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Abbiate pietà

30 Marzo 2013

di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 30 marzo 2013)

Il Venerdì Santo di quindici anni fa, nel gelo del Castello di Stormont a Belfast, le due fazioni irlandesi che si erano combattute per trent’anni e tremila morti fecero pace. Alla trattativa erano presenti uomini che, dal versante cattolico e da quello protestante, avevano guidato milizie armate e avevano personalmente ordinato uccisioni e stragi degli avversari. Eppure ne nacque un governo comune dell’Irlanda del Nord.
Nel Venerdì Santo del 2013 i partiti italiani, che non escono da una guerra civile e che dovrebbero avere nel loro Dna l’attitudine al compromesso su cui si basano le democrazie, non sono stati capaci di dire di sì al presidente Napolitano e di dar vita a un governo. Non c’è neanche un punto di contatto fra i tre maggiori partiti: Grillo non vuole fare niente, Berlusconi vuole fare solo un governissimo impossibile perché il Pd lo rifiuta, e il Pd accetterebbe solo un governicchio dopo il fallimento di Bersani.

La gravità della crisi che sta sconvolgendo la Repubblica è tutta qui. La legge elettorale non riesce più a dare una maggioranza al Parlamento. Il Parlamento non riesce più a dare un governo al Paese. Il presidente è chiamato costantemente a riempire i vuoti di una democrazia parlamentare che ormai cammina come un ubriaco sull’orlo della Costituzione. E meno male che si tratta di Giorgio Napolitano, uomo di cui nessuno, né Berlusconi che sette anni fa si rifiutò di votarlo, né Grillo che appena qualche mese fa lo insolentiva, osa più negare l’imparzialità e il senso patriottico.

Però neanche Napolitano può più fare miracoli. È in scadenza di mandato. Non dispone dell’arma dello scioglimento anticipato. Non può forzare la mano ai partiti costringendoli a un governo del presidente, perché tra qualche settimana il presidente sarà un altro.

Stavolta solo un accordo tra i partiti può risolvere il rebus. Solo se c’è un compromesso, Napolitano può dargli un nome e una forma. Se non ci sarà, se nessuno mollerà neanche un po’ delle sue ambizioni elettorali, personali o processuali, i partiti aggraveranno la crisi di sistema fino a coinvolgervi la Presidenza stessa, costringendo quella attuale a rinunciare anzitempo al mandato. Sarebbe una scelta drammatica, più un atto di accusa che un atto di dimissione, soprattutto da parte di un uomo come Napolitano che al servizio delle istituzioni non ha mai rinunciato. E sarebbe un parto prematuro della Presidenza futura, esposta al rischio di nascere con la tara di una scelta partigiana che contrasta con la lettera e lo spirito della Costituzione.

Nella lunga notte della politica italiana che dura da due settennati, solo il Quirinale è finora uscito miracolosamente indenne dall’incendio delle istituzioni. Coloro che abbiamo eletto stanno per appiccare il fuoco anche all’ultimo Colle della Repubblica?


Il Colle stretto tra i veti incrociati
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 30 marzo 2013)

Napolitano sta prendendo decisioni drammatiche per l’Italia e per lui medesimo. Questione di ore, poi emetterà il primo verdetto: niente governo Bersani. Il segretario democratico si è arenato davanti all’ultima condizione posta di mattina dal Cavaliere. Non più la richiesta di scegliere lui, Berlusconi, il futuro Presidente della Repubblica, bensì quella di dar vita a un governo delle «larghe intese », tutti dentro meno che Grillo, dunque a braccetto insieme Pd, Pdl, Scelta Civica e Lega. Per Bersani, che da un mese grida forte «mai con il centrodestra », sarebbe peggio di una giravolta, lo accuserebbero di aver sottoscritto alla maniera del Faust un patto col demonio. Dunque il teso giro di consultazioni ieri sul Colle si è concluso a sera col Pd che respinge l’ultimatum berlusconiano in quanto (parola di Enrico Letta) «i contrasti aspri tra le forze politiche rendono non idoneo un governissimo ». Di fatto, è crollata l’ultima chance di vedere Bersani a Palazzo Chigi.

Che cosa accadrà da questo momento in avanti, è un’incognita per gli stessi protagonisti, con l’Europa in allarme e la stessa Casa Bianca preoccupata per la «salute » dell’Italia.
Tutto fa pensare che stiamo scivolando, nel caos politico più totale, verso nuove elezioni. È quello che Berlusconi desidera, e a tal fine manovra. È convinto di poter riconquistare il potere. Inutile fargli presente che, con l’attuale sistema elettorale, è obiettivo virtualmente impossibile: bisognerebbe che d’incanto sparissero dalla scena Monti e lo stesso Grillo. Ma Silvio è un treno in corsa. Dopo le consultazioni di ieri sul Colle ha teso la mano a Bersani, dicendosi disposto a sostenerlo in cambio del «governissimo », solo per mostrarsi nei panni di un tenero agnello e far indossare a Bersani quelli del lupo ingordo. In parte c’è riuscito.

