Le icone russe in ostensione (venerazione) nel Battistero di Firenze

di Costanza Caredio

E’ l’occasione per una lettura che non sia solo devota o stilistica, ma che dia spazio ad un ampio raggio di significati, ad iniziare dalla continuità dottrinale e costituzionale con la civiltà bizantina, della quale la Russia ortodossa raccolse l’eredità dopo l’olocausto di Costantinopoli del 1453 ad opera del giovane Maometto II.
L’icona di Pskov presenta la Madre di Dio (teotokos) con il classico manto azzurro, simbolo della sovranità sopra gli astri e le costellazioni da dove discendono le anime.
La Vergine russa è ODIGHITRIA, colei che indica la retta via, come la capitolina Giunone Moneta, che ammonisce e mette in guardia, in particolare le donne.
La Vergine ortodossa era ed è venerata nel circuito popolo della terra-monasteri, come l’antica Cibele asiatica che si presentava con un seguito di sacerdoti eunuchi e con il capo cinto di torri: ma anche la nostra Vergine è REGINA COELI e TURRIS EBURNEA, tutte immagini della Grande Madre Mediterranea.
Il Bambino che l’Odighitria tiene in grembo è presentato vestito e in atteggiamento severo, laddove i nostri Gesù-Bambini del 4-500 sono completamente nudi, grassottelli e felici: può essere un richiamo alla nudità e alla serenità degli dèi pagani, ma anche una sfida ai circoncisi infedeli che dal sud minacciavano l’Europa.
La Odighitria proteggeva la città di Bisanzio insieme all’AGHIA SOFIA, la Sapienza, simbolo della cultura greca e punto di riferimento della burocrazia imperiale. Costretta nei due ruoli, del monachesimo e della burocrazia, la millenaria città non resse l’urto degli Ottomani, così come le icone salvifiche non furono in grado di proteggere il popolo della terra (kulaki) dagli stermini del secolo XX.

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