moglie Catharina. L’arrivo di Griet nella casa attira l’attenzione di Vermeer. Griet è di una bellezza semplice e umile, genuina e spontanea. Chi la incontra ne resta affascinato. Il figlio del macellaio, Pieter, ad esempio, che le fa una corte spietata (a lui, che le chiederà di sposarlo, alla fine, in un momento di paura e di smarrimento, e come atto liberatorio, si concederà). Ma anche il mecenate non appena l’ha vista chiede a Vermeer di farle un ritratto, cosa a cui il pittore aveva già pensato da sé, facendola mettere in posa in più di un’occasione.
Si deve dire che il regista ci offre immagini affascinanti di Delft, con i suoi mercati lungo il canale, le sue strade piene di gente e di banchi di vendita, le donne con i bianchi copricapo con le larghe falde che le calano lungo le orecchie, e, ovviamente, gli zoccoli ai piedi.
Chi ha visto, come me, la città, non può che ringraziare l’autore di queste immagini che puntano diritte al cuore.
Fugace, ma straordinaria, la sequenza del canale ghiacciato.
Vermeer si è accorto che Griet ha una particolare attenzione ai colori che dipinge, e le spiega come si formano, e la mette alla prova. Griet dimostra tutta la sua bravura e la sua sensibilità. È un’anima pura e dotata di una dolcezza rara.
Il rapporto di fiducia, di stima, e anche di affetto, che sta nascendo tra Vermeer e Griet, ingelosisce la moglie e la suocera, che fanno di tutto per metterla in cattiva luce, lamentandone soprattutto la pigrizia.
È il momento in cui il mecenate, invitato a pranzo dalla moglie di Vermeer, nella speranza di ottenere da lui una nuova commissione per il marito, arriva in barca alla sua casa (quante volte si pensa a Venezia!) e incontra Griet. Affascinato, ne chiede al pittore il ritratto.
Vermeer da tempo aveva intenzione di ritrarla, ma temeva la gelosia e l’ira della moglie; così il mecenate, involontariamente, gli offre l’occasione per farlo.
Ma Vermeer non ha intenzione di cedere il quadro, una volta finito, al mecenate (che, fra l’altro, invaghitosi di Griet, cerca di approfittarne). Lo vuole tenere per sé. Al mecenate dirà che sta dipingendo un gruppo di famiglia, che era stata la prima idea. La suocera, invece, sa che sta dipingendo Griet, convinta che lo stia facendo per Van Ruijven, che lo pagherà profumatamente. Fornisce a Griet, perfino, gli orecchini di perla della figlia Catharina, ossia della moglie di Vermeer. Griet si farà forare l’orecchio sinistro da Vermeer e si metterà l’orecchino di perla. Ora la modella ha completato nel reale il quadro che il pittore intende dipingere, e ci accorgiamo che quando la guarda, non la guarda come una bella ragazza che si desidera possedere, ma come il quadro che diverrà.
La moglie sarà gelosa e piena d’ira, al punto che afferra un coltello per sfregiare il quadro. Domanda perché lui non dipinge lei, e il pittore le risponde che, al contrario di Griet, lei non è in gradire di capire l’arte, spietatamente umiliandola.
Griet sarà cacciata di casa; Vermeer non farà niente per evitarlo, ma un giorno Griet riceverà un suo dono; apre il fazzoletto in cui è avvolto e scopre che sono le perle che ha indossato.
“Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman
Del 1957. Questi gli attori principali: Victor Sjöström, nella parte di Isak Borg, Bibi Andersson, nella parte di Sara, Ingrid Thulin, nella parte di Marianne, Gunnar Björnstrand, nella parte di Evald, Jullan Kindahl, nella parte di Agda, Max von Sydow, nella parte di Henrik Åkerman.
Il film ricevette molti premi; basta qui ricordare il Nastro d’argento a Bergman quale regista del miglior film straniero assegnatogli al Festival di Venezia del 1960.
Incubi e sogni fanno di quest’opera un capolavoro ricco di riferimenti, di simboli e di significati, talché lo spettatore si trova di fronte a più strade da percorrere, tutte legittime, le quali hanno una sola conclusione, quella di una vita che, al suo termine, lascia nell’anima, che sta per distaccarsi, l’impronta di una vita che è stata capace di rappresentare soltanto la sua complessità e il suo mistero. La vita umana, ossia, non dà risposte e certezze ai molti interrogativi dell’uomo, il quale resta per l’intera sua esistenza avvolto dalla nebbia delle sue molte e indecise personalità e dalle sue innumerevoli finitezze.
Sono temi angoscianti che ritroviamo in molte opere di questo grande regista che ha saputo consegnarci altri 2 capolavori affini: “Il settimo sigillo”, del 1957 (lo stesso anno de “Il posto delle fragole”!) e “La fontana della vergine”, del 1960.
Veniamo al film.
Si comincia con l’incubo che considero iconico di questo film. Isak Borg, il protagonista, un medico 78enne, sogna di trovarsi in un luogo speciale e sconosciuto. Passa sotto un grosso orologio pubblico, lo guarda e vede che non ha le lancette; non segna, ossia le ore, il tempo. Allora, guarda il suo e anche questo manca delle lancette. Poco dopo, sullo stesso marciapiede appare un uomo, che prima non c’era. Gli si accosta, lo tocca sulla spalla e quando quest’ultimo si volta, ha il viso tutto cucito negli occhi e nella bocca; poco dopo cade a terra e si scioglie nel sangue. Non è passato molto che si avvicina una carrozza funebre, la cui ruota rimane impigliata nel palo che regge un lampione; i cavalli continuano inutilmente a tirare, ma il risultato è che la ruota si sgancia e, rotolando, va a frantumarsi vicino a Isak, e dalla carrozza scivola la bara, il cui coperchio si apre e mostra una mano che cerca di afferrare Isak; presto si accorge che quel cadavere è lui stesso. È lo spazio del nulla e della sospensione di ogni cosa, ciò che ci svela il regista con questa angosciante ma meravigliosa sequenza.
Quando si sveglia decide che si recherà a ritirare il giubileo professionale che gli è stato assegnato per il suo lavoro di medico in macchina, anziché in treno, come aveva deciso in principio, litigando con la fedele e bisbetica domestica, Agda, che vorrebbe che si recasse alla cerimonia in aereo. Però, il professore è irremovibile, e parte in auto, accompagnato dalla nuora Marianne, sposata con il figlio Evald. Tra i coniugi i rapporti sono tesi per ragioni economiche; hanno chiesto aiuto a Isak, ma questi ha rifiutato, mostrando tutto il suo egoismo e la sua indifferenza. In macchina, mentre conversano su questo difficile rapporto tra i coniugi e con il suocero, Marianne gli dirà: “Certo, è deprimente fare affidamento su di lei.”.
Così che, come quella gelida sequenza sognata nell’incubo rappresentava l’assenza della vita ingoiata dal nulla, allo stesso modo questa fredda indifferenza, questo glaciale distacco, rappresentano lo smarrimento e il conflitto irrisolto di un’anima che stenta a riconoscersi e si è smarrita. Ma ecco che Isak ha una reazione quando, facendo sosta con la sua auto in un luogo dove, per 20 anni, è andato con la famiglia a villeggiare, esso risveglia i suoi ricordi. La giovinezza e l’entusiasmo di quegli anni sono rimasti annidati e assopiti nella sua anima, ed ora, grazie a quel luogo, che è il posto delle fragole, ricordi e sentimenti si ridestano, come emergessero da un vuoto glaciale e riacquistassero il loro vigore.
A causa di un incidente, sono costretti ad ospitare nella loro auto (avevano già raccolto una ragazza e due suoi compagni; questi ultimi bisticciano sull’esistenza o meno di Dio) una coppia di sposi molto litigiosa a tal punto che si trovano costretti, ad un certo punto, a farli scendere.
Isak approfitta del viaggio per fare visita anche alla madre molto anziana, ma ancora in piena salute, e qui la stessa gli mostra un orologio a cipolla senza lancette, appartenuto a suo padre e che la madre vuole regalare ad un parente. Isak ne resta turbato, come se ancora una volta qualcosa venisse a ostacolare la sua ricerca di un risveglio da quell’intorpidimento che lo esclude dalla vita.
Nel corso della sua visita al posto delle fragole, parlando con Sara, la giovane da lui amata ma che aveva sposato il fratello Sigbritt, questa gli aveva detto: “Sebbene tu conosca tante cose, in realtà non sai niente.”.
Appare di nuovo, così, una sensazione di vuoto, questa volta colpevole, sottolineata da un nuovo incubo che lo vede sottoposto ad un esame di medicina e bocciato poiché incompetente. In quell’occasione, l’esaminatore gli mostra anche la scena del tradimento di sua moglie Karin con un altro uomo, a cui Isak aveva assistito di nascosto e tenuto per sé.