Ma viste le intenzioni, è assai dubbio che vadano in porto i tentativi avviati stanotte, sotto la regia di Napolitano, per immaginare quantomeno un «governo del Presidente », o «di scopo », estremo paracadute prima delle urne. Un esecutivo formato da alte personalità (non «tecnici », in quanto il solo nominarli provoca l’orticaria a Pd e Pdl) scelte dal Capo dello Stato, che si ponga pochi obiettivi e chiari. Uno su tutti: la riforma del «Porcellum » sollecitata ieri per primo da Grillo. Torniamo alla legge elettorale che c’era un tempo, al «Mattarellum », propone il leader a Cinque Stelle, con il Pd che gli è subito andato dietro.

Il governo del Presidente, se nascesse, dovrebbe occuparsi di mille altre questioni urgenti, a cominciare dall’aumento dell’Iva, che se qualcuno non interviene scatterà a luglio. Ma il punto è: sarà disposto il centrodestra a sostenerlo? Quando ieri mattina Napolitano ha incontrato Berlusconi, non se n’è parlato affatto. Così assicura Alfano, in polemica con il numero due del Pd Letta. A parole tutti si rimettono al Colle, ma se Napolitano formalizzasse la proposta, dal centrodestra forse gli direbbero «sì », a condizione di infilarci dentro ministri «politici »; dal Pd risponderebbero che non se ne parla nemmeno, in quanto saremmo daccapo al «governissimo » sotto mentite spoglie. Così pure il governo del Presidente verrebbe impallinato…

Stamane Napolitano farà sapere. Di sicuro, se pure questo sforzo risultasse vano, il Presidente avrebbe esaurito le sue cartucce. Mandare davanti al Parlamento Bersani non può, nonostante Vendola sostenga il contrario, perché Grillo insiste nel voler licenziare l’intera classe politica e rifiuta di dare il via libera al segretario Pd. Per effetto del «semestre bianco », il Capo dello Stato non può neppure sciogliere daccapo le Camere. Corre dunque sempre più insistente voce che Napolitano stia valutando l’ipotesi clamorosa delle dimissioni immediate, per accelerare l’avvento di un nuovo Presidente nella pienezza dei poteri. E perciò in grado, forse, di riuscire dove rischia di non farcela lui.



La lunga notte della Seconda Repubblica

di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 30 marzo 2013)

Se davvero sperava, a oltre un mese dalle elezioni, e sotto l’incalzare della crisi economica che ha visto di nuovo salire la febbre degli spreads, di riuscire a imporre una soluzione ormai non più rinviabile, Giorgio Napolitano, alla fine del terzo giro di consultazioni (dopo il primo che aveva portato al preincarico di Bersani e quello successivo del leader del Pd), ha dovuto prendere atto che è molto difficile trovare una via d’uscita per ridare un governo al Paese.

L’imbarazzo del Quirinale trapelava dal modo in cui s’è chiusa la giornata, con l’annuncio di una nuova pausa di riflessione del Capo dello Stato. I dati allineati con cura sullo scrittoio del Presidente segnalano un completo stallo, aggravato dalla chiara indisponibilità tra i partiti che dovrebbero concorrere a individuare uno sbocco. Malgrado gli alti e bassi che lo hanno accompagnato, il tentativo di Bersani si è arenato sul “no” pregiudiziale di Grillo, ribadito anche ieri, e sulla richiesta di Berlusconi, inaccettabile per il centrosinistra, di indicare il candidato alla successione di Napolitano. L’ipotesi di un rinvio di Monti alle Camere, per sancire un periodo anche breve di tregua in attesa di un’alternativa più solida o di nuove elezioni, s’è sciolta negli ultimi giorni, con l’incresciosa conclusione del caso dei marò, le dimissioni del ministro Terzi non concordate con nessuno e la drammatica richiesta alle Camere del presidente del consiglio di essere sollevato al più presto dalla sua responsabilità. Infine anche la possibilità di un nuovo governo tecnico, o del Presidente, spedito direttamente dal Colle in Parlamento per cercarsi una maggioranza, è franata di fronte all’opposizione di Berlusconi e Maroni, che ripropongono, ma senza molta convinzione, il governo di larga coalizione che il Pd non può nè vuole accettare.

Se non fosse che Napolitano, grazie alla sua esperienza e al carisma di cui gode, ci ha abituato a dei colpi di scena che intervengono sempre quando tutto sembra perduto, si dovrebbe ammettere che stavolta il Presidente non ha più carte da giocare. Chi gli è stato vicino in queste lunghe ore di consultazioni s’è accorto che la sequela di incontri reiterati con tutti gli esponenti della classe politica vecchia e nuova ha provocato in lui una specie di sconforto. Non tanto per la distanza delle posizioni e per la scarsa disponibilità a farsi carico dei problemi del momento, ma per l’assoluta incomunicabilità tra i leader e i vertici dei partiti. Se solo si riflette sul fatto che Bersani, in sei giorni di lavoro come pre incaricato, non ha mai avuto un colloquio diretto con Berlusconi, neppure una telefonata, accontentandosi dei contatti informali tra i suoi luogotenenti e quelli del Cavaliere, si può capire fino a che punto sono caduti i rapporti interni alla classe dirigente. Quel telefono rosso, che, anche nei momenti peggiori della Prima Repubblica, suonava nelle stanze dei grandi avversari del tempo, oggi non solo tace, ma praticamente non esiste più. Ed è questo pesante silenzio, interrotto dal crepitare continuo di insulti e dichiarazioni di guerra, che, più di ogni altro aspetto, a Napolitano ha dato per la prima volta la sensazione di una crisi insolubile: di sistema, di uomini, di strategie.

