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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

17 Dicembre 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Sherlock Holmes: Gioco di ombre

Sherlock Holmes: A Game of Shadows
Guy Ritchie, 2011
Fotografia Philippe Rousselot
Robert Downey Jr., Jude Law, Jared Harris, Stephen Fry, Rachel McAdams, Noomi Rapace, Kelly Reilly, Eddie Marsan, Geraldine James, William Houston, Gabrielle Scharnitzky, Thorston Manderlay.

Complicato e macchinoso, stupisce per le soluzioni tecnoacrobatiche, continue e insistenti, che sfondano il muro dell’epoca (fine ‘800) sovrapponendosi alla dimensione letteraria originale (Conan Doyle). Il lavoro di riadattamento e trasformazione dei personaggi – Holmes e Watson affidati a Downey Jr. e Law – impostato col primo film (Sherlock Holmes 2009), si spinge ora fino all’estremo tra-visamento (usiamo il termine in senso tecnico, quasi un guardare attraverso) dei comportamenti e degli effetti, costruendo soluzioni che finiscono per spingersi al di là dell’intreccio e del “giallo”, verso un orizzonte puramente fantastico. Proprio mentre Holmes viene finalmente a contatto diretto con il nemico numero uno e genio del male, Moriarty (Harris), non aspettiamoci verosimiglianze realistiche. Trionfa invece la raffigurazione fantastica di un mondo passato-futuro in cui le supermacchine da guerra  si sposano con una sorta di evoluzione cibernetica del corpo stesso dei protagonisti, ora somiglianti più a ultra-uomini senza peso che a superdetective dall’acume straordinario: tanto che, per paradosso, siamo meno interessati alle induzioni-deduzioni dei poliziotti e, dando per scontato che riusciranno ad avere la meglio, ci godiamo in assoluto relax la giostra vorticosa delle infinite sfide a rischio mortale. Per quanto gli autori (il regista Guy Ritchie e gli sceneggiatori  Kieran e Michele Mulroney) sottolineino la validità malefica dell’intelletto perverso di Moriarty, non ci sfiora mai il dubbio circa l’esito del confronto: partita vinta a tavolino (i nostri due eroi possono avvalersi stavolta perfino  dell’intervento “zingaresco” della brava Rapace nei panni di Sim, donna da combattimento che non perde mai un colpo. La storia moderna è alla svolta dell’imminente Guerra Mondiale, ma è come se non ne avessimo mai saputo né dovuto sapere gran che.

Le Idi di Marzo

The Ides of March
George Clooney, 2011
Fotografia Phedon Papamichael
Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Jeffrey Wright, Max Minghella, Talia Akiva.
Venezia 2011, concorso.

Elezioni permanenti. In una società democratica ci si aspetta che i criteri di lealtà e integrità sui quali si deve basare la candidatura a governare siano in ogni momento rivisitabili e, se spenti, riaccendibili. Perciò, indipendentemente dalla combinazione da calendario, il tempo della riflessione politica è sempre attivo. Al quarto film da regista, Clooney rafforza e precisa il confine della ricerca, già decisamente tracciato nel 2005 con Good Night, and Good Luck. Qui la scena si sposta dal quadro dell’informazione e della gestione/controllo dei mezzi al focus specifico sulla combinazione ancor più problematica di due elementi fondamentali per lo sviluppo di una giustizia sociale: l’adeguata moralità della rappresentanza e la corrispondenza soggettiva di questa moralità nella vita del singolo esponente. Combinazione tanto più interessante se riguarda la persona di un candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Clooney fa ancora un passo in avanti, scegliendo la parte democratica, implicitamente considerandola più ragguardevole. «Non sono cristiano, non sono ateo, non sono ebreo, non sono musulmano. La mia religione? in cosa credo? Si chiama Costituzione degli Stati Uniti d’America ». E’ la prima sequenza del film. Le primarie in Ohio. Stephen Myers (Gosling) prova il microfono per il discorso del candidato, il governatore della Pennsylvania Mike Morris (Clooney), di cui è l’addetto stampa. Si parte dai princìpi ufficiali e basilari, poi la faccenda si complicherà non poco. Ed ecco Morris sul palco:  «Non sono cristiano, non sono ateo… ». Già qui abbiamo una prima sensazione di qualcosa che non funziona, che non corrisponde alla verità più intima: la ripetizione di un discorso preparato da altri secondo criteri professionistici si frappone al contatto diretto con gli elettori. La regìa ha il merito di darci nettamente tale sensazione ed è su questa base che il film mostrerà poi i limiti, anche drammatici, della macchina elettorale, con le contraddizioni che, d’altra parte, ne costituiscono l’essenza tecnica. Vedremo il protagonista, Myers, lui che ci crede sinceramente, entrare in crisi quando si accorge di rivivere quasi i giorni della storica data dei coltelli al tempo di Cesare – e ora la faccenda è anche peggiore, in quanto somiglia nemmeno tanto alla realtà quanto piuttosto alla sua rappresentazione teatrale (Shakespeare e poi Farragut North di  Beau Willimon). Si dirà: niente di così nuovo, dunque. Invece, la novità è nella chiave di lettura che Clooney dà della messa in scena. Certo che i singoli personaggi anche minori, affidati a grandi attori quali Hoffman (Paul, il capo di Stephen), Giamatti (l’uomo dell’avversario, omologo di Stephen), Tomei (Ida, la giornalista a caccia di scoop), portano con sé una dose non indifferente di malvagia ambiguità, capace di inquinare l’onestà degli intenti elettorali, ma ciò che conta in sostanza è la macchina, la legge perversa che ne governa il funzionamento. Per cui, gli onesti, se ve ne sono, restano in bilico tra la vita e la sopravvivenza, come già avveniva nel film del 2005, sempre in relazione alla possibiltà/volontà di continuare il discorso. Il resto conta tanto quanto non cambia di fatto la vita di chi “tutti i giorni si alza va al lavoro e torna a casa”. Altro che stagiste. La storia di Stephen con la stagista (Wood) – questo è un difetto del film – prende troppo spazio. Per il resto, si è pensato a Obama, ma il problema è più generale proprio perché più tecnicamente circoscritto. «Perennemente in guardia, soppesando ogni parola », la definizione del lavoro è di Tom/Giamatti, l’uomo dell’avversario.  A favore o contro, perfino Obama diventa minore.

 


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Bart