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Ancora sulla trattativa tra Stato e Mafia

21 Giugno 2012

La trattativa Stato-Mafia “Da Scalfaro a Conso. Ecco chi si piegò ai boss”
di Gian Marco Chiocci e Patricia Tagliaferri
(dal “Giornale”, 21 giugno 2012)

Ecco la prova della «trattativa » fra Stato (il centrosinistra dell’epoca) e Antistato (quello mafioso delle bombe del ’92 e del ’93). Il memoriale consegnato alla commissione Antimafia dall’ex direttore delle carceri, Nicolò Amato, inchioda i massimi vertici istituzionali che ammorbidirono il carcere duro ai boss per evitare nuove stragi.

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Dieci pagine che «fanno luce sulla vera, mai rivelata e inconfessabile ragione della mia improvvisa destituzione il 4 giugno 1993 ». Amato è pronto a consegnare nuove prove. Nel frattempo fa parlare i «fatti » per dimostrare come nel ’93, «Cosa nostra abbia esercitato sullo Stato una illecita pressione, basata sulla commissione di stragi e sulla implicita minaccia di commetterne altre ».

LE SETTE PROVE
I «fatti » li elenca di seguito.

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Il Colle è accerchiato: Napolitano non parla e ostenta tranquillità
Spiega che dopo Capaci fu lui a riaprire le carceri di Pianosa e Asinara per metterci i boss. Che fu ancora lui a disporre il trasferimento nelle isole di tutti i mafiosi, eccezion fatta per una cinquantina costretti a cambiare cella per volontà di Martelli intenzionato a dare un segnale dopo la morte di Borsellino («la decisione venne però sempre presa da me insieme al direttore dell’Ucciardone »). Fu sempre lui, Amato, a insistere con Martelli per non risparmiare il carcere duro a 532 mafiosi, e poi per altri 567, per allargarlo a 121 carceri e sezioni dove voleva far trasferire 5mila detenuti di mafia. «Ma egli ha rifiutato di firmare, seguendo due pareri contrari al mio (…). Con ciò confermandosi, documentalmente, che sulla via della più intransigente risposta del carcere alla criminalità organizzata io ero più avanti del ministero e dello stesso ministro ». Al successore di Martelli, Giovanni Conso, Amato chiese un inasprimento ulteriore del 41bis per bloccare ogni comunicazione dei detenuti e depotenziarne il prestigio: collegamenti audiovisivi al posto dei trasferimenti in aula (come poi avverrà otto anni dopo) e controlli audio-video nei colloqui (come stabilito sedici anni dopo).

MORTI SULLA COSCIENZA
«Ho, quindi, il diritto di chiedere quante comunicazioni illecite e quanti delitti sarebbero stati evitati se la mia proposta del marzo 1993 non avesse dovuto attendere tanti anni prima di diventare legge dello Stato; e di chiedere se la disattenzione o l’intenzionale disinteresse che hanno, purtroppo, accompagnato tale proposta comportino una responsabilità soltanto politica e morale o anche di rilevanza giuridica ». Amato ribadisce di essere stato l’unico a non aver mai ceduto ai boss. «Fino al 4 giugno del 1993 nessun detenuto di mafia di un certo livello si è sottratto al regime del 41bis e nessuno dei decreti 41bis emanati è stato revocato o lasciato decadere ». Altro «fatto » è la lettera contro il carcere duro inviata dai familiari dei mafiosi al presidente Scalfaro con la quale chiedevano di cacciare Amato e i suoi «aguzzini ».

LA LETTERA DEI MAFIOSI
Di questa lettera «nessuno mi ha mai informato », così come solo recentemente Amato è venuto a sapere che Scalfaro, ricevuta la missiva, convocò monsignor Curioni, capo dei cappellani carcerari, e monsignor Fabbri, suo segretario, «per comunicare che la mia permanenza al Dap doveva aver termine, invitandoli ad aiutare Conso a scegliere il mio successore ». Perché, si chiede Amato, Scalfaro e non il Consiglio dei ministri decise il cambio? Perché anziché le naturali sedi istituzionali vennero informati, della «sostituzione », i due cappellani inseriti nel circuito penitenziario fin da quando trattarono coi brigatisti detenuti per liberare Moro? «È un fatto – l’ennesimo – che dopo solo tre mesi dall’arrivo del papello di Cosa nostra, e pochi giorni dopo la richiesta di intervento dei due cappellani, io sono stato sostituito con Capriotti » al quale venne imposto come vice Francesco Di Maggio «senza grado e senza esperienza in materia penitenziaria », grande amico del capo della polizia, Vincenzo Parisi e «vicino ai servizi segreti ». L’ultimo «fatto » raccontato si riferisce alla «nuova politica » penitenziaria, molto più soft dopo il suo defenestramento, che ha ridotto da 1.300 a 400 i detenuti in 41bis. Amato denuncia l’occultamento di «cinque appunti del Dap » da giugno a dicembre ’93 con le nuove linee guida.

