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Applausi in aula in cambio di una strigliata che ognuno pensa sia per il suo rivale

23 Aprile 2013

di Gian Antonio Stella
(dal “Corriere della Sera”, 23 aprile 2013)

«Siete stati sordi ». E loro applaudono. «Inconcludenti ». E si spellano le mani. «Irresponsabili ». E vanno in delirio. Pare quasi una seduta di autocoscienza psichiatrica quella d’insediamento di Giorgio Napolitano. Passata la sbronza correntizia finita in rissa, proprio quelli che hanno fatto arrabbiare il nonno saggio non si accontentano di ascoltare la ramanzina in silenzio. A capo chino.

Ma accolgono ogni ceffone in faccia, guancia destra e guancia sinistra, come se fosse rivolto ad altri. Chi? Altri. Ma quali altri? Boh… Mai e poi mai a loro.
«Ci ha fatto un mazzo a quadretti e come grandi elettori ce lo meritavamo », riconoscerà con onesto imbarazzo il governatore ligure Claudio Burlando: «Ci ha detto che siamo stati a trastullarci di votazione in votazione anziché trovare un’intesa nell’interesse del Paese. Tanto più in un momento che per il Paese è drammatico ». «La cosa divertente è che ho visto battergli le mani », ride Felice Casson, «colleghi che nei giorni scorsi hanno fatto l’esatto contrario di quello che il Presidente ci raccomanda ». «E che domani hanno intenzione di restare esattamente inchiodati là dove stavano ieri », rincara Claudio Bressa.

Ugo Sposetti invita a non chiamare «Anonima Sicari » i franchi tiratori: «In passato hanno consentito di bocciare alcune candidature sbagliate per far passare uomini come Sandro Pertini o Oscar Luigi Scalfaro ». A proposito, ha votato per Marini e poi per Prodi? «Il voto è segreto, lo dice la Costituzione ». Ma se il partito aveva deciso… «Come: per alzata di mano? » Il senatore democratico Andrea Marcucci lo rivendica: «Dopo le campagne diffamatorie degli ultimi giorni oggi riaffermiamo l’orgoglio di aver votato Napolitano e non gli altri candidati in gara ».

Manco il tempo di sfollare verso le uscite ed ecco «il giovane turco » Matteo Orfini interpretare già a modo suo il monito del presidente: «Un discorso perfetto, ineccepibile che chiede un’assunzione di responsabilità da parte di tutti per un accordo comune di governo ». Però… Però «è importante che il sostegno arrivi da parte delle tre principali forze politiche. Se non c’è il MoVimento 5 Stelle cambia tutto e io sono contrario a un patto politico tra Pd e Pdl ». Quindi? «Il voto di fiducia è un voto di coscienza, non c’è disciplina di partito… Se sono contrario voto contro ». Poco più in là il deputato grillino Giorgio Girgis Sorial butta lì: «L’ultima volta che ho sentito un discorso così era quando in Egitto si è insediato Morsi ».
Avrebbe potuto scommetterci prima ancora di scendere sotto la pioggia dal Quirinale verso Montecitorio, Napolitano, di essere destinato a ricevere inchini e baciamano, elogi e salamelecchi, senza però riuscire a scalfire la scorza di tanti. Troppo duro, lo scontro dei giorni scorsi. Troppo profonde le fratture. Troppo calloso l’odio personale che ormai divide le diverse fazioni dello stesso Pd. L’aveva messo in conto. Come aveva messo in conto il diluvio di applausi trasversali indispensabili a coprire pudicamente certe fratture.

Ed eccolo là, l’anziano Re Giorgio, che sale a fatica, senza neppure provarci a mostrare un’elasticità giovanile che non ha più, le scalette che portano alla presidenza. Perché mai dovrebbe rassicurare l’Aula sulla sua salute? Al contrario, raccolta l’ovazione di tutti con l’eccezione dei pentastellati che si alzano in segno di rispetto ma salvo eccezioni non battono le mani manco per cortesia, spiega le sue perplessità davanti a questo secondo mandato anche per «ragioni strettamente personali, legate all’ovvio dato dell’età ». Come a dire: mi avete costretto voi, a restare. E lui ha dovuto accettare per il «senso antico e radicato d’identificazione con le sorti del Paese ». (Sottinteso: «Che molti di voi non hanno »).

Ciò precisato, comincia a rinfacciare ai presenti «una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità ». E li bacchetta per non avere dato risposte alle «esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti » facendo «prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi ».
Tanto da svuotare, accusa, «quel tanto di correttivo e innovativo che si riusciva a fare nel senso della riduzione dei costi della politica, della trasparenza e della moralità nella vita pubblica » col risultato che alla fine «l’insoddisfazione e la protesta sono state con facilità, ma anche con molta leggerezza, alimentate e ingigantite da campagne di opinione demolitorie e da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono ». Ed ecco che, muti e silenti sotto i ceffoni sui ritardi nei tagli e le riforme, esplodono tutti nell’applauso liberatorio: ooh, finalmente gliele canta a chi accusa la politica di aver dato solo delle sforbiciatine!

Ed è lì che Napolitano esce dal discorso scritto e ferma l’entusiasta battimani: «Attenzione: il vostro applauso a quest’ultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza ». E vabbé, meglio che niente: e vai con nuovi applausi!

Pier Luigi Bersani, tradito prima dal risultato elettorale che si era illuso di avere in qualche modo già acquisito quando parlava del suo «squadrone » e poi tradito dai compagni di partito prima nelle sue disastrose aperture ai pentastellati e poi nelle votazioni per il Colle, se ne sta lì, deluso e cupo, il gomito piantato sul banco, il mento appoggiato nel cavo della mano. Dirà poi che «Napolitano ha detto quel che doveva dire, con un discorso di una efficacia eccezionale ». Ma lo sa che, quando il Presidente ricorda che «piaccia o non piaccia, occorre fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento da poco eletto », parla anche di lui.

