Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Renato Brunetta: «Ferocia su di me perché sono basso »

26 Maggio 2013

intervista a Renato Brunetta
(da “Lettera43”, 26 maggio 2013)

Renato Brunetta alza la voce.
«Bastaaa!!! C’è una differenza profonda tra come io sono e come mi descrivono. Sono ossessionati da me ».
Soprattutto «la sinistra. D’Alema mi ha chiamato energumeno tascabile, Furio Colombo mini-ministro. La damnatio di Gino Strada, la ‘seggiola’ di Dario Fo, gli psicologismi d’accatto di Francesco Merlo, per cui la mia politica sarebbe frutto del mio complesso… Bastaaa!!! ».
L’ex ministro della Pubblica amministrazione, secondo quanto affermato il 26 maggio al Corriere della Sera, ha ammesso che una battuta l’accetterebbe, ma «in queste parole infami c’è lo sguardo che mi è dedicato ed è profondamente razzista. Fanno come con Balotelli: siccome è un vincente, gli fanno buu ».

IMMONDA FEROCIA. Piccolo problema però: Mario Balotelli, attaccante del Milan e della Nazionale è di colore. «E io sono piccolo. Perché tanta ferocia nei miei confronti? Per la mia altezza? Perché un nano osa pensare e non solo fare la comparsa nei film di Fellini? Osa parlare di tutto e non solo della sua statura? Osa far politica a tutto tondo e con grinta, senza limitarsi a raccontare le discriminazioni subite perché povero e basso nel liceo dei signori? Persino Renzi… ».
IL RUOLO DI RENZI. Renato Brunetta non ce l’ha comunque con tutti. «Matteo Renzi, a sinistra, è stato l’unico (che lo ha difeso, ndr) e lo ringrazio. Poi però dice che stanno prevalendo le idee di Brunetta come se fossero cosette, roba da poco. Ho qui l’agenzia: l’altro giorno ha detto che ‘era meglio prendere i voti di destra che avere Brunetta’. Anche Fonzie-Renzi è ossessionato da me. Fa comodo ignorare che mi sono guadagnato la cattedra universitaria con studi e sudore, facendomi largo tra i soliti pregiudizi; e che con Tarantelli sono stato il progettista dell’accordo di san Valentino, il blocco della scala mobile che salvò l’Italia; da allora vivo sotto scorta. Ora sono un leader culturale di un’area. Però non mi attaccano per le mie tesi, ma per la mia statura. Anche Monti l’ha fatto. Pur di non darmi ragione, ridono di me. Cercano di ridicolizzarmi ».
«Prima nessuno mi prendeva in giro. Tutto è cominciato con la politica »

Una derisione fin da quando era ragazzo? «No. Nella Venezia popolare dove sono nato mi rispettavano. Tutto è cominciato con la politica. Quando ho messo mano alla riforma della pubblica amministrazione, non hanno reagito nel merito, ma prendendosela con il mio fisico e il mio carattere ».
Renato Brunetta è un fiume in piena: «Basta con la storia del nano e del complesso che ne avrei derivato. Balle. È come dire: quello è così perché è povero, quello ha la faccia da delinquente… Ma siamo pazzi? Così si torna a Lombroso: e il passo tra Lombroso e Mengele, tra il determinismo e l’eugenetica, è breve. Come può un medico come Gino Strada dire che io sono ‘esteticamente incompatibile con Venezia?’. Per fortuna la natura umana non è solo nel dato biologico. Lo dico da laico: c’è l’anima, c’è l’intelligenza, c’è lo spirito, c’è la poesia, c’è l’emozione. C’è il sublime. E, per tornare a De André, nessuno conosce ‘la statura di Dio’. Il mio punto di forza è essere me stesso, tutto intero. Ho il carattere che ho: un cattivo carattere come tutti quelli che ne hanno uno. Sono uno che si arrabbia; ma poi se uno mi tende un mignolo gli do il braccio. E qualche idea buona l’ho avuta ».

