Atlante e Mercurio nell’Eneide

di Bartolomeo Di Monaco

Quando si visita Mantova (ricordo che in una piazza, sulla parete di un edificio, era murato un suo piccolo busto) non si può non ricordare che nelle sue terre è nato il grande Virgilio (Publio Virgilio Marone – 15 ottobre 70 a.C. – Brindisi, 21 settembre 19 a.C.). A differenza di Omero si è certi, dunque, della sua esistenza, come si è certi che egli fu l’autore di quel capolavoro universale che ha titolo “Eneide”. Ho letto i primi 4 libri (su 12) e ogni volta che provo entusiasmo per il suo racconto, mi viene spontaneo di fare il paragone con Omero. Chi dei 2 fu il più grande? A differenza delle altre sue opere insigni, le “Bucoliche” e le “Georgiche”, l’”Eneide” è la prosecuzione della storia narrata da Omero, ossia la guerra di Troia e il viaggio di Ulisse per tornare alla sua Itaca. Qui, anziché Ulisse, è il troiano Enea, figlio di Anchise e di Venere, che si allontana dalla città distrutta dai greci per raggiungere nuove terre. Col padre Anchise, la moglie Creusa (che morirà lungo il viaggio), figlia di Priamo (dunque, sorella di Ettore) e il figlio ancor giovane Ascanio è destinato a raggiungere l’Italia, dove la sua discendenza darà inizio alla grandezza di Roma. È un omaggio che Virgilio fa all’imperatore Cesare Ottaviano Augusto. Il tributo a Roma e all’imperatore è palese, ma non per questo disturba il valore dell’opera. Enea è giunto a Cartagine dove regna Didone, il cui marito Sicheo è stato ucciso dal fratello, ma lei lo ha vendicato. Tra Enea e Didone nasce l’amore, ma gli Dei non vogliono che egli si fermi su quei lidi ma prosegua al contrario il suo viaggio per l’Italia. Ne nasce un libro, il IV, in cui il dolore di Didone viene espresso in una drammaticità di tale virulenza che trasformerà il vecchio amore in odio e maledizione. Didone si toglierà la vita. È un libro, questo IV, dal tragico e raro valore.
Ancora: la vicenda del cavallo di Troia, frutto dell’ingegno di Ulisse e dei suoi compagni, trova nell’opera di Virgilio, Libro II, e non in quelle di Omero, la sua esaltazione, ricca di attrattiva.
Talune descrizioni sono folgoranti. Si legga questa di Atlante (tradotta in prosa dall’autore del libro, Marco Bonfiglio, la si trova nel Libro IV): Giove ordina a Mercurio di recarsi d’urgenza da Enea per ingiungergli di abbandonare Didone e raggiungere l’Italia: “Subito Mercurio obbedì al comando del padre. Alle caviglie allacciò i sandali alati, tutti d’oro, che sopra i mari lo portano a volare verso la terra, impetuoso come il vento. Quindi afferrò la verga con la quale rievoca ombre dei morti o ne indirizza al Tartaro, porta e leva il sogno agli umani, ne chiude per sempre gli occhi al momento della morte. Di essa munito allontana le correnti e attraversa le nubi che anticipano i temporali.
Volando vide i ripidi fianchi di Atlante, che con la testa regge il cielo intero. Il suo capo è coperto di pini, circondato da neri nembi, battuto da vento e pioggia. Una coltre di neve gli copre le spalle e fiumi precipitano dal suo mento. La barba, ispida, è ormai ghiacciata.”

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