IL BIGLIETTO: «OK DAL MINISTRO »
In quello del 26 giugno si puntava a non rinnovare i decreti di 41bis emanati dal Dap, a procrastinare solo quelli per «detenuti di particolare pericolosità » per evitare di «inasprire inutilmente il clima negli istituti di pena » così da lanciare «un segnale positivo di distensione ». A chi era diretto il segnale, si domanda Amato, posto che vi era un biglietto con su scritto «l’onorevole ministro è d’accordo »? C’entrano niente le riserve del capo della polizia (come riferito da Capriotti nella sua audizione in Antimafia) e del Viminale sul 41bis? Di fronte a tante evidenze, insiste Amato, come fa l’ex ministro Conso a sostenere d’aver fatto da solo all’insaputa del Dap? «Quali altre iniziative o responsabilità il ministro ha inteso coprire con la sua generosa, ma inesatta assunzione di una “piena responsabilità” diretta e personale? ».

IMBARAZZO E BUGIE DI CONSO
Chiosa l’ex direttore del Dap. «Mi ero sempre chiesto perché mai Conso sviasse il discorso e non volesse pronunciarsi sul mio appunto del 6 marzo 1993 (dove chiedeva spiegazioni sulle riserva di Parisi e il Viminale, ndr) nonostante glielo avessi consegnato personalmente (…). Solo ora capisco il drammatico imbarazzo che ho cagionato, proponendo, pochi giorni dopo la lettera di Cosa nostra, addirittura un inasprimento del trattamento penitenziario per i suoi detenuti. Giacché Conso non poteva certo dire di no a una richiesta di maggiore severità nei confronti della criminalità organizzata. Ma non poteva neppure dire di sì, stante la preoccupazione – a me ignota – di non accentuare ulteriormente lo scontro aperto con la lettera appena arrivata ». E così, per togliersi dall’imbarazzo, «Conso ha scelto il silenzio, lasciando l’appunto nel cassetto ». La scelta era già stata fatta. Ma Amato non lo sapeva. Il suo tempo al Dap era finito con la lettera dei mafiosi della quale nessuno gli parlò.

IL SEGRETARIO GENERALE SAPEVA
Anche perché, come «fa chiaramente intendere Gaetano Gifuni » segretario generale sotto Scalfaro e Ciampi «tutti sapevano che ciò sarebbe equivalso a buttare la lettera là dove meritava di finire », e cioè «nella pattumiera ». Interrogato a Palermo, Gifuni ha affermato di non sapere perché Amato venne sostituito anche se ha confessato che era notorio il fatto che «caratterialmente veniva considerato spigoloso e non particolarmente collaborativo ». Dunque, non utile alla causa? Amato ne è convinto. «Difficile che Gifuni, così vicino a Scalfaro e Ciampi, non conosca la vera ragione della mia destituzione (…). Si è trattato di una motivazione inconfessabile, che nessuno, pur conoscendola, rivelerebbe, per pudore o vergogna, preferendo, come qualcuno ha già fatto, di portarla con sé nella tomba ». Il riferimento a Scalfaro non è casuale. E così «per un meccanismo dell’inconscio che avrebbe reso felici Freud e Reik, Gifuni, mentre dice di ignorarla, in realtà, rivela, sia pure in una forma allusiva destinata a smorzarne l’impatto dirompente, la vera ragione della mia destituzione, identificandola nella mia indisponibilità a collaborare con chi mi avesse chiesto cedimenti, rinunce o compromessi. Occorreva solo mandarmi via, subito, in silenzio ». Così è stato.


Trattativa Stato-mafia: nell’inchiesta anche le telefonate Mancino-Napolitano
di Marco Lillo e Giuseppe Lo Bianco
(dal Fatto Quotidiano del 21 giugno 2012)

“Qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli… tant’è che il presidente ha detto: ma lei ha parlato con Martelli… eh, indipendentemente dal processo, diciamo”. L’interlocutore di Nicola Mancino è il consigliere giuridico del capo dello Stato, Loris D’Ambrosio ma il suggeritore è – a dire dello stesso D’Ambrosio – Giorgio Napolitano che consiglierebbe un incontro tra i due testimoni che avevano fornito versioni contrastanti. Il tema è rovente perché investe il futuro giudiziario dell’ex presidente del Senato: “Non vorrei che dal confronto viene fuori che io ho fatto una dichiarazione fasulla e quello (Martelli, ndr) ha detto la verità, perchè a questo punto chi processano? Non lo so”.

