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LETTERATURA: “Un luogo incerto” di Fred Vargas, Einaudi

16 Giugno 2009

di Francesco Improta

Un luogo incerto è il decimo polar di Fred Vargas pubblicato in Italia nella collana Stile Libero dell’Einaudi. Definirlo un polar mi sembra comunque riduttivo e poco appropriato; se vogliamo infatti rimanere nell’ambito dei generi letterari dovremmo parlare di giallo enigma e dovremmo accostare la Vargas agli scrittori inglesi di polizieschi ad A. C. Doyle e soprattutto ad Agatha Christie. Giallo enigma perché c’è sempre nei romanzi di Fred Vargas l’identificazione di un pericolo o di un movente e di conseguenza tutto un percorso, fisico e mentale, per giungere alla verità, a una saggezza superiore o, come dicevano gli antichi, alla catarsi; Agatha Cristie, invece, per il carattere simbolico delle sue storie che si avvicinano, come la stessa autrice ha detto in più di un’intervista, all’epica antica, quella omerica per intenderci, o quella medievale, epoca di cui la Vargas ha una conoscenza minuta e approfondita.
Fred Vargas, pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau, è un’archeozoologa e lavora al Centro nazionale francese per le ricerche scientifiche, scrive nel tempo libero o meglio, secondo una diceria che ha tanto il sapore di una leggenda, durante le vacanze estive.
Riassumere la trama di un giallo è, come sempre, difficile e poco opportuno, ci limiteremo a dire che la vicenda ha ancora una volta come protagonista il commissario Adamsberg, “lo spalatore di nuvole“, dotato di razionalità e di intuizione, di quelle due parti del cervello di cui gli eroi fanno uso, ma Adamsberg, va detto a scanso di equivoci, è un eroe malgré lui, e anche in questa sua nuova indagine, che ha sempre più carattere e sapore di quíªte, è accompagnato dal fedele, elegante ed erudito Langlard, al quale ricorre nei momenti di difficoltà, quando ha bisogno di chiarire dubbi e incertezze o colmare improvvisi vuoti di memoria o di cultura. L’azione inizia a Londra, dove dinanzi al famoso cimitero di Highgate vengono trovate diciassette scarpe con dentro altrettanti piedi umani mozzati, si sposta quindi a Parigi, dove un vecchio giornalista viene massacrato e ridotto in poltiglia, e successivamente in Serbia nei pressi della tomba di Peter Plogojowitz, un con ­tadino che nel 1725 era stato riesumato con il sospetto di essere un vampiro e trafitto, secondo una tradizione letteraria consolidata, con un palo di frassino.
Qualche critico ha rimproverato alla scrittrice di essere alquanto ripetitiva nelle situazioni, nei personaggi e nei loro riflessi psicologici, spesso prevedibili, ma io ritengo che nei romanzi di genere e in quelli seriali ancora di più, uno dei meriti maggiori è la riconoscibilità che oltretutto in situa ­zioni pericolose o incresciose è quanto meno rassicurante.
Altri critici o semplici lettori l’hanno accusata di non aver avuto il coraggio, in questa storia, di varcare il limite tra reale e soprannaturale, ma io credo che la Vargas, scienziata, laica e razionalista, non avesse alcuna intenzione di esplorare il mondo del soprannaturale ma soltanto di analizzare, flirtando con il gotico e con l’horror, le nostre paure e le nostre angosce e più quelle collettive che quelle individuali, non ci dimentichiamo che la Vargas ha studiato, a livello professionale, i meccanismi di trasmissione della peste dagli animali agli uomini e anche qui, in effetti, tratta della propagazione di un contagio, quello della paura dei vampiri. Del resto il titolo del libro non rimanda solo al luogo in cui è seppellito Plogojowitz, al quale nessuno osa avvicinarsi, ma anche al nostro inconscio indefinito, talvolta paludoso, capace, cioè, di risucchiarci, sempre pericoloso o minaccioso. Non mancano in sottofondo riferimenti alla Storia letteraria, penso a Dante Gabriele Rossetti e Bram Stocker, o a quella più drammatica della guerra serbo-bosniaca, si legge a un certo punto: “persone che non parlano della guerra, e uomini che non avevano partecipato alla guerra perché qui non lasciano donne e bambini soli al villaggio“, da cui si evince la sensibilità e l’umanità che l’autrice attribuisce alla popolazione slava o a parte di essa.
Come in tutti i romanzi di Vargas i dialoghi, permeati di umorismo, sono vivaci e accattivanti, i personaggi e non solo quelli ormai familiari (Adamsberg, Danglard, Retancourt) sono tutti sapientemente costruiti e la lingua, come al solito, risulta musicale e sonora.


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Un luogo incerto” di Fred … — 16 Giugno 2009 @ 17:06

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