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Forse Marini non ce la farà, ma…

18 Aprile 2013

La mia voce sarà forse un po’ fuori dal coro. Ho letto che, soprattutto all’interno del Pd, si sono levate voci di forte contrasto circa l’intesa Bersani-Berlusconi di far convergere i voti dei loro rispettivi partiti sul nome di Franco Marini.

Premetto che io sono favorevole al ringiovanimento dei rappresentanti delle nostre Istituzioni. Se i giovani quadri possono mancare di esperienza e di saggezza necessarie a reggere certi importanti incarichi come quello della presidenza della repubblica, è anche vero che si può andare incontro al futuro soltanto con intelligenze ed energie più in sintonia con i veloci tempi che stiamo attraversando. La macchina dello Stato è vecchia ed arrugginita e mettere alla sua guida uomini che sono altrettanto vecchi ed arrugginiti è un madornale errore di prospettiva.

Probabilmente proprio riflettendo su di una considerazione simile alla mia da parte di alcuni parlamentari di diverso orientamento, Marini ha incontrato subito delle forti ostilità, e già alla prima votazione se ne vedono chiaramente gli esiti, al punto che la candidatura di Marini appare già tramontata.

Come i miei lettori sapranno, sono anche contrario ai cosiddetti inciuci, che di regola rappresentano uno stallo della democrazia, stallo che, fin che dura, non produce più niente di buono e di utile per il Paese.

Tuttavia, pesando le varie ipotesi che sono state messe sul tappeto, riconosco che la candidatura di Franco Marini ha un significato che pochi commentatori hanno evidenziato.

Il suo successo avrebbe la conseguenza, non certa ma molto probabile, della fine dell’antiberlusconismo quale componente maggioritaria del Pd. Già Dario Franceschini qualche settimana fa ne aveva posto le premesse, riconoscendo che il Pdl rappresenta tanti cittadini quanti ne rappresenta il Pd e pertanto non può essere considerato impresentabile, e con esso si deve dialogare.

Ho l’impressione che la figura di Franco Marini incarni al meglio l’auspicio di Franceschini. La fine dell’incomunicabilità tra i due maggiori partiti di massa, da sostituire con un rapporto di reciproca accettazione e di dialogo, come accadeva ai tempi della Dc e del Pci, pur nel rispetto dei propri ruoli di maggioranza e di opposizione di volta in volta ricoperti, ripristinerebbe in Italia quella sana democrazia che ormai manca da almeno un ventennio, ossia dalla discesa di Berlusconi nell’agone politico.

Considero la fine di questa incomunicabilità un bene prezioso e, dunque, un obiettivo che vale la pena raggiungere anche se fosse necessario turarsi il naso. Noi stiamo vivendo, in mezzo ad una crisi economica che qualcuno dipinge come molto più grave di quella del 1929, una fase gravissima di sospensione della democrazia. Non c’è calamità peggiore, poiché l’uscita da questa fase potrebbe essere terribile, come ci dimostra la storia con il nazifascismo, che da una tale paralisi trovò il terreno propizio per mettere radici.

L’incomunicabilità tra i due maggiori partiti di massa non può continuare, il suo tempo è scaduto, e solo ripristinando un corretto rapporto tra loro è possibile procedere anche ad un rinnovamento delle istituzioni e dei quadri dirigenti.

L’alternativa è la distruzione del Paese e la sua ricostruzione solo dopo una lunga fase di assenza democratica, che può anche arrivare ad assumere la forma e la sostanza di una dittatura.

Ho sempre considerato interessante il risultato del M5 Stelle, giacché esprime una forte richiesta di cambiamento, ma al M5Stelle rimprovero la mancanza di un leader che sappia costruire in fretta sopra le macerie di uno Stato che si è rilevato fallimentare. Il cambiamento non può permettersi pause attendiste e di incertezza. Un intervallo qualsiasi in una situazione simile (ossia in un vuoto democratico) è destinato ad essere riempito subito da parassiti, o meglio ancora, da corroditori della democrazia.

La elezione di Marini riconcilierebbe gran parte del Pd con gran parte del Pdl, rinnovandone anche le volontà e le prospettive di cambiamento del nostro Pase, per arrivare poi ad un sistema di democratica alternativa che porterebbe il Paese all’altezza, finalmente, delle democrazie moderne.

È soprattutto questo l’aspetto che deve essere colto nell’indicazione comune di un candidato alla presidenza del Paese. Direi che il nome di Franco Marini è importante, più che come persona (fra l’altro capace: ho avuto modo di vederlo all’opera nella Cisl), come opportunità e strumento per arrivare alla pacificazione politica di cui c’è urgente bisogno.

Tuttavia, è molto probabile che, per interessi ancora spiccioli e partigiani, questo grande obiettivo di riappacificazione venga ostacolato dalla parte politica più intransigente, con candidature e scelte che non avvicinerebbero bensì allontanerebbero un corretto rapporto di dialogo tra i due più grandi partiti di massa.

Se la candidatura Marini dovesse fallire, non esito a preferire una presidenza della repubblica affidata a Massimo D’Alema, piuttosto che a Stefano Rodotà o a Romano Prodi. E aggiungo: piuttosto che a Giuliano Amato, il quale è un gran commis della repubblica da cui è salutare, per tanti motivi, compreso quello del suo comportamento contorto nella vicenda Craxi, tenersi lontani. Non si dimentichi poi che fu lui a tassare di notte i depositi bancari degli italiani, dopo che la sera prima al Tg1 delle 20 aveva escluso questa possibilità. Di uno così ci si potrebbe mai fidare?


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