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LETTERATURA: Nel sotterraneo il giorno dopo

4 Maggio 2009

di Daniela Toschi    

Affannata e ferita correvo lungo i labirintici corridoi del sottosuolo cercando di raggiungere al più presto la Sala, quando mi si parò davanti,  proveniente in senso opposto,   una processione di uomini e donne laceri e sporchi. Erano di piccola statura, magri, e portavano nei volti scavati quei tratti, quasi disumani, quasi deformi, di chi non ha ricevuto nell’infanzia nutrimento di cibo e attenzioni. Non potevo che tornare indietro o farmi varco tra loro nel cunicolo angusto, urtandoli immancabilmente, e in questo caso non ero sicura che sarei riuscita a sostenerne l’odore e a sottrarmi all’influsso dei loro morbi.
Ma il loro fiacco incalzare fu più veloce della mia indecisione e mentre, ancora incerta sul da farsi, iniziavo a frenare la corsa, rischiai di scontrarmi con l’uomo e la donna che aprivano la fila. Avevano lo sguardo fisso e vuoto come di fiere immonde e procedevano senza neanche provare a schivarmi, quasi non mi vedessero. Non mi restò che accelerare di nuovo e scattare in avanti, le braccia strette intorno al petto, la testa ben alta, evitando per quanto possibile di contaminarmi col loro contatto. Mi arrivavano a malapena alle spalle, comunque, e alla fine li superai tutti, sorpresa di aver eluso il fetore che certo emanavano a giudicare dal loro aspetto. Doveva trattarsi di quegli stranieri che in massa, provenienti da terre già morte, erano venuti a condividere la nostra miseria recando con sé ulteriore desolazione. E così, ora, avevano violato anche i nostri sotterranei!
Giunsi alla Sala, infine.
“Cosa ci facevano qui i barbari che ho incontrato?” domandai.
“Barbari? Erano i notabili del paese. Non li hai riconosciuti?”
I notabili del paese! Ero sbalordita e sgomenta. Così dunque si erano ridotti? Così ci eravamo ridotti tutti? Non io. Non ero come loro. Non era possibile.
“E cosa ci facevano, qui, i notabili del paese?”
“Imploravano. Pregavano.”
Li immaginai muoversi in cerchio lungo le pareti ormai spoglie della Sala, trascinando le rachitiche ossa e gli stracci consunti, mentre innalzavano striduli guaiti alla volta bassa annerita dal fumo.
C’era ben poco da implorare e da pregare. Gli dèi se ne erano andati già da un bel po’, tutti, fino all’ultimo, e se anche, per caso, qualcuno di loro fosse rimasto indietro, come avrebbe potuto volgere occhi pietosi su quella sordida gentaglia? Troppo tardi per invocare aiuti superiori. Inutile e inopportuno, al punto cui eravamo giunti.
E ora io, perfino io, ero ferita gravemente. Fuori gioco, ormai, e non c’era più niente che potessi fare.
Lasciai la Sala e mi diressi alla stanza del Vecchio. Ero angustiata all’idea di trafiggere ancora una volta il suo cuore, ma non potevo astenermi dall’informarlo su quanto stava accadendo e sulle mie condizioni.
Adagiato su una poltrona il Vecchio mi dava le spalle. Non mi salutò nel sentire i miei passi né si voltò quando lo chiamai: sapeva già tutto, non c’era dubbio, e certo non gli era sfuggito il miserevole girotondo che i notabili, riesumando primitive superstizioni, avevano inscenato nella Sala. Posai le mani sullo schienale e gli parlai con voce bassa, fissando con pena la nuca sulla quale restavano ben pochi capelli bianchi, lunghi e disordinati. Ascoltò senza battere ciglio.
“Le nozze ci saranno ugualmente” disse alla fine del mio resoconto, con un tono fermo nella flebile voce.
“Tutto è perso, Vecchio! Non c’è più un futuro. Che senso avrebbe?”
Davanti a lui emerse dall’ombra una figura che riconobbi. Non avevo notato l’uomo. Osservai i capelli e le vesti, marroni come la terra, la barba corta ordinata e una saldezza immutata negli occhi castani che si posavano ora su di me, ora sul Vecchio.
“Sì”, disse l’uomo, “le nozze ci saranno, nonostante gli ultimi eventi.”
“E il futuro?”
Mi guardò senza rispondere.
Fissai quell’uomo che l’asprezza degli avvenimenti non aveva corrotto e mi compiacqui del calore che emanava da lui.
In altri tempi il Vecchio avrebbe preso la mia mano e quella dell’uomo per unirle con una benedizione, ma le circostanze attuali rendevano fuori luogo anche un simile, sobrio rituale.
Eppure mi sentivo appagata, come mai prima di allora, e pensavo alla Signora alla quale avrei voluto raccontare tutto questo. La immaginai seduta su un trono, elegante e compassata come sempre. Le avrei detto: “Non lo crederesti mai. Tante cose sono accadute, tutti siamo precipitati nell’orrore, in una barbarie ineluttabile; e io stessa sono ferita, fuori gioco, e non c’è più niente che possa fare. Ma le nozze ci saranno, nonostante tutto, e sono felice. Finalmente sono felice.” Immaginai un accenno di sorriso negli occhi neri imperturbabili.


