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ARTE: Mostra di Arti visive al Giffoni Film Festival

27 Luglio 2011

di Francesco Improta

Dal catalogo di LINKOLORS, mostra di arti visive, organizzata a Giffoni Valle Piana in occasione del 41 festival del cinema giovani.

        “Se il carattere dell’Ottocento è stato quello di stabilire legami a furia di rotaie e di ponti e di pali… il poeta (l’artista) d’oggi cercherà dunque di mettere a contatto immagini lontane senza fili.” (Giuseppe Ungaretti)

Anche quest’anno, come negli ultimi tre anni, il Giffoni Film Festival è affiancato da una mostra di arti visive, dal titolo Linkolors, curata da Salvatore Colantuoni. Il tema su cui i 24 artisti di diversa nazionalità, utilizzando linguaggi e tecniche differenti, sono stati chiamati a confrontarsi è il link nella sua accezione più vasta e comprensiva di collegamento, connessione, concatenazione. E credo che mai tema sia stato più indovinato e accattivante dal momento che tra le funzioni e le finalità dell’arte, ferma restando l’insop ­primibile voglia ed urgenza di esprimersi degli artisti, nessuno possa disconoscere che c’è quella di mettere in contatto sensibilità, culture ed esperienze diverse, aprendo porte e finestre su mondi appa ­rentemente lontani. Da qui la possibilità di stabilire dei nessi e delle corrispondenze, data l’unità imprescindibile che c’è alla base delle arti, fra pittura, musica, scultura, cinema e letteratura, e all’interno dello stesso linguaggio espressivo tra tecniche diverse. C’è inoltre in ogni artista, a prescindere dal linguaggio utilizzato, la volontà e la necessità di porsi in relazione con gli altri in quanto solo allora sarà possibile trovare scampo al destino di solitudine che incombe su di noi come un’ancestrale condanna. Prima ancora, però, perché quest’operazione sia possibile occorre frugare tra gli strati più nascosti della psiche; un’esplorazione nei territori accidentati ed impervi dell’inconscio nel tentativo di portare chiarezza tra le pulsioni rimosse o represse. Ed è questa, a mio avviso, la sfida dell’arte di ogni tempo: superare il confine tra conosciuto e conoscibile e proiettarsi verso l’oltranza, cercando di sanare la drammatica dicotomia tra la finitezza della condizione umana e l’ansia di infinito o di effusione che c’è in ognuno di noi; anche se quell’oltranza è irraggiungibile e più ci accostiamo ad essa più essa si allontana fino a svanire. L’uomo, però, non ha in sé il proprio fine e l’insignificanza del vivere, il cui unico senso è il non-senso del dover morire, c’impone comunque una costante ricerca e la necessità di rompere l’accerchiamento per stabilire un contatto con gli altri e con le cose spogliate da tutta quella impalcatura di significati imposti, di convenzioni e di falsi valori.