Sull’altro fronte, Silvio Berlusconi sprizza allegria. Sette anni fa, dopo la prima elezione di «Re Giorgio », le cronache raccontarono che aveva raccomandato ai suoi: «Mi raccomando. Composti. Come fosse un funerale ». E successivamente non aveva fatto mancare le sue riserve. Come quando, in una manifestazione a Vicenza, urlò che le elezioni erano state «taroccate » e che le sinistre avevano occupato tutte le istituzioni: «Il presidente della Repubblica è uno di loro, così come i presidenti di Camera e Senato, la Corte costituzionale… ». Quando il Colle rifiutò di firmare il decreto su Eluana andò oltre: «Vi ho visto tutta la cupezza di un armamentario culturale figlio di una stagione che non è ancora tramontata ».

Tutto cambiato, oggi. Tanto da spingere il Cavaliere, compiaciuto del discorso di insediamento dove il capo dello Stato «ha invitato a buttare a mare la parola inciucio perché la politica è fatta di compromessi e collaborazione e la realtà comporta la necessità di superare le distanze », ad ammiccare: «Ho pregato le mie parlamentari per oggi di cambiare l’inno del Pdl in “meno male che Giorgio c’è” ».

E come potrebbe non essere allegro Pier Ferdinando Casini? «Ora chi è andato a chiedergli di rimanere, chi lo ha pressato per fare ciò che non voleva, ha il dovere morale di fare subito un governo. Altrimenti siamo nel regno dei buffoni ». Bella sfida. Ce la faranno?


Basta anti-berlusconismo. Napolitano stronca Bersani. E minaccia: riforme o vado via
di Redazione
(da “Libero”, 23 aprile 2013)

Una bastonata a vent’anni di anti-berlusconismo. E in particolare alla strategia seguita negli ultimi due mesi dal segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, che ha sempre chiuso occhi e orecchie alle ipotesi di un governo di coalizione con il Pdl, nonostante le offerte di collaborazione provenienti dal centrodestra e gli inviti a un’apertura provenienti dall’interno dello stesso Pd. ”Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto -se si preferisce questa espressione- si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni” ha detto il presidente della Repubblica. “Essi indicano tassativamente la necessita’ di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese piu’ ampie, e cioe’ anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilita’ istituzionale. D’altronde, non c’e’ oggi in Europa nessun Paese di consolidata tradizione democratica -ha concluso Napolitano- governato da un solo partito -nemmeno piu’ il Regno Unito- operando dovunque governi formati o almeno sostenuti da piu’ partiti, tra loro affini o abitualmente distanti e perfino aspramente concorrenti”.

Quello di Napolitano è stato un discorso improntato al superamento delle differenze, delle divisioni, delle barriere. “Se troverò le forze politiche ancora sorde sul tema delle riforme (come quella della legge lettorale, ndr), non esiterò ad andarmene”. Basta, dunque, parlare di inciucio. Basta demonizzazione dell’avversario, specialità nella quale la sinistra ha eccelso in questi ultimi vent’anni. “A 56 giorni dalle elezioni del 24 e 25 febbraio si deve senza indugio procedere alla formazione dell’esecutivo” ha aggiunto Napolitano. “Non corriamo dietro alle formule o alle definizioni di cui si chiacchiera. Al Presidente -ha sottolineato il Capo dello Stato- non tocca dare mandati, per la formazione del governo, che siano vincolati a qualsiasi prescrizione se non quella voluta dall’articolo 94 della Costituzione: un governo che abbia la fiducia delle due Camere. Ad esso spetta darsi un programma, secondo le priorita’ e la prospettiva temporale che riterra’ opportune”.

Poi il Capo dello Stato si è rivolto alle “nuove” forze politiche, con un richiamo al Movimento 5 stelle. Pur non citando il partito di grillo (che aveva fortemente criticato la sua rielezione), Napolitano ha detto di apprezzare “l’impegno con cui ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandovi il peso e l’influenza che gli spetta: quella e’ la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento”. Poi un riferimento alla rete, che tanta parte ha avuto nelle vicende politiche anche di questi ultimissimi giorni: “Non puo’ reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben piu’ di un secolo e ovunque i partiti. La Rete – spiega il presidente – fornisce accessi preziosi alla politica, inedite possibilita’ individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all’aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma non c’e’ partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all’imperativo costituzionale del metodo democratico”.


Parola di presidente: il Cav è presentabile. Via alle larghe intese
di Francesca Angelòi
(da “il Giornale”, 23 aprile 2013)

Roma – Pd e Pdl insieme al governo. Senza gridare allo scandalo perché «la convergenza tra forze politiche diverse » in questo frangente politico non è soltanto necessaria ma desiderabile.
Altra soluzione non c’è. Altrimenti si dovrà prendere «atto dell’ingovernabilità » e tornare alle urne. Ma non è questo il finale auspicato dal due volte presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che invece ha detto sì al secondo mandato «perché l’Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno ».

Ovvero un governo di larghe intese che è la migliore soluzione possibile e non un segno di decadenza. Anzi, dice Napolitano, «il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse » è «segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica ».

In un lungo e accorato discorso, durante il quale la sua voce spesso si incrina, una volta fino alla lacrime, questo «grande vecchio » sferza i partiti, e li mette con le spalle al muro. I giudizi più taglienti li riserva proprio al suo partito di provenienza, al Pd di Pier Luigi Bersani che ha vinto «sul filo del rasoio » il premio previsto dalla legge elettorale ma non è riuscito «a governare una simile sovrarappresentanza in Parlamento ». Ed è evidente che il presidente pensa alla penosa figura fatta da Bersani e un Pd che non è rimasto unito neppure per votare i propri candidati, prima Franco Marini e poi Romano Prodi. Quindi di fronte all’ «avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del Capo dello Stato », Napolitano ha ritenuto di dover accogliere la richiesta di ricandidarsi per «un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del paese ».