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7 Comments

  1. Commento by Marisa Cecchetti — 4 Maggio 2009 @ 11:26

    E’ un bel racconto, per il ritmo, il linguaggio ed il messaggio. C’è una atmosfera da day after, come dopo una fine atomica del mondo. E’ stata estremizzata la decadenza che stiamo attraversando, caricandola di simboli ma aprendo alla speranza con le nozze,il diritto alla ricerca della felicità e alla progettazione della vita.

  2. Commento by Carlo Capone — 4 Maggio 2009 @ 13:00

    L’attacco è di pregio. In un primo momento mi ha ricordato le scene con zombies, poi ho pensato agli incubi in cui si viene inseguiti. In ogni caso si avverte un clima di mistero che la chiusa non scioglie. Probabile che il pezzo appartenga a un discorso di respiro più ampio.
    Prosa asciutta, sporcata qua e là da qualche aggettivo di troppo (la gentaglia è gentaglia, ad esempio,non necessita di essere descritta anche ‘miserevole’).

    Carlo Capone

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 4 Maggio 2009 @ 15:19

    Sogno o visione realistica della condizione umana futura. Ogni parola acquista identità, ogni momento manifesta la “metastasi dei segni” e l’identità ferita, sconvolta, ogni connotazione si “avvolge” nella cruda situazione contingente. Si ha la perdita di una memoria antica nell’individuazione di un contesto esistenziale sconcertante. La dinamica interiore, disvelata attraverso una forte adesione emotiva, si eleva dall’ambito immaginifico, per rivelarsi smarrimento, ma anche tensione sofferta a trasformare un impossibile “reale” e recuperarne vivibilità (la “Signora” e le nozze sono metafora di salvezza). Vibrazioni e toni sono alti e virtuosi. L’intento della ricerca di vita più consona, assecondato dal felice, incalzante aspetto formale, privilegia i significati ed inventa un viaggio, che vuol essere un monito per tutti, per non perderci in un “volo” senza ritorno
    Gian Gabriele Benedetti

  4. Commento by Daniela — 5 Maggio 2009 @ 23:18

    Sì, però la “gentaglia” è sordida e “miserevoli” sono i girotondi. Sono un pò come imprecazioni.
    Certe ridondanze offrono forse un maggior effetto catartico per chi scrive. E’ una tentazione a cui bisogna resistere, è vero, perchè dalla parte di chi legge, gli aggettivi di troppo si sentono. Trovo molto utili questi feed back immediati.

  5. Commento by Sandro Pera — 11 Maggio 2009 @ 20:09

    la realtà è un incubo dal quale non sempre ci si può svegliare, ma la speranza non muore e la felicità, anche se passeggera, può essere raggiunta.
    Sandro Pera

  6. Commento by Daniela — 11 Maggio 2009 @ 21:31

    Sandro!!! A proposito di speranza, sosteneva Mark Rothko che un’opera artistica deve contenere il 10% di speranza, “per rendere il concetto tragico più sopportabile”. Ho fatto il conto delle righe e la relativa proporzione, mi sembra di averne messa addirittura il 30%. Insomma possiamo essere ottimisti… Ciao, saluta Jenny

  7. Commento by Antonio Colonna — 14 Maggio 2009 @ 20:17

    A me personalmente, il racconto della Toschi fa venire in mente suggestioni dall’Inferno dantesco, dal “sottosuolo” di Dostoevskij e da Kafka (autore di cui la Toschi si occupa intensivamente da un paio d’anni). Si, direi soprattutto da Kafka, per l’evidenza onirica e orrorifica, da incubo, di situazioni e personaggi e per l’ambiguità dei messaggi, ammesso che ce ne siano. Non credo infatti che si tratti di un racconto “a chiave”, in cui bisogna decifrare dei messaggi più o meno criptici (errore in cui si incorre comunemente, appunto, quando si legge Kafka). Direi che si tratta piuttosto di una “discesa agli inferi”: e da sempre, fin dalla mitologia greca, le “discese agli inferi” rappresentano delle discese nell’Inconscio, cioé nel “ventre oscuro” della nostra psiche. Quanto al Vecchio e alla Signora, é verosimile che rappresentino, rispettivamente, la Saggezza e la Salvezza: cioè, ancora una volta, archetipi di una figura paterna e di una figura materna, che ognuno di noi (o, almeno, la parte infantile di ognuno di noi) assume come possibili guide nell’Orrore del Mondo.
    Quanto alla lingua della Toschi infine, va detto che dai primi racconti (scritti quasi di getto) in poi, essa si é andata perfezionando sempre più: la sua parola si é fatta sempre più meditata, limata, sofferta, approssimandosi per gradi alla “parola unica ed insostituibile”.
    Ciao, Daniela.

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