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Berlusconi ora punta su D’Alema: sarà sfida con Rodotà

18 Aprile 2013

di Andrea Tempestini
(da “Libero”, 18 aprile 2013)

Il segretario perde anche l’ultima scommessa. Franco Marini sconfitto, e clamorosamente, al primo giro: non è stato eletto presidente della Repubblica. Il nome condiviso con il Pdl e gradito da Silvio Berlusconi ha dilaniato il Pd. Il teorico ampio margine di maggioranza di cui avrebbe dovuto godere al voto in seduta comune tra Camera e Senato si è liquefatto. Le regole della politica sono chiare: dopo un ko del genere rialzarsi è quasi impossibile. Le possibilità che il nome di Marini la spunti al secondo, terzo o quarto turno sono bassissime. O meglio inesistenti.

Baffino – La rivolta di Renzi, Vendola e franchi tiratori nel Pd (franchi tiratori che però hanno sparato anche dai banchi del centrodestra) ha avuto successo. Al netto dei rottamatori mancano oltre 200 consensi. Il “lupo marsicano” è bruciato. Gli scenari cambiano radicalmente. A questo punto nella lotta al Colle ci sono due favoriti d’obbligo: Massimo D’Alema e Stefano Rodotà. Baffino è un nome gradito al Pdl e al Cavaliere. Anzi, insieme a Giuliano Amato era la prima opzione di Berlusconi. Dal quarto voto in poi potrebbe raccogliere, oltre ai voti del Pdl, quelli dell’ampia corrente che lo segue in Largo del Nazareno. E non solo: molte indiscrezioni, sin dalla vigilia del primo voto, parlavano di Marini come di un nome da bruciare per poi convergere dal quarto voto in poi su D’Alema. Allo stato attuale delle cose, l’ipotesi ha diritto di cittadinanza (tanto che Pd e Pdl hanno annunciato scheda bianca fino al quarto voto). Se si volesse trovare quel fantomatico nome condiviso da Pd, Pdl e montiani potrebbe essere solo (o quasi) Baffino. Ci sarebbe anche Amato (ma sono troppi i veti incrociati sul suo conto), mentre Luciano Violante non gode dei favori di Bersani (che però è sempre più debole dopo il ko su Marini). Scarse le possibilità che rientri in gioco Anna Finocchiaro, appena “sopportata” dagli azzurri.

Il giurista – In questo contesto prende grande quota il nome di Stefano Rodotà. Il giurista è l’uomo con cui Beppe Grillo ha reso pan per focaccia a Bersani: il comico ha usato il “metodo Boldrini-Grasso” contro il Pd. I pentastellati hanno presentato nella corsa al Colle un nome forte, spendibile. Talmente forte e spendibile che Nichi Vendola e Matteo Renzi non ci hanno pensato un secondo prima di scaricare il segretario. Il governatore e i suoi hanno votato per Rodotà e hanno parlato di “alleanza finita” nel caso in cui la spuntasse Marini. Anche il rottamatore ha spiegato che, da par suo, è meglio il giurista che Marini.

Il “match point” – Ora che il “lupo marsicano” pare fuori dai giochi, la vera sfida nella corsa al Colle potrebbe essere quella tra D’Alema e Rodotà, con il secondo sensibilmente favorito a causa degli sconvolgimenti che stanno smottando il Pd, dove sarà difficile, quasi impossibile, far tornare i buoi nella stalla. La partita per il Quirinale si deciderà dal quarto voto in poi. Il primo “match ball”, con tutta probabilità, si giocherà venerdì. Più probabile invece che la partita si decida di sabato.


Prodi no
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 18 aprile 2013)

Il lupo marsicano non passa, ed è una bella notizia. Nessun pregiudizio ad personam, intendiamoci. Anzi, uno dei pochi pregi evidenti di Franco Marini al Quirinale sarebbe proprio la refrattarietà intrinseca a farsi divorare dalla retorica sinistrorsa contra personam, cioè contro il Caimano. Non è un professionista dell’antiberlusconismo permanente, Marini, e questo per le regioni produttive è senza dubbio buona cosa. Però, e qui bisogna ascoltare Matteo Renzi, è un professionista di quella politica che si sarebbe dovuta spegnere col Novecento. Pragmatismo democristiano, concertazione sociale, gattopardismo perenne. Non è passato, in gran parte per le ferite interne che albergano in quella parodia di partito che è ormai il Pd.

