Dichiarazione a Marius de Zayas
1923
[da Edward F. Fry: “Cubismo”, Mazzotta, 1967]
Faccio fatica a capire l’importanza data alla parola ricerca in relazio ne alla pittura moderna. Secondo me cercare non significa niente in pittura. Ciò che conta è trovare. Nessuno si interessa di seguire un uomo che, con gli occhi fissi al suolo, passa la sua vita a cercare il borsellino che la fortuna potrebbe mettere sulla sua strada. Chi trova qualcosa, non importa cosa possa essere, anche se non aveva inten zione di cercarla, suscita almeno la nostra curiosità, se non l’ammi razione.
Tra le varie colpe di cui sono stato accusato, nessuna è più falsa di quella secondo la quale io avrei, come obiettivo principale nel mio lavoro, lo spirito della ricerca. Quando dipingo, il mio obiettivo è mo strare ciò che ho trovato, e non ciò che sto cercando. In arte le inten zioni non bastano e, come diciamo in Spagna, l’amore deve essere provato dalle azioni e non dai ragionamenti. Conta ciò che uno fa, non ciò che ha intenzione di fare.
Tutti sappiamo che l’Arte non è verità. L’Arte è una bugia che ci fa raggiungere la verità, perlomeno la verità che ci è dato di compren dere. L’artista deve sapere come convincere gli altri della sincerità delle sue bugie. Se egli mostra nella sua opera soltanto ciò che ha cercato e ricercato, per il suo modo di dire bugie, non ottiene niente. L’idea della ricerca ha spesso fuorviato la pittura, inducendo l’artista a perdersi in elucubrazioni mentali. Forse questo è stato l’errore prin cipale dell’arte moderna. Lo spirito della ricerca ha avvelenato coloro che non hanno pienamente compreso tutti gli elementi positivi e con clusivi dell’arte moderna, e li ha indotti a tentare di dipingere l’invisi bile, cioè ciò che non si può dipingere.
Essi parlano di naturalismo in opposizione alla pittura moderna. Mi piacerebbe sapere se qualcuno ha mai visto un’opera d’arte naturale. Natura e arte, essendo due cose distinte, non possono essere la me desima cosa. Con l’arte esprimiamo la nostra concezione di ciò che non è natura.
Velasquez ci ha lasciato la sua idea della gente del proprio tempo. Senza dubbio quella gente era diversa da come egli la dipinse, ma noi non possiamo concepire un Filippo IV diversamente da come lo dipinse Velasquez. Anche Rubens eseguì un ritratto dello stesso re, che però sembra essere tutta un’altra persona. Noi crediamo al ri tratto dipinto da Velasquez, perché ci convince con la sua forza. A partire dai pittori delle origini, i primitivi, la cui opera è ovviamente diversa dalla natura, fino a quegli artisti che, come David, Ingres e persino Bouguereau, credettero di dipingere la natura com’è, l’arte è sempre stata arte e non natura. E dal punto di vista dell’arte non ci sono forme concrete o astratte, ma solo forme, che sono bugie più o meno convincenti. È fuori dubbio che quelle bugie siano necessarie alle nostre menti, così come è attraverso loro che noi formiamo la nostra concezione estetica della vita.
Il cubismo non è affatto diverso da qualsiasi altra scuola pittorica. Tutte hanno in comune i medesimi princìpi e i medesimi elementi. Il fatto che per molto tempo il cubismo non sia stato compreso e che ancora oggi c’è della gente che non ci vede nulla, non significa nien te, lo non leggo l’inglese, un libro inglese per me è un libro bianco. Questo non significa che la lingue inglese non esista; e perché dovrei rimproverare gli altri invece di me stesso se non posso capire una cosa di cui non conosco niente?
Ho sentito anche spesso parlare di evoluzione. Più volte mi è stato chiesto di spiegare l’evoluzione della mia pittura. Per me non c’è pas sato né futuro in arte. Se un’opera d’arte non può vivere sempre nel presente, non se ne deve assolutamente tener conto. L’arte dei Greci, degli Egiziani, dei grandi pittori vissuti in altri tempi, non è un’arte del passato; forse è più viva oggi di quanto non sia mai stata. L’arte in sé non evolve: cambiano le idee della gente, e con esse il loro modo di esprimersi. Quando sento parlare dell’evoluzione di un arti sta, mi sembra che lo si consideri come fermo in mezzo a due spec chi, paralleli: la sua immagine risulta riprodotta infinite volte; così, contemplando quell’artista, si vuoi chiamare la successione di imma gini di uno specchio, il suo passato, e l’altra successione di immagi ni il suo futuro; mentre la sua immagine reale è considerata il suo presente. Ma in questo modo non si tiene conto del fatto che sono sempre le stesse immagini su piani differenti.
Variazione non significa evoluzione. Se un artista modifica il suo mo do dì esprimersi, ciò significa solo che ha cambiato il suo modo di pensare, e cambiando, potrebbe essere per il meglio come per il peggio. Le diverse maniere che io ho usato nella mia arte, non devono essere considerate come una evoluzione, o come passi verso uno sconosciu to ideale di pittura. Tutto ciò che ho fatto, l’ho sempre fatto per il presente, e con la speranza che rimanesse sempre nel presente. Quan do ho trovato qualcosa da esprimere, l’ho fatto senza pensare al pas sato o al futuro.
Non credo di aver usato elementi radicalmente differenti nelle diverse maniere adottate nel dipingere. Se i soggetti che ho voluto esprimere mi hanno suggerito differenti modi espressivi, non ho mai esitato ad adottarli. Non ho mai fatto tentativi o esperimenti. Ogni volta che avevo qualcosa da dire, l’ho detto nel modo in cui sentivo di doverlo dire. Motivi differenti richiedono inevitabilmente differenti metodi di espres sione. Questo non implica evoluzione né progresso, ma un adattamen to dell’idea che si vuole esprimere e dei mezzi per esprimere quell’idea. Non esistono arti di transizione. Nella storia cronologica dell’arte ci sono periodi più positivi, più completi di altri. Ciò significa che vi so no periodi con artisti migliori che in altri periodi. Se si potesse rap presentare graficamente la storia dell’arte, come sul foglio usato da un’infermiera per segnare i cambiamenti di temperatura del suo pa ziente, vi si vedrebbero le stesse silhouettes montagnose, che dimo strerebbero come in arte non c’è progresso ascendente, bensì un con tinuo sali-scendi non determinato nei tempo. Lo stesso avviene per l’opera di un singolo artista.
Molti pensano che il cubismo sia un’arte di transizione, un esperimen to che deve produrre ulteriori risultati. Chi pensa così non ha compre so il cubismo. Il cubismo non è un seme o un feto, ma un’arte che si occupa essenzialmente di forme, e quando una forma è realizzata, è là a vivere la sua propria vita. Una sostanza minerale di struttura geo metrica, non è così fatta per un certo periodo di tempo: rimarrà ciò che è e manterrà sempre la propria forma. Ma se dobbiamo applicare la legge dell’evoluzione e della trasformazione all’arte, dobbiamo al lora ammettere che ogni arte è transitoria. Al contrario, l’arte non en tra in questi assiomi filosofici. Se il cubismo è un’arte di transizione, sono sicuro che l’unica cosa che ne potrà derivare, sarà un’altra for ma di cubismo.
Matematica, trigonometria, chimica, psicoanalisi, musica: cosa non si è citato a proposito di cubismo, per offrirne una più facile interpreta-zione. Pura letteratura, per non dire sciocchezze, che è solo riuscita ad annoiare la gente con delle teorie.
Il cubismo si è posto entro i limiti e le limitazioni della pittura, senza pretendere mai di andare oltre. Il segno, il disegno e il colore sono compresi e praticati dal cubismo nello spirito e nella maniera in cui sono compresi e praticati da tutte le altre scuole. Differenti possono es sere i nostri soggetti, perché abbiamo introdotto nel quadro oggetti e forme prima ignorati. Abbiamo tenuto i nostri occhi aperti su ciò che ci circonda, ed anche i nostri cervelli.
Diamo alla forma e al colore tutto il loro significato individuale, nella misura in cui possiamo vederli; nei nostri soggetti, manteniamo la gioia della scoperta, il piacere dell’inaspettato; il nostro soggetto stesso de v’essere fonte di interesse. Ma per quale ragione dobbiamo dire quel lo che facciamo quando chiunque può vederlo, se vuole?
« Picasso Speaks », The Arts, New York, maggio 1923, pp. 315-26; ristampato in Alfred Barr: Picasso, New York, 1946, pp. 270-1