L’unica cosa chiara è che i leader che non hanno vinto e non hanno perso le ultime elezioni non esitano a sfidarsi nuovamente e a trovare nel ricorso alle elezioni l’unico modo di camuffare la loro impotenza e impedire l’avvento di un cambiamento, che invano invocano, ma in realtà temono. Berlusconi sfoglia i sondaggi che hanno riportato in testa il Pdl e sogna di rigettarsi in campagna elettorale. Bersani teme la resa dei conti con il suo partito e sa che le urne subito sgombererebbero dal campo il rischio di vedersi sostituito – da Renzi o da altri – alla guida del Pd. Grillo conta di avvantaggiarsi dal fallimento evidente di centrosinistra e centrodestra, seguito ai risultati del 25 febbraio.

È di fronte a un quadro così scomposto che il Capo dello Stato si trova a riflettere. Non gli sfugge che il suo mandato giunto agli ultimi giorni, e i suoi poteri limitati dal ritorno del semestre bianco dopo il voto, lo mettono in una condizione di maggiore difficoltà, rispetto all’egoismo e alle volontà contrastanti delle forze politiche. La leva dello scioglimento anticipato delle Camere, l’unica che forse potrebbe spingere a un ripensamento i suoi interlocutori (perché un conto è parlare di ritorno al voto, e un conto è trovarcisi davvero), Napolitano non ce l’ha più. Ed è un’ulteriore debolezza di fronte a una situazione che richiede interventi d’eccezione.

Forse è anche per questo che tra le riflessioni ascoltate dal Presidente qualcuno dei suoi interlocutori ha creduto di cogliere anche una disponibilità a dimettersi in anticipo e ad accelerare l’elezione del suo successore, che tornerebbe nel pieno dei poteri. Un rovello carico di incognite, a cominciare dalle reazioni degli osservatori stranieri, che considerano Napolitano l’ultimo punto di riferimento stabile in un Paese da tempo sull’orlo di un baratro e da mesi privo di un governo in grado di funzionare. E una decisione che il Presidente sta maturando in piena solitudine e che potrebbe essere annunciata nelle prossime ore. Così, «nave senza nocchiero in gran tempesta », l’Italia e la Seconda Repubblica sono entrate tutt’insieme nella loro notte più lunga.


“Fate un governo subito o mi dimetto”. Adesso è Napolitano a minacciare
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”,

Enrico Letta, che lo conosce e forse gli vuole persino bene, lo guarda negli occhi: “Da oggi siamo tutti corazzieri”. E lui, l’anziano presidente, stanco: “Non voglio affetto, ma responsabilità”. E’ con il nodo in gola che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ieri ha gettato le sue dimissioni sul tavolo delle consultazioni con le forze politiche, contro Silvio Berlusconi e contro Letta, contro il Pdl e contro la caparbietà del Partito democratico di Pier Luigi Bersani (assente da Roma) che continuano a rimpallarsi la responsabilità dello stallo istituzionale che non sembra ancora consentire la formazione di una maggioranza e di un governo. “Non avallo soluzioni transitorie, a fine mandato non avallo un governicchio”, è la posizione sulla quale è attestato il Quirinale in un quadro di impasse tattica: è imperativo far collaborare le forze politiche alla formazione di un governo di larghe intese capace anche di durare. “Abbiamo ascoltato troppi ‘no’ stamattina e in questi giorni”, ha detto Enrico Letta accusando Berlusconi. E Angelino Alfano, il segretario del Pdl: “Il capo dello stato non ha preso in considerazione né ha esaminato ipotesi su governi del presidente o istituzionali o tecnici”. Come dire: la linea del Quirinale è quella della coesione nazionale. “Ma è il Pd che non ci sta”, dice il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta, spettatore interessato.

Al tramonto di un’interminabile giornata trascorsa al Quirinale, un lungo intervallo sulla crisi istituzionale in cui ciascuno dei partiti ha ribadito posizioni già note, Napolitano è ritornato alla drammatica posizione di partenza. Il presidente cercava e cerca ancora l’intesa tra Pd e Pdl, un governo semi-politico, ma guidato – se necessario – da una figura terza. Un governo che faccia la riforma della legge elettorale, e anche appronti un nuovo sistema istituzionale. “Se insiste sul governissimo sa che potrebbe spaccare il Pd”, rifletteva Berlusconi ieri sera, con i suoi: “Quello di Napolitano è un tormento”. Ma il conflitto più intenso del capo dello stato è con il Partito democratico, malgrado la posizione da quelle parti si stia un po’ ammorbidendo. “Mi costringete alle dimissioni”, le sue parole.