Bene. Ora s’affaccia un incubo, però. Neanche tanto sottotraccia, s’affaccia in modo palese e fin sfacciato, perché in realtà è una pietra sopra quel minimo di convivenza civile che ancora sopravvive in Italia. Romano Prodi. Lo riscrivo, vi giuro che neanch’io riesco a capacitarmene, Ro-ma-no Pro-di. Il Pd annuncia la scheda bianca alla seconda e alla terza votazione, insopportabile rito della Roma più bizantina, insulto esplicito alle imprese che chiudono, spesso insieme alle vite dei loro titolari. E dopo, alla quarta, quando sarà maggioranza semplice, l’ideona di Bersani & Co, presi a schiaffi ogni giorno dalla realtà, è rifriggerci Prodi. Per portare a compimento, finalmente, il corteggiamento mortificante e masochista nei confronti di Beppe Grillo, un Comico che vuol far pagare a tutti il suo esilio dal sistema datato trent’anni fa, per espellere Berlusconi dal consesso istituzionale, e poter contrabbandare all’esterno la balla, ormai irricevibile, dell’unità del Partito. Spiace, stavolta, che anche Matteo Renzi paia andare in questa direzione: il rottamatore della Seconda Repubblica che dà le prodichiavi dello Stato a uno dei suoi protagonisti principali, è troppo perfino per dei realisti politici come noi. Ma il dramma vero, e chiunque si dibatta nella trincea del lavoro e dell’impresa qui al Nord lo sa già, è un Paese a misura-Prodi. Il dramma vero è il finto buonismo curiale, in realtà spietato cinismo democristiano, del Professore, la sua offensiva retorica cattocomunista, la sua palpabile incapacità di riconoscere le ragioni di mezzo Paese (perché è questo, che l’asse PdL-Lega rappresenta, e non tenerne minimamente conto è un atto da guerra civile), la facilità con cui sputa sul cadavere di Margaret Thatcher a mezz’ora dalla sua morte, quando avrebbe dovuto inginocchiarsi, lui, uno dei burocrati miopi che vollero l’Unione Europea, di fronte alla Lady che aveva capito tutto, e che sull’Europa aveva urlato tre “No!”. È questo, il problema di Prodi, è intrinsecamente inabile alla dialettica democratica, vera, non quella del Palazzo, quella del confronto a viso aperto, non contempla in natura l’esistenza del punto di vista altro, e se glielo sciorini ti sorride in faccia, e affila il coltello appena giri l’angolo. È molto peggio di Napolitano, che per inciso era filo-americano, mentre Prodi è filo-cinese, è senz’altro molto peggio di D’Alema, forse l’unica soluzione accettabile col canovaccio dell’Inciucio, addirittura peggio del Lupo Marsicano, che già era largamente indigeribile. Ma Romano Prodi è “impresentabile”, come direbbero certi colleghi illuminati e progressisti, per quasi mezzo Paese, senz’altro per il Nord, o quel che esso rappresenta. Prodi no, punto.


Il peso del fattore “vecchia Dc”
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 18 aprile 2013)

La corsa al Quirinale, si sa, è tradizionalmente ricca di colpi di scena, e la tela che si fa di giorno, si disfa la notte. Questa per il dodicesimo Presidente, poi, è una trattativa così difficile e impervia, per il risultato sterile delle urne del 25 febbraio, che c’è poco da scommettere su come finirà.

Ma se davvero sarà Franco Marini ad essere eletto Presidente della Repubblica, questa mattina alla prima votazione delle Camere riunite, si potrà dire, a ragion veduta, che a vincere, o a rivincere, è la vecchia Dc. Parafrasando il grande Luigi Pintor, fondatore del «manifesto », che esattamente trent’anni fa titolò speranzoso «non moriremo democristiani », a denti stretti si dovrà ammettere che sarà proprio grazie ai democristiani, invece, se anche stavolta sopravviveremo.