A riprova di quanto affermato mi sembra doveroso accennare ad alcune delle 24 opere in concorso (quadri, sculture, fotografie, ceramiche e installazioni) con la necessaria premessa che questa mia scelta non implica un giudizio di merito, che rimane affidato alla giuria composta da 400 ragazzi di età compresa fra i 16 e i 17 anni nonché alla Master Class, che parteciperà agli incontri con alcuni artisti o come si legge nel comunicato stampa, agli iscritti alla community del Festival. Ebbene pur in una veloce ricognizione non possiamo non soffermarci sul Prometeo di Karen Shah che non solo mette in contatto scienza ed arte ma apre una finestra su un problema di scottante attualità il contrasto tra il bisogno di energia e il timore e i rischi delle conseguenze non controllabili e lo fa attraverso simboli densi ed eloquenti: il fuoco nel palmo della mano; le catene che alludono non solo alla punizione di Prometeo, ma anche alla liberazione dell’uomo dal bisogno; gli uomini, in scala ridotta che si stringono timorosi e impacciati e lo specchio che rimanda al doppio e quindi a Prometeo e a Epimeteo, colui che riflette prima e colui che riflette in ritardo. Il tema del doppio, che ha illustri precedenti e in campo letterario, Dottor Jekyll e Mister Hyde di Stevenson e Il Sosia di Dostevskij e in campo cinematografico Partner di B. Bertolucci e Le due sorelle di B. De Palma, ritorna anche nella scultura di Massimiliano Giara I due Feudi che già nel titolo ha il suo doppio in quanto si tratta di un palindromo che può essere letto da sinistra verso destra e viceversa. Va osservato, però, che la rigida demarcazione tra l’uno e l’altro (evidente qui nell’uso di due colori contrastanti: bianco e nero) avviene solo nella nostra testa, dove è ancora in gioco l’antica illusione di una coerenza che debba essere necessariamente perseguita e conquistata. Al contrario, spesso il doppio esprime una repressa voglia dell’uomo di essere il suo opposto, di agire come mai avrebbe fatto, di divenire ciò che non avrebbe mai avuto il coraggio di essere. In un certo senso si può ricondurre ai quadri precedentemente menzionati anche l’opera di Gonzalo Orquin, un dittico composto da due tele che hanno in comune lo sfondo grigio scuro e le ombre che si addensano sui volti dei due modelli, entrambi con le mani giunte e con una vivida luce negli occhi. Non sono in posizione speculare ma fissano lo sguardo verso una terza figura che dovrebbe chiudere il triangolo e che potrebbe essere l’artista stesso, una persona cara scomparsa o un’idea, un affetto irrimediabilmente svaniti. L’altro spagnolo in concorso, Luis Serrano, ricorre, alla maniera di Velàsquez o di Magritte, alla meta-pittura, nel senso che rappresenta se stesso nell’atto di dipingere, di stabilire quel rapporto con il modello che è la premessa indispensabile di ogni opera d’arte. La composizione, di rigorosa costruzione prospettica, è caratterizzata da ordine e pulizia formale, e mette in evidenza anche particolari decentrati, angoli vuoti e zone d’ombre. Su un piano diverso ma sempre in piena sintonia con la mostra siamo con la fotografia di Christian Cerbone Anima, dove una mano leggermente chiusa a coppa raccoglie nel suo palmo la manina di un bambino in un atto d’amore, tenerezza e protezione e sancisce una simbiosi, un rapporto totalizzante, quale è quello che si stabilisce fra genitore (padre o madre poco importa) e figlio. E la stessa fisicità si ritrova in Stefania Sabatino Life is a link dove corpi senza volto si sfiorano, si toccano e si uniscono in una danza perpetua e dove l’equazione conclusiva (Uomo + Uomo = Amore = Vita = Passione = Colori) ci richiama alla mente il cinema di Ferrei (Dillinger è morto; La carne; La grande abbuffata) e quello meno graffiante ma più poetico di Pier Paolo Pasolini, penso in particolare ai suoi primi film, Accattone e Mamma Roma e alla trilogia della vita dove il corpo, quello più genuino, quello popolare, riempie e domina lo schermo.

Né può passare sotto silenzio l’opera di Gennaro Vallifuoco, incentrata su uno dei più grandi comunicatori della storia dell’u ­manità Giovanni Paolo II. Non è un caso che in piedi, allargando le braccia in atteggiamento ecumenico, manifesti la volontà di riunire tutti i popoli della terra. Ai suoi piedi si raccolgono esponenti, tutti giovanissimi, delle razze presenti sulla terra, sulla riva di acque che potrebbero alludere alla fonte stessa della vita o al carattere lustrale e purificatorio che dovrebbero assumere attraverso il battesimo o altre abluzioni. Nel suo manto e sulla sua veste sono disegnate diverse chiese e luoghi di culto, di raccoglimento o di preghiera, per coloro che professano altre religioni ma che sono legati a noi dalla comune appartenenza al genere umano. A livello formale la linearità del tratto e l’intensità cromatica – penso al colore del cielo – testimoniano la semplicità e la naturalezza dell’assunto che non nasce dalla mente ma dal cuore e che mira a superare steccati e divisioni non solo religiose.

Infine un cenno per il pannello in ceramica di Ferdinando Vassallo. 289 tessere bianche e cuspidali, che comunicano l’idea di un campo di neve mosso e accidentato, accarezzato da una bava di vento e rischiarato da una luce intensa e abbacinante che crea riflessi e riverberi a seconda della maggiore o minore inclinazione della superficie sfiorata. Al centro, a caratteri cubitali, in rilievo e di colore scuro la parola Luce, vera e propria mot-clef, che esprime un bisogno interiore di chiarezza e di effusione, o come lo stesso autore suggerisce nel suo commento, laddove sostiene che le formelle sono occhi che non possono o non sanno più vedere, la necessità di un bagno di luce per mettere a fuoco la realtà. C’è, comunque, un’evidente connessione (ed ecco l’aderenza al tema della mostra) non solo tra il linguaggio visivo e quello verbale, ma anche tra l’in e l’out, il privato e il pubblico, il corpo e l’anima in un’esigenza irrinunciabile di sentirsi una fibra dell’universo, come avrebbe detto Ungaretti (“M’illumino d’immenso”), o di separare alla maniera agostiniana la luce dalle tenebre, la spiritualità dalla materialità.


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