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Acconto Imu sospeso ma non a tutti. Vademecum per 28 milioni di immobili

5 Giugno 2013

di Roberto Petrini
(da “la Repubblica”, 5 giugno 2013)

ROMA – Imu abolita? Molti sono portati a pensarlo, soprattutto per le martellanti dichiarazioni del Pdl, ma in realtà per molti italiani la scadenza del 16 giugno resterà un gravoso appuntamento. Pagheranno l’Imu 28 milioni di immobili. Ecco una guida ragionata per il contribuente allestita dalla Uil servizio politiche territoriali.

1. Possiedo una casa adibita ad immobile principale, ovvero ci abito con la mia famiglia, cosa devo fare a giugno?

Se l’abitazione è classificata da A/2 ad A/6 il decreto approvato dal governo sospende il pagamento dell’acconto del 50 per cento di giugno. Viceversa se l’appartamento è classificato in A/1 A/8 e A/9 (case di lusso, ville, castelli e palazzi storici), a giugno si dovrà inesorabilmente versare l’acconto del 50 per cento.

2. Che tipo di abitazioni sono quelle per il momento esentate?
Si tratta delle A/2 (Abitazioni di tipo civile), A/3 (abitazioni di tipo economico), A/4 (abitazioni di tipo popolare), A/5 (abitazioni di tipo ultrapopolare), A/6 (abitazioni di tipo rurale).

3. Per pagare, se non mi trovo tra gli esenti, mi arriverà un bollettino del Comune a casa come per la Tarsu, o devo attivarmi da solo?
Non arriverà a casa il bollettino. Dovrà attivarsi da solo oppure rivolgersi al commercialista o al Caf (centro assistenza fiscale).

4. Dove trovo il numero e la classe catastale del mio appartamento?
Si trova sull’atto di proprietà della casa.

5. E’ sufficiente avere la classe catastale?
No, servono anche i codici identificativi. La classe catastale serve per calcolare l’importo di Imu dovuto.

6. A che servono i codici e dove li trovo?
I codici sono di due tipi a quattro cifre. a. Il codice identificativo della finalità cui è adibito l’immobile (cioè se si tratta di prima o seconda casa o di negozio o magazzino); b. il codice identificativo del Comune che incassa (Roma, Milano, Bari, Velletri, Fano ecc.). Entrambi i codici sono disponibili sui siti dei singoli Comuni e sul sito dell’Agenzia delle entrate.

7. Ma come si salda materialmente l’acconto?
Per quest’anno si può pagare con il modello F24 disponibile presso gli sportelli bancari e postali o con semplice bollettino postale disponibile alle Poste. La novità è per che il contribuente non dovrà sobbarcarsi l’onere di calcolare quanto andrà al Comune e quanto allo Stato (lo scorso anno ci furono molte lamentele) ma per gli immobili in classe A, B, C andrà indicato soltanto il codice del Comune mentre per gli immobili in classe D (capannoni industriali, opifici) bisognerà indicare nell’F24 o nel bollettino postale soltanto il codice dello Stato. Questo perché da quest’anno i Comuni incasseranno l’Imu di tutti gli immobili ad esclusione di quelli classificati in D il cui gettito andrà esclusivamente allo Stato. Alla fine dunque basterà una sola operazione di calcolo.

8. Come si compilano l’F24 o il bollettino postale?
Indicando i dati anagrafici del contribuente e i codici identificativi. La somma dovuta si calcola invece in base alla rendita catastale di riferimento rivalutata a seconda della classe catastale di appartenenza.

9. Con quali aliquote viene calcolato l’acconto di giugno?
Se il Comune dove è ubicato l’immobile ha pubblicato entro il 16 maggio, sul proprio sito e su quello del ministero dell’Economia, le aliquote per il 2013 l’acconto deve essere effettuato con queste, altrimenti si deve versare la tassa con le aliquote dello scorso anno. L’aliquota media per la seconda casa lo scorso anno si è attestata a quota 8,73 per mille. Attualmente la legge prevede per la prima casa una aliquota di base del 4 per mille che i Comuni possono aumentare o diminuire del 2 per mille, mentre per tutti gli altri immobili l’aliquota base è del 7,6 per mille che i Comuni possono manovrare del 3 per mille.

10. Possiedo due appartamenti, uno prima casa ed un altro come seconda. Cosa succede?
Per la prima casa, se non è di lusso, è sospeso l’acconto mentre per la seconda casa, il 16 giugno prossimo, è dovuto l’acconto del 50 per cento secondo le modalità sopra descritte.