La legge elettorale certamente va cambiata. Anzi la mancata riforma è «imperdonabile » ma intanto occorre «fare i conti con la realtà delle forze in campo ». Ed i risultati elettorali dicono una cosa chiara: «non c’è partito o coalizione che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sue sole forze ». L’allusione a Bersani e alla sua ostinazione a procedere a testa bassa come se avesse vinto le elezioni per poi andare a sbattere è piuttosto evidente. Dopo «un paio di decenni di contrapposizione, fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile » ora è «il tempo della maturità per la ricerca di soluzioni di governo condivise quando se ne imponga la necessità ». Napolitano dunque accetta «il calice » e si offre come «fattore di coagulazione » ma tutti a questo punto devono prendersi precise responsabilità. Quali? Il cammino del prossimo governo è segnato chiaramente nella relazione dei saggi. Non un lavoro inutile come qualcuno ha detto nelle settimane scorse ma un programma serio e concreto per «affrontare la recessione e cogliere le opportunità, creare e sostenere il lavoro, potenziare l’istruzione ed il capitale umano, favorire la ricerca l’innovazione e la crescita delle imprese ». Poi un’altra bacchettata al Pd perché «qualunque patto si sia stretto con i propri elettori » non si possono non fare i conti con i risultati delle elezioni che «indicano tassativamente » la necessità di intesa tra forze diverse. Ciascuno dovrà rinunciare a qualcosa «per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale ».
Attenzione però, i partiti non sono superati come «forme di organizzazione politica » come vorrebbe Beppe Grillo. Napolitano apprezza l’impegno del Movimento5stelle nelle sedi istituzionali ma condanna la volontà di «contrapposizione tra piazza e Parlamento » più volte manifestata dai grillini.

Sono state distrutte ieri nell’aula bunker dell’Ucciardone a Palermo le intercettazioni delle telefonate tra l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, eseguite dalla Procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia. Erano presenti il Gip Riccardo Ricciardi, che aveva disposto mesi fa la distruzione a seguito della decisione della Corte costituzionale sul confrlitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale, un cancelliere e il tecnico che ha materialmente cancellato i file audio. Secondo la Cassazione è stato così sanato «un vulnus costituzionalmente rilevante ».


Cazziati e contenti
di di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 23 aprile 2013)

Mai avremmo immaginato di elogiare con sincero entusiasmo e convinzione un comunista d’antico pelo e, invece, eccoci qui a farlo, unendoci al coro di quasi tutti gli italiani che, ammirati, hanno udito il discorso di Giorgio Napolitano, primo custode della Costituzione nella storia repubblicana a essere stato rieletto a furor di popolo al Quirinale.
Le Frecce Tricolori passano sopra piazza Venezia

Ci voleva un uomo di 87 anni per mettere in riga un Parlamento nuovo e già allo sbando (dopo soltanto due mesi dalle consultazioni politiche nazionali), incapace di esprimere una maggioranza in grado di sostenere un governo o almeno un governicchio; un Parlamento litigioso, livoroso, umorale e irrazionale.

Le parole del vecchio (e neo) presidente sono risuonate nell’aula, tutt’altro che sorda e mica tanto grigia, come schiocchi di frusta, intimorendo l’assemblea e, speriamo, richiamandola a un minimo senso di responsabilità.
Napolitano non ha risparmiato nessuno nella propria analisi lucida e spietata circa le manchevolezze della politica; ha schiaffeggiato anche, oserei dire specialmente, la sinistra dalla quale egli proviene e a cui ha dedicato oltre mezzo secolo di vita. Spiegati brevemente i motivi che lo hanno indotto ad accettare di rimanere – pur controvoglia – al vertice delle istituzioni, ha esaminato punto su punto le grane che hanno bloccato il Paese, riducendolo in tocchi, e ha criticato senza timidezze, come solo quelli su di età sanno fare per mancanza di attaccamento alla poltrona e di interessi personali, chiunque abbia avuto un ruolo nella gestione della cosa pubblica.

Mite nei toni, ma aspro nei concetti espressi, Napolitano non si è limitato a elencare i problemi che ci affliggono, ma ne ha indicato le soluzioni, incitando la cosiddetta Casta ad accantonare risentimenti e contrapposizioni infruttuose che fin qui hanno impedito qualsiasi forma di collaborazione fra partiti, malgrado non uno di essi abbia i numeri necessari per assumersi, con le proprie forze, il compito di governare. Un’osservazione realistica, addirittura ovvia, eppure sfuggita agli occhi, e alla mente, di tanti deputati e senatori illusi di poter guidare il Paese con i voti degli altri.
Non esiste in Europa una sola nazione che abbia affidato il timone a un unico partito: tutte hanno un esecutivo sostenuto da coalizioni, a causa della frammentazione politica che riflette gli orientamenti diversi dei cittadini europei. Perché l’Italia, pur essendo diventata tripolare, non si rassegna ad adottare la stessa formula che nella Ue è la regola, e cioè un sistema di alleanze che non è obbligatorio definire «larghe intese »?
Napolitano nella sua orazione ha insistito parecchio sul tema della governabilità, che può essere garantita esclusivamente se destra e sinistra depongono le armi con cui da vent’anni si scannano, inaugurando una stagione deideologizzata e improntata alla tolleranza, che favorisca non un appiattimento di posizioni politiche, ma un’intesa temporanea utile ad affrontare le note emergenze. Ciò che ha destato stupore è che a ogni bacchettata inferta loro dal presidente, i parlamentari, lungi dal nascondere la faccia sotto gli scranni, si sono abbandonati a fragorosi applausi: ne abbiamo contati 31. Autentiche ovazioni in un crescendo di eccitazione, quasi che i rimproveri di Napolitano, amplificati dal microfono, liberassero deputati e senatori dai sensi di colpa. Il quale Napolitano li ha pure elegantemente minacciati: se non fate ciò che vi dico, non esiterò ad andarmene, ma non prima di avervi denunciato agli italiani. Fantastica reprimenda, altro che i pacati moniti quirinalizi di un tempo.
La meraviglia suscitata in noi dal capo dello Stato (che in alcuni momenti si è commosso, la voce arrochita; noi più anziani siamo e più fatichiamo a reprimere il pianto) non si è esaurita con l’allocuzione presidenziale, ma si è accentuata quando la più alta autorità istituzionale è salita speditamente all’Altare della Patria per rendere omaggio al Milite Ignoto: un centinaio di scalini, neanche una sosta per rifiatare. Incredibile: Giorgio ha un cuore d’acciaio, ci seppellirà tutti. Prenderne atto.