Dirà in auto alla nuora Marianne di avvertire la sensazione “che sono morto pur essendo vivo.”.
Marianne gli confiderà che anche Evald la pensa allo stesso modo.
Sarà, infine, ancora il posto delle fragole, risvegliando i suoi ricordi (da ultimo i suoi giovani genitori intenti a pescare) a offrigli la possibilità di rigenerare in sé la speranza e la voglia di vivere, non prive, però, di quel velo di malinconia, immanente e tenace, che costituisce il travaglio di ogni esistenza umana.
“La fontana della vergine” di Ingmar Bergman
Del 1960, tratto da una leggenda svedese del XIV secolo. Questi gli attori principali: Birgitta Pettersson, nella parte di Karin, Gunnel Lindblom, nella parte di Ingerl, Max von Sydow, nella parte di Töre, Birgitta Valberg, nella parte di sua moglie Märeta.
Vinse nel 1961 l’Oscar per il miglior film straniero e il Golden Globe, sempre per il miglior film straniero.
Anche per l’ambientazione medievale e i luoghi rispecchianti una primitiva selvatichezza, l’opera, oltre che drammatica, è molto suggestiva e collegata, proprio per questo, all’altro capolavoro bergmaniano, universalmente noto, “Il settimo sigillo”, del 1957, di cui ho già scritto.
È un giorno di festa e Töre, un proprietario terriero, desidera rispettare la tradizione che prescrive di inviare una ragazza vergine della propria famiglia a donare dei ceri alla Madonna venerata nella chiesa del villaggio.
Hanno un’unica figlia, Karin, e la incaricano di assolvere alla tradizione. Sarà accompagnata da una domestica, Ingerl, che nutre per la ragazza una ostile gelosia, invidiandone la bellezza e la condizione sociale.
Il film comincia mostrandoci Ingerl che, incinta e pagana, invoca la protezione di Odino, mentre un gallo annuncia l’alba. Contemporaneamente, il suo padrone e la moglie Märeta pregano davanti a un crocifisso. La proprietà è costituita da rozze capanne e all’interno non ci sono segni di lusso, piuttosto di quell’operosità contadina che dà ai luoghi una speciale dignità. Karin la sera prima si è intrattenuta ad un ballo tenutosi nel villaggio e non si è ancora alzata. La madre vorrebbe inviare al suo posto una domestica, ma Töre intende rispettare la tradizione e insiste e ottiene di mandare la vergine Karin accompagnata da Ingerl, la quale, nel preparare una merenda da consumare nel corso del viaggio, mette nel pane destinato a Karin, per dispetto, una ranocchia viva.
Partono a cavallo e stanno attraversando la foresta. Karin, spensierata, canta una canzone. Ad un certo punto incontrano una capanna, sotto cui scorre un fiumiciattolo, e in cui abita una specie di mugnaio-stregone. Ingerl ne approfitta per lasciare Karin sola a continuare il viaggio, poiché – le dice – ha paura, ma quando si accorge che il vecchio mugnaio ha delle mire su di lei, fugge a piedi nella stessa direzione di Karin, intenzionata a raggiungerla, anche se ha dovuto lasciare il suo cavallo al mugnaio.
Intanto, Karin sta proseguendo da sola. Continua ad essere serena e felice. Poco lontano, 3 fratelli, di cui uno ancora bambino e un altro muto, accudiscono le loro poche capre (alcune rubate); si divertono e stanno mangiando, quando vedono spuntare Karin sul suo cavallo bianco, con la sua sontuosa veste e l’elegante mantello. La spiano e presto la raggiungono. Lei li invita a consumare con loro la merenda che ha con sé, e i 3 accettano. Sono immagini, quelle a cui assistiamo che, per la prospettiva scelta e il lento procedere, dànno già la sensazione della tragedia imminente.
L’eleganza della sposa riluce tra la selvatichezza dei luoghi, e rende l’idea, in quel paesaggio solitario, silenzioso e primitivo, dell’innocenza pura e immacolata della ragazza. La quale, nella sua immatura e ingenua percezione della vita, non avverte, al momento, alcuna paura. Ma allorché si renderà conto del pericolo, i 2 pastori adulti la violenteranno; il bambino li aiuterà a trattenere la ragazza, la quale, quando riuscirà ad alzarsi, si metterà a piangere, così che il muto la ucciderà, colpendola alla testa con un grosso bastone.
Nascosta e in silenzio, Ingerl ha assistito alla scena.
Intanto, si mette a nevicare; il bambino (i fratelli si sono allontanati nel bosco) cerca di coprire di terra il corpo della ragazza, ma subito desiste, lasciando che sia la neve a ricoprirlo a poco a poco.
A casa, Töre e la moglie sono preoccupati per non veder ritornare (si è fatta sera) Karin. Intanto, hanno accolto in casa i 3 pastori, che si sono presentati per avere un rifugio per la notte, che si annuncia rigida. Entrambe le parti non sanno di avere di fronte da un lato gli assassini della figlia, e dall’altro i genitori della ragazza.
A tavola, quando i 3 pastori sono invitati a partecipare alla cena insieme con la servitù, appropriati e sapienti primi piani e incroci di sguardi alimentano un’atmosfera già gravida di sospetti e di presentimenti.
Durante la notte, la padrona ode delle grida e uno dei suoi dipendenti le dice che il più piccolo è stato picchiato dai fratelli. La padrona va a controllare e scorge del sangue sulla bocca del ragazzo, che ora è come svenuto. Resta ammutolita e sospettosa.
È in questa occasione che il pastore che ha ancora il dono della parola le mostra l’abito che indossava Karin per venderglielo. La donna si rende conto della tragedia accaduta alla figlia, ma riesce a mantenere la calma. Esce dalla stanza; si assicura con una grossa barra collocata all’esterno che non possano fuggire e va dal marito con in mano la veste di Karin.
Ne seguirà un’atroce vendetta, di cui farà le spese anche il bambino.
Poi, guidati da Ingerl, si recheranno tutti presso il luogo dove Karin è stata abbandonata. Töre, disperato, con le mani sul volto e rivolto al cielo domanderà a Dio, in quanto tutto vede, perché non ha impedito la morte della figlia e neppure la sua vendetta, di cui chiede il perdono. “Io non ti capisco”, dirà più di una volta.
La risposta di Dio ci sarà ed è immediata allorché dal punto in cui Karin poggia il capo, scaturirà una sorgente di acqua pura. Ossia, il segno del miracolo e del perdono.
“Una giornata particolare” di Ettore Scola
Del 1977. Questi gli attori principali: Sophia Loren, nella parte di Antonietta Tiberi, Marcello Mastroianni, nella parte di Gabriele, Françoise Berd, nella parte della portinaia, John Vernon, nella parte di Emanuele, marito di Antonietta, Alessandra Mussolini, nella parte di Maria Luisa, Vittorio Guerrieri, nella parte di Umberto.
Il 6 maggio 1938 Hitler arriva a Roma in visita ufficiale (un filmato ce ne dà conto, mostrando l’osannante accoglienza del popolo italiano), e tutti devono correre a rendergli omaggio. Il palazzo dove vive Antonietta è rimasto vuoto. Il marito e i 6 figli, tra maschi e femmine, si sono messi in divisa come d’obbligo e sono entusiasti di partecipare alla parata. Altri vi si recano in abiti civili. Antonietta rimane a casa a sbrigare le faccende domestiche. Ha un uccello che, fuggito dalla gabbia, si ferma sul balcone e lei non riesce a prenderlo. Si accorge che c’è un dirimpettaio che potrebbe, invece, riuscirci. Bussa alla sua porta e Gabriele le apre. Riusciranno a recuperare l’uccello. Intanto, le poche parole che si scambiano sono sufficienti a farsi conoscere l’un l’altro. Lei casalinga, tutta presa dai suoi impegni domestici, un po’ disordinata nel vestire, lui precisino ma di umore scostante. È un omosessuale (lei non lo sa ancora) ed è stato licenziato dal suo impiego alla EIAR (così si chiamava la Rai del tempo) ed ora si arrangia a fare il copista di indirizzi sulle buste per conto di un emporio che deve farsi pubblicità. È un lavoro umiliante e sgradito; si annoia pure. Quando arriva Antonietta, è per lui un’occasione di svago, costretto dal regime all’isolamento; la prega di restare, le offre qualcosa, ma Antonietta ha poco tempo libero e deve andarsene. Però si capisce che è rimasta turbata dall’uomo, che ha una bella presenza ed è molto educato.