La ragione di questa conclusione – che ieri notte, va detto, è stata quasi capovolta nell’assemblea dei grandi elettori Pd e rifiutata da Vendola – è molto semplice: in mezzo a un mare di suoi colleghi, intenti, chi per dilettantismo e chi per risentimento, a farsi una guerra senza esclusione di colpi, Marini, senza muovere un dito, come insegna la più antica scuola Dc, ha infilzato uno dopo l’altro i suoi concorrenti. A far fuori Prodi, il suo più insidioso rivale, ci hanno pensato Berlusconi e Grillo. Di eliminare Amato, che fino a martedì sera era in pole position, se ne sono fatti carico Rosy Bindi e i prodiani. D’Alema, pur non dichiaratamente, aveva contro Bersani, perché un comunista al Quirinale avrebbe sbarrato al leader del Pd la strada per Palazzo Chigi.

E con il suo attacco frontale contro la Finocchiaro e lo stesso Marini, Renzi ha sortito l’effetto opposto. Quanto a Berlusconi, avrebbe votato chiunque, l’ha detto fin dal primo momento, pur di non andare all’opposizione.

Servirgli su un piatto d’argento il candidato Marini, legato a Gianni Letta dalle comuni radici e da una consuetudine inossidabile, è stato un altro capolavoro del leader Pd, che oggi rischia di essere contraddetto dai suoi parlamentari. Bersani, d’altra parte, non poteva fare altro. La strada dell’intesa con i 5 Stelle s’era chiusa con il tentativo fallito di farci insieme un governo. E se Grillo avesse voluto riaprirla, doveva gigioneggiare un po’ meno, e smetterla di giocare per due giorni con la Gabanelli. Quanto ai professori, ai tecnici e agli alti magistrati che si sono affacciati nella trattativa, da Cassese, a Mattarella a De Rita, entrando e uscendo dalle molte rose circolate in questi giorni, avevano quasi tutti in comune una caratteristica e un limite: o erano democristiani o parademocristiani. Ma tra un Dc surgelato o spedito in pensione, e uno genuinamente ancora in servizio, come Marini, non c’era match. Bersani, come titolare della trattativa, ha pensato che questa fosse l’unica via d’uscita. Senza tener conto degli umori ribollenti delle varie anime del suo partito che sono esplosi nella notte e adesso puntano a sconfessare l’intesa siglata dal segretario.

Diceva Giulio Andreotti, suo mentore e avversario nell’epica battaglia per la presidenza del Senato, l’ultima combattuta dal Divo Giulio: «Il viale del tramonto è lungo e bello, Dio me lo conservi! ». Marini, già leader sindacale, ministro, segretario del Ppi, con un soprannome, «lupo marsicano », che tradisce le sue radici abruzzesi, quel viale non ha fatto in tempo a imboccarlo, che subito è stato richiamato in servizio. Eppure, come erede della grande tradizione scudocrociata, Franco il lupo, che ha appena compiuto ottant’anni, occorre riconoscerlo, è un po’ anomalo. Gran parte della carriera, infatti, l’ha costruita nella Cisl, che ha guidato per sei anni, dal 1985 al ’91, in tempo per ereditare, alla morte di Carlo Donat-Cattin, la corrente di Forze Nuove e il posto di ministro del Lavoro nel VII governo Andreotti.

Nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica Marini aveva dato un contributo notevole, con la sua testardaggine abruzzese, a salvare il salvabile di quel ch’era rimasto della Dc. E di Prodi che voleva scioglierla nell’Ulivo, non a caso, è sempre stato un leale oppositore. Come segretario, dal ’97, del Ppi, primo erede del vecchio partitone cattolico (Margherita e Pd verranno dopo), aveva stretto due rapporti, solidi e decisivi, con D’Alema e Berlusconi, che gli sono tornati utili anche adesso. Era stato Marini, in alleanza con Cossiga, che aveva fondato apposta un suo partitino personale, a portare D’Alema, primo (post) comunista a Palazzo Chigi, nel ’98. E sempre lui a impostare il rapporto con il Cavaliere in termini di amicizia, alla democristiana, e solo successivamente di collaborazione-competizione. La battaglia del 2006, con il centrodestra che gli schierò contro come avversario per la presidenza del Senato nientemeno che Andreotti, poté svolgersi così in termini civili. Tanto, come dimostrarono i franchi tiratori, gli avversari di Marini stavano più nel centrosinistra che tra i berlusconiani, e l’osso più duro sarebbe stato naturalmente un Dc, Clemente Mastella.