L’ex presidente del Senato è in fibrillazione, è un’escalation di angoscia, e Mancino è consapevole della scivolosità della strada indicata dal Quirinale: “Non è che posso parlare io con Martelli, che fa…”. Effettivamente non è bello per un testimone sul ciglio dell’incriminazione contattare un altro teste che lo smentisce per appianare le divergenze. E questo lo capisce anche Mancino. A parlare con l’ex Guardasigilli, dunque, devono essere altri. È qui, in questa conversazione a mezze frasi tra Mancino e D’Ambrosio che le manovre per condizionare l’inchiesta sulla trattativa investono Napolitano. Sono millanterie di D’Ambrosio?

Un dato è certo: il consigliere del presidente è rimasto al suo posto anche dopo la pubblicazione di questo stralcio di colloquio sul Fatto di ieri. Non solo: Napolitano avrebbe parlato direttamente con Nicola Mancino, almeno a leggere l’anticipazione di Panorama.it che segnala la preoccupazione e l’irritazione dello staff del Colle per la possibilità che nei brogliacci della Procura non ancora depositati vi siano anche conversazioni che vedono il presidente della Repubblica alla cornetta. E non appaiono preoccupazioni infondate. Al Fatto risulta che tra le decine di telefonate intercettate, in almeno due casi la squadra di polizia giudiziaria nella sala ascolto della procura di Palermo avrebbe trascritto in brogliacci, coperti dal segreto, la voce del capo dello Stato a colloquio con l’ex vice presidente del Csm.

Il contenuto è ovviamente segreto, non verrà trascritto e finirà probabilmente distrutto senza mai arrivare agli atti del processo. In quelle telefonate con la voce del capo dello Stato ci potrebbe essere la conferma del suo diretto interessamento per calmare le angosce di Mancino, avviando di fatto le manovre di interferenza nell’indagine di Palermo. Sul punto, lo stesso D’Ambrosio appare abbastanza chiaro, nel suo colloquio con Mancino del 5 aprile, commentando la lettera inviata il giorno prima dal Quirinale al pg della Cassazione: “Però adesso lei lo sa, quando uscirà quello che noi, quello che il presidente auspica, tra l’altro il presidente l’ha letta prima di mandarla, eh non è una cosa solo di Marra”. E Mancino replica: “Comunque, dovendogli fare gli auguri per telefono non dirò niente, non accennerò…”. Ma D’Ambrosio lo rassicura: “No, lei può dire che ha saputo della lettera che le è stata mandata, è stato informato che la lettera è stata mandata al procuratore generale. Poi ha saputo che era ai fini di un coordinamento investigativo, lei lo può dire parlando informalmente con il presidente, perché no?”. “E va bene…”, insiste, forse poco convinto, l’ex presidente del Senato. Ma D’Ambrosio, lapidario: “Non c’è niente, lui sa tutto. E che, non lo sa. L’ha detto lui, io voglio che la lettera venga inviata, ma anche con la mia condivisione”.

Per Mancino il confronto con Martelli è la preoccupazione. Il tema è la questione dei Ros e dei loro contatti informali con Ciancimino: Martelli sostiene di averlo informato, Mancino nega. E nella telefonata del 12 marzo si sfoga con D’Ambrosio: “Lui dice, vedi un poco che quelli fanno attività non autorizzate, io non mi ricordo che lui me l’ha detto, ma escludo che me l’abbia potuto dire. Tuttavia, ammesso che me lo ha detto, perchè se lui sapeva di attività illecite non lo ha detto alla Procura della Repubblica, lui che era Guardasigilli?”. Lo sfogo si fa pesante: “Ma che razza di Paese è, se non tratta con le Brigate rosse fa morire uno statista. Tratta con la mafia e fa morire vittime innocenti. Non so… io anche da questo punto di vista… o tuteliamo lo Stato oppure tanto se qualcuno ha fatto qualcosa poteva anche dire mai io debbo avere tutte le garanzie, anche per quanto riguarda la rilevanza statuale delle cose che sto facendo”.

Mancino teme di pagare da solo un prezzo giudiziario troppo alto, nella telefonata del 12 marzo pressa D’Ambrosio: “Sto parlando dello Stato italiano, non è possibile che ognuno va per conto suo. Lei veda un po’ se Grasso ritiene di ascoltare anche me, sia pure in maniera riservatissima, che nessuno ne sappia niente…”. E nella telefonata del 3 aprile, subito dopo che il pm ha chiesto il confronto in aula con Martelli, l’angoscia di Mancino raggiunge il suo punto più alto, il senatore risollecita a D’Ambrosio la lettera al pg della Cassazione: “Veda un poco, la cosa è terribile”. Ma D’Ambrosio si muove su input del presidente? Il 5 marzo, quando Mancino si scusa alla fine della telefonata dicendo: “Mi scusi, io tormento lei”. D’Ambrosio replica: “No, no si immagini. Poi il presidente me ne aveva parlato, quindi…”.


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Bart