Il presidente aveva già un’idea e un programma d’azione pronti prima di cominciare questi nuovi colloqui – poco più di una concessione garbata all’assente Bersani – e infatti a quell’idea originaria, ieri notte, è tornato. Parlerà probabilmente stamattina, ma potrebbe anche volerci più tempo. “Nessun governicchio, non concludo così il mandato”, ha detto Napolitano alla delegazione del Partito democratico poco prima di aggiungere: “Così voi mi costringete a fare un passo indietro. E nel momento più delicato per il paese”. Nel Pd sembra essersi aperto qualche spiraglio, ci sono novità seppur ancora caute, incerte, come incerto è tutto il meccanismo tortuoso di queste estenuanti consultazioni. Fino a ieri la linea prevalente del partito era “o governo con Bersani o elezioni”, adesso, con un Bersani in caduta libera, la linea ufficiale è “non mancherà il nostro appoggio alle decisioni del presidente”, come ha detto ieri Enrico Letta di fronte alle telecamere una volta uscito dallo studio del presidente della Repubblica.

E’ una strana e contorta formula quella che il Pd sta cercando di trovare per evitare una tesissima conta interna e, soprattutto, per sfuggire all’accusa di aver provocato instabilità nei giorni in cui lo spread torna a salire, di aver provocato – pensate – le dimissioni di Giorgio Napolitano, l’uomo che tutti vorrebbero tenere lì dov’è persino per altri sette anni. Così si ascoltano strane formule, nuovi imbrogli linguistici che nascondono il pasticcio politico: “Un governo politico, ma a bassa intensità”, sussurrano a Largo del Nazareno, la sede del Partito democratico. Ed è quasi una lingua democristiana. Viene anche fatto notare che Letta ieri non ha utilizzato l’espressione “valuteremo”, come Bersani, ma ha detto invece: “Non mancherà il nostro appoggio alle decisioni del presidente”. E sono frasi chiaroscure che rimandano al passato della Prima Repubblica perché di accordo esplicito e politico con Berlusconi, cioè con il Caimano, nel Pd non riescono a parlare. “E’ la terribile sindrome dell’inciucio. E’ il loro moralismo che li frega”, dice Fabrizio Cicchitto, che da socialista e da berlusconiano non ama “i nipotini di Berlinguer”.

Sugli uomini del centrosinistra ieri hanno pesato molto le parole e il tono assunto da Napolitano, la possibilità martellante che il presidente si dimetta. Nei suoi lunghi conciliaboli notturni, anche Berlusconi non ha escluso questa ipotesi: “Napolitano potrebbe decidere che le sue dimissioni sono l’unica soluzione, l’unico choc al sistema bloccato”. Il presidente attende l’effetto della minaccia, ritiene che sia “l’unica assunzione di responsabilità possibile di fronte a uno stallo assoluto e irresponsabile”.


L’anomalia dei post comunisti italiani
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 30 marzo 2013)

Può sembrare bizzarro e paradossale che il fallimento del tentativo di formare il governo da parte di un post-comunista debba essere certificato da un ex comunista. Ma guardando la faccenda da un punto di vista più generale non lo è affatto. Perché quanto sta avvenendo è il frutto di una crisi che si consuma tutta intera all’interno della tradizione del post-comunismo italiano. È da questa area politica che da quarant’anni a questa parte sono giunte le resistenze più accanite a qualsiasi tentativo di riforma sul terreno istituzionale ed economico in nome di una presunta fedeltà alla Costituzione nata dalla Resistenza che però nasconde la pretesa di tenere inchiodata la società italiana agli anni ’70, quelli della massima egemonia del Pci sul mondo del lavoro e sull’intero paese.

Ed è sempre da quest’area politica che da quarant’anni a questa parte che si perpetua all’infinito e con la massima determinazione la massima gattopardesca che prevede la predicazione del cambiamento per lasciare tutto e comunque immutato. Questa crisi, che ha il suo punto di massima visibilità nella circostanza che il fallimento di Bersani debba essere certificato da Napolitano, non si scarica sul partito responsabile delle mancate riforme, quelle che sono alla radice delle attuali e particolari difficoltà in cui si trova l’Italia in questa fase storica. Grava esclusivamente sulle spalle dell’intero paese. Che a causa della posizione assunta dal segretario del Pd all’insegna del “non avrai altro governo al di fuori del mio” non solo rischia di non avere un esecutivo nel momento di massima emergenza degli ultimi vent’anni. Ma, soprattutto, corre il pericolo di vedere il proprio sistema democratico, proprio quello nato dalla Resistenza e fissato nelle norme della Costituzione, finire in pezzi sotto i colpi di chi punta a sostituire la democrazia rappresentativa con quella falsamente diretta cara a tutti i totalitarismi di stampo giacobino. Al pettine, in sostanza, è giunto il nodo dell’anomalia italiana del secondo dopoguerra. Cioè la presenza nel nostro paese prima del maggior partito comunista dell’Occidente e poi del maggior partito post comunista dell’intero pianeta. Partiti formalmente diversi ma sostanzialmente identici nel rivendicare il proprio ruolo di forza comunque destinata ad esercitare la propria egemonia paralizzante e conservatrice sulla società italiana.