Il passaggio decisivo, con Berlusconi, avvenne due anni dopo: Marini, ricevuto il mandato esplorativo come presidente del Senato, dopo la crisi del secondo governo Prodi, quando Berlusconi gli comunicò che non c’era spazio per il suo tentativo, non si espresse né in un senso né in un altro. Non insistette, non fece una piega, limitandosi a una pura registrazione istituzionale. «Con la sua correttezza, lei s’è guadagnato un credito », si congedò da lui, soddisfatto, il Cavaliere. Chissà se il lupo marsicano con la coppola e la pipa immaginava che il tempo di riscuoterlo sarebbe arrivato così presto.


Il Pd, Marini e la trama di D’Alema per prepararsi al caos
di Claudio Cerasa
(da “il Foglio”, 18 aprile 2013)

Fino a ieri pomeriggio – ovvero fino a poche ore prima che Bersani consegnasse a Berlusconi la rosa dei candidati per il Quirinale, con Franco Marini in testa – sul percorso seguìto dal Pd per arrivare all’elezione del successore di Napolitano molte delle impronte lasciate sul terreno continuavano ad avere l’inconfondibile forma di Massimo D’Alema. Formalmente, il nome dell’ex premier non è mai stato in cima alla lista dei quirinabili, e nell’ottica di Bersani ha rappresentato solo una soluzione d’emergenza da utilizzare in caso di fallimento delle trattative sui due veri candidati del segretario: prima Giuliano Amato e ora, come confermato ieri sera da Pier Luigi Bersani, Franco Marini. Nonostante questo, però, nel corso della giornata di ieri, la partita di D’Alema era ancora chiara e aperta e si giocava su due piani che potrebbero riproporsi qualora dovesse andare in fumo la trattativa su Marini. Strategia semplice: fare il king maker puntando su Amato e poi entrare in un secondo momento personalmente in campo. Fino a ieri il piano A di D’Alema era considerato dal Pd come l’unica soluzione per trovare un accordo col Pdl. Nel corso della giornata però è successo che improvvisamente il pallottoliere dei grandi elettori – che si riuniranno da questa mattina alle 10 a Montecitorio per eleggere il successore di Napolitano – ha cominciato a segnalare che la candidatura di Amato rischiava di presentare ostacoli insormontabili legati a un problema non secondario: i numeri. E i numeri su Amato dicono che un accordo tra centrodestra, centrosinistra e lista Monti (che insieme hanno, delegati regionali a parte, 803 elettori) rischia di non essere sufficiente per far passare il prof. al primo turno. Per due ragioni: da un lato il “no” ufficializzato ieri da Sel (44 parlamentari) e dalla Lega (35 parlamentari) e dall’altro un calcolo confermato ieri da D’Alema ad Amato: i circa 80 franchi tiratori che, secondo i dalemiani, sarebbero pronti a votare contro Amato nel segreto dell’urna. Risultato? I voti certi per il professore sarebbero circa trenta in meno del quorum necessario per essere eletti al primo turno (672). Insomma, il caos totale. E nel caos il nome di D’Alema potrebbe essere la soluzione per mettere le cose in ordine. “Massimo – dice al Foglio un suo stretto collaboratore – sarebbe l’unico che avrebbe insieme i voti della Lega, del Pdl, di Sel, Scelta civica e di una parte del Pd, compresi i renziani, e sarebbe l’unico tra tutti ad avere i numeri certi per essere eletto presidente, anche al primo turno. Non è un mistero, nel Pd lo sanno tutti. E se Bersani non punta su D’Alema la ragione è evidente, diciamo”.

La ragione per cui l’alternativa scelta da Bersani per sostituire Amato non si chiama D’Alema ma si chiama Marini è legata a una questione che riguarda anche il destino personale del segretario. Con un ex diessino al Quirinale, Bersani è consapevole del fatto che per lui si complicherebbe la strada per un suo esecutivo mentre un altro scenario si verrebbe naturalmente a creare con lo schema Marini. Problema: reggerà lo schema stamattina? Le incognite sul pallottoliere dicono che anche il nome di Marini corre il rischio di non avere i numeri per difendersi dai proiettili dei franchi tiratori e questa volta la partita per l’ex presidente del Senato si gioca all’interno del centrosinistra. Qui i problemi per Bersani sono tre. Da una parte c’è Renzi, che anche ieri ha ricordato che votare Marini “vuol dire fare un dispetto al paese” e che per questo potrebbe decidere di far pesare nell’urna i suoi 51 parlamentari. Dall’altra parte ci sono i voti dei vendoliani (44) e dei giovani turchi (66). I primi (o almeno molti di loro) hanno annunciato di essere intenzionati a non votare Marini e a puntare sul candidato grillino, ovvero Stefano Rodotà; i secondi, conferma al Foglio Matteo Orfini, non voteranno un candidato “che spacca il Pd e la coalizione”. Il pallottoliere dice dunque che sugli 803 elettori di cui dispongono centrodestra, centrosinistra e Monti ci sarebbero circa 150 voti traballanti: mancano 20 voti per la maggioranza assoluta. Il caos. E nel caos, si sa, l’unico che potrebbe rimettere le cose in ordine prima della quarta votazione prodiana è sempre lui, e si chiama D’Alema.


A parti rovesciate
di Massimo Franco
(dal “Corriere della Sera”, 18 aprile 2013)

Se davvero si tratta di un’elezione giocata sui veti incrociati, non deve sorprendere che possa diventare capo dello Stato chi riuscirà a collezionarne di meno. D’altronde, mettere d’accordo nelle condizioni attuali Pd, Pdl, montiani, senza perdere per strada altri spezzoni del Parlamento, appare più difficile che far quadrare un cerchio. L’ipotesi che a compiere il miracolo sia Franco Marini, ex presidente del Senato ed ex segretario del Partito popolare dopo una lunga militanza da leader della Cisl, è plausibile. Plausibile, ma non sicura. Le tensioni che si avvertono soprattutto nel Pd, del quale pure Marini è un dirigente, non vanno sottovalutate: tanto più mentre il Pdl sembra sostenerlo in modo granitico.

È un rovesciamento delle parti che aumenta le incognite. Marini sarebbe l’elemento di equilibrio e l’estrema trincea di un sistema che si sente minacciato; e che dalle elezioni di febbraio ha incassato con fastidio crescente le provocazioni, le minacce e i rifiuti sprezzanti dell’ex comico Beppe Grillo, teorico dello scardinamento delle istituzioni dopo il grande successo ottenuto nelle urne. Il fatto che il candidato al Quirinale non sia entrato in Parlamento è un altro paradosso: finisce per apparire la conseguenza di una legge elettorale che dà frutti amari, quasi surreali; e che proprio la classe politica non ha voluto cambiare.

La scelta di un uomo sperimentato e rispettato, capace di conciliare l’inconciliabile, non cancellerebbe queste ambiguità.
D’altronde, la situazione economica e sociale non consente uno scontro infinito ed esige un governo in tempi rapidi. Al fondo, si coglie l’istinto di sopravvivenza di partiti corrosi da potenti forze centrifughe e sfibrati da una lunga e sterile contrapposizione; e determinati a trovare una soluzione di compromesso, con lo sguardo concentrato sull’Italia più che sull’Europa. Anche sotto questo aspetto, la scelta di Marini suonerebbe come la rivendicazione orgogliosa di un’autonomia declinata in sottile polemica con le istituzioni continentali e col governo dei tecnici di Mario Monti. Si avverte una certa ansia di chiudere quel capitolo, e forse di archiviarlo.

Ma le elezioni di febbraio non hanno restituito legittimità alla politica: semmai gliene hanno tolta ancora. E l’idea di usare il Quirinale per blindare lo status quo potrebbe rivelarsi un’illusione. Certo, se le dinamiche che si sono messe in moto porteranno realmente a un candidato il più possibile condiviso, sarebbe un passo avanti. E se aiuteranno a creare una qualche maggioranza parlamentare, quella sfuggita a Pier Luigi Bersani per i veti di Grillo e l’ostinazione a non riconoscere una vittoria a metà, sarebbe un altro progresso. L’unica perplessità è di sistema. Il sospetto da dissipare è che la presidenza della Repubblica possa diventare la camera di compensazione delle rese dei conti nei partiti.

In questo caso, la condivisione diventerebbe non un bene prezioso, ma un limite, destinato a emergere molto presto e a pesare molto a lungo.


Quirinale, Berlusconi: subito Marini o rischia di saltare tutto
di Redazione
(da “Il Messaggero”, 18 aprile 2013)

«Noi ci stiamo, ma non so se il Pd regge e se domani avranno lo stesso segretario ». Il timore notturno di Silvio Berlusconi si concretizza a tarda sera. Nello stesso momento nel quale i gruppi del Pdl sono riuniti per decidere se e come convergere su Franco Marini. L’eco del dibattito interno al Pd è fortissimo e quando il Cavaliere rientra da Campo Marzio a palazzo Grazioli sa di essersi perso già la Lega e i Fratelli d’Italia che su Marini arriverebbero alla prima votazione solo se il Pd dimostra, prima della chiama, di aver ricucito le divisioni interne. «Se voi vi spaccate noi non veniamo a soccorrervi », aveva spiegato ieri pomeriggio Roberto Maroni a Nicky Vendola. Tensioni che spaccano il Pd e lasciano più o meno indifferente il Cavaliere che se non incassa Marini, si potrebbe consolare con la testa di Bersani e forse anche quella di Renzi.

ANTI RENZI
«Devi garantirmi che lo eleggiamo nelle prime tre votazioni, altrimenti salta tutto e finiamo nelle mani dei grillini ». Silvio Berlusconi, in compagnia di Gianni Letta inizia di prima mattina il tour per stringere definitivamente l’intesa per il Quirinale. L’ambasciatore del Cavaliere è stato più volte a palazzo Giustiniani per incontrare Franco Marini, ma la preoccupazione di ieri del Cavaliere è anche quella di spiegare a Giuliano Amato il tramonto della sua candidatura. L’incontro con Bersani dura più di un’ora e quando Berlusconi poco prima dell’ora di pranzo rientra a palazzo Grazioli, l’accordo è fatto anche sul possibile governo di scopo che dovrebbe durare il tempo necessario per affrontare la crisi economica e rivedere la legge elettorale. A Bersani il Cavaliere concede il pomeriggio per lavorare sui gruppi e sui molti leader del Pd ai quali il segretario spiega di persona e per telefono come intende convincere tutti i grandi elettori del centrosinistra su una scelta che rischia di apparire meno innovativa di quanto non sia stata la scelta di Boldrini e Grasso. Anche se Berlusconi ha rassicurato il segretario del Pd sulla fedeltà del Carroccio, i numeri ballano per tutto il pomeriggio vista la netta contrarietà di Vendola a dare il suo sì ad un candidato che «ci porta diritto alle larghe intese ». A pranzo il Cavaliere incontra Alfano. Anche se nel Pdl in molti rimpiangono Amato e altri sperano in D’Alema, il timore di ritrovarsi alla quarta votazione con Romano Prodi spinge tutti a convergere sul presidente del Senato. Difficile però non ipotizzare un gruppo di franchi tiratori anche nel Pdl dove c’è una corposa pattuglia di ex socialisti che sino a ieri mattina aveva sperato nella candidatura di Amato. Il dottor Sottile è una furia «per come è stato usato il mio nome e la mia storia », e lo racconta a più di un interlocutore.

IL CAOS
I problemi più grossi deve però affrontarli Pier Luigi Bersani che a largo del Nazareno incontra prima Enrico Letta poi Dario Franceschini e Vendola. Ai due ex Margherita chiede di lavorare sulla cinquantina di renziani che, prima di schierarsi con il sindaco di Firenze, erano in molti vicini alle posizioni di Marini. Ai capigruppo Speranza e Zanda viene affidato un primo giro di ricognizione che però inizia quando il nome dell’ex presidente del Senato è già sulla bocca di tutti e provoca già i primi mal di pancia. «Dobbiamo cercare di eleggere un nome nelle prime tre votazioni, altrimenti poi cambia la partita – spiega Nico Stumpo, deputato del Pd molto vicino al segretario – e comunque per il governo si vedrà ». Malgrado Bersani abbia sempre tentato di tenere separate le due questioni, il destino della legislatura e la formazione di un governo a guida Bersani e con tutti ministri tecnici, sembra essere una delle promesse che il Cavaliere ha fatto al segretario del Pd.