Fuori, gli altoparlanti diffondono la cronaca della giornata.
Il regista ha disegnato in questo modo il clima e l’ambiente in cui si svolgeranno i fatti e lo spettatore ha già percepito la solitudine che un regime feroce può creare nella vita di una persona. Si è già schierato dalla parte di Gabriele e misura a poco l’intensità del suo dramma.
In quel giorno, infatti, la sua malinconia è agli estremi. Telefona al compagno della sua vita, Marco, con cui non può più incontrarsi (“Ma vivere bisogna essere in due”, gli dice), e dà sfogo a quella che lui considera una giornata particolare, in cui il suo spirito avverte di dover fare qualcosa, ma non ne ha la forza. Una ribellione che è esplosa e si consuma soltanto nella sua anima.
Ma l’incontro improvviso con Antonietta ha suscitato in lui una qualche speranza, gli ha fatto intravvedere una qualche via di uscita, prima insperata; ed ecco che, con la scusa di donarle un libro che Antonietta aveva notato nel suo appartamento, va a trovarla e le chiede se può offrirgli un caffè. Sembra poco, ma per Gabriele è tanto, in quello squallore in cui lo ha relegato il regime.
Questo incontro è talmente importante che agisce anche su Antonietta, nella quale risveglia il desiderio di essere donna. Trova una scusa per lasciare Gabriele solo a macinare i chicchi di caffè e si apparta a sistemarsi l’abito, il viso e i capelli.
Il continuo fragore degli altoparlanti nulla può rispetto allo svelamento che si sta manifestando dell’essenza di due anime che sono entrate in contatto tra di loro e per qualche momento si ritrovano avvolti dalla purezza dei loro sentimenti. Succede che Gabriele si mette perfino a giocare con la donna, forse del tutto dimentico del suo dramma.
La potenza, in ogni essere umano, della propria genuinità, della primordiale e innata innocenza, riesce ad emergere e ad imporsi nel momento e ogni volta in cui la nostra volontà vi si abbandona.
È l’insegnamento, forse il principale, che ci viene donato dal film, il quale, al termine, ci fa capire che basta un attimo di debolezza, una rinuncia, uno sconforto, una sensazione di definitiva sconfitta, a rimettere in gioco e a rischio la libertà di noi stessi. Di mettere in gioco, ossia, il nostro pieno diritto alla vita.
È ciò che accade a Gabriele.
Mentre Antonietta, seduta alla finestra sta leggendo il libro regalatole da Gabriele, “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas, vede nel palazzo di fronte che due agenti in borghese stanno portando via il giovane omosessuale, destinato al confino. Né lui né lei reagiscono.
“Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Miloš Forman.
Del 1975, tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey. Questi gli attori principali: Jack Nicholson, nella parte di Randle Patrick McMurphy, Louise Fletcher, nella parte dell’infermiera Mildred Ratched, Will Sampson, nella parte di Capo Bromden, Brad Dourif, nella parte di Billy Bibit, Danny DeVito, nella parte di Martini, Scatman Crothers, nella parte di Turkle.
Nel 1976 vinse 5 Oscar come: migliore film, migliore regista, migliore attore, migliore attrice e migliore sceneggiatura non originale.
Come in “Shining” di Stanley Kubrick, del 1980, di cui ho già scritto, siamo in presenza di una delle superlative interpretazioni di Jack Nicholson.
Siamo in un manicomio e le immagini sono subito terrificanti e squallide. I volti stessi dei ricoverati rivelano il loro dramma. Vi è condotto anche Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson) condannato per aver stuprato una ragazza. Dapprima lo hanno inviato in un campo di lavoro, dove, però, ha mostrato un carattere ribelle, incostante, indolente e così via, al punto che lo hanno trasferito al manicomio perché sia “vagliato” il suo stato mentale.
È la sua storia che volerà sul “nido del cuculo”, ossia sul manicomio, svelandone le angherie e le incomprensioni.
In realtà, McMurphy non è pazzo, ma è così per natura, ovvero bizzarro e originale, come ce ne sono tanti nel mondo cosiddetto libero. Del ricovero, ne approfitterà per trarre motivo di divertimento e di manifestazione del suo complesso carattere. Si farà fatica a tenerlo a bada e il suo singolare modo di comportarsi attirerà l’attenzione e la simpatia degli altri ricoverati, facendolo diventare il loro leader. La capo infermiera, Mildred Ratched, è la più intransigente nei suoi confronti, ma è proprio con lei che McMurphy va maturando il suo ironico divertimento.
Sa che lo sorveglia, ma non rinuncia al suo spasso ogni volta che ne ha l’occasione: quando gioca a carte, ad esempio, quando si tengono le sedute terapeutiche tra i pazienti e la capo infermiera, quando si gioca nel cortile a basket e lui vuole insegnare a fare cesto al gigante indiano sordomuto (scopriremo che finge di esserlo) e che lui chiama Grande Capo; oppure quando è in corso la distribuzione delle medicine, e così via.
Tutte le regole fino a quel momento rispettate nel manicomio vengono eluse, sfidate e sovvertite da McMurphy.
Un giorno scommette con i compagni che riuscirà a fuggire dal manicomio per andarsi a vedere al bar un’importante partita di baseball. Non ci riuscirà, però (“Almeno c’ho provato”); ma le sue spacconate fanno presa, e sembra che a poco a poco creino una nuova vitalità tra i pazienti, prima assuefatti a ordinarie abitudini.
Della partita di baseball si inventerà una telecronaca che entusiasmerà tutti; poi, a mano a mano, le sue stravaganze si accentueranno. È il momento in cui si mette alla guida del pullman del manicomio e porta a spasso i compagni che, poi, fa salire su uno yatch, portandoli in giro per la costa a pescare.
Si ha di nuovo la sensazione di un risveglio collettivo, come se lo sprone alla vivacità e all’intraprendenza fosse la nuova medicina in grado di guarire.
Il personale dell’ospedale dà segnali di meraviglia e di impotenza. Il colossale Grande Capo (interpretato da Will Sampson), sta in disparte, per ora, e osserva tutto con curiosità e puntiglio.
Scoppia una rissa tra infermieri e pazienti, e si decide di sottoporre a elettroshock McMurphy, sperando di quietarne l’esuberanza, ma senza risultato.
Quando organizzerà un festino facendo entrare nel manicomio due prostitute si raggiungerà il massimo della dissacrazione. Quella stessa notte ha programmato di fuggire insieme con Grande Capo, ma si addormenterà, e al mattino la capo infermiera e i suoi assistenti scopriranno l’accaduto, con i malati ubriachi e in disordine, sparsi nelle stanze e nel corridoio. Uno di questi, rimproverato, si suiciderà e allora McMurphy si scaglierà contro la capo infermiera arrivando fin quasi a strangolarla. Sarà la sua fine, la sua sconfitta. L’intervento di lobotomia lo ridurrà un corpo senza più anima né volontà. Grande Capo si renderà conto del suo stato e, per non lasciarlo vivere in quel modo, lo soffocherà con un cuscino, dopodiché, sradicato il grosso lavabo dal pavimento, lo scaglierà contro la finestra e fuggirà, liberandosi da quell’assurda prigionia.
“Profumo di donna” di Dino Risi
Del 1974, tratto dal romanzo “Il buio e il miele” di Giovanni Arpino. Questi gli attori principali: Vittorio Gassman, nella parte del Capitano Fausto Consolo, Alessandro Momo, nella parte di Giovanni Bertazzi, Agostina Belli, nella parte di Sara, Moira Orfei, nella parte di Mirka, Torindo Bernardi, nella parte del colonnello della caserma di Orbassano, Franco Ricci, nella parte del Tenente Vincenzo V.
Come sarà noto, questo film, che valse a Vittorio Gassman, nel 1975, l’Oscar come migliore attore protagonista, ha avuto un remake nel 1992, “Scent of a Woman”, diretto da Martin Brest e interpretato nientemeno che da Al Pacino.
Devo riconoscere a Dino Risi una migliore regia e a Vittorio Gassman una migliore interpretazione.
Giovanni Bertazzi è un giovane attendente che è stato incaricato di accompagnare in treno fino a Napoli il capitano Fausto Consolo, affetto da cecità a causa di una bomba scoppiatagli tra le mani (ha la mano sinistra di legno) mentre ci stava giocando nel corso di una manovra militare. Giovanni si reca presso una elegante abitazione (il capitano è ricco) di Torino e viene accolto dalla zia di Fausto, che si occupa di lui da quando, 7 anni prima, è accaduta la disgrazia. Si meraviglia che abbiano mandato un attendente così giovane, ma lo ritiene un ragazzo puntuale e ordinato. Gli spiega che Fausto non vuole essere chiamato Capitano ma solo Signore, e guai a sbagliarsi.