LE CRITICHE A TREMONTI. Renato Brunetta ha ricordato i tempi in cui (era il 2009) era il solo «a contestare la linea di Tremonti. Sono stato il primo a denunciare l’imbroglio dello spread e la pretesa della trazione germanica dell’Europa. Ho scritto con Enrico Letta la risoluzione congiunta di centrodestra e centrosinistra sull’Europa. Berlusconi ha preso sul serio le mie analisi, ponendo le basi per il rilancio del Pdl. Le mie tesi sono mie, di neo-keynesiano, uomo di sinistra. Nano di sinistra? Basta, con questa autodefinizione spero si chiuda per sempre questo capitolo ».

UN UOMO DI SINISTRA CHE STA CON SILVIO. «Sono un socialista riformista. Guardo dove stanno i comunisti, e sto dalla parte opposta ».
Eppure ora il Pdl siede al governo con la sinistra. «Non è il mio governo. Ciascuno ha chiesto il voto per il suo programma. Tuttavia, un minuto dopo l’esito del voto sono diventato uno dei più convinti assertori della necessità di una grande coalizione, di questo governo, che chiamo di pacificazione nazionale. Una pacificazione non seduta, una grande coalizione che non si contempla l’ombelico ma realizza un programma necessario. Io come capogruppo del Pdl mi comporto da cane da guardia del programma. E sinora la mia guardia funziona. Sull’Imu ha funzionato. Ora si tratta di congelare l’Iva. Umanizzare Equitalia. E imporre un passo diverso all’Europa. Siamo l’unico Paese in cui destra e sinistra sono d’accordo nel voler mutare la politica europea di austerità ».
Nodo vigilanza Rai. «Dipendesse da me la vorrei privatizzare »

Con la formazione di un nuovo governo, in posta c’è la vigilanza Rai.
«I vertici furono scelti ai tempi di Monti. Il nuovo governo deciderà. Io chiederò di far rispettare la legge: si mettano on line tutti gli stipendi; dirigenti, giornalisti, artisti. E proporrò di abbassare il canone e metterlo in bolletta: pagare meno, pagare tutti. Dipendesse da me, la Rai la privatizzerei. Due reti ai privati, una di servizio pubblico. Basta follie: basta Benigni, basta Camilleri, basta sudditanza culturale ».

IN DIFESA DEL CAV. E a Berlusconi cosa conviene? «Basta anche con questa ossessione. L’antiberlusconismo – senza paragonare i fenomeni, ci mancherebbe – ha aspetti eclatanti e altri sottili e non detti, come l’antiebraismo. Gli zar quando avevano problemi interni risvegliavano l’odio antiebraico, e trasformavano la ribellione in pogrom. Così accade oggi a sinistra. Se vuole avere un futuro diverso dalla tristizia dei manettari, la sinistra deve smettere di alimentare l’antiberlusconismo come collante velenoso, che uccide i suoi stessi ideali. Non parlo tanto dei professionisti dell’insulto greve, come Fo e Strada. Parlo dei radical chic come Scalfari, Merlo, Colombo, D’Alema… ».

AVANTI COL GOVERNO. Quanto dura il governo? «Mi ricorda la visita di leva di Andreotti, che secondo l’ufficiale medico doveva defungere in pochi mesi e campò più di settant’anni. Ogni governo nasce per durare una legislatura. E dura finché governa. Nessuno è così pazzo da far cadere un governo che governa ».


Una penna rossa in cella: solo così cambierà la legge
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 26 maggio 2013)