Per quanto tempo ancora questa anomalia potrà andare avanti costringendo il paese a rimanere immobilizzato dai veti della Camusso e dalla impuntature di Bersani e dei suoi giovani-vecchi turchi? Il compito di fornire la risposta spetta in prima battuta all’ex comunista Napolitano, che deve conciliare la pretesa del “non avrai alcun governo al di fuori del mio” con la necessità di dare comunque un governo al paese. Ma nelle prossime settimane e nei prossimi mesi spetta essenzialmente all’opinione pubblica nazionale, che deve prendere coscienza come il problema italiano sia in realtà il problema dell’anomalia di un ex comunismo mai trasformatosi in moderna socialdemocrazia e deve evitare di convincersi che l’unico modo di eliminare l’anomalia sia quello di inseguire gli irresponsabili teorizzatori della democrazia totalitaria di stampo giacobino. Quanto bisognerà attendere prima che il paese diventi consapevole di questa assoluta necessità? Il tempo d’attesa dipende dal tempo che ci metteranno le forze politiche autenticamente riformiste e riformatrici a superare i vecchi e nuovi contrasti che le dividono ed a dare vita ad un grande schieramento capace di esercitare una effettiva e potente spinta per un effettivo e profondo cambiamento. Tra queste forze non possono mancare gli autentici riformisti presenti nel Pd. Quelli che hanno finalmente superato il post-comunismo e sono entrati nella modernità. E che, al punto drammatico in cui il paese si trova, hanno ormai il dovere di uscire allo scoperto.


«Quello è matto ci porta alla rovina »
di Franco Bechis
(da “Libero”, 30 marzo 2013)

Era concitata quella telefonata a voce alta fatta da Massimo D’Alema di primo mattino nella via vicino casa, a pochi passi da piazza Mazzini, cuore del quartiere Prati a Roma. Chissà chi era l’interlocutore che ascoltava il veemente sfogo su Pierluigi Bersani: «Quello è matto, così ci porta alla rovina ».

Nelle stesse ore il gruppo dei fedelissimi(ormai una sparuta pattuglia parlamentare dopo l’utilizzo del Ddt contro la corrente nella formazione delle liste) provava a chiedere una riunione qualsiasi – una direzione, un caminetto, almeno un barbecue – prima che Enrico Letta salisse al Quirinale: «Dobbiamo dirgli pure qualcosa. Qui stiamo tornando indietro di 20 anni. Il partito sembra quello che si è rovinato con i girotondi e gli arancioni ».

Qualche riunione c’è pure stata. Letta jr e Dario Franceschini si sono trovati nella sede dell’Arel. Ieri sera si era diffusa anche la voce di una presenza di Bersani, e addirittura il retroscena di un incontro simile a quello fatale di Giulio Cesare con Bruto e Cassio. Fantasie, perché Bersani si è tolto di mezzo dal primo mattino facendo sapere di andare a Piacenza.

Lì a dire il vero nessuno l’ha trovato. E l’inviato del Tg La7 che si era precipitato lì su indicazioni del portavoce del segretario Pd, Stefano Di Traglia, ha provato invano a scampanellare. Al citofono ha risposto solo la signora Bersani lanciandosi in un «il segretario non è in casa », che doveva avere sentito all’epoca di PalmiroTogliatti.

Il segretario certo non era alla riunione Arel, ma da lì devono essergli fischiate parecchio le orecchie. C’è chi dice che sia arrivata da Letta una telefonata cortese, ma determinata: «Pier Luigi, non possiamo continuare sulla stesa linea ». Dalle fila del segretario traspare invece una soluzione concordata: un cambio di rotta per uscire dall’angolo e ribaltare le difficoltà su chi li aveva messi alle corde.

Chissà quale è la versione più vera. Una cosa sola è certa: ieri il Pd era una maionese impazzita. Il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, di primo mattino aveva iniziato sue personali consultazioni con i senatori Pd per sondare un eventuale via libera a un governo guidato da Fabrizio Saccomanni. A metà giornata filtravano indiscrezioni su contatti informali fra il Quirinale e il presidente dell’Anci, Graziano Delrio, per verificare l’eventuale disponibilità di Matteo Renzi.

Si intensificavano anche le voci di un arrivo di Renzi a Roma addirittura per ricevere l’incarico. Nulla veniva confermato, ma tutto questo dava l’idea dell’impazzimento nelle fila del centrosinistra. Bersani una telefonata di sicuro l’ha fatta ed è quella con Nichi Vendola, leader di Sel: «Vai avanti tranquillo, io non mollo un centimetro. O governo del cambiamento con me o si va alle elezioni ».

E infatti Vendola si è immolato su questa linea nemmeno un’ora prima del voltafaccia di Letta jr. Che cosa è accaduto in mezzo per provocare la grande virata di 180 gradi e la disponibilità ufficiale del Pd a dare i propri voti a qualsiasi governo scelto da Napolitano? Secondo i rumors lo stesso presidente della Repubblica, che di fronte all’impasse ha messo sul piatto le proprie immediate dimissioni.

Questa ipotesi è stata sicuramente ventilata nell’incontro con i rappresentanti di Lista civica per Monti, quando Napolitano si è lasciato scappare «a questo punto non sarò più io ad occuparmi di una soluzione alla crisi politica ». Secondo le ricostruzioni è stata fatta in modo più deciso durante l’incontro con la delegazione Pd: «Io mi dimetto il 2 aprile ». E ancora ieri a tarda sera molti erano convinti che quella non fosse solo una minaccia, ma una decisione ormai presa. E che semmai potrebbe essere addirittura anticipata e comunicata pubblicamente oggi.