Giovanni entra nella stanza dove l’attende Fausto. Si accorge, dal modo in cui lo tratta sin da principio (lo considera, per la sua bassa statura, quasi un nano), che non è un tipo facile, piuttosto scontroso e irascibile. Giovanni si mostra obbediente e passa l’esame. Fausto, quando il giovane se ne sarà andato, dirà al suo gatto di nome Barone: “Un po’ coglione, ma tutto sommato, un bravo ragazzo.”.
L’indomani alle 7 è programmata la partenza.
Da questo momento, le battute che Fausto esprime nei confronti del povero Giovanni sono tante e tali da renderci subito simpatici il personaggio e l’attore, così bravo che, quando si toglie gli occhiali scuri, i suoi occhi danno l’impressione di una cecità reale.
Indossa un completo bianco e porta un panama chiaro; tiene nella mano sana un bastone e la sua andatura e il suo portamento hanno l’eleganza di una nobiltà che ha resistito alla sciagura.
“Io vedo con le orecchie” dice a Giovanni, che lui chiama Ciccio, come ha chiamato così tutti gli attendenti avuti finora. Eppoi, sempre a Ciccio: “Dimmi come sono le ragazze”; “Quali ragazze?”; “Ma come? Io le sento e tu non le vedi.”.
Le donne sono al centro della sua sosta a Genova. Invece, quando si ferma a Roma, è per far visita al cugino Carlo, sacerdote. S’incontrano in un albergo gestito dalle suore e, nel discorrere col cugino, al quale invidia di avere a disposizione tante suore, alle sue rimostranze risponde: “Uomini e donne, ecco cosa siete voi preti e monache. Uomini e donne.”.
La verve di Gassman, nell’interpretare questo personaggio, è inesauribile e sempre vivace e mordace; del resto, chi ama il cinema conosce le tante brillanti e iperboliche interpretazioni di successo di questo grande attore, a partire da “Il mattatore” di Dino Risi, del 1960 e “il sorpasso”, sempre di Dino Risi, del 1962.
Bisogna dire che va dato merito a questo regista, autore anche del film di cui si scrive, di aver saputo estrarre da questo versatile attore (in principio conosciuto per le sue interpretazioni straordinarie delle opere di William Shakespeare) il gusto e il profumo di un popolarismo nobile e schietto, portato alle massime vette. Del merito, si deve anche attribuire all’altro grande regista Mario Monicelli, che gli ha fatto indossare nei 2 film del 1966 e del 1970, i panni di un personaggio divenuto iconico, Brancaleone.
Nella conversazione con il cugino prete, toccano aspetti della spiritualità che fanno intuire che quel viaggio fino a Napoli ha uno scopo, che ha a che vedere con i drammi e le disavventure dell’esistenza.
Giunti a Napoli, Fausto assolve, infatti, all’appuntamento che aveva con un amico, pure lui cieco, il tenente Vincenzo. La finta spensieratezza espressa sino a qui si rivela, ora, bugiarda e ingannevole. Tra i 2 si deve compiere una tragedia. Fausto deve sparare a Vincenzo e poi togliersi la vita.
Al ristorante a mare, dove si sono incontrati, Fausto ha ritrovato (è figlia della padrona) una ragazza amata, Sara (l’affascinante Agostina Belli) della quale porta nella valigia una foto. La ragazza lo ha conosciuto quando non era ancora cieco ed era, anzi, un baldanzoso e bell’ufficiale che faceva colpo sulle donne. Sara ne è ancora infatuata, ma Fausto cerca ad ogni occasione di evitarla e di mandarla per le spicce. Però, non succederà quando le toccherà la mano per percorrerne, col suo tocco, le linee: quello sarà, anzi è, un tocco d’amore colmo di rimpianto e bagnato da una ferita che non si sana.
Ora, le spacconate che escono dalla bocca di Fausto non sono le stesse di prima; hanno assunto il sapore amaro della rabbia, dell’impotenza e della rassegnazione.
Arriva il momento di assolvere alla promessa che Fausto e Vincenzo si sono fatta. È tarda sera. Si sentono nella pensione-ristorante degli spari. Allarmati, tutti salgono verso le camere e trovano Vincenzo gravemente ferito (se la caverà) e in piedi, davanti a lui, Fausto, con la pistola ancora fumante. Doveva suicidarsi, dopo aver colpito l’amico, ma non ne ha avuto il coraggio. È incolume. Sara lo porta fuori dalla stanza, in modo che non sia coinvolto nella tragedia (la polizia dirà che si è trattato di un incidente accaduto mentre Vincenzo puliva l’arma). Presa un’auto, Sara e Ciccio lo conducono in uno sperduto casolare in mezzo alla campagna. Lo hanno addormentato, ma ora Fausto si risveglia e si rende conto di cosa sia successo, e si dà del vile, di un uomo che non ha coraggio. Avverte la presenza di Sara e ordina a Ciccio di portarla via con lui (Ciccio deve fare rientro in caserma); ma la ragazza, in silenzio, si ferma, rimasta sola, a poca distanza dal casolare. Credendosi libero dalla loro presenza, Fausto esce con il suo bastone, ma inciampa sul terreno scosceso e cade. È il momento in cui intuisce che Sara non se n’è andata; e che è lì a poca distanza da lui; e la chiama, infine grida il suo nome, e Sara accorre e lo aiuta a rialzarsi.
Lui, facendosi sostenere dalle sue braccia, le dice: “È difficile, sai, accompagnare un cieco.”. L’ultima sequenza è dei due che si allontanano dal casolare, uno abbracciato all’altra.
Ha vinto l’amore.
“Un borghese piccolo piccolo” di Mario Monicelli
Del 1977, tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami. Questi gli attori principali: Alberto Sordi, nella parte di Giovanni Vivaldi, Shelley Winters, nella parte di Amalia Vivaldi, Vincenzo Crocitti, nella parte di Mario Vivaldi, Romolo Valli, nella parte del dottor Spaziani, Renzo Carboni, nella parte dell’assassino, Enrico Beruschi, nella parte di Toti, il cameriere.
Vincerà vari premi. Segnalo solo questi che riguardano il David di Donatello del 1977: migliore film, migliore regista, migliore attore protagonista ad Alberto Sordi, David speciale a Vincenzo Crocitti e David speciale a Shelley Winters.
Giovanni Vivaldi è un impiegato ministeriale vicino al pensionamento; il figlio si è diplomato ragioniere e vorrebbe sistemarlo con un lavoro sicuro. L’occasione c’è: un concorso indetto proprio dal Ministero dei Lavori Pubblici per 900 posti di ragioniere.
Giovanni è un ottimista; vede tutto facile nella vita. Ha un capanno sul lago e vi porta il figlio a pescare; gli assicura che gli troverà un ottimo impiego in modo che, entrando nella casa un nuovo stipendio, potranno fare delle migliorie, ad esempio cambiare la televisione e l’auto che sono un po’ vecchiotte. Mario è il nome del figlio, un sempliciotto che fa tutto quello che il padre gli dice. Ora che si è diplomato (con la media di 6,2/10!) e siamo in prossimità del concorso lo conduce al Ministero e lo fa conoscere al suo superiore, dottor Spaziani (Romolo Valli), il quale non ha molto da fare (il regista ci va pesante) e passa il suo tempo a togliersi la forfora dai capelli. Conosce Carlo e promette di fare tutto ciò che è nelle sue possibilità per aiutarlo, facendo capire, però, che la faccenda non è semplice, essendo molto numerosi i concorrenti, oltre 20 mila!
Giovanni si muove come tutto ormai fosse risolto e il suo ottimismo e la sua esuberanza sono dirompenti. Sordi (l’interprete) vi porta tutto il suo vigore di artista sicuro di sé, ricco com’è di esperienza.
Per essere sicuri al cento per cento di superare l’esame, manca, però, un tassello, gli dice Spaziani, quello di iscriversi alla Massoneria. Giovanni accetta e si prepara alla cerimonia di iniziazione leggendo gli opuscoli prestatigli da Spaziani.
Si arriva alla cerimonia e il regista ne fa un quadro talmente dissacratorio da rappresentare una vera e propria denuncia di un antico costume che ancora è presente nel Paese. Sordi e Romolo Valli (il dottor Spaziani) vi recitano con la loro consueta e consolidata maestria.
Il risultato di questa iniziazione arriva subito; Spaziani gli consegna in anteprima il compito che sarà assegnato al concorso. È fatta, dunque! Il posto per Mario è sicuro; non può sfuggirgli.
Ma quando tutto sembra filare liscio (la moglie Amalia si è perfino recata in chiesa per svolgervi un rito propiziatorio), ecco che accade l’impensabile, una tragedia. Durante la rapina ad una banca, un colpo di pistola sparato alla ceca dai banditi colpisce Mario, mentre, accompagnato dal padre, stava recandosi a sostenere la prova del concorso.
Da questo momento il regista accelera ed amplia, e lo fa con spietatezza, la sua denuncia nei confronti di una società, ipocritamente detta del benessere, la quale, in realtà, non riesce a risolvere e venire incontro ai problemi dei cittadini. La moglie Amalia, in conseguenza della morte di Mario, ha un ictus; non può parlare né muoversi; ha bisogno di una carrozzella, ma le richieste sono tante (le sarà poi assegnata); al commissariato non riescono a trovare i colpevoli della rapina e dell’omicidio, al cimitero le bare dei morti non trovano più posto per una sepoltura e sono ammassate in un grande magazzino. Addirittura, alcune si trovano impilate così in alto che è impossibile leggere il nome scritto su di esse. Una fila di casse precipiterà a terra. Recatovisi per vedere di trovare un loculo per il figlio, e pure manifestando, mettendosi la mano sul cuore, la sua appartenenza alla Massoneria, gli viene risposto dall’addetto, pure lui massone, che non è possibile sistemare il figlio, poiché gli insepolti sono tanti.
È una società confusa e disorganizzata quella che ci mostra Monicelli (si ricordi che il regista si è suicidato a 95 anni per un cancro alla prostata, ma forse anche preso da uno sconforto relativo a questo disordine e a questa involuzione sociale), questa volta ben lontano dall’ironico umorismo che abbiano trovato in altri suoi celebri film.
D’ora in poi si respirerà un’atmosfera di ribellione e di vendetta.
Convocato di nuovo al Commissariato per la prova del riconoscimento dei colpevoli, lo individua tra i giovani saliti sulla pedana e illuminati dai riflettori. Ma non dice niente. Ossia, non ha fiducia nello Stato e preferisce farsi giustizia da sé. Sale nella sua giardinetta e aspetta l’uscita del giovane, poi si mette a seguirlo con l’auto. Lui cammina a piedi; l’auto va piano. Poi sale sulla circolare; lui continua a seguirlo. Quando scende ed entra in un locale, Giovanni parcheggia la macchina e aspetta che esca.
Sono efficaci sequenze di attesa.
Si è messo a piovere.
Il giovane esce dal locale e sale sulla sua vecchia auto rossa, che non riesce a far partire; allora apre il cofano per vedere di che si tratta, ma Giovanni ha estratto dalla sua giardinetta il crick, gli si avvicina e lo colpisce stordendolo. Sanguina. Lo carica in macchina e lo porta al suo capanno sul lago, e lo lega col fil di ferro alla sedia. Lo lascia lì, torna a casa, racconta tutto alla moglie; le promette che la porterà in carrozzella al capanno per conoscere l’assassino di suo figlio. La lascia (ha una breve incombenza da sbrigare) sola con l’assassino, il quale le muore davanti. Quando torna, Giovanni lo seppellisce. Arriva intanto il giorno della pensione; i colleghi gli fanno festa. Tornato a casa, la moglie gli muore dinanzi ai suoi occhi. È disperato. Nulla va più bene. Passa le giornate ai giardini pubblici a leggere il giornale. Uno di quei giorni, mentre apre la portiera, la sbatte involontariamente contro un passante (si capisce che è un giovane delinquente), il quale lo insulta e Giovanni gli risponde per le rime, ma l’altro gli si avvicina e minaccia di picchiarlo, se non che è vecchio e lo risparmia. Giovanni questa seconda volta non reagisce, sale in macchina e lo segue passo per passo. Intuiamo come andrà a finire. Ormai Giovanni è pratico, sa come prendersi la sua vendetta.
“Un tram che si chiama desiderio” di Elia Kazan
Del 1951, tratto dall’omonimo dramma di Tennessee Williams. Questi gli attori principali: Vivien Leigh, nella parte di Blanche DuBois, Marlon Brando, nella parte di Stanley Kowalski, Karl Malden, nella parte di Harold “Mitch” Mitchell, Kim Hunter, nella parte di Stella Kowalski, Rudy Bond, nella parte di Steve Hubbel.
Blanche, ancora giovane e già vedova, ha perso tutto, rimasta sola ha dovuto vendere la casa e i terreni di proprietà e ha consumato i suoi risparmi, così parte per New Orleans facendosi ospitare dalla sorella maggiore Stella. Quando vi giunge, si avvede che Stella vive col marito Stanley in una specie di tugurio, composto da sole due stanze, con arredi poveri e rudimentali. Vicino passa il treno con i suoi fumi e il suo sferragliare. I primi contatti con la sorella sono subito litigiosi e Blanche si mostra avventata e ingrata, rimproverando la sorella di averla lasciata sola dopo la morte del marito e anche di vivere in quella stamberga. Si capisce subito che i patimenti l’hanno condotta ad una specie di smarrimento vicino alla follia, e beve come un’alcolizzata. Si prova pena per lei, consapevoli di essere di fronte ad una figura tragica.
Sono temi e ambienti amati dall’autore dell’opera da cui il film è stato tratto, Tennesse Williams, che ha partecipato alla sceneggiatura.
È una New Orleans di bassifondi e di miseria.
L’accoglienza che le riserva Stanley non è delle migliori. Quando poi viene a sapere che ha perso le proprietà di famiglia e, aprendo il baule di Blanche, vi trova abiti, pellicce e gioielli costosi, litiga con la moglie, dicendole che Blanche l’ha imbrogliata e che intende domandarle che cosa ne ha fatto del denaro ricavato dalla vendita, al quale anche Stella avrebbe avuto diritto.
L’interrogatorio avviene di lì a poco; è litigioso e Blanche ne è decisamente contrariata; gli resiste, tuttavia, con arguzia e un fascino da consumata esperta degli uomini, ma non si giunge a nessun risultato.
Harold (Mitch per gli amici; un Karl Malden finalmente nei panni di un buono) è uno dei compagni di giuoco di Stanley, il meno litigioso. Ammira il fascino di Blanche e le fa la corte, e Blanche ne approfitta per irretirlo, raccontandogli un sacco di frottole sul suo passato. Dice perfino di essere zitella.
Vivien Leigh (chi non ricorda la bella interpretazione in “Via col vento” di Victor Fleming, del 1939, e ne “La nave dei folli” di Stanley Kramer, del 1965?) si mostra un’attrice sopraffina in grado di esprimere con delicatezza e prontitudine tutti gli umori che possono attraversare l’anima di una donna come Blanche, portata a dividere anziché ad unire (anche nei confronti della sorella, che è in attesa di un figlio), e che già appare esperta in maneggi e finzioni.
Solo il rude Stanley sa tenerle testa, ma con quali risultati?
Nella tessitura del film è intrisa tanta malinconia ed anche tanta repressa e prigioniera voglia di vivere, nei confronti della quale ci si sente perdenti e rassegnati.
L’atmosfera in cui si muovono i personaggi è deprimente e capace di annientare ogni sforzo di ribellione e di rinascita.
Un giorno, Stanley interroga Blanche su di un fatto: ha incontrato un amico che va spesso nel paese di origine di Blanche e frequenta laggiù una casa di prostituzione ed è sicuro di avercela incontrata. Blanche, naturalmente, nega, ma appena incontra la sorella le chiede se fuori ha sentito dei pettegolezzi nei suoi confronti. Stella non ha sentito niente.
Blanche resta, tuttavia preoccupata, e cerca una qualche giustificazione con la sorella, raccontandole i tristi momenti in cui ha avuto difficoltà finanziarie.
Il film è, però, a una svolta. Blanche sembra entrare in crisi. “Non aspetterò che mi butti fuori”, le dice, riferendosi a Stanley.
Poi, confessa a Stella che sta incoraggiando il corteggiamento di Mitch e teme che questi pettegolezzi le nuocciano.
Ma la verità sta venendo a galla. Stanley ha la conferma dall’amico e la riferisce a Mitch, il quale dapprima non ci crede e i due amici fanno a botte; poi anche a sua moglie Stella, pure lei incredula.
Intanto Blanche sembra felice poiché Mitch le ha confermato di volerla sposare, e l’uomo ha ricevuto anche il consenso della madre.
Però, ormai, tutto è destinato a precipitare.
Quella follia in Blanche che era appena intuibile e visibile al momento del suo arrivo a casa della sorella, ora le è entrata nella mente e nel sangue. La sua vita sfortunata e il suo desolato passato, nessuno ha saputo comprenderli con amore e perdono. Nitch, tornato da lei per rimproverarla della sua vita trascorsa e di avergli mentito, la tratta come una sgualdrina, Stanley continua ad essere crudele con lei pungendola e irritandola col suo disprezzo.