I lettori avranno notato che la nuova condanna al carcere di alcuni giornalisti non ha destato grande scalpore. Ne abbiamo parlato noi del Giornale e pochi altri. I grandi quotidiani hanno riportato la notizia come se si trattasse di un tamponamento sull’autostrada: routine.
Nessun dibattito nei talk show televisivi, zero interrogazioni parlamentari. Il fatto che si stia facendo strame della libertà di stampa non scandalizza. Ormai usa così. L’abitudine alle cose orrende cancella lo sdegno, appiattisce in basso le emozioni e le commozioni, addormenta le coscienze.
Prevale la reazione tipica delle democrazie calpestate: chissenefrega. Cosicché a molti pare addirittura normale che il direttore di Panorama, Giorgio Mulè, abbia subìto una pena pesante per omesso controllo: 8 mesi di reclusione, senza condizionale in quanto recidivo. E normalissimo che Andrea Marcenaro e Riccardo Arena, autori degli articoli «criminali », abbiano avuto un castigo peggiore: un annetto dietro le sbarre. Attenzione. La sentenza di cui ci occupiamo è di primo grado, quindi non definitiva. Ci sarà l’appello e ci sarà pure la Cassazione. Può darsi che alla fine il giudizio venga modificato e sfoci persino in un’assoluzione. Intanto però i tre colleghi non vivranno sereni. È impossibile lavorare con profitto sapendo che tra un anno o due – dipende dalla velocità (o lentezza) della giustizia – potresti essere arrestato e sbattuto dentro.

Sul Corriere della Sera, ieri, l’avvocato (eccellente) Caterina Malavenda, esperta in materia, ha steso un commento dicendo che comunque i tre reprobi difficilmente andranno in carcere: esistono pene alternative, per esempio l’affidamento ai servizi sociali e i cosiddetti domiciliari. Sai che consolazione. In fondo, perdere il posto di lavoro, lo stipendio e la dignità è il male minore, secondo un’interpretazione piuttosto superficiale dei rischi che corrono coloro i quali si dedicano all’informazione.
Rammento che dalla caduta del fascismo solamente tre colleghi su migliaia hanno patito una condanna penale. A parità di reati, tutti gli altri se la sono cavata con multe più o meno salate. Gli sfigati hanno un nome: Giovannino Guareschi, Lino Jannuzzi e Alessandro Sallusti, considerati di destra. Ai quali si aggiungono ora Mulè, Marcenaro e Arena, che fanno parte della redazione di Panorama, settimanale edito da Mondadori, azienda di proprietà della famiglia Berlusconi. Coincidenze insignificanti? Può darsi. Segnalo però una stranezza. I giornalisti di sinistra, che sono la maggioranza in Italia, e che spesso si sono spinti ben oltre i limiti considerati invalicabili dalla legge (o meglio, da chi la amministra con ampia discrezionalità), l’hanno sempre fatta franca. Evidentemente sono stati fortunati. Non oserei pensare che abbiano goduto di un privilegio derivante dalla loro posizione politica.

È un dato comunque che chi è di destra viene bastonato, chi invece è di sinistra (o passa per esserlo) viene accarezzato. Ecco perché mi permetto di rivolgere una preghiera alla magistratura. Sono quasi sicuro che le toghe, rosse o di altra tinta, siano imparziali e non si sognerebbero di discriminare gli imputati. Ci mancherebbe. Ciò che chiedo loro è anche di apparire vistosamente tali. Come? Condannando subito alla galera un paio di pennini rossi (o rosa) ovvero redattori o editorialisti che firmano sui quotidiani di peso, per esempio Repubblica, Corriere e Stampa. La mia (nostra) richiesta non è ispirata a sentimenti negativi nei loro confronti, ma funzionale al raggiungimento di un obbiettivo: la revisione della legge che disciplina malamente e arcaicamente ciò che attiene alla nostra professione e alla libertà di pensiero. Legge vecchia e inadeguata che, unanimemente, è ritenuta meritevole di essere riscritta sulla base delle esigenze maturate nel tempo.

Sottolineo. Il potere legislativo e il potere esecutivo, pur essendo d’accordo sulla necessità di mutare registro e di allinearsi in questo campo ai Paesi più evoluti, per esempio l’Inghilterra, traccheggiano e non combinano niente. Nei giorni di fuoco, durante i quali Sallusti era in procinto di essere arrestato (poi lo fu), il Parlamento – con 20 o 30 anni di ritardo – scoprì che le regole circa la diffamazione a mezzo stampa erano superate e cercò (per finta) di recuperare terreno. Era scontato, però, che i partiti avrebbero litigato su questioni di lana caprina. In effetti, fecero un buco nell’acqua. Anziché cancellare la prigione per i giornalisti, la confermarono.
Recentemente, il governo ha ripresentato la cosiddetta legge bavaglio tesa a stroncare l’abuso di intercettazioni. Iniziativa lodevole? Forse sì, nelle intenzioni. Ma in pratica essa prevede la galera per i giornalisti che diffondono conversazioni telefoniche. Dal che si evince che i politici, lungi dal volere eliminare le pene detentive per la categoria, aspirano a estenderle. Ma allora è un vizio. Per estirpare il quale supplico i magistrati di infliggere il supplizio del carcere a un paio di giornalisti progressisti, senza esitazioni. Soltanto in questo modo otterremo il risultato auspicato, cioè la mobilitazione degli onorevoli e dei senatori di sinistra (gli unici che contano) finalizzata a rivedere l’iniqua legge, risparmiando l’umiliazione della cella agli scribi.
La mia è una supplica, illustri magistrati, non una provocazione. Se mi fate la cortesia di blindare qualche mio collega chic, di quelli che fin qui avete trascurato, sono sicuro che le Camere si daranno immediatamente una mossa per rifare di sana pianta la legge obbrobrio in vigore e che voi applicate non per capriccio o faziosità, bensì perché c’è. Basta depennarla e sostituirla con quella inglese; un’operazione che comporta uno sforzo della durata di 10 minuti. Nel senso che è sufficiente prendere in blocco la normativa del Regno Unito, madre della democrazia e della libertà di stampa, e trasferirla nei nostri codici di Carlo Codega.
Insisto, signori giudici e signori della pubblica accusa: siate più ragionevoli dei politici e costringeteli ad esser assennati almeno per pochi minuti. Non è un’impresa ardua.


Una medicina che non ci piace ma che forse ci guarirà
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 26 maggio 2013)

HO LETTO ieri sul Foglio cinque pagine di giornale che Claudio Cerasa ha dedicato a Enrico Letta facendone un ampio ritratto politico e culturale. Cerasa è uno dei migliori analisti di personaggi, è giovane, specializzato sulla sinistra e in particolare sul Pd e, pur scrivendo su un giornale di parte, mantiene un’encomiabile obiettività senza naturalmente rinunciare alle sue opinioni. Il ritratto di Letta è abbastanza corrispondente al personaggio anche se non nasconde un giudizio sostanzialmente negativo. L’incolpazione maggiore è quella di puntare, attraverso il governo di strana maggioranza affidato a Letta da Napolitano, ad una storica pacificazione tra centrodestra e centrosinistra, che passa necessariamente dalla fine dell’antiberlusconismo programmatico e più ancora antropologico che ha motivato non solo la sinistra estrema ma anche il centrosinistra negli ultimi vent’anni.

Ebbene, Cerasa su questo aspetto peraltro capitale del suo ritratto sbaglia di grosso sia per quanto riguarda Letta sia il suo mandante, Giorgio Napolitano. Di Letta lo ricavo da quanto lui stesso ha più volte già dichiarato in proposito dopo esser stato nominato presidente del Consiglio. È rimasta celebre la frase pronunciata in Parlamento nel discorso di presentazione per ottenere il voto di fiducia e poi più volte da lui stesso ricordata: “Avrei voluto presiedere un governo ben diverso da questo, che poggia su una formula anomala”.

“Comunque non mi occuperò di politica ma di politiche, cioè di questioni concrete che l’Europa, i bisogni della nostra gente e i disagi che affronta ci impongono di risolvere al più presto. Questo è perciò un governo che non proviene da una libera scelta ma da una necessità che verrà a cessare quando gli scopi per il quale è stato nominato saranno stati realizzati”. Questo Letta.

Quanto a Napolitano, che conosco da quarant’anni e che mi onora della sua amicizia, ancora recentemente in una lunga conversazione che abbiamo avuto su alcuni momenti cruciali del passato, ha ricordato la profonda differenza che Enrico Berlinguer faceva tra l’ideologia del compromesso storico e un governo di solidarietà nazionale imposto dalle circostanze e cioè dalla lotta contro il terrorismo degli anni di piombo e la crisi economica e finanziaria che in quello stesso periodo scosse profondamente la società italiana. Il compromesso storico era una sorta di mantello che nascondeva la realtà e la necessità dei veri moventi dell’accordo tra il Pci e la Dc e che ebbe termine nel 1979 con la svolta di Salerno con la quale il Pci tornò all’opposizione e vi si mantenne per tutti gli anni che seguirono. Questo sarà anche – così pensa Napolitano – ciò che avverrà quando la necessità che motiva questo governo sarà superata e riprenderà la dialettica tra centrosinistra e centrodestra le cui differenze di fondo restano in piedi, come resta e sempre resterà la differenza profonda tra la visione del bene comune vista dalla sinistra e quella che ispira i conservatori e i moderati.

Questo governo va dunque giudicato con il metro dello scopo e della necessità e deve muoversi celermente evitando, nei limiti del possibile, di affrontare argomenti “divisivi” che potrebbero minarne l’esistenza e sempre che quegli argomenti possano essere rinviati a momenti più adatti.
Ciò non può tuttavia eliminare la rimozione di tali argomenti quando essa diventi impossibile e rischi di deformare l’esistenza stessa del governo il quale, pur basandosi su una strana alleanza, non può snaturare l’essenza dei partiti che ne fanno parte. Esiste e deve esistere cioè una spiccata autonomia del governo e della squadra dei ministri che lo compongono rispetto ai partiti.
Anche quest’aspetto della questione è stato più volte ribadito da Letta e da Napolitano: il governo, qualunque governo, è un’istituzione e, come tutte le istituzioni, ha una sua autonomia e non è uno strumento delegato dei partiti.

Certo, la sua esistenza dipende dalla fiducia del Parlamento ma se uno dei partiti che lo appoggia decide di sfiduciarlo, deve proporre la sua sopraggiunta sfiducia al Parlamento assumendosene la responsabilità. Se la sfiducia fosse approvata spetterà poi al capo dello Stato di decidere come provvedere nei termini della Costituzione. Mi pareva che in tempi ancora molto agitati e piuttosto confusi fosse quanto mai opportuno tornar a chiarire questi principi che sono alla base dell’attuale situazione.

***
Gli obiettivi concreti che il governo Letta deve realizzare sono i seguenti:

1. Il pagamento effettivo dei debiti che la pubblica amministrazione ha nei confronti delle imprese creditrici, per una cifra che sia la più elevata possibile dei debiti suddetti.
2. Il rifinanziamento della Cassa integrazione in deroga che ne assicuri la capacità di operare almeno per un anno.
3. Nuovi posti di lavoro per i giovani che facciano diminuire la loro disoccupazione in modo da ridurne almeno due punti percentuali rispetto alla vetta attualmente raggiunta.
4. Incentivi attraverso sgravi fiscali alle classi di reddito più basse.
5. Una riforma dell’Imu con andamento fortemente progressivo rispetto ai patrimoni dei contribuenti.
6. Incentivi alle imprese sull’assunzione di giovani e interventi per la diminuzione del cuneo fiscale.
7. Mantenimento degli impegni assunti con le autorità europee, ma attivazione in Europa di provvedimenti di forte rilancio della crescita.
8. Una politica europea che innesti l’evoluzione verso un governo europeo in linea con le proposte avanzate nei giorni scorsi dal presidente francese, Hollande.
9. Abolizione dell’attuale sistema di finanziamento pubblico ai partiti e sua sostituzione con finanziamenti privati limitati come quota e servizi gratuiti per quanto riguarda tariffe postali, affissione di manifesti ed altre forme di propaganda solo quando si tratti di fasi elettorali.
10. Leggi costituzionali per l’abolizione delle Province, riforma del Senato federale, drastica diminuzione del numero dei parlamentari.

Questo vuole la gente, ma la premessa è la riforma della legge elettorale che, secondo i più recenti sondaggi, si colloca al primo posto dei desideri del popolo e sulla quale la stessa Corte costituzionale sta per intervenire sollecitata da un ricorso della corte di Cassazione.
Questo è complessivamente il programma per la realizzazione del quale il governo Letta è stato insediato. Quanto tempo ci vorrà per attuarlo? Non moltissimo, ma neanche poco. A occhio, direi che 18 mesi, cioè un anno e mezzo, siano il minimo, tre anni il massimo. Poi si tornerà in nuove condizioni alla normale dialettica di alternativa tra contrapposte forze politiche.

Nel frattempo spetta ai partiti e movimenti riformarsi per riacquistare un grado maggiore di quella comunicazione e fiducia con la società civile che è ormai ridotta ai minimi termini. Ma questo spetta a loro e a loro soltanto. Questo governo potrà stabilire norme di trasparenza alla loro attività e rendicontazione dei loro bilanci affidata ad un organo terzo che un’apposita legge potrà indicare e insediare.

***
Sarà una fase di intenso lavoro sia del governo sia del Parlamento sia della pubblica amministrazione. Ma anche della società civile, intesa soprattutto come parti sociali a cominciare da imprenditori e sindacati, i cui comuni obiettivi consistono nel far aumentare il tasso di produttività, competitività e posti di lavoro. Gli imprenditori, nella riunione di Confindustria di venerdì scorso, hanno manifestato una vera e propria disperazione perché l’industria del Nord sta morendo. Se è per questo, sta morendo anche e ancora di più quella del Centro e del Sud, ma poiché il grosso delle imprese è concentrato a Settentrione, l’allarme è più che giustificato.

La disperazione manifestata da Squinzi presuppone che le imprese siano soltanto vittime innocenti, ma le cose non stanno esattamente così, anzi non stanno affatto così. Le imprese e in particolare quelle piccole e medie, ma anche le grandi e grandissime che sono ancora in piedi, hanno cessato di investire da trent’anni in qua. In parte per le loro eccessivamente piccole dimensioni e, quindi, per l’esiguità dell’autofinanziamento, in parte per la mancata innovazione del prodotto e del processo produttivo. La conseguenza è stata una caduta netta della base occupazionale e una sostituzione dell’attività finanziaria a quella industriale con ricadute sulle esportazioni e soprattutto sulla domanda interna ed una crescente dipendenza dal sistema bancario. La crisi iniziata nel 2008 e sopraggiunta in Europa nel 2011 ha fatto il resto con pressione fiscale e debito pubblico in aumento e impossibilità di svalutazioni monetarie. Questo è il panorama dal quale purtroppo occorre ripartire.

Tacere sul sindacato sarebbe una colpevole omissione. Il sindacato e in particolare la Cgil ha anch’esso notevoli responsabilità. In tutti questi anni si è trincerato dietro la difesa dei privilegi esistenti accogliendo col contagocce la flessibilità di un mercato del lavoro che, ingessato nella normativa, è diventato di fatto non già flessibile ma caotico, con una quantità di contratti e di lavoro nero che ha di fatto stravolto la struttura sindacale diventata anch’essa una sorta di casta.

Questa è la svolta da compiere senza la quale la de- industrializzazione diventerà un fatto compiuto con tutte le conseguenze che ne deriveranno. Il governo attuale c’entra poco perché questo è un lavoro che comporterà tempo e di cui protagoniste sono appunto le parti sociali se saranno in grado di togliersi le bende che le hanno mummificate e ritrovare la spinta che ebbero dalla fine degli anni Quaranta fino alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Oggi sono ridotte a simulacri di quello che erano un tempo. L’alleanza dei produttori, questo sarebbe lo strumento idoneo. Ma un tempo c’erano i Di Vittorio, i Trentin, i Lama, i Mattei, i Valletta, gli Olivetti. Oggi quelli che sembrano i più attivi sono i Landini, che puntano a fare della Fiom un partito politico il che vuol dire che non hanno imparato nulla e non hanno ancora capito che l’Italia non è un’isola ma una costola dell’Europa la quale a sua volta è una costola del mondo globale.

***
I processi di Berlusconi non riguardano il governo e tantomeno il Parlamento. Lo stesso interessato l’ha detto in una delle sue mutevoli dichiarazioni. Riguardano lui, i suoi avvocati e le Corti giudicanti. Governo e Parlamento debbono invece aggredire la corruzione con leggi adeguate; quelle varate dal governo Monti, e in particolare dall’allora ministro della Giustizia Severino, non lo sono. Debbono riportare ai livelli precedenti i tempi della prescrizione ma contemporaneamente accorciare radicalmente la durata dei processi sia civili che penali. Berlusconi deve difendersi nei processi adducendo prove che risultino convincenti e tenendo presente il principio immodificabile dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge; come garanzia esistono tre gradi di giudizio prima che la pena diventi definitiva. Quando lo diventa e se lo diventa va scontata e non ci possono essere né se né ma.

La questione dell’ineleggibilità deve esser chiarita con una legge; quella esistente è di dubbia interpretazione. Basta un solo articolo che indichi come responsabile dell’azienda il suo azionista di riferimento, dopodiché il suo funzionamento diventa automatico. Quanto alla legge sui partiti, movimenti o liste che siano, io ragiono così: bisogna fare norme sulla trasparenza e sul finanziamento elettorale.

Trasparenza, limiti di spesa elettorale e relative facilitazioni sui servizi che la fase elettorale comporta. Tanto basta e dev’essere eguale per tutti, partiti, movimenti, liste civiche comunque si chiamino. Chi viola tali norme non potrà partecipare alle elezioni o, secondo la natura della violazione, incorrerà in elevate multe. Mi pare che basti e che ci sia lavoro per tutti.


In barba alla disoccupazione
di Dagoreport
(da “Dagospia”, 26 maggio 2013)

La delibera e’, manco a dirlo, la numero uno del 2013. È stata assunta dal Consiglio di presidenza del Senato lo scorso 3 aprile su proposta dei senatori questori e, in barba alla crisi economica, alla disoccupazione giovanile e a quant’altro sta strangolando il Paese, assegna per quest’anno ventuno milioni e 344 mila euro ai gruppi parlamentari del Senato.

Il meccanismo e’ molto semplice: c’è’ una dotazione minima di 300 mila euro per ogni gruppo parlamentare e una quota variabile di 59.200 euro per ciascun senatore che fa parte del gruppo. Il contributo, com’è giusto che sia, viene corrisposto in quattro rate trimestrali anticipate il primo giorno del trimestre cui si riferisce l’erogazione.

Di conseguenza il Pd, che ha 107 senatori, riceve sei milioni e 634 mila euro, al Pdl (che ne ha 91) viene accreditata sul proprio conto corrente del Senato la somma di cinque milioni e 687 mila euro, il Movimento 5 Stelle tre milioni e 437 mila euro in base a 51 senatori, Scelta (“Sciolta”) Civica un milione e 543 mila e 200 euro per 21 senatori tra i quali c’è anche Casini Pierferdinando, la Lega Nord incamera un milione 247 mila e 200 euro per 16 senatori. E così via, sino al gruppo misto e agli altri due gruppi presenti in Senato. Totale, appunto, 21 milioni e 344 mila euro per quest’anno.

Tali contributi vengono giustificati dal fatto che bisogna pagare i dipendenti dei gruppi. In realtà, pagati i dipendenti, l’avanzo e’ notevole e viene utilizzato discrezionalmente dai gruppi stessi. Ovviamente, alla Camera dei Deputati una delibera analoga ha dato il via alla grande spartizione, per una cifra più che doppia visto il numero dei componenti.

Nessuno, grillini compresi, ha protestato, nessuno (grillini compresi) ha ritenuto di intervenire per ridurre al minimo indispensabile l’esborso a carico del bilancio di Camera e Senato, bilancio che è a carico delle casse pubbliche di questo disperato paese dove tutti parlano di tagli ai costi della politica ma nessuno muove un dito quando concretamente si dovrebbe farlo.


Letto 1654 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart