di Patrick Waldberg
[dal “Corriere della Sera”, domenica 10 agosto 1969]
Parigi, agosto.
Tra i ricercatori d’assolu to, la cui presenza nobi lita il nostro tempo, Georges Malkine occupa senza dub bio un posto a parte. Nato nel 1898 a Parigi, da madre danese e padre russo, la sua vita ha attraversato le bu fere dell’epoca così come un pesce volante che erompe al l’improvviso dalla schiuma, ripiomba nell’opacità fredda e risorge di nuovo, là dove meno lo si aspetterebbe, per il tempo di un’opera, di un gesto, o solo di uno sguardo.
Sarebbe altrettanto diffici le definire la personalità di Malkine che ricostruire con esattezza la sua esistenza, di cui conosciamo qualche epi sodio saliente ma di cui egli ha scrupolosamente nascosto diverse tappe, lunghe e signi ficative. Tuttavia, per quel poco che lui ci ha lasciato sapere, questa esistenza mi sembra esemplare nel senso che l’avventura dello spirito vi coincide con l’avventura vera e propria, che un rigo re scrupoloso va di pari pas so con uno stato di assoluta disponibilità. Può darsi che il segreto di questa vita fuo ri serie consista nella costan te ricerca dello stato di gra zia e nel rifiuto di tutto ciò che nel nostro mondo tende a mortificare lo slancio creativo.
Educato in un ambiente di musicisti, Malkine, a quin dici anni, si mette a dipin gere, ciò che appare già un modo di affermare la sua diversità. Per una decina di anni, non mostrerà niente di quello che fa a nessuno, tranne al confidente, all’a mico dei suoi vent’anni, al poeta Robert Desnos che lo incoraggia e lo porta con sé da coloro â— André Breton, Louis Aragon â— che ben pre sto fonderanno il movimento surrealista.
Ma passano ancora degli anni prima che egli accon senta ad esporre, nel 1927, alla «Galerie Surréaliste » in via Jacques Callot, alcune delle opere di cui era più sicuro. La più parte dei suoi quadri d’allora sono oggi in trovabili, distrutti o imbu cati nel fondo di oscure sof fitte, ma se noi guardiamo quelli che ci sono stati pre servati, rimaniamo sbalor diti per la loro arditezza, la loro sottigliezza e il potere di anticipazione, che fanno di Malkine un autentico precursore. Con un anticipo di un trentennio, egli ha prefigurato quello che si suole definire « arte infor male ». Nello stesso tempo, con alcune composizioni co me l’Uragano (1926) ripro dotto nella Storia dell’Arte Moderna, dei fratelli Fabbri, diretta da Franco Russoli (fascicolo 60), attribuiva una nuova dimensione alla pittura poetica, così come la concepivano i simbolisti.
A questo punto la vita di Malkine prende una rotta che la fa assomigliare nel lo stesso tempo alle Vite immaginarie descritte da Marcel Schwob e a quella di Melmoth, l’errabondo. Po co convinto del successo, che in realtà c’era stato, della sua mostra, si imbarca per l’Oceania, passa da Tahiti alle Marquesas, poi va ad Haiti e negli Stati Uniti. Si rovina, lavora come sommoz zatore in un bastimento, riappare a Parigi, quindi, nel 1933, cessa di dipingere. Da allora sarà una serie ininterrotta di colpi di for tuna seguiti da colpi di sfortuna, di apparizioni fol goranti seguite da lunghi inabissamenti nelle tenebre. Eserciterà, via via, i mestie ri più eterocliti, perfino i più umili: operaio di offi cina, violinista, fotografo, venditore di cravatte, impie gato di banca, correttore di bozze, installatore di circhi, attore, magazziniere, e ne ho citati soltanto alcuni.
Un nostro incontro risale circa al 1933 epoca tranquil la, quando egli attingeva la sua arte di vivere a Tho mas de Quincey. Il suo ascendente su di me era no tevole. Piccolo, snello, molto bruno, un viso da masche ra precolombiana, nei suoi sguardi si vedevano bale nare delle vampe nere, e i suoi silenzi sapevano ave re un peso d’oro. Era uno di quelli la cui sola presen za si impone.
Malkine disparve nel 1948. Gli anni passarono. Lo si credeva morto. Ogni tanto, coi rari suoi compagni di un tempo, si rievocava il suo ri cordo. Poi, un bel giorno del 1967, sento battere alla mia porta: era lui. Arrivava dal l’America, e portava nei suoi bagagli diverse tele. Era giu sto rendergli un omaggio, ciò che venne fatto alla Gal leria Monna Lisa, e vi con corsero tutti i vecchi amici, tra cui Max Ernst, André Masson, Jacques Prévert, Louis Aragon. All’emozione per questa stupefacente rina scita si aggiungeva la sor presa suscitata dalle opere che ci aveva portato. Aragon diceva: «Il cammino, dalle tele di una volta e quelle di adesso, è singolare. Malkine ha abbandonato ad altri la astrazione, ha ripreso il mo do poetico. Siamo di nuovo nel figurativo, direte. Si tratta soltanto di sapere co me e che cosa il pittore raffiguri. L’unità di questi spettacoli che ci sono offer ti consiste nella pittura, si potrebbe dire, se io fossi del la partita, nella materia. Cu riosa mescolanza di castagna e madreperla. E l’aria è gra nulosa come la sabbia… ».
L’immagine poetica che ci consegna Malkine gioca spes so sulle analogie più eviden ti: l’uccello in volo e la cre sta schiumosa dell’onda, il bastimento e la sua ancora, l’occhio umano e il pesce. Nei suoi interni, il quadro appe so irradia una sua propria luce. Nella strada due pas santi si incontrano e si al lontanano mentre sul muro le ombre si abbracciano. A rivelare però la sua assolu ta originalità sono le dimo re, ch’egli ha concepito per i poeti, i musicisti e i pit tori da lui amati. Sono dei fortilizi d’anima, costruiti in pietra filosofale, dei castel li stellati, avrebbe detto Breton, eretti sul fianco degli abissi.
Dall’alto del suo nido di granduca, non lontano dalla Porta Saint-Denis che fu uno dei luoghi classici del sur realismo, Malkine, il « reve nant », ci rivolge dei segna li patetici e splendidi. A noi il coglierli, non lasciarcene sfuggire il messaggio.