Blanche, ora, è rimasta sola, tragicamente sola, coi suoi fantasmi che la corrodono e la incancreniscono. Non se ne libererà più. Lo ha tentato, correndo dalla sorella come in cerca di un rifugio rassicurante, ma il mondo, il perbenismo, la società malvagia l’hanno combattuta, l’hanno respinta e, infine, l’hanno relegata e esiliata nella follia.
“Morte a Venezia” di Luchino Visconti
Del 1971, tratto dal noto romanzo di Thomas Mann. Questi gli attori principali: Dirk Bogarde, nella parte di Gustav von Aschenbach, Romolo Valli, nella parte del direttore dell’albergo, Mark Burns, nella parte di Alfred, Nora Ricci, nella parte della governante, Marisa Berenson, nella parte della signora von Aschenbach, Carole André, nella parte di Esmeralda, Björn Andrésen, nella parte di Tadzio, Silvana Mangano, nella parte della madre di Tadzio.
Nel 1971 fu assegnato al regista il David di Donatello e nello stesso anno al film il Globo d’Oro.
È il secondo capitolo della “trilogia tedesca”, di cui fanno parte anche “La caduta degli dei”, del 1969 e “Ludwig”, del 1973.
Oggi siamo abituati ad autori di romanzi che credono che quante più pagine li compongono tanto più possono risultare degli ottimi romanzi. Può succedere, ma niente è più falso di questa convinzione. Il romanzo “La morte a Venezia” di Thomas Mann sta lì a dimostrarlo. È praticamente un libriccino, ma quanto ricco di sostanza e di poesia!
Visconti l’ha saputo trattare con sensibilità e con la consueta maestria, facendone uno dei suoi capolavori.
Siamo ai primi del Novecento. Il professor Gustav von Aschenbach, di Monaco di Baviera, musicista e direttore d’orchestra, arriva in battello a Venezia, e da lì, a mezzo di una gondola, guidata da un gondoliere abusivo (per cui si trova casualmente a risparmiare il pagamento della tariffa) raggiunge la sua destinazione al Lido, presso l’elegante Grand Hotel des Bains, già affollato da una variegata clientela di villeggianti. Vi giunge per ragioni di salute che l’hanno obbligato, su istruzioni del medico, a prendersi una vacanza, essendo sofferente di cuore.
È accolto con devozione e signorilità dal direttore, che gli ha riservato, conoscendo la sua fama, il migliore appartamento dell’Hotel.
L’affollato salone è arredato con un gusto elegante e sopraffino, e mostra divani, cristallerie di colori quando forti, quando sfumati, e vari fiori, contenuti in grandi vasi lussuosi, tra cui le ortensie, soprattutto di color viola, blu e rosso. Il professore vi cammina con passo lento, curiosando e ammirando. Poi si siede e sfoglia un giornale, e ogni tanto continua a guardarsi intorno, fino a che non è attratto da un ragazzo, Tadzio, dal volto angelico e dalla lunga capigliatura bionda. Il ragazzo è pensieroso e poggia il capo sulla mano destra. Il professore torna a guardarlo, provando una evidente emozione.
Di lì a poco, arriva la madre (Silvana Mangano) che indossa una lunga collana di perle. La famiglia a cui appartiene Tadzio (composta dalla madre, da Tadzio e 3 sue sorelle, oltre che dalla governante) è polacca, ma situazioni e ambienti messi in risalto dal regista ci ricordano che Venezia è da poco passata dall’Amministrazione austriaca a quella italiana. C’è molta atmosfera asburgica nel film.
Il salone ora si svuota. Anche la famiglia di Tadzio si alza e si dirige verso l’uscita. Ma ecco che Tadzio si volta e guarda fisso il professore. Segno evidente che ha notato e apprezzato la sua attenzione. Il professore sembra colpito da questo inatteso gesto di cortesia.
Alla sua mente si affacciano i ricordi delle discussioni avute con Alfred, l’amico di studi e di professione, a riguardo della bellezza: se essa, cioè, sia spontanea o generata da uno sforzo dell’artista; e anche se si debba accettare o respingere il male. Più tardi discuteranno sul valore dell’arte e se vi debba dominare la coerenza o la libertà.
I due sono e saranno sempre in contrapposizione.
Sono temi cari a Visconti che sembra voler cogliere l’occasione di avere tra le mani un personaggio d’artista per tentare una risposta. Lo sforzo è ammirevole, ma vano e inutile, almeno per quanto riguarda il pensiero di chi scrive queste note, che può, forse e con non troppa convinzione, condividere un altro pensiero di Alfred, ossia che l’arte è ambigua, mai univoca, sempre soggetta ad interpretazione.
A colazione, Tadzio arriva tardi e, una volta messosi a sedere, non manca di accennare un sorriso al professore, che ne rimane lusingato.
È un contatto immateriale, direi di più, spirituale, quello tra i due, legato all’omosessualità, che è meno esposta nel lavoro di Thomas Mann e maggiormente significativa ed esplicita nell’opera di Visconti.
Al Mare, i bagnanti, distesi sulle sedie a sdraio collocate sotto ogni tenda, indossano i costumi completi e morigerati del tempo; anche Tadzio, che rivela un fisico asciutto e longilineo, coi capelli che risaltano sul colore grigio del costume a righe. Passa davanti al professore abbracciato da un ragazzo più grande di lui, che gli dà un bacio sulla guancia.
I continui contatti a distanza (alcuni, però, molto ravvicinati) tra von Achembach e Tadzio finiscono per ferire e scuotere il rigido moralismo del professore; così, con la scusa di non sentirsi bene, raccomanda al direttore di preparagli il conto e di voler lasciare subito l’albergo. La decisione, tuttavia, lo innervosisce e lo rende inquieto. Bisbiglierà, una volta rimasto solo; “Addio Tadzio, è stato troppo breve. Che Dio ti benedica.”. E più avanti, molto più esplicito: “Tu non mi devi mai sorridere così… Non devi mai sorridere così a nessuno… Io ti amo.”.
Ma succede che, per un disguido accaduto al suo bagaglio, non può partire e allora decide di far ritorno all’albergo. È contento, poiché sa che rivedrà Tadzio. Infatti, aperta la finestra della sua camera che dà sulla spiaggia, vede camminare il ragazzo e alza il braccio in segno di saluto. Ma Tadzio non lo vede.
Alla stazione, mentre era in attesa di far ritorno all’albergo, un anziano signore, forse un mendicante, era caduto a terra e respirava affannosamente. Sono i primi segni del colera che sta attanagliando la città. Chiede informazioni al direttore dell’Hotel, ma questi smentisce che ci sia un pericolo del genere.
L’aria è torrida e soffocante. Non è solo per colpa dello scirocco umido. Cominciano a girare per la città addetti comunali con l’incarico di spargere per le strade un nauseabondo disinfettante. Ora, finalmente, si vocifera e si sa che a Venezia si sta diffondendo il colera.
Il professore ne ha avuto contezza recandosi in banca per cambiare valuta; un impiegato gli ha rivelato la verità e lo esorta a lasciare subito Venezia.
Non lo farà, trattenuto dall’amore che sente per Tadzio e morirà su una sedia a sdraio davanti al mare, con Tadzio che si volta verso di lui e gli indica col braccio una direzione nell’aria. Forse con la speranza di un aldilà diverso e tollerante. Il professore tenterà di alzarsi dalla sedia per andargli incontro, ma sarà uno sforzo inutile.
Da segnalare il brioso concertino che si tiene nei locali dell’Hotel, il cui cantante girovago è Antonio Apicella. E ancora: c’è una protagonista non citata nel copione, ed è una meravigliosa Venezia, resa, se possibile, ancor più immortale ed eterna da questo capolavoro.
“Tarda primavera” di Yasujirō Ozu
Del 1949, tratto dal racconto “Padre e figlia” di Kazuo Hirotsu. Questi gli attori principali: Chishū Ryū, nella parte di Shūkichi Somiya, Setsuko Hara, nella parte di Noriko Somiya, Yumeji Tsukioka, nella parte di Aya Kitagawa, Haruko Sugimura, nella parte di Masa Taguchi.
Del 1949, tratto dal racconto “Padre e figlia” di Kazuo Hirotsu. Questi gli attori principali: Chishu Ryu, nella parte di Shukichi Somiya, Setsuko Hara, nella parte di Noriko Somiya, Yumeji Tsukioka, nella parte di Aya Kitagawa, Haruko Sugimura, nella parte di Masa Taguchi.
