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LETTERATURA: I MAESTRI: L’ingiustizia della Storia

14 Agosto 2008

di Virgilio Titone
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, luned√¨ 4 agosto 1969]

Giorgio Washington fu cer ¬≠tamente un grand’uomo. Ma, se il congresso di Filadelfia non gli avesse dato il coman ¬≠do della guerra contro gl’in ¬≠glesi, sarebbe rimasto solo un rispettabile gentiluomo della Virginia e la storia non se ne sarebbe occupata. Invece c’era quella guerra e scopr√¨ di es ¬≠sere un grande stratega, un organizzatore di prim’ordine, un capo nato per il comando, qualit√† che in altre circostan ¬≠ze non avrebbe egli stesso po ¬≠tuto sospettare di possedere.
Questo, s’intende, non to ¬≠glie nulla ai suoi meriti. L’uo ¬≠mo politico non meno dello stratega √® fatto anche dalla capacit√† di cogliere le occasio ¬≠ni che la vita pu√≤ offrirgli. Ma la questione √® un’altra. Quan ¬≠ti possibili grandi condottieri o grandi capi di Stato dobbiamo pensare si trovino tra i pacifici impiegati di un mini ¬≠stero o gli operai di una fab ¬≠brica o i bottegai di una delle nostre citt√†! Tuttavia, nessuno di essi ha mai pensato di po ¬≠ter guidare un governo o un esercito. La vita ha dato loro altre occasioni: quelle, per esempio, di vincere un concor ¬≠so, di fare un buon matrimo ¬≠nio, di avviare un florido commercio o altre del genere, per le quali non si √® soliti pensare sia necessaria un’ec ¬≠cezionale intelligenza, sebbene per portare avanti un negozio o una piccola industria spesso non ne occorra meno di quella che si richiede per vincere una battaglia o imporsi in un con ¬≠gresso di diplomatici.
 

*

Comunque, l’ingiustizia in questi casi √® nella vita stessa, che nessuno potrebbe mutare. Ma ce n’√® un’altra, che pu√≤ osservarsi non nelle cose, ben ¬≠s√¨ nel giudizio che solitamen ¬≠te ne diamo. Ci sono infatti certi periodi in cui gli storici nient’altro vedono nei gover ¬≠nanti se non dei vili e inca ¬≠paci e altri nei quali sembre ¬≠rebbe che tutti siano animati da grandi e fermi propositi. Un esempio noto pu√≤ esserne la rivoluzione francese, di cui si √® scritto che nella famiglia reale o tra quelli che le sta ¬≠vano pi√Ļ vicini c’era un solo uomo capace di veramente vo ¬≠lere: la regina Maria Anto ¬≠nietta. N√© ci si chiede che cosa sarebbe stato il Re Sole se avesse preso il posto del suo infelice successore, e anzi che cosa sarebbero divenute, nelle medesime circostanze, quella solenne maest√†, quella grandezza e sicurezza che tan ¬≠to si ammirano in lui.
Un altro esempio, di una storia non meno nota e a noi pi√Ļ vicina: il mito di Giolitti. Dopo averlo bollato come il ministro della mala vita la storia ha visto in lui il mo ¬≠dello di quello che si richie ¬≠de in un moderno uomo di Stato. Anche qui per√≤ ci si potrebbe domandare a che cosa servirono quella lucida intelligenza e l’esperienza ac ¬≠quistata in tanti anni di go ¬≠verno, quando nel primo do ¬≠poguerra le condizioni del par ¬≠lamento e del paese non fu ¬≠rono pi√Ļ quelle che gli ave ¬≠vano consentito la sua saggia, prudente e insieme fattiva e coraggiosa politica. N√© certa ¬≠mente, se gli fosse toccato di vivere ai nostri giorni, con una maggioranza cos√¨ incerta e divisa, qual √® quella del ¬≠l’attuale parlamento, egli si sarebbe potuto comportare in maniera gran che diversa da un Rumor, che per√≤ nessuno storico futuro annoverer√† tra i grandi uomini della storia.
Ma non ci si ferma su tali considerazioni. Si guarda ai fatti e alle realizzazioni con ¬≠crete e non si riflette che, quando riesce impossibile do ¬≠minare la forza irragionevole dei demagoghi o della folla, il non fare sarebbe molto spesso pi√Ļ utile e nello stesso tempo pi√Ļ difficile del fare.
In realt√†, in circostanze co ¬≠me queste, altro non potrebbe farsi se non promuovere leggi e riforme improvvisate, ingiu ¬≠ste, inattuabili e perci√≤ ina ¬≠datte a mettere rimedio ai mali che si vorrebbero cura ¬≠re, ma adattissime a farne sorgere di nuovi e pi√Ļ gravi. Cosicch√©, perdurando tale con ¬≠dizione di cose, l’abilit√† del ¬≠l’uomo di Stato consisterebbe non nel farne molte, ma al ¬≠l’opposto poche o nessuna e tirare avanti evitando gli scogli pi√Ļ pericolosi. La storia per√≤ non ha un posto per il non fare.
 