Certo, la svolta nel Pd è sembrata evidente dalle comunicazioni finali di Letta. Ma non è stata colta come tale dagli altri protagonisti. «Quale svolta? », commenta infatti il neosenatore Augusto Minzolini, «hanno detto no al governissimo e sì a un governo di scopo che noi non possiamo certo votare. Sembra solo un trucco per perdere tempo ».

Mezza svolta, mezza umiliazione per Bersani. Che ieri però l’ha presa come uno schiaffone. Lui si sentiva ancora premier incaricato. Napolitano invece ha spiegato alle delegazioni che «non c’era alcun bisogno di revoca dell’incarico, visto che aveva un perimetro limitato che è evidentemente finito giovedì ». Il segretario Pd non l’ha presa bene, e schiuma rabbia: «Ah, sì? Adesso si divertiranno con il presidente della Repubblica. Faremo eleggere Paolo Flores D’Arcais o anche Margherita Hack, se piace di più ai grillini ».


Il segretario sarà “processato” dagli stessi che l’hanno eletto
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 30 marzo 2013)

Se cominciamo con lui, uomo moderato e alleato leale – dalle primarie fino al deludente voto di febbraio – è solo per render meglio un’idea: l’idea, cioè, di quanto si sia mosso dentro e intorno al Pd nel mese trascorso dalle elezioni a oggi. E quanto, soprattutto, si muoverà da oggi in poi.

Erano giorni che Bruno Tabacci era in sofferenza: e ieri quest’insofferenza ha tracimato.
«L’inseguimento a Grillo non si può fare rimettendo insieme i cocci della sinistra, da Ingroia a Di Pietro ai Comunisti italiani… », ha dettato Tabacci alle agenzie. E poi, raggiunto telefonicamente, ha spiegato: «A Roma, per le elezioni al Campidoglio, stanno rimettendo in piedi proprio una cosa del genere: da far rimpiangere la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto. Ma io avevo capito che la rotta del Pd fosse cambiata. Definitivamente cambiata… ».

E invece eccoci qui a fare i conti con l’«inseguimento a Grillo »: che, Tabacci a parte, costituirà il primo capo d’accusa dal quale Pier Luigi Bersani dovrà difendersi, appena il suo tentativo di fare un governo risulterà anche ufficialmente tramontato. Ad aspettarlo al varco c’è ormai una folla: leader al momento defilati, come D’Alema e Veltroni; figure fino a ieri di primo piano – come Bindi, Finocchiaro e Franceschini – sacrificate nell’«inseguimento a Grillo »; gruppi – come i giovani turchi di Orfini, Orlando e Fassina – per i quali «la ruota del cambiamento » ha girato poco o niente; e Matteo Renzi, infine, il leader in sonno, l’asso da calare, la risposta a Grillo e chi più ne ha più ne metta.

Nella sostanza, è la stessa maggioranza che lo elesse segretario ad essersi letteralmente sfarinata: Bersani naturalmente lo sa e da ieri – nella sua Piacenza – ha cominciato a ragionare su come affrontare l’inevitabile resa dei conti che lo attende nel Pd. Tener duro e difendere le scelte fatte? Presentarsi dimissionario alla prima occasione utile? Rimettere al partito la decisione su cosa fare?

Bersani riflette, sapendo però che il cerchio si stringe e nuove alleanze interne si vanno costruendo. Matteo Renzi, in particolare, esercita ormai una sorta di effetto-calamita: non ha bisogno di muovere un dito, perché c’è la fila davanti alla sua porta. Il chiarimento – per usare un eufemismo – resterà sospeso fino alla conclusione (qualunque essa sia) della complicata vicenda del governo: poi – e salvo elezioni a breve – sarà tutto un ribollire fino al Congresso, già programmato per ottobre. Un segretario giovane (Letta? Barca?) e un futuro candidato premier ancor più giovane (Renzi), sembrano l’approdo obbligatorio: ma è difficile immaginare che vi si possa giungere in un clima di solidarietà e concordia…

Molte cose – forse troppe cose – hanno avvelenato il clima nel Pd: e quasi tutte vengono – naturalmente – imputate a Bersani. I capi d’accusa sono numerosi, e non riguardano solo la linea tenuta dopo il voto (l’«inseguimento a Grillo »). Molti, infatti, contestano addirittura i toni e gli argomenti di una campagna elettorale iniziata da vincitori e finita in altro modo.

Altri, i più delusi, puntano l’indice contro quello che, con poca generosità, è stato definito l’«autismo » del segretario: pochissime informazioni al partito su quel che maturava nella crisi, le riunioni continue riservate al solo «tortello magico » (Migliavacca, Errani, Fiammenghi), l’incaponirsi su una linea (riecco l’«inseguimento a Grillo »…) che 48 ore dopo il voto poteva esser tranquillamente abbandonata.

Può essere che abbia una risposta per tutto: e può essere, naturalmente, che quelle risposte vengano archiviate come poco convincenti o addirittura sbagliate. Per esempio: bene l’apertura al nuovo, a Beppe Grillo, subito dopo il voto; ma male incaponirsi su una posizione vanificata (mortificata) dalle porte ripetutamente sbattute in faccia dal comico genovese.