Premetto che ho difficoltà a trattare di questo film e del prossimo “Viaggio a Tokio” dello stesso regista, in quanto sono in lingua originale, la giapponese, e ci si avvale, per intendere i dialoghi, dei sottotitoli in italiano. Mi mancherà, dunque, la possibilità di un’attenzione adeguata. Ne chiedo scusa, Spero solo che prima o poi questo regista (Tokyo, 12 dicembre 1903 – Tokyo, 12 dicembre 1963. Notate: stesso giorno e stesso mese della nascita! È morto, ossia, il giorno del suo compleanno.) sia onorato anche della traduzione nella nostra lingua.
Noriko (Nori) è una ragazza felice e sempre allegra. Ha 27 anni e la zia Masa, sorella del padre, e anche un’amica, Aya, vorrebbero che si sposasse, ma Nori non vuole lasciare solo l’anziano padre, Shukichi Somiya, rimasto vedovo, che è un trascrittore di testi, ed ha come assistente il giovane Shuichi Hattori. Tra Nori e Hattori c’è una simpatia, e il giovane la invita ad andare a teatro con lei, ma Nori rifiuta, poiché – dice – farebbe un torto alla fidanzata di lui, con la quale sta per sposarsi. A proposito del matrimonio, Nori ha idee chiare e rigide. Il matrimonio non solo è indissolubile, ma chi rimane vedovo non deve risposarsi, poiché ciò è scandaloso e immorale. Lo dice a un conoscente del padre, Onodera, mentre sono seduti a un bar. Non viene presa sul serio.
Anzi, le viene domandato da parte della zia Masa se sia favorevole che il padre si risposi con una vedova di nome Miwa. Deve decidere lui, le fa capire Nori. Ma quando torna a casa il suo atteggiamento nei confronti del padre (che ignora del dialogo con la zia) si fa scontroso e burbero. Alle sue domande del perché, non risponde, ma esce di casa.
Vanno a teatro insieme ad assistere ad uno spettacolo della tradizione, il teatro Nō, e dal suo posto scorge Miwa, e subito si rabbuia. Uscita dal teatro, il padre vorrebbe portarla in un locale a bere e a mangiare qualcosa, ma lei lo lascia solo, inventandosi che ha un altro impegno. Il padre rimane sorpreso e preoccupato.
Questa unione minaccia, dunque, di dividersi in due solitudini.
Il film ha immagini e sequenze lente e riflessive, con sguardi e movimenti penetranti. Ogni sequenza emana sensazioni di timore e di ineluttabilità.
L’amica Aya la invita a casa sua; l’intesa è che Nori avrebbe pernottato da lei, ma quando Aya – pure lei! – la consiglia di sposarsi, abbandona con sorpresa la casa.
Tornata dal padre, questi le chiederà se la zia Masa le abbia parlato di un giovane, di nome Sataki, che potrebbe essere un buon marito.
Il regista insiste su questo momento delicato della vita di Nori e ci fa intendere che in gioco ci sono convinzioni e sentimenti maturati nel corso dei suoi 27 anni, difficilmente scalfibili e rimuovibili.
Vai a conoscerlo, insiste il padre, e se non ti piace, non lo rivedrai mai più. E tu cosa farai? Mi arrangerò, le risponde il padre. Lei sorride e gli fa capire quanto la sua assenza peserebbe sulle sue abitudini. E allora, il padre le dice che potrebbe liberarla da queste filiali preoccupazioni, risposandosi.
Davvero, lo faresti? Sì, le risponde. Allora sale le scale, piange, e si rifugia nel salotto, dove il padre la raggiunge, ma non torna sull’argomento, poiché si avvede che la figlia non lo gradisce.
Ma eccoci alla svolta. Si viene a sapere (il regista non ce lo mostra) che Nori ha fatto visita a Sataki e le è piaciuto. Somiglia un po’ a Gary Cooper, dice all’amica Aya.
Interrogata dalla zia, che aspetta una risposta per comunicarla alla famiglia di lui, conferma il suo proposito di sposare Sataki, rendendo felice sia la zia che il padre.
Ma quando si presenta al padre che le dimostra la sua contentezza, torna ad essere burbera e scontrosa, e lo lascia, subito dopo avergli confermato che sposerà Sataki. Il padre resta pensieroso e preoccupato.
Si capisce che c’è un filo misterioso nascosto nella storia che ci viene raccontata, il quale, seppure invisibile, per la sua resistente vigoria, si pone come ostacolo alla vita e ad ogni tipo di felicità.
Vanno a Kyoto (Tokyo è polverosa, dice Shukichi, mentre Kyoto è quieta e rilassante) a trovare Onodera e la nuova moglie, Misako, la quale colpisce favorevolmente Nori, che al padre confessa di essere stata ingiusta con Onodera e anche con lui quando se l’è presa sentendosi dire che si sarebbe risposato. Ma il padre, a questo punto, si è addormentato.
Arriva il giorno che devo tornare a Tokyo; si stanno preparando alla partenza, ma Nori è triste; pensa al suo matrimonio e domanda al padre se non sia possibile lasciare le cose come stanno: “Credo che il matrimonio non possa rendermi più felice di così”; il padre le ricorda che ha 56 anni e si avvicina alla morte, e che il mondo progredisce passando di generazione in generazione, ma soprattutto che “La felicità non è un dono, ma qualcosa che bisogna creare.”. Le dice che anche sua madre i primi anni era infelice, e la sorprendeva in un angolo della cucina a piangere; ma poi si sono amalgamati e sono stati felici. Nori ascolta tra pianto e sorriso. Teme di rattristare il padre con questi suoi discorsi, ma si capisce che l’amore verso il padre è per lei più che un ordinario sentimento, bensì ha una sua incrinabile sacralità. Cerca di non addolorare il padre, ma dentro le cresce una malinconia estrema di cui non riesce a liberarsi. Un brutto presentimento, quasi. Se ne fa una colpa, e sente che fa fatica a trovare una via d’uscita.
Nori ora è diventata una figura sensitiva e tragica.
È il giorno delle nozze. Nori è nella sua stanza, già vestita e pronta a partire. Il padre la raggiunge insieme con la sorella e hanno parole di ammirazione. Ma lei, prima di uscire dalla stanza per salire sulla macchina che la condurrà a sposarsi, s’inginocchierà davanti al padre: “Padre mio… per questi lunghi anni… grazie di tutto…”. Il suo volto è triste; i suoi occhi sono umidi e rivolti a terra.
Finita la cerimonia (di cui il regista non ci dà le immagini), il padre si ritrova in un bar a bere qualcosa insieme con l’amica di Nori, Aya. È vero che ha intenzione di risposarsi? No, l’ho detto a Nori, perché non si preoccupasse per me. Vivrò da solo. Verrò ogni tanto a trovarla, gli dice Aya. Ci conto, risponde lui. Si lasciano e Shukichi torna a casa; si toglie la giacca e, rimasto in camicia, prende dal tavolo una mela, si siede e comincia a sbucciarla; poi si ferma, china la testa, il braccio si abbassa. È l’inizio di un doloroso percorso di solitudine e di morte.
Nori, la figlia, aveva intuito, e aveva ragione. Aveva intuito, ossia, che quel legame, da lei avvertito così forte, apparteneva più al padre che a lei, e aveva fatto di tutto per non lacerarlo.
“Viaggio a Tokio” di Yasujirō Ozu
Del 1953. Questi gli attori principali: Chishū Ryū, nella parte di Shūkichi Hirayama, Chieko Higashiyama, nella parte di Tomi Hirayama, Setsuko Hara, nella parte di Noriko Hirayama, Haruko Sugimura, nella parte di Shige Kaneko.
Del 1953. Questi gli attori principali: Chishu Ryu, nella parte di Shukichi Hirayama, Setsuko Hara, nella parte di Noriko Hirayama, Chieko Higashiyama, nella parte di Tomi Hirayama, Haruko Sugimura, nella parte di Shige Kaneko.
Hanno un cognome diverso (qui: Hirayama; in “Tarda primavera”, invece: Somiya) ma i nomi dei personaggi e degli attori che li interpretano sono gli stessi di “Tarda primavera”.
Ossia. Chishu Ryu lo vedremo nella parte di Shukichi (stesso nome) ma con il cognome di Hirayama; Setsuko Hara la vedremo nella parte di Noriko (stesso nome) ma con il cognome di Hirayama.
La differente storia consentirà, comunque, di non fare confusione.