I limiti dell’emergenza
di Ezio Mauro
(da “la Repubblica”, 23 aprile 2013)

Una cornice drammatica più che solenne ha accompagnato ieri il giuramento di fedeltà alla Costituzione e alla Repubblica di Giorgio Napolitano, appena rieletto capo dello Stato. Il vecchio Presidente si è commosso più volte durante il suo discorso davanti alle Camere riunite in seduta comune. Ma lui stesso ha voluto richiamare il dramma di una politica che 56 giorni dopo il voto non riesce a dar forma alle istituzioni democratiche e dopo cinque votazioni nulle, “in un clima sempre più teso”, deve richiamare in servizio il capo dello Stato uscente, con uno strappo alla prassi costituzionale pienamente legittimo “ma eccezionale”: giustificato solo dal rischio di un avvitamento del sistema nel vuoto di un Parlamento indeciso a tutto.

Napolitano vede dunque la sua rielezione come la scelta estrema di un mondo politico prigioniero dell’impotenza, incapace di autonomia nelle sue scelte, protagonista davanti ad un Paese disincantato di uno spettacolo inconcludente. Ma qui il Presidente sceglie di dare al suo secondo mandato un tono di denuncia esplicita, con un atto d’accusa preciso ai partiti, ai loro dirigenti, ai governi, ai parlamentari, chiamati in causa davanti ai cittadini “per una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità”.

L’elenco è impietoso. Nessuna risposta decente alle richieste di rinnovamento della politica e dei partiti, prima di tutto: e se anche questi ritardi sono stati ingigantiti da campagne distruttive perché invitavano a non distinguere, facendo di ogni erba un fascio, nessuna “autoindulgenza ” è possibile per questi continui “nulla di fatto”, anzi i loro responsabili sono colpevoli quanto i protagonisti di atti di corruzione.

La colpa più “imperdonabile” è naturalmente la rinuncia a cambiare la legge elettorale del “porcellum”, con quel premio sproporzionato nel regalo di una “sovra-rappresentanza” che il Pd non è riuscito a governare, e con l’impossibilità per i cittadini elettori di scegliere i loro rappresentanti. Il Presidente si chiama fuori da queste responsabilità del sistema ricordando la sua insistenza per le riforme, che i partiti hanno ignorato. Ma avverte che davanti all’emergenza le cose cambieranno: “Se mi troverò di nuovo davanti a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze davanti al Paese”.

È un programma per il nuovo mandato che durerà finché dureranno la crisi e le forze del Presidente. Ma il capo dello Stato, rifiutando pretese “salvifiche” e imponendosi anzi dopo la rielezione un particolare “senso del limite”, intende giocare un ruolo preciso nella crisi del meccanismo politico e istituzionale, incalzando i partiti e spingendoli verso quelle riforme sempre promesse, mai realizzate e ormai indispensabili per la sopravvivenza del sistema.

Un impianto “pertiniano”, se non fosse per la crisi di fiducia che cresce attorno al Parlamento e ai partiti, al loro distacco dai cittadini, alla drammatica questione sociale aperta attorno al tema capitale del lavoro e della prospettiva di futuro. Qui Napolitano si è rivolto anche ai grillini, spiegando come predicare un cambiamento disincarnato da questi problemi serva a poco, come la nuova battaglia politica si giochi dentro le Camere e non contrapponendo piazza e Parlamento, oppure rete e partiti, perché è nei partiti che in tutto il mondo si gioca la vera partecipazione democratica dei cittadini.

Al centro di questa cornice d’emergenza, c’è un governo d’emergenza. Napolitano non mette nemmeno in dubbio che il governo possa nascere. Anzi, intende vararlo senza indugio, senza badare alle formule e puntando solo alla fiducia delle due Camere. Ai partiti ha detto con durezza che i risultati elettorali possono piacere o no, ma non si possono cambiare: e quei risultati dicono che nessun partito o coalizione può governare con le sue sole forze. Dunque, qualunque patto si sia fatto con gli elettori, per il Presidente c’è oggi la “necessità ” tassativa di “intese tra forze diverse” per far nascere un esecutivo.

L’alternativa è una dichiarazione di ingovernabilità. Non è però per questo che ho accolto l’invito a prestare un nuovo giuramento da Presidente, dice Napolitano, ma per dare un governo al Paese. Dunque un programma esplicito, con qualcosa di più: la conferma che “la posta implicita” dell’invito alla riconferma per il capo dello Stato uscente era l’impegno delle forze politiche a prendersi “le loro responsabilità “. Il quadro in cui si muoverà il Presidente è dunque chiaro. Interventismo sulle riforme del sistema e della politica, pressing pubblico sui partiti perché si arrivi ad una soluzione condivisa di governo. Napolitano denuncia “l’orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni e convergenze tra forze diverse” come “segno di una regressione”, di tipo politico e culturale, ricordando che in Europa non c’è oggi nessun Paese governato da un solo partito.

La strada della nuova legislatura è quindi tracciata, il vuoto della politica e la sua inconcludenza – di cui sono colpevoli tutti gli schieramenti che si sono confrontati inutilmente in questi 56 giorni – produrrà un governo largo, basato sul programma dei “saggi” che Napolitano rivendica, cercando di mettere mano alla legge elettorale, alle misure capaci di dare un po’ di respiro all’economia e al dramma del lavoro, sapendo che il rischio Italia sta di nuovo risalendo in Europa e in particolare in Germania. Governissimo, governo delle larghe intese, governo di scopo, governo del Presidente? Napolitano ha detto di lasciar da parte le formule e le denominazioni, ma è chiaro che ognuna di queste soluzioni comporta gradi diversi di coinvolgimento dei partiti-avversari di destra e di sinistra, e dunque gradi diversi di difficoltà, in particolare per il Pd, che non regge una vera intesa con Berlusconi, dopo averlo combattuto per vent’anni denunciando la sua anomalia.

Resta dunque il problema delle identità dei partiti da preservare, delle differenze da salvaguardare, delle opinioni pubbliche di riferimento da considerare, soprattutto nei momenti in cui i gruppi dirigenti perdono autorità e prestigio, come capita in queste settimane al Partito democratico. Gruppi parlamentari senza guida e senza bussola si possono indirizzare, soprattutto davanti al rischio di scioglimento, partiti esausti e leadership estenuate dagli errori si possono convincere.