E male, anzi malissimo, aver tarato ogni iniziativa solo in funzione dell’«inseguimento a Grillo »: dagli otto punti di programma ai nuovi presidenti di Camera e Senato (intorno ai quali già si registrano insoddisfazioni e ironie) tutto è stato fatto guardando da una parte sola. Pessimo, infine, il «mai con Berlusconi » ripetuto all’infinito: con il risultato di sbarrare qualunque altra strada al Pd (e al capo dello Stato)…

Acque tempestose, dunque. All’indomani della delusione elettorale, a Bersani fu chiesto se aveva pensato alle dimissioni: «Io non abbandono la nave – rispose, ed era il 26 di febbraio -. Posso starci sopra da capitano o da mozzo, ma non la abbandono ». È passato un mese: e nessuno sa come Bersani risponderebbe oggi…


La verità sulla “melina” di Bersani: far fuori Napolitano dal Quirinale
di Ignazio Stagno
(da “Libero”, 30 marzo 2013)

Giorgio Napolitano tace. Si è preso una “pausa di riflessione”. Lunga. Anzi lunghissima, vista la crisi che sta attraversando il Paese. Dal Quirinale finora nessuno ha parlato, l’intervento del Presidente della Repubblica è previsto per le trecidi. Un atteggiamento quello del Colle che di sicuro non dà tranquillità e risposte alle esigenze del Paese. Abbiamo bisogno di un governo. Subito. Ma il Quirinale è isolato. Tutti i partiti sono mobilitati per un ritorno veloce alle urne. Napolitano invece fino all’ultimo spera di dare un governo solido al Paese. Se di mezzo però si mettono le questioni di “cuore”, allora la scelta diventa difficile. Quasi impossibile.

Il Colle non spacca il Pd – Lui comunista da sempre non vuole prendersi il peso della croce che rischia di spaccare il Pd e tutta la sinistra. Ieri Enrico Letta in pratica ha inchiodato Napolitano alla sua poltrona. “Abbiamo fiducia piena in Napolitano”. Frase sibillina se vista dalla parte di chi ha cercato testardamente un governo senza avere i voti in parlamento. Sullo scacchiere delle consultazioni è scattato un effetto a catena quasi irreversibile.

Effetto a catena – La prima mossa l’ha fatta il Cav: “Sì ad un governo di grande coalizione, va bene anche Bersani”. Un pugno allo stomaco del segretario che a quel punto si è ritrovato con le spalle al muro. Per non sfaldare quel poco del Pd che resta ha mandato il luogotente Letta a dire: “No ad un governissimo”. Ma la mossa del Pd è stata degna del miglior Ponzio Pilato. Bersani se ne lava le mani. Pensa agli interessi di bottega e pur di trattenere i suoi voti dalla sinistra più “rossa” dice no a Silvio. In questo modo comincia il grande valzer delle responsabilità. A questo punto a Bersani, cuor di leone, non resta che scaricare il peso tutto sulle spalle di Napolitano. L’anziano presidente ieri sera si è ritrovato, va detto, per l’irresponsabilità di Bersani, con un rebus in mano di difficile soluzione. Durante la notte Napolitano ha pensato a qualsiasi soluzione. La prima, la più forte è quella delle dimissioni.

Bersani vuole le dimissioni – Incatenato dal semestre bianco, il presidente non può sciogliere le Camere. Quindi l’unico modo per tornare nuovamente al voto è quello di lasciare il Colle e far fare il lavoro per bene al nuovo inquilino del Qurinale. Ma Napolitano non lascerà solo per un senso di rispetto del successore o per dare spazio alle nuove elezioni. A quanto pare c’è prorio Bersani dietro le pressioni perché Re Giorgio lasci la poltrona. Il segretario del Pd vuole un nuovo presidente per tornare subito al voto. In questo modo si toglie le castagne dal fuoco e azzera i giochi. Napolitano è vittima del Pd. Anche Berlusconi ieri ha messo a fuoco bene la situazione: “Napolitano non si assumerà la responsabilità di spaccare il Pd”. Ergo, il Colle potrebbe non dare il semaforo verde ad un governo con pezzi del Pd e del Pdl.

Colle pugnalato dal Pd – Per Bersani Napolitano è un intralcio. Re Giorgio paradossalmente in queste ore è molto più vicino alla posizione di Berlusconi che a quella del suo “amico” Pier. Il Colle voleva un grande governo stabile che potesse mettere a punto le riforme più urgenti, ad esempio la modifica della legge elettorale, per poi lasciare al nuovo presidente la decisione di un voto anticipato. Ma Bersani e la sua voglia irrefrenabile di fare un governo con i grillini ha cambiato i giochi. Re Giorgio in questo momento sta sicuramente provando a trovare un’ultima opportunità per evitare quel passo che lui in realtà non vorrebbe fare. Le dimissioni per colpa del figlio discolo sarebbero davvero una beffa. Ma è il gioco del destino. Napolitano è stato messo al muro dai suoi fedeli di sinistra. L’unica spalla su cui piangere è quella del Cav. Paradossi da consultazioni.