È necessario a questo punto redigere, però, poiché è la storia di una famiglia, un elenco dei personaggi che la compongono, come si fa nei testi teatrali:
– Shukichi e Tomi Hirayama sono gli anziani coniugi vicini ai 70 anni;
– Koichi, pediatra, è il loro figlio primogenito;
– Shige, parrucchiera, è la primogenita;
– Shoji, morto in guerra 8 anni prima, è il secondogenito;
– Keizo, impiegato, è il terzogenito;
– Kyoko, maestra, è la secondogenita;
– Noriko è la vedova di Shoji.
Shukichi e Tomi decidono, giunti a quasi 70 anni d’età, di andare a Tokyo a trovare i propri figli.
Il primo ad ospitarli è Koichi, il primogenito, pediatra. L’arrivo dei genitori mette un po’ a soqquadro la casa. I 2 figli soprattutto, con lo spostamento della mobilia per fare posto ai nonni, ne subiscono le conseguenze, e non ne sono entusiasti. Koichi e la moglie si sentono impegnati a trovare un po’ di tempo per loro per fargli conoscere la città.
Organizzano una passeggiata, ma bussano alla porta e pregano il dottore di venire a visitare un bambino che ha la febbre alta. Il pediatra risponde che verrà subito e fa preparare dalla moglie la valigetta con tutto il necessario. La passeggiata è rimandata, e i figli del medico, Isamu e Minoru, protestano, irritati da quel rinvio. La nonna Tomi ha capito il loro disappunto e li invita a fare una passeggiata con lei, ma accetta solo il più piccolo, Isamu, il quale, però, si mette a raccogliere fiori e si rifiuta di dialogare con la nonna, la quale vorrebbe conoscere le sue aspirazioni.
A poco a poco, si avverte l’ingombro che i 2 anziani dànno al figlio e alla sua famiglia e Shukichi confiderà alla nuora, che gli ha portato il tè, che si tratterranno ancora per poco, avendo intenzione di far visita alla loro primogenita, Shige. Essendo il figlio e la nuora occupati anche per il giorno dopo, essi pregano la cognata Noriko, vedova del secondogenito Shoji, di portare lei in giro i suoceri a visitare Tokio. Noriko, dopo aver chiesto il permesso al suo capo ufficio, accetta con entusiasmo. I suoceri si accorgono che è diversa dai figli; prova per loro tenerezza e amore. Sono sentimenti che avvertono subito, al contrario di quanto è successo finora col figlio Koichi e la nuora.
Il regista si mostra interessato a questi temi dolorosi afferenti il disagio sociale, e pur ammantandoli di una malinconica e tenera tristezza, lascia trapelare il suo dolore per il modo in cui la società si è evoluta, sottraendo spazi al sentimento.
Shige è già preoccupata della visita dei genitori; parlando con il marito, si lamenta che dovranno controllarsi nella spesa e acquistare cibi economici per risparmiare, poiché non vale la pena di acquistare cibi più raffinati e costosi per gli anziani genitori. Poi continua dicendo che non ha tempo per portarli in giro, giacché non può trascurare il suo lavoro di parrucchiera. Tale e quale è l’atteggiamento del marito che in un primo momento aveva espresso l’idea di portarli a teatro.
Fratello e sorella, ossia Koichi e Shige, per risparmiarsi il disagio, decidono di mettere insieme i soldi per mandarli alle Terme, di fronte al mare. Lì staranno bene e ne gioverà la loro salute. Ma sanno, senza bisogno che lo esplicitino l’uno all’altra, che lo fanno per liberarsene. Alle Terme non manca loro nulla e sembra che si trovino a loro agio, ma si avverte che fanno uno sforzo immane per non essere attanagliati dalla tristezza. Manca loro l’amore dei figli.
Alle Terme si annoiano; c’è troppo rumore, causato dalla gioventù che frequenta lo stabilimento; stanno sdraiati in camera e agitano il ventaglio per farsi un po’ di vento sul viso. L’aria è umidiccia. Qualche volta si siedono su di un muro di fronte al mare e stanno lì ad ammirarlo. Ad un certo punto, la moglie Tomi, gli propone di lasciare le Terme e tornare da Shige. Lo fanno, ma quando arrivano, inattesi, la figlia domanda loro, un po’ imbronciata, perché siano ritornati in anticipo e dice che proprio quel giorno a casa sua ha una riunione di colleghe, e quindi non c’è posto per loro. Pare che siamo diventati senzatetto, dice Shukichi alla moglie, mentre radunano le loro cose e pensano di andare dalla nuora Noriko, ma poi decidono di far visita ad un loro amico, Hattori, il quale li accoglie con cortesia, ma ha solo la possibilità di portarli fuori casa a bere qualcosa in compagnia di un collega, Numata.
Tomi è triste e il marito cerca di tenerla allegra, ma si capisce che anche per lui la situazione è diventata pesante.
Non solo il regista mette in risalto la crisi dei rapporti familiari, ma anche la crisi tra gli uomini in generale. Solo Noriko, che è appena una nuora, pare mantenere vivo il proprio sentimento legato alla tradizione della ospitalità giapponese.
Noriko, cioè, è una piccola luce in mezzo alle tenebre di una società che si è smarrita e corrotta in seguito anche ad una industrializzazione che l’ha resa egoista e distratta.
È un film in cui la grande assente e la solidarietà.
Al bar, i 3 amici: Shukichi, Hattori e Numata, bevono sakè e si ubriacano. Riferendosi a Shukichi, si complimentano con lui, poiché ha una bella famiglia e ha i figlioli tutti sistemati, mentre loro sono sopportati dai figli. Shukichi si lascerà andare e manifesterà loro anche il proprio disagio familiare.
Appaiono come 3 derelitti.
La moglie di Shukichi, Tomi, è andata invece da Noriko, che l’accoglie con tanta gioia e devozione filiale. Le due hanno una conversazione in cui la suocera, notando che Noriko conserva ancora, dopo 8 anni dalla sua morte, la fotografia del marito Shoji (secondogenito di Tomi e di Shukichi), ben conservata ed esposta sul comodino della camera da letto, le dice che deve sentirsi libera di risposarsi, poiché con la vecchiaia arriva la solitudine. Lei e suo marito le darebbero il permesso di farlo, ed anzi ne sarebbero contenti. Noriko risponde che è felice così.
Da Noriko emergono la freschezza e la sacralità del vivere che si manifestano con la modestia di una fanciulla che, come ambizione, ha quella di vedere la gioia e la serenità intorno a sé.
Il film vale molto per questa minuta stella che brilla nella oscurità e semina amore, e il regista la circonda anche di leggerezza e di candore, come a dirci che la sua apparentemente fragile figura, in realtà, è la sola possibilità che si ha per sconfiggere il male. In questa speranza e in questa fiducia, interiorizzate nella figura di Noriko, c’è tanta poesia.
Succede che Tomi si ammala gravemente; ai familiari arrivano i telegrammi che li avvertono del pericolo di morte. A malincuore, capiscono che non hanno vie d’uscita e si trovano costretti a recarsi a casa dei genitori, che vivono lontani da Tokio. Quando addirittura arriva Keizo, il terzogenito, Tomi è già spirata. S’inginocchia davanti alla salma e chiede perdono per essere arrivato in ritardo. Esce dalla stanza funebre e va a sedersi all’aperto, dove lo raggiunge Noriko alla quale, pentito e arrabbiato, dirà: “Non si possono più servire i genitori quando sono nella tomba.”. Ma è un momento fugace. Appena svolti i funerali e consumato il pasto di rito, tutti partono, ma non prima di essersi spartiti gli oggetti della mamma, con una certa ingordigia e irriverenza, ciò che ha fatto dispiacere alla secondogenita Kyoko, ancora non sposata e che fa la maestra in paese. Salutando Noriko, che cerca di giustificare, comprensiva com’è, quelli che se ne sono andati così in fretta con il fatto che hanno molto lavoro da sbrigare, Kyoko commenta: “Com’è spiacevole la vita.”; “Sì, è spiacevole.”, le risponde Noriko.
I paesaggi scelti dal regista sono rustici e desolati, un po’ in sintonia con la storia.
Noriko, rimasta ultima ad abbandonare la casa, sta per partire e lasciare solo Shukichi, il quale le dice, come aveva fatto la moglie Tomi, che deve risposarsi e non pensare né al marito, ormai morto, né a lui rimasto solo in quella casa. Le regala un orologio di famiglia e la ringrazia dell’aiuto datogli, più affettuoso e generoso di quello ricevuto dai figli. Noriko piange, e lo farà anche sul treno che la sta riportando a casa.
Anche Shukichi, rimasto solo, verserà qualche lacrima, mentre guarda dalla sua terrazza il fiume e le imbarcazioni che vi stanno navigando. Ha capito che d’ora in avanti, per quel poco che gli resta da vivere, potrà contare solo su Noriko, e non più sui figli.