GOVERNO
Il partito è però in subbuglio, sul piede di guerra non ci sono però solo i renziani, che nel pomeriggio si sono riuniti, ma anche i giovani Turchi e i prodiani Zampa e Gozi. Solo alle sette di sera Bersani fa sapere a Berlusconi che è pronto ad ufficializzare la scelta ai gruppi. Altrettanto fa Berlusconi che però ha molte meno difficoltà del segretario del Pd. «Se portiamo a casa un presidente di garanzia, bene. Altrimenti si facciano pure quello che vogliono, si va ad elezioni e con questa sinistra non ce la fa nemmeno Renzi », chiosa il Cavaliere che pensa oggi di potersi levare in un colpo solo sia Bersani che Renzi riuscendo magari ad ottenere che al Quirinale vada quel Massimo D’Alema con i soli voti del centrosinistra alla quarta votazione. Nella notte si susseguono gli incontri e le telefonate, ma a Bersani interessa soprattutto recuperare il rapporto con Sel che rischia di saltare non solo oggi, ma anche in chiave governo rischiando di terremotare non solo la segreteria del Pd ma anche il partito.


Ruby va da Santoro per smascherare le bugie su Noemi
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 18 aprile 2013)

Ci ha pensato tre giorni e tre notti, su come replicare alle dichiarazioni che l’avevano pesantemente tirata in mezzo.
Davanti al tribunale di Milano Ruby mostra il passaforto falso

Perché giovedì scorso, quando Servizio Pubblico ha nuovamente dedicato la sua puntata al caso Berlusconi, Ruby non si è preoccupata tanto delle presunte rivelazioni sui contatti ravvicinati tra il Cavaliere e Noemi Letizia, riferiti alla trasmissione di Santoro dall’ex agente della ragazza di Portici. No, a mandare su tutte le furie Karima el Mahroug è stata la parte di trasmissione in cui l’ex agente, Francesco Chiesa Soprani, ha raccontato che proprio a lui la ragazza marocchina avrebbe avuto incontri hot con Berlusconi, quando – e lui lo sapeva – era ancora minorenne.

Ma Ruby Chiesa Soprani non lo ha mai conosciuto. Mai parlato. Ai tempi in cui il giovanotto bazzicava nella scuderia di Lele Mora, lei era ancora nella sua vita precedente. A rendere più indigesta la «sparata » di Chiesa Soprani il fatto che arrivasse pochi giorni dopo l’apparizione di Ruby sulla scalinata del tribunale di Milano, quando – sfidando la calca e la incredulità dei media – la ragazza aveva ribadito di non avere mai avuto contatti ravvicinati con Berlusconi.

Inevitabile che così giovedì scorso Ruby facesse un salto sulla sedia, ascoltando Chiesa Soprani che riferiva di avere sentito dalla sua viva voce frasi come «Io sto qua perché mi danno i soldi, mi pagano la casa, mi fanno divertire… Scopata più, scopata meno, oramai… ». E che Ruby avrebbe respinto una offerta di lavoro da parte di Chiesa Soprani dicendo «Guardi che ho già qui Lele Mora, Emilio Fede e Silvio Berlusconi che si stanno occupando di me, siccome sono minorenne ». Chi l’ha incrociata nei giorni dopo l’intervista, racconta una Ruby furibonda, pronta a querelare Chiesa Soprani e Servizio Pubblico. Poi Kharima ha deciso che per le carte bollate c’è sempre tempo, ma per la battaglia pubblica no. Così ha deciso di rispondere a caldo, a costo di andarsi a infilare nella bocca del leone. E ha rilasciato una intervista a Sandro Ruotolo che andrà in onda questa sera. Secondo le anticipazioni fornite ieri dal programma, Ruby smentisce per filo e per segno le dichiarazioni dell’agente, spiegando di non averlo mai incontrato in vita sua. E rispondendo anche ad alcune domande non tenere sulla vera natura dei suoi contatti con l’ex presidente del Consiglio. Non è stata una intervista facile, racconta chi ha potuto assistere al faccia a faccia Ruby-Ruotolo. Ma pare che alla fine la fanciulla se la sia cavata bene.

Alla fine, l’intervista con Servizio Pubblico è stata per Ruby una sorta di allenamento in vista del match pubblico che la attende tra poche settimane: l’interrogatorio nell’aula del processo Ruby 2, quello che vede Nicole Minetti, Lele Mora e Emilio Fede accusati di induzione alla prostituzione. In questo processo (a differenza di quello principale a carico di Berlusconi) il tribunale ha stabilito quanto era ovvio fin dall’inizio: impensabile capire qualcosa senza sentire la versione di Ruby. Così appena sarà terminata la sfilata dei testimoni, toccherà a lei. «Voglio essere interrogata », aveva proclamato Ruby sulla scalinata. I giudici l’hanno accontentata.


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Bart