di Michele Prisco
[da “La Fiera Letteraria”, numero 19, giovedì 11 maggio 1967]
GENNARO BORRELLI
Sammartino
Editore Fiorentino
Quanto di imprevisto, di ine dito, di nuovo, nella sua realtà corrosa dalla vita quotidiana offre ancora Napoli, che pure è stata artisti camente parlando la città più abusata del dopoguerra, sino alla retorica del documento: e quan to di patetico vibra in quella mi seria che dignitosamente cerca di nascondersi dietro una patina di decoro, e per l’occhio superficiale diventa colore locale: e che strug gente malinconia respira in certe sue piazzette come fermate dal tempo, e quale preziosa tessitura cromatica componga l‘apparente grigiore di certi esterni: è il te ma, e la ricerca costante, della pittura di Gennaro Borrelli, uno degli artisti più schivi e « se greti » di Napoli.
Nato e vissuto in una traver sa di Spaccanapoli nel quartie re di S. Lorenzo, dove il para vento delle case nasconde la cin ta aragonese che ricalca le mu ra della città ducale e quindi quella della città greca, Borrelli conosce Napoli non solo nella sua storia, ma nel respiro delle sue pietre e perciò la sua pit tura filtrato ogni residuo cultu rale ce ne dà l’intima essenza.
Una città troppo saccheggiata
E’ come se l’osservatore fosse da lui condotto a varcare i con fini d’un impenetrabile regno, per scoprirvi i muri di pallido oltremarino, le facciate di palli do oro, quella luce immobile da penetrale, o da sepolcro, quel silenzio primitivo assoluto sgomento, che poi in certi angoli si slarga e s’ingentilisce in idil lio e allora la città ci viene, in contro nella sua malinconia e l’impetuosa luce mediterranea si smorza nel tenero riflesso dei giardini dalle pesanti fioriture che travalicano oltre gli umidi muri di confine. Vecchie piazzet te dimenticate, cortili, fondaci, terrazze, conventi, singolari Dramatis personae d’una città trop po e troppo malaménte saccheg giata. Sì, forse Borrelli è vera mente l’ultimo poeta delle «ra dici » di Napoli, ma non è solo questo, perché da qualche anno con singolare felicità e senza la pedanteria del « trovarobe », an che se con severo rigore scienti fico, va pubblicando su riviste e pubblicazioni specializzate certi saggi che testimoniano la preci sa direzione dei suoi interessi, dalla descrizione del complesso ligneo di S. Maria in Portico al la « scheda » per l’altare di Ange lo Viva in Resina, dalla genesi del barocco napoletano agli scul tori napoletani del tardo Cin quecento. E adesso eccolo cimen tarsi Con il saggio monografico vero e proprio e, fedele alla co stante della sua ricerca, offrirci questo Sammartino che non è so lo il primo e serio tentativo di sistemazione organica d’uno dei più celebrati e al tempo stesso più superficialmente conosciuti scultori « per il presepe napole tano », ma una penetrante rico struzione di quell’epoca che se gnò il massimo fulgore di que sta particolare istituzione.
Per una storia del presepe napoletano
Stampato su carta a mano dal l’editore Fiorentino, che ha tenu to più l’occhio â— ci è parso â— al mercato dei bibliofili che non a quello indifferenziato del let tore medio (e n’è venuta fuori un’edizione splendida e raffina ta, arricchita da illustrazioni anche a colori), l’ampio saggio di Borrelli si articola tutto af fidato ai documenti e alla fine elenca, assegnando anche per la prima volta talune attribuzioni forte della inoppugnabilità delle ricerche, tutte le opere dello scultore napoletano, da un largo pubblico conosciuto attraverso la più nota delle sue sculture non presepiali, quel Cristo velato nel la Cappella Sansevero che costi tuisce una delle più ghiotte e ricercate curiosità d’obbligo dei turisti: e insomma ci sembra di poter pronosticare in esso la premessa più certa a quella sto ria del presepe napoletano che ancora manca nella nostra bi blioteca ideale e che forse oggi Borrelli è il solo a poter scrive re compiutamente, valendosi an che della sua esperienza e com petenza di collezionista in pro prio.