Ma rimangono le opinioni pubbliche, che contano sempre di più, e che conservano a dispetto delle sconfitte e delle delusioni un sentimento vivo delle identità politiche, delle necessità, delle opportunità ma anche delle incompatibilità. A questi cittadini bisogna parlare, e non esclusivamente al ceto politico, se non si vuole soltanto spostare la crisi dal rapporto tra i partiti e lo Stato al rapporto tra i partiti e la loro base. E di loro bisogna tener conto, se si vuole ristabilire un circuito di fiducia tra gli italiani e il sistema politico- istituzionale. Il compito del capo dello Stato si annuncia dunque difficile, più che nel primo mandato. Il suo impegno a formare il governo è il sentimento di un dovere, e va guardato con rispetto, anche perché la gestione di questo dovere deve rispettare a sua volta l’autonomia delle culture politiche, trovando soluzioni utili al Paese e valide anche per la sopravvivenza di un rapporto fiduciario tra i partiti e la loro gente: che non è un bene secondario, in un Paese smarrito.


L’applauso e le urla. La drammatica elezione di Napolitano sancisce il default del sistema
di Lucia Annunziata
(da “L’Uffington Post”, 23 aprile 2013)

L’applauso dentro l’emiciclo di Montecitorio. Le urla nella Piazza di fronte Montecitorio. Rare volte l’aggettivo drammatico è stato usato più appropriatamente per le vicende di questi nostri ultimi anni.

A Giorgio Napolitano va in queste ore il nostro ringraziamento per essersi reso disponibile ad assumere, dopo un settennato così faticoso, un incarico che si presenta ancora più faticoso. Ma la sua rielezione dà poche ragioni per felicitarsi.

Questo secondo mandato, non a caso il primo nella storia della Repubblica, è nella sua eccezionalità il segno sicuro di un default del sistema: i partiti non sono stati in grado di esercitare il loro peso, non hanno avuto né l’abilità politica né la forza numerica di trovare da soli un uomo che li rappresentasse. E sono tornati dal Presidente, l’uomo che ha già risolto a questi partiti tante grane, a chiedergli di essere aiutati, come bambini, o, se preferite, come dei questuanti.

Un default, appunto, tanto più pesante per le istituzioni in quanto è il secondo nel giro di meno di due anni. Nel 2011, di fronte alla gravità della crisi economica nessuno dei due principali partiti, Pdl e Pd, se la sentì né di continuare a governare né di andare alle elezioni: troppa la responsabilità da accollarsi nel varare gravose misure di risanamento, e troppo incerti i risultati delle urne. Anche allora fu il Presidente Napolitano a offrire una soluzione , nominando nel novembre Mario Monti, che alla fine è stato, appunto, massacrato dalla difficoltà del momento.

Ma nei mesi passati da quel Novembre i partiti non hanno evitato l’onda d’urto dello scontento popolare, del desiderio di cambiamento. E’ evidente proprio nelle vicende di queste settimane che non hanno ritrovato forza. Ricordiamo che prima della nuova salita al Quirinale dei vari leader politici, abbiamo assistito in rapida sequenza a una serie di mini collassi dell’ordine esistente: un risultato elettorale ingestibile, l’affermarsi del M5S in rappresentanza di un terzo dell’elettorato, la impossibilità di fare un governo, e lo schiantarsi del partito, il Pd, che sia pur di misura aveva vinto nelle urne.

Dunque ora abbiamo un presidente – e dobbiamo esserne contenti, perché il paese è da troppe settimane senza nessuna vera struttura di gestione, mentre nel territorio si moltiplicano le fabbriche chiuse e le famiglie in difficoltà. Ma, come si diceva, c’è poco da festeggiare.

Non si può infatti ignorare che questa soluzione è stata accolta anche dal rifiuto di alcune migliaia di persone riunite a Piazza Montecitorio. Non era mai successo, a nostra memoria, un fatto del genere. E anche se gli applausi dell’emiciclo alla nomina di Napolitano hanno superato il rumore delle grida fuori, non ne hanno certo cancellato l’esistenza. Davanti al Parlamento c’erano cittadini mobilitati da varie organizzazioni, c’era il nome di un uomo, Stefano Rodotà (certo non descrivibile come un rivoluzionario antisistema), c’erano i parlamentari di due dei partiti che in Parlamento siedono, il M5S e Sel, nonché l’adesione di uomini e sindacalisti come Barca, Cofferati, Landini, anche loro parte da anni della storia della sinistra.

A tutti loro si possono muovere critiche, perché questo è parte della democrazia. A Beppe Grillo è stato rimproverato (Rodotà ne ha preso le distanze) il suo arrivo a Roma, che evoca memorie terribili. Ma non si può cancellare il fatto che nel paese c’è una grande richiesta di cambiamento. Né si può negare che la rielezione di un Presidente è tutto meno che una trasformazione verso il nuovo.

Napolitano è uomo di esperienza e attenzione. Saprà tenere conto anche di questo prepotente domanda di cambiamento? Lo vedremo presto, nel tipo di governo che indicherà. Attendiamo dunque il nome del premier incaricato. E attendiamo di sapere quanti e quali saranno i ministri..

Una richiesta precisa al Presidente però va fatta subito: che questo nuovo governo formuli con chiarezza la sua missione, e che risponda con altrettanto chiarezza a ogni suo fallimento. Nessuno in Italia, nel clima di incertezza e paura che segna il paese, accetterà più governi tirati per le orecchie, governi stirati nel tempo pur di non morire, governicchi e pasticci politici che sopravvivono giusto per durare.


L’ottimo commento di Massimo Giannini, in video, qui.


