di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 9 novembre 1967]
DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
Torino 8 novembre, notte.
Una bambina, giocando al cerchio, corre sulla strada de serta e sta per sbucare in una piazza di cui si vede solo una fetta. Accanto, un carrozzone per traslochi, giallo come si usavano una volta, aperto e vuo to. Anche sotto i portici, a si nistra, non si vede anima viva. Soltanto un’ombra lunga co mincia a spuntare, di là dall’e dificio che a destra fa da quin ta. E’ un pomeriggio di sole sen za una nuvola. Tutto è regolare, silenzioso e tranquillo. Eppure, è tesa nell’aria una inquietitudine, come se da un momento all’altro qualcosa dovesse succe dere, come se dietro le colonne del porticato, dietro le finestre chiuse, una legione di spiriti fos se appostata aspettando.
Questa famosa scena, intito lata «Mistero e malinconia di una strada », fu dipinta nel 1912 da Giorgio De Chirico ed è probabilmente il quadro più bel lo ed emozionante della stupen da mostra « Le muse inquietan ti » (titolo di altra celebre ope ra di De Chirico) dedicata ai grandi maestri del surrealismo e che si è inaugurata oggi alla galleria civica d’arte moderna. A promuoverla, sotto il patro nato della città di Torino e con la collaborazione dei musei ci vici, è stata l’associazione «Ami ci torinesi dell’arte contempo ranea » sorta di recente, presi dente la signora Marella Agnel li. Un debutto singolarmente fe lice per un ente che si propone di avvicinare il grande pubbli co a forme artistiche finora frequentate soltanto da una éli te. Non per niente l’ingresso è gratuito.
Deve essere stata una grossa fatica mettere insieme una si mile esposizione, che allinea ol tre duecento opere appartenen ti a musei e collezionisti per lo più stranieri, anche americani. Ci sono dei pezzi che si sono dovuti assicurare per oltre cen to milioni. Il segretario, e ordi natore, il critico Luigi Carnic cio, autore anche del catalogo, ha diviso il materiale in due se zioni; la prima, al pianterreno, comprende la lunga vigilia, quando il surrealismo non era stato ancora ufficialmente bat tezzato e qui risaliamo da Moreau a Fuessli, da Odilon Redon al De Chirico appunto metafi sico degli anni Dieci, da Duchamp al primo Max Ernst; la seconda, al primo piano, illu stra gli sviluppi più notevoli della scuola dopo il 1924, anno in cui il movimento fu codifica to dallo storico manifesto di An dré Breton e, attraverso De Chirico e Max Ernst degli anni Venti, Masson, Picasso, Picabia, Savinio, Tanguy, Mirò, Oelze, Léonor Fini, Italo Cremona, Delvaux, Brauner, Magritte, Dorotea Tanning, Dalì, arriva fino a Lam, Gorky, Sutherland, Ba con e Giacometti, artisti che in qualche modo si possono anco ra far rientrare nella bizzarra famiglia.
Del surrealismo la gente in genere ha una idea alquanto confusa; del resto lo stesso Bre ton, quando stendeva il rivo luzionario manifesto, non è che avesse, né poteva avere, idee esageratamente chiare. In sin tesi, questo movimento, che si proponeva non soltanto un nuo vo modo di fare l’arte ma addi rittura un nuovo modo di vi ta, si basava sull’irrazionale, in contrapposto con la ragione; credeva « nella realtà superiore di certe forme di associazione finora trascurate, nell’onnipo tenza del sogno e nel gioco di sinteressato del pensiero ». La fantasia, la follia, l’inconscio avevano il sopravvento. E si cercava di tornare a quello sta to di grazia che di solito concede solo l’infanzia. Si arrivava perfino a proclamare il diritto dell’uomo alla irresponsabilità, rifiutando il controllo della ra gione e i comandamenti mo rali.
La validità dei propositi, per quanto riguarda strettamente l’arte figurativa, e come questa esposizione conferma, consiste soprattutto nell’apertura verso il mondo dei sogni. Come mai, quando cerchiamo di racconta re qualche nostra esperienza onirica che ci ha profondamen te turbati, le parole riescono inerti e vuote? Perché la stan za, la casa, la strada, il paesag gio che abbiamo sognato era sì uguale alle stanze, alle case, al le strade e ai paesaggi della nostra vita normale, ma in più conteneva una idea latente, un quid enigmatico e affascinante che, una volta svegliati, fatal mente ci sfugge. Bene: gli arti sti surrealisti, quelli più genia li s’intende, hanno tentato di riprodurre artificialmente ciò che avviene nel nostro incon scio quando dormiamo, di ag giungere cioè, alla parvenza consueta delle cose e dei perso naggi, una recondita carica magica. cosicché, nei casi in cui l’operazione è riuscita, dal qua dro emana un arcano incante simo.
Alcuni, come De Chirico – e in questo senso gli va data la palma – ci riuscivano senza deformare in alcun modo l’aspet to consueto della realtà. La maggioranza ricorreva alle dro ghe tipiche delle visioni oniriche, cioè le incongruenze assurde, una provocante arbitrarie tà, i richiami e le associazio ni in apparenza insensati, le deformazioni mostruose di og getti (ricordate i famosi orolo gi in liquefazione di Dalì?) e una quantità di altre eteroclite trovate, più o meno producenti.
In pratica poi, con l’assenso dello stesso Breton, supremo custode del santuario, sono sta ti via via considerati surrea listi anche pittori che in realtà navigavano in ben diverse ac que; a poco a poco il termine surrealista è diventato sinoni mo generico di fantasticheria, stranezza, illogicità, atmosfera misteriosa, sinistra o anche macabra e sadica. Il regno quindi si è immensamente allargato. Non capisco per esempio che cosa abbiano di surrealista pit tori come Mirò, Chagall, Scipione, Licini, Gorky.
D’altra parte non è vero che tutta la grande arte possa esse re considerata surrealista – co me alcuni sostengono – perché nella grande arte la realtà vie ne sublimata in un piano più alto e diverso. Esiste della gran de arte dove non si ritrovano i sortilegi e gli enigmi dei sogni: Michelangelo, ad esempio, Tintoretto, Rubens e tanti altri sommi, caratterizzati da una estrema semplicità di racconto.
All’ammirazione del pubblico, nella mostra torinese, io sup pongo si imporranno specialmente i pittori che hanno sa puto tradurre le inquietitudini e le ossessioni dell’inconscio con maggiore nitidezza e precisione d’immagini, perché infatti i so gni sono nitidissimi, senza con tare che quanto più la fantasia si libera, tanto più è necessario un linguaggio esatto e realisti co. Mi riferisco al primo De Chi rico (il quale più tardi, come infame disertore, venne scomunicato da Breton), a Max Ernst, Magritte, Delvaux, Savinio, Da lì e Tanguy. Ma in tutte le sale il visitatore troverà diffusa una aria sconcertante ambigua e preoccupante.
Oltre alla citata « strada » di De Chirico, i pezzi più belli mi sembrano « La camera strega ta », incisione di Odilon Redon, l’«Antipapa » di Max Ernst, le «Violette imperiali » di Dali con quella funerea cornetta del te lefono dimenticata sulla spiag gia deserta, e « II dominio del la luce » di Magritte a cui giu stamente è stato dato un posto d’onore. C’è una bassa casa notturna illuminata da un lam pione e con due finestre accese. Notte profonda. Ma, dietro la casa addormentata, il cielo non è buio; è anzi un cielo di pie no giorno, seminato di candide nuvole. Controluce, perciò, spic ca incredibilmente la nera tra ma dei giganteschi alberi, gron danti di tenebrosa poesia. Sia mo alla fine del mondo?
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Una risposta a “Surrealismo: I grandi maestri del mistero #4/7”