Istituzione antichissima, che risale al ‘400, e dove l’anima fondamentalmente teatrale del napoletano soddisfa l’estrosità della sua natura sbizzarrendosi nella costruzione ma osservando sempre rigidamente certi cano ni e schemi fissi, il presepe co nobbe il suo periodo di maggior splendore quando non solo arti giani, ma scultori e artisti auten tici (come è il caso del Sammarti no) lavoravano ai pastori, e vi sovrintendevano regnanti e da me di corte che si divertivano a cucirne i vestiti.
Di tutto questo mondo in fondo ancora ingenuo e pacifico restano gloriose tracce al museo di San Martino di Napoli e alla Reggia di Caserta che hanno i loro presepi stabili, e presso alcuni antiquari e collezionisti napoletani che continuano la vecchia tradizione dì don Maria no Scuotto, del padre Agresti, del canonico Cuomo, del duca Giusso, e fanno rivivere nelle loro case, con appositi allesti menti e incorniciature e teche, quel particolare artigianato del la Napolispagnola e borbonica colta in una accezione del baroc co esclusivamente naturalistica e volta soprattutto all’analisi mi nuta e affettuosa degli aspetti e dei tipi della folla spicciola del la città é del contado.
Ed ecco l’ottobrata, che sem bra materializzare nei suoi colo ri violacei i fermenti del mosto, e il mercatino con la sua folla ciarliera, il pascolo e l’osteria, l’annunzio ai pastori dai volti dilatati in un’espressione di stu pore e d’attesa, e il trionfo del la nascita con la gloria degli an geli penduli sulla grotta. E poi mille e una curiosità: gli scri gni dei re magi, le scimitarre e pipe d’argento dei tartari, le coppe di terracotta, i servizi di vasellame, e le verdure: mazzi di cavoli, broccoli, carciofi, lat tughe, e « nzerte » di pomodori e di cipolle, e la frutta: pile di pesche e pere e grappoli d’uva, e ceste di pesce dalle scaglie argentate e collane di salsicce e i quarti di bue o di maiale sven trati e sanguinolenti. E gli ani mali: i cavalli dai fianchi pos senti, le pecore dal vello lanoso ;che sembra quasi sollevarsi ada gio nel soffio del respiro, i cani dal pelo fitto, le galline con le penne arruffate, e le curiosità che vanno dal topolino intento a smozzicare una « fascella » di ricotta alla gallina fermata nel l’atto di far l’uovo, e son tutti lavorati con una pazienza e una perizia che par quasi di vederci il divertito sorriso dell’artista mentre li creava.
Il cieco il pezzente e lo storpio
E’ qui, in quest’arte, la corri spondenza rusticana a quell’altra corrente, aristocratica e galante, costituita dalle porcellane e dal le ceramiche della celebre fab brica di Capodimonte. Basti del resto vedere i pastori del Cele brano e del Sammartino, autenti ci scultori, ripetiamo: e i pezzi del Sammartino, a differenza di tutti quelli degli altri autori, dal Bottiglieri al De Luca, dal Gori al Somma, i quali si limitavano a creare le teste affidandosi per le mani e i piedi alle esecuzio ni degli artigiani, sono sculture intere e vanno esaminate più al la luce d’un interesse critico che a quella d’una semplice cu riosità. Il cieco, il pezzente, lo storpio, sono personaggi compiu ti nella perfezione (magari pe dante) della loro muscolatura, del volto, della loro particolare espressione.
E’ del resto questa la tesi che Borrelli ampiamente dimostra nel suo documentato saggio sul Sammartino, la cui figura esce da queste pagine finalmente li berata dai limiti di « scultore presepiale » e restituita alla sua ve ra misura di artista autentico la cui opera va degnamente a inse rirsi nel panorama della grande scultura del Settecento europeo.
Commenti
Una risposta a “Sammartino. Uno scultore di presepi del Settecento”
Vorremmo conoscere di piu il Gori. Dove possiamo cercare notizie precise sulla sua vita?
grazie.