Renzi a Palazzo Chigi
di Claudio Cerasa
(da “Il Foglio”, 23 aprile 2013)

“Dopo un discorso simile c’è solo da agire. Senza perdere tempo. Senza spirito di fazione. E pensando solo ai problemi del paese”. Le parole utilizzate ieri da Enrico Letta al termine del primo discorso pronunciato da Re Giorgio Napolitano da nuovo presidente della Repubblica sintetizzano bene la condizione in cui oggi si ritroverà il Pd durante la direzione convocata al Nazareno per mettere a fuoco la linea da seguire nelle prossime complicatissime ore in cui i democratici dovranno trovare un modo per evitare che, in vista dell’imminente governo e in vista dell’imminente rinnovo dei vertici del partito, la pentola a pressione del Pd si trasformi in una bomba a orologeria. In questo senso oggi in direzione verrà messa ai voti la delega quasi in bianco che il Pd offrirà al capo dello stato e in qualche modo verrà formalizzato il passaggio dalla guida a trazione bersaniana a quella a trazione napolitaniana. “E’ una fase in cui non si può più giocare – spiega al Foglio Giuseppe Fioroni – e in cui occorre avere il coraggio di fare le scelte giuste per governare il paese. Dobbiamo dare la nostra disponibilità senza se e senza ma al governo del presidente e non si possono più fare i giochetti di questi giorni. E se nel Pd qualcuno si azzarderà a votare contro il governo non potrà cavarsela così, fischiettando e facendo finta di niente. Questa è l’ora della responsabilità. E gli irresponsabili non li vogliamo più”. Nel Pd, rispetto all’ipotesi dell’esecutivo, esistono diverse sensibilità ma alla lunga le linee sono sintetizzabili in due grandi tronconi: da una parte ci sono i vecchi colonnelli del Pd che lavorano per un governo guidato da Giuliano Amato e dall’altra ci sono i rottamatori turco-renziani che lavorano per un governo guidato – sorpresa – proprio da Matteo Renzi. Il sindaco, a quanto risulta al Foglio, è da giorni che studia l’ipotesi (anche se i suoi amici lo sconsigliano) e la sorpresa è che da oggi a sponsorizzare la candidatura del sindaco è una delle correnti più pesanti del Pd: i giovani turchi. Non ci credete? Sentite cosa dice al Foglio Matteo Orfini. E sentite soprattutto cosa dice l’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino.

“Bisogna essere oggettivi – dice Orfini al Foglio – l’unico modo possibile che abbiamo per uscire da questa situazione è quella di proiettare il Pd del futuro subito in questo governo. Io sono contrario ad appoggiare un esecutivo che non prenda atto di quello che è successo in queste settimane anche all’interno del nostro partito e per questo sono convinto che l’unica soluzione possibile per dar vita a un esecutivo che rifletta la nuova fase che si apre nel centrosinistra è quella di candidare Renzi a Palazzo Chigi. E già da ora il Pd dovrebbe avere il coraggio di fare il suo nome, e altre soluzioni mi sembrano precarie”. L’apertura dei vecchi nemici di Renzi alla candidatura di Renzi segnala che la “nuova fase” che si apre nel Pd post bersaniano sarà destinata a mettere uno contro gli altri i rottamatori di ogni rito e i rottamandi di ogni colore. E nonostante il nome sul quale il presidente sembra essere intenzionato a puntare sia quello di Amato è un fatto che renziani e turchi abbiano circa un terzo delle truppe Pd presenti in Parlamento (72 turchi, che dopo le dimissioni di Bersani hanno ingrossato le proprie file, e 51 renziani, su un totale di 417 parlamentari pd): e anche per questo il patto stretto tra loro in vista del prossimo governo sarà destinato ad avere un peso specifico notevole, e non potrà essere sottovalutato (ieri, non certo per caso, Orfini e Renzi hanno passato buona parte del pomeriggio al telefono a studiare il piano “Rottamatori a Palazzo Chigi”). La mossa dell’improvvisa candidatura di Renzi in un certo senso nasce da una preoccupazione comune coltivata dalle nuove generazioni di rottamatori del Pd: da un lato i giovani post bersaniani temono che la presenza a Palazzo Chigi di un Amato o di un Letta garantisca alle vecchie correnti una sopravvivenza forzosa nel nuovo governo (e di conseguenza anche nel futuro del Pd) ed è per questo che i turchi minacciano di non dare la fiducia a un esecutivo di restaurazione, e non del cambiamento. Dall’altra parte Renzi – al quale subito dopo le elezioni il capo dello stato aveva già chiesto a fine febbraio la sua disponibilità a guidare un esecutivo del presidente – considera invece la fase che si è aperta dopo la rielezione di Napolitano (e dopo l’azzeramento dei vertici del Pd) il miglior terreno possibile sul quale far germogliare i semi della rottamazione, e il sindaco in questi giorni non ha fatto a meno di ricordarlo ai suoi interlocutori. “In un certo modo – dice al Foglio Graziano Delrio, presidente dell’Anci e gran consigliere di Renzi – si può dire che questa è una fase schumpeteriana di grande distruzione creatrice e sono convinto che quelli che abbiamo di fronte a noi non sono cumuli di macerie ma sono le fondamenta per rifondare il Pd”. Attorno alla corsa di Renzi, a prescindere se questa si traduca in una candidatura a Palazzo Chigi o alla guida del Pd, stanno andando a concentrarsi i consensi anche di una buona parte dell’ex apparato diessino del Pd. Dal segretario regionale campano, Enzo Amendola, fino a quello (potentissimo) dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. Tra loro però lo sponsor più pesante di Renzi è un altro sindaco (di Torino). E’ l’ultimo segretario dei Ds. Si chiama Piero Fassino. Sentite cosa dice al Foglio: “La persona migliore per guidare un esecutivo del presidente oggi si chiama sicuramente Matteo Renzi. Io sono favorevole alla sua candidatura. Perché se dobbiamo assumerci delle responsabilità di governo allora bisogna farlo da posizioni di forza e non di debolezza e quindi è giusto che il Pd metta in campo l’uomo forte che rappresenta la capacità di novità. Già da adesso, come direbbe Matteo”.