11. Abito in una casa in cooperativa a proprietà indivisa, devo pagare anch’io?
Il decreto, così come per le abitazioni principali e per le case rurali, prevede la sospensione per questa tipologia di immobile dell’acconto di giugno.

12. Possiedo una casa con due box auto. Come mi devo comportare? La sospensione vale per entrambi i garage?
No. La legge prevede che è pertinenza della prima casa un solo box di cui, per il momento, è sospeso dal pagamento. Pertanto per il secondo box si dovrà pagare l’acconto di giugno.

13. Sono un italiano all’estero e possiedo una casa in patria: la sospensione vale anche per questo immobile?
Se il Comune dove è ubicato l’immobile non ha equiparato ad abitazione principale la casa, il 16 giugno va versato l’acconto, mentre se l’ha equiparata l’acconto non è dovuto.

14. Mio padre possiede una sola abitazione sfitta ed è purtroppo ricoverato in una struttura di lungo degenza: è dovuto l’acconto?
Anche in questo caso, analogamente a quanto spiegato nella precedente domanda, se il Comune dove è ubicato l’immobile non ha equiparato ad abitazione principale la casa, è dovuto l’acconto di giugno, mentre se l’ha equiparata non è dovuto.

15. Ho fatto un contratto di comodato gratuito a mio figlio per una casa dove risiede abitualmente. Devo pagare l’acconto?
In questo caso la legge dell’Imu non prevede l’assimilazione a prima casa e pertanto si deve versare l’acconto.

16. Cosa accadrà a settembre, al rientro dalle ferie: troveremo una nuova stangata e dovremo anche pagare l’acconto sospeso di giugno?
Se il governo entrò il 31 agosto non riordinerà la disciplina delle tasse sugli immobili, il 17 settembre si dovrà versare l’acconto del 50 per cento e a dicembre il saldo. Ma il governo si è impegnato alla modifica.


I leader mondiali e le trame anti Cav: ecco la vera storia
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 5 giugno 2013)

Non vorrei annoiare i lettori con una lunga storia di gasdotti che trasportano milioni di metri cubi di gas dall’est russo e centroasiatico all’Europa occidentale, basterà ricordare che il 23 giugno del 2007 fu dato l’annuncio dell’accordo fra Italia e Russia per il progetto South Stream.
Cioè di un gasdotto lungo 900 chilometri, costruito da Eni e Gazprom, che permetterà alla Russia di rifornire di gas l’Europa senza passare dall’Ucraina, attraversando il Mar Nero a oltre 2000 metri di profondità per raggiungere la costa bulgara. Il memorandum di intesa, che ha «una portata geopolitica senza precedenti » (Corsera) fu firmato a Roma al ministero dello Sviluppo, dai ministri Pier Luigi Bersani (proprio lui) dal ministro russo all’energia Khristenko), dall’ad dell’Eni Scaroni e dal vicepresidente di Gazprom Medvedev (che è soltanto un omonimo dell’ex presidente). Quel gasdotto ha di fatto ammazzato il progetto Nabucco per un gasdotto tutto europeo che tenesse la Russia lontana, usando gas dell’Azerbaigian, del Turkmenistan e in prospettiva dell’Iran.
Uno dirà, già lo sento: e che cavolo c’entra questa vicenda di gas russi e turkmeni con la requisitoria della Boccassini e l’imminente sentenza di Milano contro Berlusconi accusato di prostituzione minorile e di concussione? Risposta: ecco, vorremmo saperlo anche noi. Proprio io, che sono stato molto severo con Berlusconi per certe sue intemperanze comportamentali, che ho inventato un termine che era già nell’aria – Mignottocrazia che è anche il titolo di un mio libro – proprio io di fronte a quel processo sento, come dire, puzza di bruciato. Voglio dire: possiamo discutere e giudicare politicamente tutti i comportamenti di chi rappresenta lo Stato, fin da quando al mattino si allaccia le scarpe; ma tutt’altra faccenda è tradurre il life style, il modo di comportarsi e di apparire, in reati previsti dal codice penale e in processi che emettono sentenze devastanti senza disporre di una sola vera prova: la famosa «pistola fumante » che Bush non trovò per giustificare l’invasione dell’Irak, ma che invece va benissimo, anche se non fuma, per liquidare un uomo politico di prima grandezza per via giudiziaria. Sia ben chiaro subito: non penso affatto che il procuratore Ilda Boccassini sia il braccio armato di un complotto. Penso anzi che l’infaticabile procuratore sia in cuor suo in perfetta buona fede. Ma penso anche, come altri milioni di persone, che la pretesa criminalità di Berlusconi che a casa sua, nella sua sala da ballo fa il galante e il gaudente, basti a giustificare, o anche soltanto a spiegare una campagna, per dirla con Brecht, di mille galeoni e mille cannoni.