I componenti dei due gruppi proposti da Napolitano
di Redazione
(da “la Repubblica”, 30 marzo 2013)

ROMA – Una breve comunicazione alla sala stampa alla Vetrata del Palazzo del Quirinale e le dimissioni di Giorgio Napolitano evaporano. Il capo dello Stato, al contario, non si dimette, considera ancora “operativo” il governo Monti e annuncia il lavoro di due “gruppi ristretti di personalità”, rispettivamente dal profilo politico-istituzionale ed economico-sociale, incaricati di formulare “precise proposte programmatiche oggetto di condivisione su temi di carattere economico e istituzionale”. Il presidente della Repubblica allontana, dunque, l’ipotesi di una sua prematura uscita di scena perché “penso di poter contribuire fino all’ultimo giorno del mio mandato” a trovare una soluzione alla situazione di stallo determinata dalle elezioni politiche.

“Persistono posizioni diverse sul governo”, ha sottolineato il presidente annunciando però che “continuo a esercitare il mio mandato fino all’ultimo giorno come il senso dell’interesse nazionale mi suggerisce”. “Non nascondendo al Paese le difficoltà che sto ancora incontrando e ribadendo la mia fiducia nella possibilità di un responsabile superamento della situazione che l’Italia attraversa”, ha aggiunto.

Malgrado il capo dello Stato non abbia voluto assolutamente negare la gravità della situazione, ha però inteso rassicurare ancora una volta sulle capacità di tenuta del Paese. “Devo ancora una volta sottolineare l’esigenza che da parte di tutti i soggetti politici si esprima piena consapevolezza della gravità e urgenza dei problemi del Paese”, ha detto, per cui serve “un accentuato senso di responsabilità” per formare “un valido governo” in tempi brevi.

Tuttavia, ha ricordato Napolitano introducendo quello che è il vero elemento di novità della giornata odierna, il governo Monti è “operativo” e “tuttora in carica”, è “dimissionario ma non sfiduciato dal Parlamento”. “Il governo – ha preannunciato – sta per adottare provvedimenti urgenti per l’economia, d’intesa con la Ue e con l’essenziale contributo del nuovo Parlamento attraverso i lavori della commissione speciale presieduta dall’onorevole Giorgetti”.

Inoltre, ha aggiunto, “mi accingo a chiedere a due gruppi ristretti di personalità, diversi per loro connotazione, di formulare “precise proposte programmatiche oggetto di condivisione su temi di carattere economico e istituzionale”. Un quadro che sembra richiamare quanto accaduto un paio di anni fa in Olanda, quando alcuni “esploratori” dei vari partiti si chiusero per giorni in una stanza per trovare le necessarie “compatibilità” sul programma.

I componenti dei due gruppi di “saggi”. Sono stati definiti i due gruppi di lavoro che, su invito del Presidente della Repubblica, si riuniranno nel corso della prossima settimana – stabilendo contatti con i presidenti di tutti i gruppi parlamentari – su proposte programmatiche in materia istituzionale e in materia economico-sociale ed europea.

Nel primo gruppo, di carattere politico-istituzionale: il prof. Valerio Onida, il sen. Mario Mauro, il sen. Gaetano Quagliariello e il prof. Luciano Violante.

Nel secondo, dal profilo economico-sociale: il prof. Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, il prof. Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato; il dottor Salvatore Rossi, membro del Direttorio della Banca d’Italia, l’on. Giancarlo Giorgietti e il sen. Filippo Bubbico, presidenti delle Commissioni speciali operanti alla Camera e al Senato, e il ministro Enzo Moavero Milanesi.

La soluzione d’emergenza immaginata dal presidente sembra essere insomma quella che cammina su due gambe: da un lato il governo Monti (mai formalmente sfiduciato, ha ricordato Napolitano) che porta avanti l’ordinaria amministrazione e si impegna ad adempiere a tutte le scadenze politiche ed economiche che il Paese ha davanti a sé; dall’altro i due gruppi di “saggi” incaricati di favorire l’individuazione di riforme economiche, ma soprattutto istituzionali per allontare lo spettro di una legge elettorale che anche in caso di elezioni anticipate rischia di riconsegnare una situazione di stallo, senza chiare maggioranze parlamentari. I nomi delle personalità chiamate a comporre le due commissioni programmatiche, è stato poi precisato, saranno annunciate dal Capo dello Stato nel pomeriggio.

Il mandato di Napolitano scade a maggio e per metà aprile è attesa la convocazione delle camere in seduta congiunta per l’elezione del suo successore. “Nella prospettiva ormai ravvicinata dell’elezione” del nuovo capo dello Stato, il presidente ha quindi auspicato che questa avvenga con “la più ampia intesa” tra le forze politiche.

In prospettiva restano comunque sempre elezioni anticipate, anche se a questo punto un ritorno alle urne ad ottobre pare più probabile che non a giugno. Ma a quel punto Napolitano non sarà più della partita. Elezioni in autunno? “Questa questione non mi interessa. Io sono Presidente della Repubblica in pieno semestre bianco. Non mi occupo di problemi che non posso risolvere oggi con le mie funzioni”, ha risposto seccamente il capo dello Stato ai giornalisti che lo interrogavano.


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Bart