La precarietà imposta dalle due sinistre
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 23 aprile 2013)

Nessuno si illuda che la rielezione per disperazione di Giorgio Napolitano risolva d’incanto la paralisi in cui versa la politica nazionale. Nel Partito Democratico, che è la causa principale di questa paralisi, la “guerra continua”. L’armistizio tra le correnti, che ha portato alla formula disperata della rielezione, non è in grado di reggere l’impatto con le trattative per la formazione del governo indicato dal Presidente della Repubblica. Per cui è facile prevedere che la battaglia pre-congressuale apertasi nel Pd durante le votazioni per l’elezione del Capo dello Stato tornerà a riaccendersi nei prossimi giorni rendendo inevitabilmente precaria qualsiasi soluzione verrà trovata al problema della formazione del nuovo esecutivo. Chi pensa ad un governo di larghe intese sul modello tedesco, cioè un governo fondato su un accordo politico solido tra il blocco del centro destra e quello del centro sinistra, s’illude pericolosamente.

Le intese non possono essere né larghe, né solide. E non perché non ci sia la necessità di raggiungere un obbiettivo del genere ma solo perché non esistono le condizioni. Pdl, Lega e Scelta Civica fanno il loro lavoro incalzando il Pd con la richiesta di una intesa per un governo di lunga durata capace di realizzare le riforme grandi e piccole necessarie alla ripresa del paese. Ma è chiaro che la loro richiesta è destinata a non avere una risposta adeguata. Fino a quando la fase pre-congressuale e congressuale del Pd non sarà terminata ed il maggiore partito della sinistra non avrà risolto i propri problemi interni, i suoi dirigenti non saranno in grado di assumere impegni di lunga o media portata. Potranno solo concordare intese di breve durata evitando accuratamente di affrontare questioni destinate a riaccendere e condizionare la battaglia interna. La prospettiva più realistica, quindi, è che tutti i nuovi sforzi di Napolitano potranno favorire al massimo la nascita di un governo in grado solo di affrontare i temi economici della più immediata emergenza e destinato a rinviare a data da destinarsi tutti i nodi delle grandi riforme. Come dire che dopo essere stato cacciato dalla porta il pericolo di elezioni anticipate rientrerà dalla finestra spostando la data del ritorno al voto del tempo necessario per affrontare le esigenze più immediate.

Cioè sei mesi o, più probabilmente, un anno, con elezioni o nel prossimo autunno o nella primavera del prossimo anno in abbinamento con le elezioni europee. C’è una sola possibilità in grado di evitare una prospettiva del genere. Ed è quella del chiarimento interno del Partito Democratico. Fino a quando le fasi pre-congressuale e congressuale non si saranno esaurite, la precarietà del governo e della politica continuerà a dominare nel paese. Perché le divisioni interne impediscono ad un Pd intenzionato a mantenere la propria unità di compiere quelle scelte impegnative sui grandi temi d’interesse nazionale che potrebbero provocarne la dissoluzione. In estrema sintesi, quindi, l’unica possibilità di impedire che allo stallo subentri la precarietà e la eventualità del ritorno alle urne in tempi brevi consiste nella scissione a breve del Pd.

Cioè nella separazione netta tra le componenti che intendono farsi carico non solo dell’emergenza di governo e delle grandi riforme da realizzare al più presto ma anche della difesa della democrazia rappresentativa e quelle che non rinunciano al progetto di trasformare il Pd nel partito di una grande sinistra radicale, anticapitalistica e, soprattutto, decisa ad archiviare la democrazia rappresentativa sostituendola con un modello di democrazia diretta ancora tutto da definire. Una volta si sarebbe parlato di separazione tra riformisti e massimalisti, tra socialdemocratici o liberalsocialisti e comunisti di varia fazione. Adesso , più correttamente ed alla luce del superamento delle vecchie categorie, bisognerebbe parlare di sinistra realista e sinistra paranoica. Ed auspicare che la separazione tra queste componenti avvenga il più presto possibile.


Quirinale 2013: Napolitano e gli applausi dei parlamentari finti masochisti
di Peter Gomez
(da “il Fatto Quotidiano”, 23 aprile 2013)

La reprimenda ai partiti c’è stata ed è apparsa a tratti durissima. Talmente dura che, di fronte ai continui applausi scroscianti, un osservatore distratto avrebbe potuto persino chiedersi se il discorso dell’incoronazione di Giorgio Napolitano non si tenesse davanti a una platea di ferventi seguaci di Leopold Von Sacher Masoc.

È stato infatti quasi uno spettacolo hard, o comunque da stomaci forti, vedere più di 800 grandi elettori che sprezzanti del ridicolo si spellano le mani di fronte a un presidente di 88 anni mentre rinfaccia alle “forze politiche” (cioè a loro) le “omissioni”, i “guasti”, “l’irresponsabilità”, “i calcoli di convenienza”, le “esitazioni” , “i tatticismi” e “la sordità” degli ultimi vent’anni.

Per la delusione degli amanti del genere, però, la scena non aveva nulla a che fare con il masochismo. Al netto delle emozioni (per il pubblico inesperto) e delle commozioni (sincere) dell’Eterno Presidente, il dato politico dell’incoronazione è piuttosto semplice.

Le Camere dopo lunedì 22 aprile hanno di fronte a loro la prospettiva di durare anni. L’obbiettivo dichiarato dell’incombente governo presidenziale non è più approvare una legge elettorale e 3 o 4 provvedimenti urgenti per l’economia, per poi tornare alle urne. Il programma del nuovo esecutivo è invece molto più lungo ed è già stato con preveggenza redatto a metà aprile dai 10 supposti saggi quirinalizi. Centotrenta pagine da discutere e votare con tutta calma, anche perché in molti casi riguardano provvedimenti di natura costituzionale che diventano legge solo dopo quattro passaggi parlamentari.

Di qui il sospiro di sollievo (e gli applausi) di molti dei presenti. Nel centrosinistra, perché elezioni a breve significavano sconfitta certa. Nel centrodestra, perché il nuovo esecutivo vuol dire tornare al potere coltivando la concreta speranza di una soluzione (politica o para-giudiziaria) ai processi di Silvio Berlusconi. Un evento su cui nemmeno il pidiellino più fervente, fino a pochi giorni prima, avrebbe scommesso un centesimo.

Ma non basta. Viva è anche la soddisfazione del partito trasversale – minoritario ma tradizionalmente fortissimo – dei ladri. Non perché Napolitano lo sponsorizzi. Ma perché solo su una parte del loro programma i saggi hanno saputo esprimere concordi parole definitive: la mancata abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e la giustizia.

