Intervista a Luis Sepulveda

 di Stefania Nardini

Sessanta primavere. E dire che, come ha visto sbocciare le rose di Acatama, ha conosciuto anche il dolore. Viaggiatore e mai esule, da quel giorno di settembre del 1974 quando sul Cile calò il tetro spettacolo della morte sotto la regia di Pinochet.
Un uomo che ha avuto la capacità di trasformare una condizione esistenziale in una “borsa di studio”, come definisce Julio Cortazar l’allontanamento forzato dal proprio paese per motivi politici. Si, perché Luis Sepulveda ha un solo passaporto: la libertà. Uno scrittore amato da milioni di persone che si sono nutrite delle sue belle storie, da “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” alla “Gabbianella e il gatto”, da “Diario di un killer sentimentale” a “Patagonia express”.   Una vita, la sua, vissuta fino in fondo, un maratoneta dell’esistenza che non si sottrae alla realtà.   Con una visione del mondo lucida.
In gran forma “Lucho”, come lo chiamano i suoi amici, lo incontro a Perugia, una delle tante città dove ha presentato il suo ultimo libro, “L’ombra di quel che eravamo” (ed. Guanda). Ci fermiamo a chiacchierare ricordando qualche amico comune, con lui c’è Carmen Yanez , sua moglie, poetessa di grande talento, che lo ha seguito in questo tour italiano.
Il libro. Un bel libro, di quelli che sanno strapparti una risata e una lacrima. Che narra la storia di tre vecchi amici, un tempo militanti della sinistra, che progettano un colpo quasi per voler riscattare la loro gioia di vivere. Ma con Sepulveda non parlo solo del libro. Mi interessa la sua analisi politica.
Che ne è della sinistra, come pure le sorti della nostra vecchia Europa. “Quando è caduto il muro di Berlino qualcuno ha pensato a un trionfo del capitalismo – dice – Non era così. Ci siamo trovati di fronte all’esperienza di una società che stava vivendo la forma più brutale del capitalismo e che non ha avuto la capacità di immaginare un futuro di fronte a un sistema che era finito. Alla sinistra manca una capacità immaginativa per formulare un’alternativa vera. Mi riferisco in particolare alla civiltà europea perché in altre parti del mondo, come in America Latina, è nata una sinistra di nuovo stile, non dogmatica che ha avviato un discorso politico per questo nuovo secolo. Un programma che è nato dal forum di Porto Alegre e che oggi ritroviamo nella strategia del presidente Lula in Brasile. Un’esperienza nuova. Invece la sinistra europea non ha avuto la capacità di reagire all’impeto di una destra che si muove in un sistema economico che è crollato” .
A proposito della sinistra in America Latina mi viene in mente “Gli anni con Laura Diaz” di Carlos Fuentes, la letteratura ha svolto un ruolo? “Non si può parlare di una vera e propria letteratura sudamericana – dice – l’America Latina ha vissuto e vive mutamenti continui e questo influisce”.
Non posso evitare di chiedergli qual è, secondo lui, il ruolo degli intellettuali e della cultura in questa nostra Italia che ha definito di telespettatori. “Gli intellettuali? Credo che sia importante riappropriarsi di un modo di essere cittadini, con doveri e diritti. Questo è il primo passo per costruire una cultura. Poi se gli intellettuali sono chiamati a sottoscrivere un manifesto, un appello, è corretto che lo facciano secondo la propria coscienza.” La voce dei senza voce, Luis Sepulveda, anche con questo suo ultimo romanzo ha fatto centro. I tre personaggi sui quali si regge la narrazione rappresentano la “riscossa degli sconfitti”?
“Sono uomini felici di aver partecipato ad un evento della storia, al di là dei prezzi pagati e che nel progettare quel colpo dimostrano che hanno ancora la capacità di sognare”.
Sognare, un diritto, una necessità, cui “Lucho” non rinuncia. Lo ha fatto girando il mondo, sposando cause, come quando andò in Amazzonia con Chico Mendez, che non hanno confini, ma che hanno come unico senso una felicità planetaria.
Ho con me il suo primo libro, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”. Gli ho chiesto di firmarmelo. Perché quella storia non è solo l’esordio di uno dei più grandi scrittori del mondo, ma di un uomo che è ciò che scrive. Si scrive per resistere, per lasciare spazio alle emozioni, perché le parole, come si usa dire, sono pietre.
E non finirò mai di ringraziarlo per la bella dedica su quel volume consunto dal tempo. Perché il tempo nelle belle storie non subisce mutamenti.  

(dal “Corriere Nazionale”)

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