*

Condanne o esaltazioni non si riferiscono solo ai singoli individui. Le generazioni si succedono nel giudizio dei po ¬≠steri come distinte le une dal ¬≠le altre da un carattere co ¬≠mune di seriet√†, moralit√†, energia oppure di leggerezza, sensualit√†, corruzione. N√© sot ¬≠to un certo aspetto l’immagi ¬≠ne che ce ne facciamo po ¬≠trebbe dirsi falsa o arbitraria. Ma che cosa √® la grandezza dei popoli? L’Inghilterra dopo Napoleone, al colmo della sua gloria, signora dei mari, dei commerci, della ricchezza del mondo, e centinaia di mi ¬≠gliaia di fanciulli costretti a lavorare per quattordici, se ¬≠dici ore al giorno, tormentati dalla fame, dal sonno, dal freddo, e migliaia di altri fan ¬≠ciulli morti ogni anno delle sevizie perpetrate dai genitori nelle famiglie o dai maestri nelle scuole e le prigioni piene di detenuti per debiti e cen ¬≠tinaia di giovinetti impiccati per un piccolo furto. La de ¬≠cadenza sarebbe dunque que ¬≠sto presente, quest’Inghilterra pi√Ļ umana o pi√Ļ mite o tol ¬≠lerante? Se la grandezza deve pagarsi, se il prezzo √® troppo duro ed √® sempre lo stesso – una certa dose d’ingenuit√† o barbarie, che a seconda dei casi si chiama patriottismo, lealismo, religione, orgoglio di casta o di razza – qual √® dunque la misura di ci√≤ che deve ritenersi piccolo o grande?
C’√® poi la felicit√†. Nel Set ¬≠tecento tutti i discorsi dei ¬ę filosofi ¬Ľ ne parlavano co ¬≠me della meta sicura cui le savie leggi e le illuminate ri ¬≠forme avrebbero avviato la umanit√†. Perci√≤ distinguevano, come noi distinguiamo, le epo ¬≠che felici.
Ma la misura della felicit√† o del suo opposto √® in ciascu ¬≠no di noi sempre la stessa, n√© le leggi o le istituzioni possono minimamente modificarla, poi ¬≠ch√© la condizione collettiva trova il suo compenso nell’in ¬≠finita e quasi incredibile adat ¬≠tabilit√† dell’individuo. Ci sono certamente epoche pi√Ļ o meno umane. Tuttavia, per la mag ¬≠gior parte degli uomini dalle une alle altre le cose non va ¬≠riano quasi per nulla. Le ge ¬≠nerazioni future, che legge ¬≠ranno dell’ultima guerra e del ¬≠le citt√† bombardate e distrutte, riterranno infelicissimi questi loro antenati, ridotti a vi ¬≠vere come talpe nelle grotte o in impossibili rifugi: e sar√† difficile riflettere che la som ¬≠ma del piacere e del dolore doveva essere in ciascuno pressoch√© uguale a quella di una condizione normale e uguali, in questo bilancio o ri ¬≠sultato finale, la speranza o l’amore – perch√© anche al ¬≠lora c’era l’amore – oppure l’egoismo dei singoli, per i quali un pezzo di pane fati ¬≠cosamente conquistato valeva quanto in altri tempi il pi√Ļ ricco dei pasti. E cos√¨ tutto il resto.
 

