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LETTERATURA: Addio, amico!

23 Ottobre 2007

racconto di Gian Gabriele Benedetti

[di Gian Gabriele Benedetti: “Paese”, Lalli Editore, 1986]

Il cielo grigio e la pioggerellina fitta ed insistente sono in sintonia con questa malinconica giornata di fine novembre. Pare che anche il tempo pianga insieme con l’animo ferito.
Cammino di malavoglia lungo il viale asfaltato con i rari lampioni ai fianchi già accesi. L’ombrello aperto non impedisce alle gocce minute e leggere di bagnare gli abiti, che danno una fastidiosa sensazione di umidità.

In fondo la clinica oncologica, un edificio pesante, goffo, austero, anonimo, d’un bianco sporco, reso ancor più opaco dalla scarsità di luce. Sembra un grosso macigno gettato lì per caso. Il suo tetto oscuro gareggia in altezza con le cime immobili degli alberi sparsi nell’ampio giardino, i finestroni sbadigliano annoiati, nudi, freddi, la grande vetrata d’ingresso invita beffarda in un mondo disperato, dove la morte diviene amica consueta.
Frastornato dal lungo viaggio che mi ha condotto fin qua e soprattutto sopraffatto da una tristezza infinita, incespico amaramente nell’intrico dei miei tormentati pensieri, mentre mi avvicino laddove non sarei voluto andare.
Mai sono riuscito a vincere quel senso di disagio, di avvilimento, di oppressione che sempre mi procura entrare e sostare nei reparti di un ospedale. A maggior ragione in questa circostanza. E così faccio una violenza a me stesso, per non mancare ad un ultimo, pietoso appuntamento.
Ad un tratto mi sento costretto a fermarmi: il respiro si è fatto affannoso, come se avessi salito di corsa una ripida scala. Un peso molesto preme il petto, una stretta morsa attanaglia la gola. Sento l’aria bassa, immobile, irrespirabile.
Intorno il silenzio angoscioso è rotto soltanto dal lento, continuo, monotono gemicare delle poche foglie, ancora aggrappate ai rami in attesa dell’ultima condanna, e procura brividi di solitudine, di amarezza, di abbandono, lasciando ancor più il cuore ansioso, turbato, avvilito.
Provo a domare la fragilità e la viltà che stanno pigliando sempre più il sopravvento su di me. Riprendo a muovere i passi incerti.

L’ampio ingresso mi accoglie con le sue luci neutre e con la sua nudità desolante. Solo su una parete, in una nicchia, è raccolta l’immagine lignea di Cristo in croce, con ai piedi un vaso di crisantemi gialli.
Un’infermiera biancovestita, come se stesse aspettandomi, mi viene incontro. Pronuncio il nome desiderato ed in breve mi trovo in un corridoio interminabile illuminato con la solita luce neutra. Sulla destra le porte numerate delle varie camere, sulla sinistra i finestroni severi. Un’atmosfera di pace inquieta lo riveste, un’atmosfera stagnante, tipica degli ospedali, che annebbia la mente.
“E’ qui” dice l’infermiera, che mi accompagna, indicandomi la stanza numero sette. La sua voce, pur discreta, mi agghiaccia. Rimango bloccato, col fiato sospeso ed il cuore impazzito, sull’uscio un poco aperto. Un’emozione insostenibile fa battere il sangue alle tempie, mi soffoca, mi fa vacillare, come se mi avessero colpito pesantemente le caviglie.
Spingo pian piano l’uscio. La stanza è piena d’ombre: soltanto una luce azzurrognola, surreale scende da una lampada a muro tra due letti bianchi: appena li intravedo. Non riesco ad adattare la vista a quella semioscurità, ma lentamente comincio a distinguere. Un letto è libero, l’altro è occupato: lo deduco dalla coperta rialzata e scomposta.
Mi avvicino senza far rumore, in punta di piedi, quasi non volessi farmi notare. La fronte è imperlata di sudore, le ginocchia si piegano; mi sento completamente vuoto, confuso: non ho più senso.
I miei occhi, ora, si sono adattati e riesco a vedere: nel letto, immobile, con lo sguardo spento e fisso nel vuoto, raggomitolata, una parvenza d’uomo, una misera cosa consumata, umiliata, perduta, giace tra quelle coperte di pena.
Abbozzo tremante il nome. Si volge lento, a fatica verso di me quel corpo irriconoscibile: gli occhi senza lume, nelle occhiaie fonde, nel volto rimpicciolito, scarnito, sfigurato, hanno un lieve palpito; il viso, che poco ha più d’umano, si atteggia ad una smorfia che vuol essere un sorriso. Dalle labbra secche, pressoché inerti, esce un filo di voce come un sospiro appena percettibile: è il mio nome. A fatica alza il braccio scheletrito e con difficoltà mi porge la mano esangue. Stringo delicatamente quella mano fredda, diafana e vi riverso il mare della mia compassione e l’immensità del mio affetto.