Questa impressione di una vasta operazione l’abbiamo avuta quando Berlusconi tornò dalla famosa riunione in cui Frau Merkel ridacchiava, Sarkozy faceva marameo, mentre Obama in quel periodo giocava all’uomo invisibile e sembrava una festa un po’ diabolica come quella di Rosemary’s baby di Polanski. Tutti sembravano sapere già tutto, salvo l’interessato, profondamente turbato e incredulo.
Qualcosa di molto vasto e di molto collettivo – per questo è meglio parlare di una operazione su vasta scala e non di un complotto – era accaduto e andava a compimento dopo un lungo lavoro fatto di incontri, telefonate (centinaia, si presume) e lavoro lobbistico sul tema: far fuori Berlusconi. Il quale, però, è un tipo strano. Cocciuto, riesce quasi sempre a spiazzare e sparigliare, sicché, dopo essersi dimesso dalla politica pronto a costruire ospedali in Africa, vedendo che l’accanimento contro di lui non diminuiva ebbe l’impressione che la grande rete dell’operazione lo volesse proprio morto, politicamente e umanamente annientato. E siccome è, come dicono i romani, un tipo fumantino, organizzò la propria resurrezione, spolverò la sedia di Travaglio, risalì la china e il resto è storia di questi giorni, come è storia di questi giorni l’esito del processo Ruby e degli altri processi.
Ci sono molte storie dentro questa storia. Molti dettagli e risvolti che meritano di essere rivisitati e connessi. Non voglio citare il solito Andreotti dell’a pensar male si fa peccato ma in genere ci si azzecca. Ma certo è che giornalisti e storici, oggi e domani, avranno un gran da fare per tentare di stabilire ciò che realmente accadde, come accadde con quali moventi, chi mosse le pedine, qual era la posta in gioco. Un primo tentativo può essere fatto anche adesso e la verità, questo famoso bene supremo che dovrebbe animare il giornalismo non può che avvantaggiarsene.
(2 – continua)


La sinistra faceva gli affari ma il colpevole è Berlusconi
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 5 giugno 2013)

Perché a Piero Fassino stava tanto a cuore la conquista della Banca nazionale del lavoro? Perché il segretario dei Ds si dava del tu con l’amministratore delegato di Unipol, e festeggiava come un successo comune un affare fatto da quest’ultimo? Chi decise che l’intercettazione del dialogo tra Fassino e Consorte fosse talmente irrilevante da non venire nemmeno trascritta negli atti dell’inchiesta? Chi appose l’omissis sul brogliaccio? La Procura sapeva o non sapeva che dietro l’omissis del 18 luglio era nascosto Piero Fassino?

Invano, nelle 97 pagine delle motivazioni depositate ieri dal tribunale di Milano si cercherebbe una risposta a queste domande.
La vera storia del tripudiante «abbiamo una banca! » di Fassino resta sullo sfondo del processo che ha portato alla condanna senza attenuanti e senza condizionale di Silvio Berlusconi e di suo fratello Paolo per la pubblicazione della intercettazione sul Giornale, nel dicembre del 2005. Una pennellata sola, per riconoscere la gravità – oggettivamente clamorosa – di quella conversazione, si trova a pagina 79 delle motivazioni: laddove i giudici definiscono la frase di Fassino «significativa della capacita della sinistra di fare affari e mettersi a tavolino coi poteri forti, in aperto contrasto con la tradizione storica, se non di quel partito, quanto meno dell orientamento del suo elettorato ». Uno spiraglio appena, una porta che si apre e subito si richiude su una vicenda mai chiarita. Ma che i giudici ritengono evidente irrilevante ai fini della sentenza.
E la sentenza è quella che il 7 marzo è approdata alla condanna non solo di Paolo Berlusconi, che un qualche ruolo come editore del Giornale ha ammesso in questa storia di averlo avuto, e che si vede riconosciuta anche la «aggravante scoop » («per conseguire indebiti profitti patrimoniali collegati tra l’altro ai maggiori incassi delle vendite del quotidiano di cui era editore, dovuti a quello scoop nel periodo di fiacca natalizia »). Ma è stato condannato anche suo fratello Silvio, per il quale la stessa Procura al termine delle indagini aveva chiesto il proscioglimento, e di cui invece per il tribunale è «logicamente provato » il «concorso morale » alla violazione del segreto e alla sua pubblicazione, quantomeno attraverso il «tacito assenso ». «La sua qualità di capo della parte politica avversa a quella di Fassino rende logicamente necessario il suo benestare alla pubblicazione della famosa telefonata non potendosi ritenere che senza il suo assenso quella telefonata, che era stata fatta peraltro ascoltare a casa sua, fosse poi pubblicata ».

Sono condanne scritte sull’acqua, perché a settembre l’intera vicenda verrà inghiottita dalla prescrizione prima ancora che venga fissato il processo d’appello. Ma le motivazioni sono comunque una lettura interessante. Sia quando negano al Cavaliere le attenuanti generiche e la condizionale, nonostante sia incensurato, per la «lesività della sua condotta » e a causa delle «altre condanne sia pure non definitive ». Sia quando si addentrano nei meccanismi complessi e un po’ diabolici che regolano le intercettazioni telefoniche e che, in particolare, vennero impiegate nell’inchiesta Antonveneta, di cui quella su Bnl fu uno spin off, una costola. Perché in aula i tecnici hanno spiegato che fu la Procura della Repubblica a pretendere che venisse impiegato un sistema del tutto nuovo, chiamato Mito 2, che consentiva di immagazzinare e duplicare tutto quanto veniva intercettato, e di risalire poi attraverso i motori di ricerca a ogni nome, a ogni parola. Ma poi ad ascoltare e a trascrivere tutto, riassumendolo nei brogliacci, era la Guardia di finanza. «La conversazione non era stata trascritta né utilizzata – ha testimoniato un ufficiale delle Fiamme gialle – era stata ritenuta non rilevante perché non aggiungeva nulla di nuovo a quanto gia accertato nelle indagini ». Ma lo stesso ufficiale aggiunge che comunque nei brogliacci il nome di Fassino c’era: «compariva la data, l’ora della chiamata, il nome dell’onorevole ». Ma uno dei pm dice invece: «nei brogliacci non comparivano i nominativi dei parlamentari ». Chi non la racconta giusta?


La Fed pronta a comprare il debito italiano. Così la Germania perde l’egemonia sull’Ue
di Andrea Indini
(da “il Giornale”, 5 giugno 2013)

Nella geopolitica mondiale qualcosa sta cambiando. Per il momento si tratta solo di indiscrezioni non confermate (ma neanche smentite), mezze verità e dichiarazioni d’intenti che lasciano ipotizzare in rinnovato interesse dell’amministrazione statunitense per il Vecchio Continente e, in particolar modo, del Belpaese.
C’è già qualcuno che ipotizza un nuovo Piano Marshall, ma più che agli aiuti gli Stati Uniti sembrano pensare le modalità con cui aumentare la propria influenza sull’Unione europea. Secondo rumor riportati ieri da Milano Finanza, la Federal Reserve sarebbe infatti pronta a comprare il debito italiano svaligiando i Btp decennali sul mercato secondario.

“Che l’America sposti il fulcro dei suoi interessi dal Medio Oriente ad altre fonti, come il Pacifico e il Sud America non ci sono dubbi – spiega Vittorio Dan Segre – è stanca dell’incapacità dei leader delle due zone di prendere delle decisioni”. Tutt’altro discorso se la Casa Bianca e Wall Street iniziano a guardare all’Unione europea con occhi famelici. “Se in parallelo gli Stati Uniti compreranno il debito europeo è ancora tutto da vedere – avverte Segre – tuttavia è tecnicamente possibile”. La Fed di Ben Bernanke è, infatti, pronta ad avviare quell’operazione che da mesi i governi europei chiedono che venga messa in cantiere dalla Bce. D’altra parte è stato proprio Bernanke a spiegare che “la Fed ha l’autorità per acquistare sia debito pubblico nazionale sia debito pubblico straniero”. “Nulla può fermare la Fed dal fare il lavoro che la Bce si rifiuta di fare”, spiega il capo economista di Ubs Andreas Hoefert ricordando, tuttavia, che l’economia americana non è ancora del tutto uscita dalla crisi economica che lei stessa ha fatto esplodere con il buco creato dai mutui subprime. Anche perché, qualora la Fed dovesse entrare a gamba tesa sui mercati del Vecchio Continente, deve sganciare euro che, al contrario di come fa coi dollari, non può stampare. Aldilà della validità dell’operazione che gli analisti di Bernanke stanno studiando, l’interesse del lettore deve spostarsi sui motivi che spingono l’amministrazione Obama a spostare l’interesse dal Medio Oriente, carico di petrolio ma instabile politicamente, al Vecchio Continente, che da anni non è più un luogo strategicamente interessante da dover impegnare le proprie risorse politiche, diplomatiche ed economiche. La risposta dovrebbe essere cercata nei disordini che hanno trasformato il Mediterraneo in una vera e propria polveriera. La primavera araba in Egitto e Tunisia, la guerra civile in Siria e in Libia e le sempre più scarse prospettive d’ingerenza in Iran hanno spinto il presidente Barack Obama a lavorare perché l’Unione europea riesca ad uscire definitivamente dalla crisi economica e, al tempo stesso, entri sotto la sfera egemonica americana. Un’operazione che potrebbe togliere lo scettro alla cancelliera tedesca Angela Merkel che da anni fa il bello e il cattivo tempo con i Paesi economicamente azzoppati dalla recessione. La preoccupazione maggiore degli Stati Uniti, però, è legata all’appoggio che i singoli Paesi Ue sono in grado di fornire all’esercito americano in caso di conflitti bellici. Nelle ultime occasioni (dall’attacco sferrato alla Libia di Gheddafi all’intervento in Mali), la Germania si è dimostrata refrattaria a intervenire.

Che lo strapotere tedesco a Bruxelles non faccia piacere alla Casa Bianca, non è certo un mistero. In questo senso va infatti letta la batosta firmata in settimana dagli analisti del Fondo monetario internazionale che non solo hanno dimezzato le stime di crescita del pil tedesco, ma anche lanciato un rischio recessione per l’intera economia. Mentre il governo di Berlino punta a rafforzare politicamente e, soprattutto, economicamente l’Ue e Francoforte, l’intervento della Fed sui debiti pubblici dei Paesi periferici dell’Europa, in primis Italia e Spagna, sposterebbe violentemente il baricentro dei poteri. Il risultato? Da colonia tedesca l’Italia rischierebbe di diventare una colonia americana. “Una mossa del genere non potrà certo lasciare indifferente la Bce che, tendenzialmente, rimarrà nel limbo fino alle elezioni in Germania”, spiega l’analista Ulisse Severino ricordando come le difficoltà europee stiano “zavorrando” tutto il mondo. “Grazie al suo sistema finanziario-federale – spiega Segre – l’America può stampare tutti i dollari che vuole senza che nessuno la controlli”. Tuttavia, l’iniziezione eccessiva di moneta potrebbe anche svalutare il dollaro nei confronti dell’euro, con il risultato che l’export dall’Europa costerebbe di più rispetto a quella dall’America. Dal momento che, dall’inizio dell’anno, il Giappone ha preso a svalutare lo yen, la parallela svalutazione del dollaro rafforzerebbe la moneta unica sfavorendo, in questo modo, le aziende che producono in Europa e dall’Europa esportano. Un esempio su tutti: il settore automobilistico. Con un euro forte la Volkswagen, il più grosso gruppo nel Vecchio Continente, avrebbe difficoltà a vendere le proprie vetture in Asia e, in particolar modo, in Cina. D’altro canto, comprare euro per pagare titoli di Stato farebbe aumentare la circolazione dei dollari sul mercato. “Se la massa di dollari dovesse apparire agli americani eccessiva – continua Segre – non avrebbero difficoltà a inventare un nuovo dollaro che ingloberebbe parte del vecchio debito”. Al tempo stesso, l’operazione eviterebbe che i prezzi del petrolio e delle materie prime schizzino alle stelle. “Il fatto che gli Stati Uniti, grazie al loro sviluppo tecnologico, si siano trasformati da maggiore importatore di petrolio dall’estero a probabile maggiore produttore di petrolio nel prossimo futuro – conclude Segre – trasforma radicalmente la situazione finanziaria e il debito degli Stati Uniti”.


Pd, il partito che ha paura del leader
di Elisabetta Gualmini
(da “La Stampa”, 5 giugno 2013)

Ieri Matteo Renzi ha ripetuto che la sua candidatura alla segreteria del Pd «non è un tema prioritario ». Giorni addietro aveva detto di considerare più importanti le scelte e gli orientamenti che dovrebbero maturare, non si sa come, all’interno del partito: «Farà un congresso serio o no? Accetterà la sfida del cambiamento? Ha capito di avere perso le elezioni di febbraio? E ha voglia di provare a vincere le prossime? ».

Si tratta di domande pertinenti, non c’è dubbio. Ma le risposte non verranno dall’attuale gruppo dirigente. Renzi sa benissimo che a quelle domande oggi può rispondere solo lui. E proprio per questo la sua candidatura è il tema prioritario. Lo sa lui, e lo sanno gli altri. Il congresso sarà serio se vi si confronteranno proposte realmente alternative e candidati veri alla leadership, capaci di porre con forza la sfida del cambiamento. Una opportunità che di solito si dilata dopo una cocente sconfitta, se si intravede qualcuno che può riportare il partito a vincere, ma fa in fretta a richiudersi. Renzi dovrebbe sapere che non ci saranno per lui tappeti rossi e che le occasioni raramente tornano, in politica.

Il coro quasi unanime degli «ora tocca a Matteo », «è lui il leader del futuro » si è già quasi ammutolito. Dopo la direzione nazionale del Pd di ieri sera, dovrebbe essere ancora più evidente che l’attendismo non paga. Ne genera a sua volta dell’altro. L’incertezza ingrossa la voglia di annacquare il brodo, di stemperare il rendiconto dei leader che hanno fallito e la ricerca di nuove strade in una lunghissima liturgia congressuale di rito ortodosso. Le resistenze dal ventre molle del partito nei confronti del sindaco ci sono ancora, eccome, sebbene si manifestino con toni e strategie più morbide e con transfughi candidamente pronti a orientarsi, di ora in ora, verso un nuovo carro del vincitore.

Un primo chiaro segnale è il cosiddetto «congresso dal basso ». Che sembra voler dire: giù le mani dall’organizzazione. Ancora non si sa a chi andrà il tassello astrattamente più rilevante della segreteria da qui al Congresso, se a Luca Lotti, come chiesto da Renzi o, come si mormora, a Davide Zoggia, molto vicino all’ex segretario. Ma nel frattempo Epifani ha proposto che il rinnovo delle cariche di livello provinciale e regionale avvenga in un momento precedente e distinto rispetto all’elezione del segretario nazionale. Che è come dire, lasciarle tutte o quasi nelle mani dell’attuale «patto di sindacato » e delle macchine interne consolidate, dato che tra gli iscritti, in assenza di una competizione tra indirizzi politici chiaramente alternativi, sono destinati a prevalere gli assetti esistenti.

Il secondo segnale è la riluttanza verso la leadership. La leadership è ancora un tabù per il Pd. Ha certamente ragione Epifani quando dice che il Pd è l’unico partito non personale (non è proprietà di nessuno). Ma è anche l’unico partito senza un leader. Andrebbe aggiunto con altrettanto vigore. O, che è la stessa cosa, con troppi leader, nessuno in grado di dare la rotta. Una zattera che sbatte di qua e di là con scarse possibilità di approdo. Non ci può essere visione senza un leader. Non ci può essere un progetto senza un centro. Nella «democrazia del pubblico », piaccia o non piaccia, il ruolo dei partiti come organizzazioni solide che aggregano e gestiscono il consenso è destinato a indebolirsi; è il leader con le sue caratteristiche personali a parlare direttamente all’opinione pubblica, a mettersi quanto più possibile in gioco davanti ai cittadini. Non c’è niente da fare. La propensione alla leadership del sindaco-arrembante al Pd non va proprio giù. Il partito del «noi » e del «tutti insieme » non la digerisce. E non si capisce come questo possa conciliarsi con l’appoggio a un governo che sta intraprendendo la strada del semipresidenzialismo. Una contraddizione esplosiva, su cui ieri sera il segretario ha frenato.

Tocca a Renzi a questo punto, se ne ha la forza, di interrompere la sindrome, già in corso, della normalizzazione. E cioè il ritorno a un partito non contendibile. Utile a garantire il governo che c’è, finché non arriva la prima tempesta che lo spazza via. Solo con un partito contendibile e con leader che si affermano in una competizione aperta si può veleggiare senza sbandare.


Presidente di garanzia, il falso dilemma
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 5 giugno 2013)

Modificare o cambiare? I sostenitori ad oltranza della intangibilità della “Costituzione più bella del mondo” giocano su questo interrogativo. Un conto, sostengono, è “modificare” la Carta Costituzionale eliminando, ad esempio, il bicameralismo perfetto. Un altro conto è cambiarla radicalmente sostituendo il sistema parlamentare con il sistema presidenziale. La loro tesi, quindi, è che modificare è lecito, mentre cambiare sarebbe un vero e proprio attentato alla Costituzione, cioè un gravissimo reato previsto dal nostro Codice Penale. Questa tesi, cara a Rosi Bindi, a Stefano Rodotà, a Nichi Vendola, a Gustavo Zagrebesky, a Roberto Saviano, è sicuramente pericolosa.

Perché può sicuramente innescare l’iniziativa di qualche Pm in cerca di facile gloria contro i sostenitori della necessità di innovare una Carta Costituzionale scritta in condizioni storiche e politiche completamente diverse da quelle attuali ed adeguare alle condizioni storiche e politiche attuali la forma dello stato repubblicano. Ma è talmente debole e strumentale da poter essere confutata ricorrendo al semplice buon senso. Cioè all’unica argomentazione che può essere compresa e condivisa dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. Tesi diversa, invece, è quella a suo tempo esposta da Giorgio Napolitano secondo cui il vero problema non è la distinzione tra “modifica” e “cambiamento” ma la differenza tra il ruolo del Capo dello Stato previsto dalla attuale Costituzione ed il ruolo del Capo dello Stato eletto direttamente dai cittadini.

Il primo , secondo la volontà dei Padri Costituenti, rappresenta l’unità della nazione e, in quanto tale, deve essere necessariamente super partes. Il secondo, invece, proprio perché eletto direttamente dai cittadini, è sempre il simbolo dell’unità nazionale ma non può non essere che l’espressione di una parte , consistente e maggioritaria quanto si vuole, ma sempre di una parte. Il rischio, in sostanza, secondo il pensiero a suo tempo espresso da Napolitano, è che un presidente eletto da uno schieramento in alternativa ad un altro non venga più percepito dal paese come il simbolo dell’unità nazionale. E questo produca quella lacerazione e quella spaccatura della società che, paradossalmente, l’elezione diretta vorrebbe evitare. È probabile che in Italia un rischio del genere possa essere maggiore rispetto ai paesi in cui il sistema presidenziale, cioè di un presidente eletto da una parte ma che rappresenta egualmente l’unità dello Stato, non provoca lacerazioni e contrasti eccessivi.

La storia d’Italia è diversa da quella di Stati Uniti e Francia. E non è da escludere che da noi il rischio di un presidente che divide potrebbe essere più alto rispetto ad altre nazioni. A bilanciare una preoccupazione del genere, fin troppo legittima, però, c’è l’esperienza consolidata nel corso di alcuni decenni di storia repubblicana. Perché è vero che i Padri Costituenti vollero che il Capo dello Stato ed i Presidenti di Camera e Senato, cioè i massimi vertici istituzionali, fossero figure di garanzia al di sopra delle parti. Ma è altrettanto vero che nel passaggio dalla Costituzione formale a quella materiale le iniziali figure di garanzia sono progressivamente tornate a svolgere, tra l’altro con l’autorevolezza derivante dalle loro cariche, funzioni politiche comunque divisive. Senza tornare indietro nel tempo, agli esempi di Gronchi, di Segni, di Pertini, di Cossiga, di Scalfaro, basta fare riferimento alla supplenza politica esercitata con estremo vigore da Giorgio Napolitano per registrare come la volontà originaria dei Padri Costituenti sia stata innovata (per non dire stravolta).

Un fenomeno che non riguarda solo il Capo dello Stato ma anche i Presidenti di Camera e Senato. Come dimenticare, infatti, il doppio ruolo di terza carica dello stato e di capo-partito esercitato da Gianfranco Fini nella passata legislatura? E come non prendere atto che in quella presente il Presidente del Senato continua ad interpretare il ruolo di capo dell’Antimafia ed il Presidente della Camera non perde occasione per manifestare le proprie convinzioni politicamente corrette?


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Bart