I dieci autorevoli rappresentanti del ceto burocratico e politico del secondo paese più corrotto d’Europa, sono stati infatti chiari. Hanno elencato con dovizia di particolari i provvedimenti con cui depotenziare le intercettazioni telefoniche, abbreviare i tempi d’indagine, mettere una mordacchia alla stampa, intimorire i magistrati (la creazione di una sorta di Csm di secondo grado i cui membri sono nominati un terzo dal parlamento e un terzo dall’Eterno Capo dello Stato), controllare in maniera più stringente i provvedimenti cautelari e i rapporti tra magistratura e mass media.

Forse proprio per questo Napolitano ci ha tenuto a ricordare, tra gli applausi, che la loro agenda di governo è composta da due documenti (uno sulle riforme e uno sull’economia) di cui, secondo Napolitano, “non si può negare – se non per gusto di polemica intellettuale – la serietà e la concretezza”.

Certo, sulla legge elettorale, lo ammette pure il Presidente, non è stata spesa nessuna parola definitiva. Ma il Parlamento avrà tutto il tempo per discutere. Mentre nel novero delle “polemiche intellettuali” vanno evidentemente incasellate le parole di economisti schierati su posizioni diverse secondo cui il documento “non fissa le priorità delle cose da fare” (Tito Boeri) o addirittura è caratterizzato da “proposte che sono troppe e vaghe” (Alberto Alesina e Francesco Giavazzi).

A risolvere tutto, intanto, ci penseranno i nuovi ministri. Dopo la ramanzina presidenziale il futuro che attende il Paese è radioso. Quasi quanto il passato che ci siamo lasciati alle spalle. Tutti lo hanno capito. Lo dimostrano le facce (le solite), le parole e, sopratutto, gli applausi.


Dagoreport si domanda come fa Travaglio a sapere che Mancino chiama “per ricattare Napolitano”

Questo è l”articolo di Marco Travaglio apparso oggi su “il Fatto Quotidiano””   (il punto che interessa è sottolineato da me. bdm)

Complimenti al regista, e anche allo sceneggiatore. Ieri, giorno III dell’Era Napolitana, l’Inciucio Day si è aperto di prima mattina nel supercarcere dell’Ucciardone (e dove se no?) con un sacrificio votivo sull’altare della Casta: un bel falò pirotecnico, non di agnelli o montoni o vergini inviolate, ma di nastri e bobine che immortalavano le quattro telefonate fra il capo dello Stato Giorgio Napolitano e l’indagato per falsa testimonianza Nicola Mancino, implicato nella trattativa Stato-mafia.

Con mirabile devozione e scelta di tempo, la Cassazione partecipava festosa all’incoronazione di Re Giorgio rendendo note le motivazioni della sacra pira: intercettare l’indagato Mancino senza prevedere che avrebbe chiamato il Quirinale per ricattarlo e senza rassegnarsi all’idea che la legge non è uguale per tutti fu, da parte dei giudici di Palermo, “un vulnus costituzionalmente rilevante”.

Non contenti, i supremi cortigiani hanno disposto l’ennesimo rinvio della decisione sul trasloco dei processi a B. da Milano a Brescia, facendo slittare sine die il processo Ruby e allontanando così il giorno della sentenza, onde evitare che il noto puttaniere subisse un altro vulnus mentre s’appresta al trionfale ingresso nel governo di larghe intese. Illuminato e circonfuso da quel fuoco purificatore, il nuovo Re Sole si è recato in quel che resta del Parlamento per il tradizionale discorso della Corona.

E lì ha abilmente scudisciato la Casta di cui fa parte dal 1953, raccogliendo applausi, standing ovation e ola dai frustati medesimi, ben consci che il gioco delle parti imponeva l’esercizio sadomaso per il bene supremo della sopravvivenza, all’ombra del Santo Patrono e Lord Protettore della banda larga.

Copiose le lacrime sparse da Sua Castità, nella migliore tradizione del chiagni e fotti. All’incoronazione seguirà – come da cerimoniale della Real Casa – la grazia del Re, onde evitare che i sudditi scoprano l'”orrore” (men che meno in “piazza”) di larghe intese con un condannato per frode fiscale, rivelazione di segreti ed eventualmente concussione e prostituzione minorile. Il quale saggiamente prorompe in un liberatorio “Meno male che Giorgio c’è”.

Qualche irriducibile frequentatore di piazze o (Dio non voglia) della Rete avrebbe preferito vedere, al posto di Sua Castità, un uomo libero come Stefano Rodotà. Ingenui. Mai un moralista di tal fatta avrebbe potuto raggiungere lo scranno più alto di Montecitorio senza essere abbattuto a pallettoni dagli unici autorizzati rappresentanti della volontà popolare. Basti pensare che l’incauto giurista, nel 1991 quand’era presidente del Pds, osò financo apporre la sua prefazione a un libro, Milano degli scandali di Barbacetto e Veltri, che anticipava le indagini di Mani Pulite sulla corruzione trasversale Dc-Psi-Pds.

Fu ipso facto deferito ai probiviri del partito su richiesta di alcuni protagonisti del libro, essendo venuto meno al dovere di omertà mafiosa verso i compagni che rubano. La procedura fu poi – per così dire – superata dagli eventi: i protagonisti del libro erano quasi tutti in galera e certi viri erano tutt’altro che probi.

Ma il reprobo fu comunque punito come meritava: candidato del Pds a presidente della Camera, fu battuto da Napolitano, già protagonista di epiche battaglie contro la “questione morale” di Berlinguer e comprensibilmente leader dei miglioristi filo-craxiani, ribattezzati a Milano “piglioristi” per le mirabili arti prensili di alcuni di essi (il loro giornale, Il Moderno, era finanziato da Berlusconi, Ligresti, Gavio e altri gentiluomini).

Pochi mesi dopo i magistrati di Napoli arrestavano per tangenti il manager Fininvest Maurizio Iapicca, sequestrandogli un quadernetto con la lista dei politici “vicini” al gruppo B.: tra questi campeggiava il nome di Giorgio Napolitano. Il che rende gli applausi, le standing ovation, le ola e i “meno male che Giorgio c’è” di ieri vieppiù meritati.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart