Picasso
1923
[da Edward F. Fry: “Cubismo”, Mazzotta, 1967]
La vita di un quadro è indipendente dalla vita che imita. Un capola voro quale il ritratto di Madame Rivière (Ingres, 1805, Louvre), è il ri sultato della fusione delle due forze. Procedendo su questa linea possiamo immaginare una combinazione di linee viventi, in cui l’oggetto che causa le linee stesse cessa di essere il protagonista e diviene un semplice pretesto. A questo punto, concepire la scomparsa del pretesto, è solo un passo. Il fine è diventato il mezzo – ecco il colpo di audacia cui assistemmo nel 1912, il più drammatico nella storia della pittura. Un senso di pudore di solito in duceva l’artista a togliere l’« impalcatura », una volta terminato di di segnare una bottiglia o una signora; Picasso spinge questo pudore al punto di considerare la signora o la bottiglia come l’impalcatura che rende possibile la costruzione del quadro; così egli, a sua volta, le fa sparire.
Che cosa è rimasto? Un quadro. Questo quadro non è altro che un quadro. E la differenza tra questo quadro e la combinazione decorativa che rischia di essere, – e che il maleintenzionato vi scorge – è la vita intrinseca delle forme che lo compongono.
Un giorno Picasso volle dipingere un paravento, e cercò di trovare qual che semplice arabesco decorativo. Abbandonò questa idea: il para vento era già vivo.
È perciò molto meno facile – contrariamente a quanto immagina il pubblico – ingannare gli occhi con un quadro illeggibile che con un quadro figurativo, perché quest’ultimo, anche se in sé morto, può an cora conservare del suo modello un’apparenza di vita, mentre un’opera di Picasso non deve la propria vita ad alcun artificio… Abbiamo dunque a che fare con uno Spagnolo, provvisto di tutte le più antiche formule francesi (Chardin, Poussin, Lenain, Corot), ma an che dotato di un certo potere magico. Oggetti e volti lo seguono do ve egli desidera. Un occhio bruno li divora ed essi subiscono, da quell’occhio che li ingerisce a quella mano da cui escono, un singo lare tipo di digestione.
Mobili, animali, gente, si fondono come corpi di amanti. Durante que sta metamorfosi, non perdono niente della loro forza oggettiva. Quando Picasso cambia l’ordine naturale dei numeri, ottiene ancora il medesimo totale. Non aveva le idee chiare su quel potere magico, prima di usarlo. Su cosa sarà caduta la sua prima scelta, per provarlo? Si immagini Mida dopo che Bacco gli ha dato il potere di mutare in oro ciò che tocca. Un albero, una colonna, una statua lo intimorisco no. Non osa. Esita: tocca un frutto.
Picasso dapprima si mette alla prova su ciò che gli capita a portata di mano. Un giornale, un bicchiere, una bottiglia di Anis del Mono, un pezzo di tela cerata, una carta da parato a fiori, una pipa, un pac chetto di tabacco, una carta da gioco, una chitarra, la busta di una canzone: Ma Paloma.
Lui e Georges Braque, il suo miracoloso compagno, compiono saccheg gi di umili oggetti. Escono dai loro studi? La Butte de Montmartre può ancora mostrarci gli oggetti che diedero origine alle loro armo nie: cravatte già annodate nelle mercerie, le imitazioni di marmo e le gno nei bar, la pubblicità dell’assenzio e della birra Bass, fuliggine e carta da parato nelle case in demolizione, pezzi di gesso rimasti da una partita a « mondo », insegne di tabaccai ingenuamente dipinte con due pipe Gambier legate da un nastro blu-cielo.
All’inizio i quadri, spesso ovali, sono cammei beige pieni di una gra zia astratta. Poi le tele si umanizzano, e le nature morte cominciano a palpitare di quella strana vita, che altro non è se non la vera vita del pittore. I grappoli d’uva dipinta non attirano più gli uccelli. Solo la mente riconosce la mente. È nato il trompe-l’esprit. Il trompe-l’oeil è morto.
da Picasso, Parigi, 1923, pp. 9-13