Avverto crollare il mondo intero, s’illanguidisce tutto il mio fisico, si annienta lo spirito, e sono vinto, impotente, annullato. L’odore del male mi distrugge.
Incapace anche di parlare, di mettere insieme due parole sensate, articolo a stento sillabe sconnesse, confuse, insignificanti. Una forza sconosciuta mi attanaglia e mi impedisce di ragionare, quasi di vivere. Vorrei fuggire lontano, non vedere più; vorrei svegliarmi ed uscire da questo incubo che mi atterrisce e mi paralizza. Cerco disperatamente quelle energie che mi hanno abbandonato, ma è inutile: sono del tutto svuotato, senza scampo.
Ed è all’improvviso che, con il fragore di una valanga, mi piomba addosso il passato e rivedo, in un rapido succedersi, il tempo consumato: i primi passi verso i sentieri della vita, i nostri giochi innocenti e spensierati, gli anni della scuola, l’incontrarci felice di ogni giorno, lo sferragliare delle nostre scassate biciclette con l’aria a scompigliare i capelli e le fantasie della mente irrefrenabile, l’inerpicarci affannoso ed inebriante sui nostri monti di velluto col sole a rincorrerci tra gli intarsi dei rami ed a carezzare la pelle, il fitto chiacchierare d’ogni sera con la luna a spiarci ed a dipingere i nostri pensieri, il nascere dei progetti, le prospettive, le ansiose domande, le dispute, i miracoli auspicati, i voli d’azzardi, le filigrane dei sorrisi, le attese, i sogni smaltati di luce, le illusioni, le cadute, le rinascite, i ritorni, l’impaziente immetterci in una realtà che con ironia ci apriva orizzonti, ci abbagliava e beffarda ci ingoiava…
E poi le strade diverse che hanno segnato il nostro muoverci affannato per inventarci un alibi per vivere ed il rivederci qui, dopo il lungo balzo degli anni, per subire pesantemente l’amaro agguato del presente, ultimo calvario che annienta, dietro l’inganno, l’ipocrisia, la resa toccati via via ogni giorno.
Il nostro volo, fattosi pesante, qui si è infranto sui fili della frode, e adesso non ci resta che serrare tra le braccia deluse l’orrido di questi momenti che fiaccano anche la rabbia di una rivolta e annichiliscono gli ultimi soprassalti di almeno una bugia, pur inutile.
Il guado nello stagno della memoria non consola, anzi diviene sindone di maggiore sofferenza, dannazione di un dolore che sempre più brucia e consuma.
Non trovo il modo di lenire questo duro patimento, simile ad una piaga aperta, viva, spietata. Mi volto intorno per rinvenire un improbabile scampo, ed al mio sguardo appannato, nella penombra, vortica dissonante, come su una ruota di supplizio, il bianco metallico, insensibile delle pareti, che paiono prendermi, vincolarmi, imprigionarmi.
Allora mi stringo ancor più a quella mano quasi inerme, che si perde nella mia, come per non staccarmi da un passato che mi penetra fin nelle viscere, per racchiudere in quella disperata stretta il nostro mondo, che pare in un attimo sgretolarsi, per aggrapparmi disperatamente ad una pallida illusione ad ovattare la mia angoscia, per sovrastare la mia inefficacia e la mia nullità.

Ma la debolezza mi vince del tutto: non sono più capace di resistere e fuggo da vigliacco, senza neppure mormorare: “Addio, amico mio!”.
Corro lungo il corridoio che conduce all’uscita. Il rumore dei miei passi risuona greve a turbare un silenzio appassito. L’importante è andarsene da lì, da quel luogo di tortura, da quel calvario.
Dio mio, penso tra me, perché permetti questo? Non è sadico tale gioco con le tue creature? Dov’è l’amore del tuo disegno?
Le mie certezze di fede vacillano, sto affacciandomi sul baratro insidioso di un possibile smarrimento o di una caduta senza via di ritorno.
Mi trovo nell’ingresso e dinanzi, inaspettata, mi balza la figura del Cristo in croce che appena ho intravisto entrando. Mi fermo a guardare quell’immagine, forse per imprecare.
Dal volto sofferente lo sguardo divino scivola dolce, piano piano, su di me e pare infilarsi nella mia carne. Mi richiama e mi consola. Provo vergogna e rabbia per aver dubitato. Come non ricordare che nella passione del Cristo è racchiusa ed esaltata la sofferenza dell’umanità tutta?
Sono fuori. La notte fascia il tumulto delle mie conturbate riflessioni e delle mie gravose sensazioni. I lampioni si affannano a dare una luce scialba, con contorni evanescenti, sfocati. Pioviggina ancora senza sosta e le minuscole gocce ghiacce si confondono con il calore delle mie lacrime e bagnano la disarmante cappa della mia impotenza e l’implacabile lamento della mia rassegnazione.


Letto 1990 volte.


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Bart