*

L’elenco di questi erronei giudizi potrebbe continuare. Ne dar√≤ un ultimo esempio: le epoche corrotte, sessualmen ¬≠te corrotte, e quelle pure e in ¬≠contaminate. Se al riguardo possono considerarsi quasi un luogo comune i severi costumi dei romani antichi e la corru ¬≠zione del periodo imperiale, di cui la decadenza e la ro ¬≠vina dell’impero sarebbero il lo ¬≠gico e inevitabile effetto, molte sciocchezze del genere si son ripetute a proposito di alcuni recenti episodi, attribuiti ora al cinema, ora alla mancanza di buone scuole, ora alle ba ¬≠racche della periferia.
In realt√†, non solo le morali variano con il variare del ¬≠la sensibilit√†, ma accade che i popoli siano tanto virtuosi quanto √® necessario che deb ¬≠bano essere. Per ci√≤ che ci ri ¬≠guarda, la virt√Ļ borghese, nel senso pi√Ļ ampio del termine – che non √® quello arbitraria ¬≠mente limitativo del Sombart o del Weber e deve riferirsi anche alle ideologie, tutte, compreso il marxismo, non meno borghesi delle opposte dottrine o indirizzi di pensie ¬≠ro – rappresenta una civilt√† che volge al tramonto.
Era una virt√Ļ legata al bi ¬≠sogno e alla miseria. Perci√≤ s’inculcavano la laboriosit√†, la parsimonia, la previdenza, il culto della famiglia, il rispetto per le autorit√† e l’ordine co ¬≠stituito, n√© al piacere o al sesso si poteva pensare se non come a cose rovinose e proi ¬≠bite. Oggi l’ideologia √® tra ¬≠montata e l’economia vive del ¬≠l’espansione dei consumi, co ¬≠sicch√© a quei valori se ne sosti ¬≠tuiranno necessariamente altri, non pi√Ļ morali o immorali di quelli allora esaltati. Ma, se i moralisti non possono guar ¬≠dare a questa realt√†, che si trasforma e deve trasformarsi, la storia degli storici non √® in gran parte che l’eco o il ri ¬≠sultato del loro moralismo.

 

 


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2 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 14 Agosto 2008 @ 22:24

    Ha un fondo di grandissima verit√† l’ampio concetto che emerge dal presente articolo ed √®, per me, oltremodo condivisibile. La storia distribuisce meriti o demeriti, senza spesso tener conto delle circostanze vissute al momento o degli aspetti fortunati, tanto cari al Machiavelli, o sfortunati che si presentano. Oltre al valore intrinseco di certi personaggi, andrebbero considerati fatti, nei quali ha giocato una certa situazione favorevole nel renderli grandi. Cos√¨ meriterebbero giusto spazio anche coloro che avvenimenti avversi o tempi ‚Äúpiatti‚ÄĚ non hanno permesso di emergere per le loro capacit√†. Ed in questo contesto va aggiunto che, pi√Ļ frequentemente di quanto sembri, la storia vien fatta soprattutto dai vincitori, da chi ha prevalso nella circostanza e dopo. Mi piace ricordare quanto scriveva Beccaria: ‚ÄúLa storia degli uomini d√† l’idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse e a grand’intervalli distanti verit√† soprannuotano‚ÄĚ. E R√©gis Dabray diceva: ‚ÄúNon siamo mai del tutto contemporanei del nostro presente. La storia avanza mascherata: rientra in scena con la maschera della scena precedente‚ÄĚ. Infine Borges affermava: ‚ÄúForse la storia universale √® la storia delle diverse intonazioni di alcune metafore‚ÄĚ.
    Grazie Bartolomeo di tutto quanto, veramente ottimo, proponi continuamente alla nostra attenzione
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 14 Agosto 2008 @ 22:44

    Bel commento, Gian Gabriele, da condividere. Grazie.

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